Il futuro aveva ancora i panni stesi.
Li vidi la mattina dopo.
Mutande.
Magliette.
Calzini.
Lenzuola.
Asciugamani mossi dal vento tra facciate rovinate, tubature esterne, condizionatori appesi ai muri e balconi trasformati nel corso degli anni attraverso una tecnica urbanistica molto diffusa in tutto il mondo:
fare un po’ come cazzo pare.
Il giorno precedente Batumi mi aveva mostrato le torri...
Batumi mi accolse con una domanda.
Non “benvenuto”.
Non “come è andato il viaggio?”
Non “hai bisogno di qualcosa?”
Non aveva ancora avuto il tempo di conoscermi e quindi, con ammirevole efficienza, non fingeva di interessarsi alla mia salute, alle mie aspettative o al delicato equilibrio emotivo con cui ero arrivato fino alla costa georgiana.
Aveva una sola parola.
Enorme.
Scritta davanti al mare.
WHERE....
Ci sono cose che l'uomo ha passato secoli a cercare di spiegare.
Il tempo.
L'universo.
La morte.
E poi ci sono le donne.
Forse il più grande mistero che abbiamo avuto la fortuna, e qualche volta la sfortuna, di incontrare.
Perché il problema delle donne è che non sono mai soltanto quello che vedi.
Non sono mai solo un sorriso...
Amici, ditemi una cosa:
quante volte vi siete sentiti così? Non tristi, non arrabbiati, non persi — o forse tutte e tre le cose insieme — ma semplicemente intrappolati. Legati a qualcosa che non sapete nemmeno più nominare. Una persona, un ricordo, una paura, una parte di voi. E mentre voi vi dibattete, urlate dentro, cercate un’uscita, la vita resta lì. Vi guarda. Bella, muta, quasi tenera. Ma senza spiegarvi un cazzo...
Un luogo abbandonato possiede almeno un vantaggio rispetto alle persone.
Non ti chiede come stai.
Non pretende un sorriso, non cerca di tirarti su e non ti serve quella nauseante minestra di frasi incoraggianti che di solito viene cucinata da chi vorrebbe soltanto vederti tornare presentabile il prima possibile.
Ti lascia entrare.
Ti offre un muro scrostato, un pezzo di cemento abbastanza pulito su cui sederti e tutto il silenzio che gli altri non hanno saputo concederti...
Questa volta niente tramonti, serrature metaforiche, barche abbandonate o altre scuse fotografiche per parlare dei nostri piccoli disastri esistenziali.
Questa volta facciamo rumore.
Quello vero...
Ci portiamo dentro paure che non sapremmo riconoscere nemmeno se ce le trovassimo sedute davanti al tavolo della cucina.
Non sappiamo quando siano entrate. Forse erano già lì. Forse sono nate da una porta chiusa troppo presto, da una voce che ci ha fatto sentire sbagliati, da qualcuno che se n’è andato e ha lasciato il conto da pagare a noi. Il punto è che crescono in silenzio, cambiano forma e imparano a presentarsi con nomi più rispettabili...
Due bicchieri su un bancone.
Birra fredda, schiuma, vetro appannato e quella luce dorata che per qualche ragione riesce a rendere poetico perfino un pomeriggio qualunque. Nessuna grande rivelazione, nessun miracolo, nessun guru pronto a spiegarti come trasformare il luppolo in un percorso di crescita personale...
Ci sono viaggi che finiscono in aeroporto.
Con una valigia troppo piena, i vestiti che odorano di umidità, il portafoglio alleggerito e quella depressione da gate d’imbarco che nemmeno un caffè pagato sei euro riesce a rendere più dignitosa.
Questo viaggio cominciò a finire sopra una montagna.
Ma prima della montagna c’era un passero...
Il secondo capitolo era finito con il mondo che non correva.
Il barista dietro il bancone, l’airone sulla riva, il sole che scendeva senza compilare un rapporto sulle proprie prestazioni.
Poi arrivò Higüey.
Higüey correva.
Ma a modo suo....