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Il Ragazzo, la Barca e Tutto il Resto

Il Ragazzo, la Barca e Tutto il Resto

A un certo punto della vita sei abbastanza giovane da credere che il futuro debba per forza avere un piano.

Poi cresci e scopri che il futuro, nella maggior parte dei casi, è soltanto una lunga serie di improvvisazioni fatte da gente che cerca disperatamente di non far vedere agli altri che non ha la minima idea di cosa cazzo stia facendo.

Queste fotografie arrivano da prima.

Prima che la fotografia diventasse lavoro, archivio, consegne, selezioni, postproduzione e tutte quelle cose molto adulte che riescono, con sorprendente efficienza, a infilarsi anche dentro ciò che ami.

All’epoca avevo appena scoperto una macchina fotografica.

Ero un ragazzino con parecchie domande e pochissime risposte.

Una combinazione pericolosa.

Camminavo.

Fotografavo.

Pensavo troppo.

Poi fotografavo ancora, probabilmente per evitare di pensare ancora di più.

Quel pomeriggio trovai una barca.

Niente yacht da miliardario, niente tramonto caraibico con una modella seminuda appoggiata a prua e nessuna pubblicità di profumo francese.

Una barchetta.

Vecchia.

Consumata.

La vernice mangiata dal tempo, il legno segnato, un paio di remi buttati dentro e quell’aria malinconica tipica degli oggetti che hanno lavorato molto e ormai non devono più dimostrare niente a nessuno.

Era lì sulla riva.

Ferma.

E naturalmente io la fotografai.

Perché quando cominci a fotografare hai questa curiosa malattia: all’improvviso tutto sembra avere qualcosa da dire.

Una porta arrugginita.

Una pozzanghera.

Un albero storto.

Una barca dimenticata.

Passi metà della vita precedente ignorando il mondo e poi compri una macchina fotografica e inizi a comportarti come se una vecchia panchina contenesse il segreto dell’universo.

È ridicolo.

Ed è meraviglioso.

Quella barca però qualcosa me lo disse davvero.

Solo che probabilmente l’ho capito molti anni dopo.

Noi non siamo animali acquatici.

Non siamo fatti per attraversare un fiume.

Buttaci dentro e, dopo un tempo sufficientemente poco eroico, inizieremo ad affondare agitando le braccia come degli stronzi.

Eppure a un certo punto qualcuno ha guardato l’acqua e ha pensato:

Voglio andare di là.

Poi ha preso del legno, l’ha messo insieme nel modo giusto e ha inventato una maniera per attraversare qualcosa per cui la natura non gli aveva dato gli strumenti.

Questa cosa, a pensarci bene, è tremendamente umana.

Il problema è che usiamo la stessa capacità anche per inventare armi nucleari, pubblicità personalizzate e riunioni aziendali alle otto del mattino, quindi eviterei di congratularmi troppo con la specie.

Ma l’idea della barca rimane bella.

Non puoi camminare sull’acqua a meno che non ti chiami Gesù e sei vissuto pressappoco circa 2000 anni fà.

Allora costruisci qualcosa che ti permetta di farlo comunque.

Forse vivere funziona più o meno allo stesso modo.

Arriviamo tutti davanti a territori per cui non siamo preparati.

Un lavoro che non sappiamo fare.

Una persona che non sappiamo amare.

Una perdita che non sappiamo sopportare.

Una città nuova.

Una paura.

Una scelta.

Il futuro.

Specialmente quello.

Il futuro è un enorme pezzo d’acqua e tu, a vent’anni o giù di lì, te ne stai sulla riva con l’espressione intelligente di uno che spera che qualcuno gli abbia lasciato le istruzioni.

Spoiler: nessuno le ha lasciate.

Ti arrangi.

Costruisci una barca con quello che trovi.

Qualche sogno.

Un po’ di incoscienza.

Tre idee abbastanza confuse.

Gli errori dei tuoi genitori che giuri solennemente di non ripetere prima di ripeterne alcuni in maniera creativamente diversa.

Le persone che incontri.

Le persone che perdi.

E una manciata di cose che scopri quasi per caso e che, senza sapere perché, ti fanno sentire meglio.

Per me una di quelle cose era diventata la fotografia.

Non sapevo ancora cosa significasse.

Non pensavo a portfolio, pubblicazioni o professione.

Non c’era una strategia.

Dio benedica quei tempi.

Non dovevo costruire un’identità visiva, pensare al pubblico, ai social, agli algoritmi o a quale fotografia avrebbe avuto più successo.

Fotografavo perché ne avevo bisogno.

Che è probabilmente il motivo migliore per fare qualunque cosa creativa.

Avevo pensieri che non sapevo mettere in ordine e la macchina fotografica era diventata una specie di traduttore.

Non risolveva nulla.

Ma dava forma al casino.

Quando qualcosa mi tormentava potevo uscire, camminare e cercare immagini.

Guardare attraverso un mirino restringeva il mondo.

Tutto il resto spariva.

Rimaneva un rettangolo.

Luce.

Ombra.

Composizione.

Un soggetto.

Per qualche secondo la vita diventava gestibile.

Ed era una sensazione dannatamente piacevole.

Forse la creatività serve anche a questo.

Non necessariamente a creare capolavori.

Quella è la parte romantica che raccontiamo dopo.

A volte serve semplicemente a non soffocare.

