Ogni tanto guardo il mio gatto e penso che abbia capito tutto.
Si rotola sul tappeto del salotto come se quella fosse la missione più importante dell’universo.
Mi guarda.
Scappa.
Torna indietro.
Pretende attenzioni come se gli spettassero di diritto. E, a dire il vero, probabilmente ha ragione.
Poi si addormenta.
Senza sensi di colpa.
Senza ansia.
Senza la stupida convinzione di dover essere produttivo anche mentre dorme.
È una cosa affascinante.
Gli animali non si fanno domande che non servono.
Non si chiedono dove saranno tra cinque anni.
Non passano metà della giornata a confrontare la propria vita con quella di qualcun altro.
Non hanno bisogno di dimostrare niente.
Esistono.
E questo sembra bastargli.
Noi invece abbiamo preso una cosa semplice come vivere e ci abbiamo costruito sopra una montagna di complicazioni.
Abbiamo inventato orologi per rincorrere il tempo.
Soldi per rincorrere gli orologi.
Carriere per rincorrere i soldi.
E poi terapie per cercare di capire perché, dopo aver rincorso tutto il resto, ci sentiamo ancora vuoti.
È un sistema geniale.
Costruiamo gabbie sempre più eleganti e poi ci vantiamo della vista.
Lavoriamo una vita intera per comprare cose che ci servono soprattutto a impressionare persone a cui, se fossimo sinceri, probabilmente non chiederemmo nemmeno un consiglio.
Accumuliamo oggetti.
Accumuliamo notifiche.
Accumuliamo aspettative.
Come se il peso fosse una forma di ricchezza.
Il gatto no.
Lui ha scoperto un raggio di sole sul pavimento.
E quella, per oggi, è la sua conquista.
Forse è per questo che gli animali ci fanno così tanta tenerezza.
Perché ci ricordano una versione della vita che abbiamo lasciato indietro.
Una vita in cui un pomeriggio non doveva necessariamente essere utile.
Poteva semplicemente essere bello.
Noi abbiamo trasformato ogni cosa in una prestazione.
Ogni passione deve diventare un lavoro.
Ogni talento un business.
Ogni viaggio un contenuto.
Ogni cena una fotografia.
Ogni emozione qualcosa da monetizzare o raccontare.
Abbiamo smesso di vivere le cose.
Adesso produciamo prove di averle vissute.
E nel frattempo un gatto si rotola sul tappeto come se avesse appena scoperto il segreto dell’universo.
Forse perché lo ha scoperto davvero.
Forse la felicità non è una destinazione.
Non è un conto in banca.
Non è un titolo da mettere su un biglietto da visita.
Forse è semplicemente la capacità di essere completamente presenti nel momento che stai vivendo.
Una capacità che noi abbiamo sacrificato in cambio dell’illusione di avere il controllo.
Gli animali non possiedono il mondo.
Lo abitano.
Noi, invece, passiamo la vita cercando di possederlo.
E spesso finiamo per non abitare nemmeno noi stessi.
Forse è per questo che continuo a fotografarli.
Perché ogni volta che guardo negli occhi un animale vedo qualcosa che l’uomo, da qualche parte lungo il cammino, ha perso.
E che passa una vita intera cercando di ritrovare.
Senza rendersi conto che, molto spesso, il segreto era lì.
Sdraiato sul tappeto del salotto.
A giocare con niente.
Felice.
E terribilmente libero.