Repubblica Dominicana, capitolo III — Higüey e la vita fuori dal catalogo
Il secondo capitolo era finito con il mondo che non correva.
Il barista dietro il bancone, l’airone sulla riva, il sole che scendeva senza compilare un rapporto sulle proprie prestazioni.
Poi arrivò Higüey.
Higüey correva.
Ma a modo suo.
Non con quella fretta occidentale fatta di clacson, appuntamenti, notifiche e persone che attraversano la strada con l’espressione di chi debba salvare il pianeta, quando probabilmente stanno soltanto andando a una riunione nella quale si deciderà la data della riunione successiva.
La città si muoveva.
Gridava.
Sudava.
Vendeva.
Aspettava.
E, soprattutto, non sembrava avere alcuna intenzione di mettersi al mio servizio.
Era questa la prima cosa che mi piacque.
Higüey non era lì per me.
Non aveva lucidato i marciapiedi, nascosto le automobili scassate o insegnato agli abitanti a sorridere nella direzione dei turisti. Non aveva costruito una versione semplificata di sé stessa affinché io potessi comprenderla, fotografarla e tornare a casa convinto di aver scoperto la vera Repubblica Dominicana.
Non cercava di vendermi il paradiso.
Aveva di meglio da fare.
O forse, qualche volta, non aveva proprio voglia di fare un cazzo.
E andava bene anche quello.
Dopo Dominicus, con il mare turchese, gli ombrelloni ordinati e gli occidentali impegnati a rilassarsi secondo programma, Higüey sembrava il retro di una scenografia. Il punto nel quale finiva la rappresentazione e cominciava la vita di quelli che il paradiso dovevano servirlo, pulirlo, trasportarlo e renderlo abbastanza comodo perché qualcun altro potesse acquistarlo per una settimana.
Sulla costa avevamo monetizzato tutto.
Il mare.
La sabbia.
Il tramonto.
Perfino la lentezza.
Avevamo preso una meraviglia naturale, ci avevamo costruito intorno recinzioni, buffet, escursioni e camere con vista, poi avevamo assunto le persone del posto perché ci servissero un cocktail davanti a ciò che, prima del nostro arrivo, apparteneva semplicemente al loro orizzonte.
Il colonialismo moderno porta meno uniformi e più braccialetti all-inclusive.
Non conquista le terre con i cannoni.
Le prenota con cancellazione gratuita.
Higüey, invece, continuava a esistere oltre quel servilismo.
Non chiedeva una recensione.
Non domandava se il soggiorno stesse rispettando le mie aspettative.
La città non aveva bisogno che mi divertissi.
Sotto una distesa di ombrelli sospesi, i colori formavano un cielo artificiale sopra la strada. Rossi, gialli, blu e verdi. Una copertura allegra contro il sole, una specie di arcobaleno messo lì a proteggere il caos.
Sotto, la vita non era altrettanto ordinata.
Persone che passavano, automobili, motorini, negozi, fili elettrici e voci che si sovrapponevano. Nessuno sembrava essersi accorto che quella composizione sarebbe stata perfetta per una fotografia.
Ed era proprio questo a renderla perfetta.
I luoghi diventano davvero interessanti quando smettono di comportarsi come se sapessero di essere osservati.
Poco dopo arrivarono le candele.
Piccole fiamme chiuse dentro bicchieri colorati, raccolte una accanto all’altra. In mezzo al rumore della città, qualcuno aveva acceso una luce per qualcosa che non potevo conoscere.
Una preghiera.
Una promessa.
Un ringraziamento.
Una richiesta disperata formulata a una divinità che, come molti impiegati pubblici, sembrava avere tempi di risposta piuttosto variabili.
Quelle fiamme non facevano rumore.
Non pretendevano attenzione.
Eppure resistevano.
Fuori c’erano il traffico, il commercio e il sole che schiacciava ogni cosa. Dentro quei bicchieri rimaneva una forma minima di speranza.
Forse la fede è questo.
Accendere qualcosa di fragile e fingere di non sapere quanto vento ci sia là fuori.
Continuai a camminare.
Le strade erano piene di piccole attività, bancarelle, facce, oggetti esposti e persone che sembravano lavorare senza permettere al lavoro di trasformarsi nell’unica ragione della giornata.
Poi trovai un negozio chiuso.
La serranda abbassata.