C’è gente che scrive.

Gente che suona.

Gente che dipinge.

Gente che prende un pezzo di metallo e passa sei mesi a trasformarlo in una motocicletta completamente inutile ma bellissima.

Io fotografavo.

Era il mio modo di mettere una barca tra me e l’acqua.

In quel periodo mi domandavo spesso cosa avrei fatto della mia vita.

Una domanda enorme che gli adulti amano fare ai ragazzi come se loro avessero trovato una risposta.

«Che cosa vuoi fare da grande?»

Mah.

Possibilmente non diventare un coglione.

Già quello sarebbe stato un programma rispettabile.

Il resto era confuso.

Sapevo soltanto che l’idea di una vita completamente preconfezionata mi faceva paura.

Scuola.

Lavoro.

Mutuo.

Weekend.

Ferie ad agosto.

Pensione.

Morte.

Fine.

Magari con un televisore sempre più grande a ogni passaggio per non accorgersi che nel frattempo la vita stava diventando sempre più piccola.

Non mi sembrava abbastanza. Non mi sembra ancora oggi abbastanza.

Non avevo ancora capito cosa volessi.

Ma cominciavo a capire cosa non volevo.

Ed è già qualcosa.

Guardavo quella barca e forse, senza rendermene conto, stavo fotografando proprio questo.

La possibilità di partire.

Non necessariamente verso un luogo.

Partire da una versione di te.

Lasciare una riva.

Entrare in un elemento che non conosci.

Accettare che qualcosa possa andare storto.

Perché una barca ha senso solo se lascia la terra.

Sulla riva è soltanto legno.

È nell’acqua che diventa ciò per cui è stata costruita.

E forse vale anche per noi.

Possiamo passare una vita intera ancorati.

Perfettamente integri.

Perfettamente al sicuro.

Perfettamente inutilizzati.

Nessun rischio.

Nessuna tempesta.

Nessun naufragio.

Ma nemmeno nessun viaggio.

Naturalmente questa è la parte in cui qualche fottuto motivatore da Instagram direbbe qualcosa tipo “molla gli ormeggi e insegui i tuoi sogni”.

Calma.

A volte molli gli ormeggi e finisci semplicemente contro uno scoglio.

La vita non garantisce il lieto fine soltanto perché hai avuto coraggio.

Il coraggio non è un’assicurazione.

È soltanto il prezzo d’ingresso.

Puoi tentare e fallire.

Puoi scegliere male.

Puoi partire e scoprire che la destinazione faceva schifo.

Puoi innamorarti della persona sbagliata, credere nel progetto sbagliato, investire anni nella direzione sbagliata.

Succede.

È successo.

Succederà ancora.

Ma almeno ti sei mosso.

E ogni volta che ti muovi impari qualcosa che dalla riva non avresti mai potuto capire.

Nella terza fotografia non c’è nemmeno la barca.

C’è soltanto una pianta illuminata dal sole.

Una roba normalissima.

Uno di quei soggetti che oggi probabilmente molti fotografi nemmeno considererebbero, troppo impegnati a cercare qualcosa di abbastanza spettacolare da ottenere tre secondi di attenzione online.

Io invece la fotografai.

Perché allora stavo imparando a vedere.

E forse questa è stata la cosa più importante che la fotografia mi abbia insegnato.

Vedere.

Non semplicemente guardare.

Accorgersi.

Della luce che attraversa qualcosa di insignificante e per trenta secondi lo rende bellissimo.

Dell’ombra.

Delle texture.

Del tempo che lascia segni.

Di tutte quelle piccole cose che esistono davanti ai nostri occhi mentre noi siamo troppo occupati a preoccuparci di domani per accorgercene.

La fotografia mi obbligava al presente.

Ed era esattamente ciò di cui avevo bisogno.

Il futuro mi faceva domande.

La macchina fotografica mi chiedeva soltanto:

Che cosa vedi adesso?

Molto più semplice.

Molto più onesto e intimo.

Anni dopo la fotografia sarebbe diventata molte altre cose.

Lavoro.

Tecnica.

Responsabilità.

Anche frustrazione.

Perché qualsiasi passione, quando comincia a pagare qualche bolletta, acquista inevitabilmente una piccola cravatta e inizia a rompere i coglioni.

Ma guardando queste immagini mi ricordo di quando non esisteva niente di tutto questo.

C’era soltanto un ragazzo.

Una macchina fotografica.

Un pomeriggio pieno di pensieri.

Una barca che non stava andando da nessuna parte.

E un futuro enorme davanti che non aveva ancora deciso che cazzo farsene di me.

Forse quella barca ero io.

Ferma sulla riva.

Un po’ scrostata dentro ancora prima di avere l’età per esserlo.

Con qualche remo disponibile e nessuna idea precisa della direzione.

Ma pronta, in qualche modo, a entrare in acqua.

Non sapevo ancora dove sarei arrivato.

A dire il vero non sono completamente sicuro di saperlo nemmeno adesso.

Ma almeno ho imparato una cosa.

Non serve conoscere tutta la rotta.

A volte basta avere qualcosa che galleggia, abbastanza curiosità da salirci sopra e quel minimo indispensabile di incoscienza per staccarsi dalla riva.

Il resto lo scopri durante il viaggio.

E probabilmente farai un gran casino.

Ma almeno sarà il tuo.

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