Category: Photography
Passiamo buona parte della vita convinti di essere il protagonista.
Ci svegliamo la mattina e immaginiamo che il mondo stia aspettando la nostra prossima mossa. Che i semafori cambino colore per noi, che le canzoni alla radio parlino della nostra ultima storia finita male e che la gente per strada sia poco più di una massa di comparse assunta per rendere credibile la scenografia.
Poi esci con una macchina fotografica.
Ti infili in mezzo alla folla.
E scopri che a nessuno importa un cazzo di te...
Rieccoci qui, miei adorabili compagni di disastro, benvenuti ad un nuovo capitolo di questa faccenda....
Oggi sono qui parlare di un’epoca in cui le automobili avevano un’anima, gli uomini avevano ancora il coraggio di rischiare qualcosa e la plastica serviva per avvolgere i panini, non per costruire interi abitacoli.**
Non era nemmeno una vera tappa.
Era un passaggio secondario della Mille Miglia, uno di quelli che sulle mappe ufficiali occupano forse una riga e che il giorno dopo non finiscono sui giornali. Una rotonda di provincia, qualche casa, erba alta ai bordi della strada e un distributore di carburante. Il genere di posto in cui, normalmente, l’avvenimento più emozionante della giornata è qualcuno che dimentica la precedenza.
Poi sono arrivate loro.
Prima il rumore...
C'è un momento che mi è sempre piaciuto più di qualsiasi destinazione.
Non è quando l'aereo tocca terra.
Non è quando finalmente metti piede in un posto nuovo.
È quell'istante sospeso in cui ti siedi al tuo posto, appoggi la macchina fotografica sulle ginocchia, guardi fuori dall'oblò e realizzi che, per le prossime ore, hai smesso di avere il controllo.
Ed è una sensazione fottutamente liberatoria.
Prima di sapere cosa stavo facendo
Queste foto non sono le mie migliori.
La messa a fuoco balla, i colori sono quelli piatti di una compatta di allora, e in almeno tre scatti si vede il mio pollice all'angolo del mirino, perché non avevo ancora imparato dove tenere le mani.
Le ho scattate diversi anni fa, in una cittadina di mare, con una macchina che oggi definirei a malapena una fotocamera...
C'è stato un tempo in cui un pomeriggio libero era un problema.
Un problema vero.
Perché significava dover inventare qualcosa.
Prendere una bicicletta senza sapere esattamente dove andare. Entrare in un campo, sporcarsi le scarpe, tornare a casa con le ginocchia rovinate e qualche storia da raccontare. Litigare, fare pace, costruire mondi immaginari con niente.