Il genere di giornata nella quale, secondo le nostre regole, avrebbe dovuto essere aperto. C’erano persone in giro, clienti possibili, denaro potenziale e tutte quelle opportunità che un consulente aziendale avrebbe indicato su una diapositiva prima di pronunciare parole come *crescita*, *performance* e *ottimizzazione*.
E invece niente.
Chiuso.
Forse il proprietario era malato.
Forse non c’erano clienti.
Forse aveva avuto un problema.
Oppure si era svegliato, aveva guardato il sole e aveva deciso che lavorare quel giorno non fosse poi così indispensabile.
Mi piace immaginare quest’ultima versione.
Non perché il lavoro non serva.
Serve.
Paga il cibo, la casa, le cure, i vizi e quella quantità sorprendente di stronzate che compriamo per consolarci del tempo perso a guadagnare il denaro necessario a comprarle.
Ma quando abbiamo deciso che lasciare un negozio chiuso fosse un crimine morale?
Quando abbiamo cominciato a considerare il riposo un difetto del carattere?
Viviamo in una società nella quale, se dici di avere lavorato dodici ore, qualcuno si congratula con te. Come se l’esaurimento nervoso fosse una promozione e trascurare ogni persona che ami dimostrasse una straordinaria etica professionale.
Lì la serranda era abbassata.
Il mondo continuava a girare.
Nessuna borsa internazionale crollò.
Nessun turista morì per la mancanza di una calamita o di una bottiglia d’acqua.
La città accettò semplicemente che, qualche volta, un uomo possa non esserci.
Per strada, le persone occupavano lo spazio senza chiedergli il permesso.
C’era chi lavorava, chi parlava e chi aveva trascinato una sedia praticamente in mezzo al traffico, trasformando un pezzo d’asfalto in ufficio, salotto e punto d’osservazione.
Le automobili passavano.
I motorini gli sfilavano accanto.
Lui rimaneva seduto.
Forse aspettava un cliente. Forse qualcuno doveva fermarsi. Forse stava vendendo qualcosa che nella fotografia non riuscivo nemmeno a vedere.
Ma non sembrava preoccupato.
Se qualcuno si fosse fermato, bene.
Se nessuno l’avesse fatto, avrebbe comunque trascorso il pomeriggio seduto in mezzo alla vita.
Da noi una scena simile provocherebbe immediatamente una task force.
Arriverebbero vigili, moduli, transenne, regolamenti sull’occupazione del suolo pubblico e qualche cittadino indignato pronto a spiegare su Facebook che una sedia collocata male rappresenta il definitivo collasso della civiltà.
Lì era soltanto una sedia.
E intorno alla sedia si formava una comunità.
Qualcuno si fermava.
Qualcuno parlava.
Qualcuno rideva.
La strada non serviva soltanto a passare da un punto all’altro. Era un posto nel quale restare.
Forse è questo che abbiamo perso.
Noi attraversiamo continuamente gli spazi senza abitarli. Corriamo lungo le strade, entriamo nei negozi, saliamo sui mezzi, torniamo a casa e chiudiamo la porta.
Tutto è un collegamento verso qualcosa che viene dopo.
Quasi niente è più un luogo nel quale poter semplicemente essere.
Loro prendevano una sedia e si sedevano nel mezzo.
Una maniera piuttosto efficace per dire al mondo: puoi anche continuare senza di me, ma dovrai passarmi intorno.
Dentro un piccolo negozio, un uomo arrotolava sigari.
Le mani lavoravano lentamente.
Foglia dopo foglia.
Nessuna macchina industriale, nessuna catena di montaggio, nessun contatore luminoso a ricordargli quanti pezzi mancassero all’obiettivo giornaliero.
Soltanto dita, tabacco, abitudine e tempo.
Probabilmente aveva ripetuto quel gesto migliaia di volte.
Avrebbe potuto farlo quasi senza guardare, lasciando che le mani ricordassero ciò che la mente non aveva più bisogno di controllare.
Certe professioni entrano nel corpo.
Il lavoro smette di essere una serie di istruzioni e diventa ritmo. Un movimento tramandato, corretto, perfezionato fino a raggiungere quella naturalezza che possiedono le cose fatte abbastanza a lungo da sembrare semplici.
Il sigaro nasceva piano.
E forse era proprio questo il punto.
Noi vogliamo tutto immediatamente.
Caffè istantaneo, consegne in giornata, risposte in tempo reale, amore senza attese e successo possibilmente entro venerdì pomeriggio.
