Quanto può essere vera per te questa frase?
La vita ha un senso dell’umorismo piuttosto discutibile.
Ti mette al mondo nudo, confuso e urlante — che, a pensarci bene, è anche più o meno lo stato in cui molti di noi arrivano ai quarant’anni — poi ti consegna una manciata di chiavi e si dimentica deliberatamente di dirti quali cazzo di porte aprano.
Arrangiati, campione.
Questa fotografia ritrae una vecchia chiave infilata dentro una serratura ancora più vecchia. Metallo consumato, graffi, sporco, segni lasciati dal tempo e probabilmente da qualcuno che, almeno una volta, ha provato ad aprire quella porta con troppa fretta.
Quanto tempo passi a capire se qualcuno è sincero con te? E quanto sarebbe più semplice il mondo se, almeno ogni tanto, smettessimo tutti di recitare? Forse basta guardare un ragazzo giocare con il suo cane per ricordarsi che esiste ancora un modo di volersi bene senza calcoli, pose o secondi fini...
Quante volte sei partito senza sapere davvero dove stessi andando? E quante volte una giornata qualunque, nata quasi per caso, ti ha lasciato addosso qualcosa che hai capito soltanto anni dopo? Questa è la storia di un viaggio durato poche ore, di una macchina fotografica ancora tutta da capire e di un mondo che, improvvisamente, sembrava molto più grande...
Ci sono luoghi famosi per qualcosa.
Una chiesa, un monumento, una spiaggia abbastanza bella da essere rovinata da migliaia di persone venute fin lì per fotografarla. Poi esistono posti che non hanno niente da mostrare, nessuna attrazione da recensire e nessun motivo particolare per essere raggiunti.
Questo è uno di quelli...
Oggi sono qui parlare di un’epoca in cui le automobili avevano un’anima, gli uomini avevano ancora il coraggio di rischiare qualcosa e la plastica serviva per avvolgere i panini, non per costruire interi abitacoli.**
Non era nemmeno una vera tappa.
Era un passaggio secondario della Mille Miglia, uno di quelli che sulle mappe ufficiali occupano forse una riga e che il giorno dopo non finiscono sui giornali. Una rotonda di provincia, qualche casa, erba alta ai bordi della strada e un distributore di carburante. Il genere di posto in cui, normalmente, l’avvenimento più emozionante della giornata è qualcuno che dimentica la precedenza.
Poi sono arrivate loro.
Prima il rumore...
Quattro fotografie scattate parecchi anni fa. Due ragazze, un po’ di luce e quella complicità che non ha bisogno di essere diretta perché conosce già la propria parte.
Non ricordo soltanto i loro sorrisi. Ricordo soprattutto quanto fossero veri: non offerti alla macchina fotografica, ma nati dalla semplice presenza dell’altra. E forse è proprio questo che rende preziose certe immagini. Non ci raccontano chi siamo diventati. Conservano, senza fare domande, il momento in cui eravamo ancora capaci di volerci bene senza presentarci il conto.
Scattai queste fotografie parecchi anni fa.
Non ricordo con precisione la data, ma forse è questo che fanno gli anni quando cominciano ad accumularsi: si portano via i numeri e lasciano intatta la temperatura delle cose.
Ricordo la luce.
C'è un momento che mi è sempre piaciuto più di qualsiasi destinazione.
Non è quando l'aereo tocca terra.
Non è quando finalmente metti piede in un posto nuovo.
È quell'istante sospeso in cui ti siedi al tuo posto, appoggi la macchina fotografica sulle ginocchia, guardi fuori dall'oblò e realizzi che, per le prossime ore, hai smesso di avere il controllo.
Ed è una sensazione fottutamente liberatoria.
A un certo punto della vita sei abbastanza giovane da credere che il futuro debba per forza avere un piano.
Poi cresci e scopri che il futuro, nella maggior parte dei casi, è soltanto una lunga serie di improvvisazioni fatte da gente che cerca disperatamente di non far vedere agli altri che non ha la minima idea di cosa cazzo stia facendo.
Queste fotografie arrivano da prima.
Prima che la fotografia diventasse lavoro, archivio, consegne, selezioni, postproduzione e tutte quelle cose molto adulte che riescono, con sorprendente efficienza, a infilarsi anche dentro ciò che ami.
All’epoca avevo appena scoperto una macchina fotografica.
Ero un ragazzino con parecchie domande e pochissime risposte.
A un certo punto della vita sei abbastanza giovane da credere che il futuro debba per forza avere un piano.
Poi cresci e scopri che il futuro, nella maggior parte dei casi, è soltanto una lunga serie di improvvisazioni fatte da gente che cerca disperatamente di non far vedere agli altri che non ha la minima idea di cosa cazzo stia facendo.
Queste fotografie arrivano da prima.
Prima che la fotografia diventasse lavoro, archivio, consegne, selezioni, postproduzione e tutte quelle cose molto adulte che riescono, con sorprendente efficienza, a infilarsi anche dentro ciò che ami.
All’epoca avevo appena scoperto una macchina fotografica.
Ero un ragazzino con parecchie domande e pochissime risposte.
Non ricordo dove scattai queste fotografie. Il mio hard disk conserva l’anno, ma non il luogo, e lo sfondo è talmente dissolto da non offrire alcun indizio. Forse va bene così. Davanti all’obiettivo c’erano una madre, sua figlia e quel genere di abbraccio dentro il quale, per qualche minuto, il resto del mondo può anche...