Poi incontriamo qualcosa costruito lentamente e lo chiamiamo artigianale, autentico, prezioso.
Paghiamo di più per comprare il tempo che non siamo più disposti a vivere.
Quell’uomo, invece, il tempo lo teneva tra le dita.
Non lo combatteva.
Gli dava una forma.
Poco più avanti incontrai un pittore.
Era seduto lungo la strada con i colori e il proprio lavoro davanti. Intorno passavano persone, veicoli, rumore e tutto ciò che avrebbe potuto distrarlo.
Lui dipingeva.
Non sembrava interessato a sapere se l’algoritmo avrebbe apprezzato.
Non aveva bisogno di pubblicare un video accelerato del processo, scrivere una didascalia motivazionale o spiegare a qualche potenziale cliente quanto fosse importante sostenere l’arte locale.
Dipingeva perché, evidentemente, a un certo punto della sua vita aveva capito che dentro di lui esistevano immagini che avevano bisogno di uscire.
Lo capivo.
Io facevo la stessa cosa.
Lui con i colori.
Io con una macchina fotografica e, anni dopo, con queste parole.
Entrambi impegnati in un’attività economicamente sospetta, poco raccomandabile da chiunque possieda buon senso e difficilmente spiegabile durante una cena con persone convinte che ogni gesto debba produrre un rendimento misurabile.
Perché continuiamo a creare?
Perché fotografiamo, dipingiamo, scriviamo o suoniamo anche quando nessuno ci garantisce che servirà a qualcosa?
Forse proprio perché non serve.
Non nel modo in cui serve un’automobile, un frigorifero o un commercialista disposto a mentire con sufficiente eleganza.
L’arte non ti porta necessariamente da un punto all’altro.
Qualche volta ti impedisce di morire mentre resti nello stesso punto.
Quel pittore non stava costruendo una strategia.
Stava dando sfogo a qualcosa.
E forse la libertà più sincera è proprio quella che appare completamente irragionevole agli occhi di chi passa la vita a fare soltanto ciò che conviene.
Io lo fotografai.
Lui continuò a dipingere.
Due uomini lungo una strada, impegnati a fregarsene altamente della probabilità che qualcuno capisse.
Le automobili intorno a noi avevano conosciuto giorni migliori.
Alcune anche decenni migliori.
Carrozzerie ammaccate, vernice bruciata dal sole, paraurti mancanti e pezzi tenuti insieme da una combinazione di filo di ferro, rassegnazione e miracoli meccanici.
A qualcuna mancava perfino un po’ di dignità.
Ma partivano.
Quasi sempre.
E quando partivano portavano le persone dove dovevano andare.
Punto A.
Punto B.
Fine del grande mistero dell’automobile.
Noi, invece, abbiamo trasformato le macchine in curriculum parcheggiati.
Devono raccontare quanto guadagniamo, chi vorremmo essere, quale posizione occupiamo nella piramide sociale e quanto siamo disposti a indebitarci pur di convincere uno sconosciuto al semaforo che la nostra vita stia andando magnificamente.
Cambiamo un’auto perfettamente funzionante perché il modello nuovo possiede uno schermo più grande sul quale ignorare la strada.
Lavoriamo anni per comprare un oggetto che ci porti nello stesso ufficio nel quale lavoreremo per pagarne le rate.
Una forma di poesia circolare, se non fosse così fottutamente triste.
Lì un’automobile poteva perdere un pezzo e continuare.
Il paraurti non c’era?
Pazienza.
Una portiera aveva un colore diverso?
Avanguardia.
Il motore faceva un rumore simile a un animale ferito durante un esorcismo?
Alzavi la musica.
Quando si fosse rotta davvero, ci avrebbero pensato.
L’avrebbero riparata ancora, oppure sostituita con un altro catorcio ugualmente ostinato.
Non perché la povertà sia una filosofia da celebrare.
Non lo è.
Guidare un mezzo insicuro non diventa poetico soltanto perché dietro ci sono le palme. La necessità rimane necessità, anche quando un fotografo occidentale decide di metterle addosso una bella luce.
Ma quello che vedevo era un rapporto diverso con gli oggetti.
Le cose servivano alla vita.
Non era la vita a essere sacrificata alle cose.
I bambini, intanto, correvano.
La città intera sembrava il loro parco giochi.
Nessuna area delimitata, nessun pavimento antitrauma, nessun adulto con una borraccia termica pronto a sterilizzare ogni superficie entrata in contatto con le loro mani.
Avevano strade, marciapiedi, cortili e il mare.
Correvano verso l’acqua con quella fiducia assoluta che possiedi soltanto prima di scoprire quante cose potrebbero andare male.
Da bambino anch’io trasformavo qualunque spazio in un mondo.
Un muretto diventava un castello.
Una bicicletta era una motocicletta.
Un campo vuoto poteva contenere guerre, viaggi, campionati e avventure abbastanza grandi da durare fino all’ora di cena.
Poi cresci e qualcuno ti spiega che ogni luogo ha una funzione precisa.
Il marciapiede serve per camminare.
La strada per guidare.
Il tavolo per lavorare.
Il letto per dormire.
E la vita per produrre abbastanza denaro da acquistare luoghi nei quali, un giorno, potrai finalmente tornare a giocare.
I bambini di Higüey non sembravano ancora informati.
Per fortuna.
Alcune persone riposavano sedute direttamente sul marciapiede.
Le sedie non c’erano.
Il bisogno di fermarsi sì.
Così si sedevano dove capitava, lasciando che il cemento diventasse panchina, sala d’attesa e salotto pubblico.
Non c’era imbarazzo.
Nessuna paura di sembrare improduttivi.
Erano stanchi e si fermavano.
Una soluzione scandalosamente onesta.
Noi riusciamo a essere esausti senza ammetterlo. Continuiamo a rispondere alle mail, bere caffè e dire “tutto bene” mentre il corpo cerca educatamente di informarci che ne ha abbastanza.
Loro si sedevano.
Forse possedevano meno comodità.
Ma sembravano avere conservato il diritto di ascoltare la stanchezza.
La stazione dei minivan era più affollata rispetto alla prima volta.
Persone in attesa, conducenti, bagagli, mezzi pronti a partire e una quantità di movimento priva dell’ordine rassicurante al quale siamo abituati.
Non c’erano file perfette.
Non c’era un tabellone elettronico capace di annunciare un ritardo di quaranta minuti con la voce serena di chi sa che non dovrà subirlo.
Eppure, in qualche modo, la gente partiva.
Qualcuno domandava.
Qualcuno indicava.
Qualcuno caricava una borsa.
Il sistema sembrava sostenuto più dalle relazioni che dalle procedure.
Le persone dovevano parlarsi.
Un dettaglio ormai quasi rivoluzionario.
Poco dopo vidi alcuni passeggeri seduti nel cassone di un pick-up.
Viaggiavano all’aperto come se fosse la cosa più normale del mondo.
E lì lo era.
Da noi sarebbero arrivati immediatamente codici, sanzioni, statistiche, assicurazioni e un esperto televisivo pronto a spiegare quante maniere differenti esistano per morire durante un tragitto simile.
Probabilmente avrebbe avuto ragione.
La sicurezza conta.
Le regole salvano vite.
Ma esiste un momento nel quale la protezione diventa una gabbia?
Quanto possiamo eliminare il rischio prima di eliminare anche l’esperienza?
Abbiamo caschi, cinture, sensori, avvisi, liberatorie e manuali di istruzioni per oggetti che un tempo avremmo semplicemente toccato cercando di non fare gli idioti.
Eppure siamo terrorizzati.
Loro viaggiavano nel cassone.
Il vento addosso.
Le mani aggrappate ai bordi.
Non voglio dire che fossero più liberi perché potevano rompersi il collo con maggiore facilità.
Sarebbe una conclusione da coglione privilegiato.
Ma in quella scena c’era qualcosa che noi abbiamo perso: la capacità di accettare che vivere comporti inevitabilmente una parte di rischio, polvere, scomodità e imprevedibilità.
Noi vogliamo arrivare integri.
Loro sembravano voler arrivare vivi.
Non è sempre la stessa cosa.
Vicino al mare tornò il vecchio cannone.
Quello che avevo già incontrato nel primo capitolo, arrugginito e inutile sotto le palme.
Questa volta sopra c’era un bambino.
Sedeva sulla guerra e guardava l’orizzonte.
Forse stava giocando a sparare contro navi immaginarie.
Forse era un comandante, un pirata, un soldato o il capitano di una flotta che esisteva soltanto nella sua testa.
Oppure non stava pensando a niente.
Anche questa è una possibilità che noi adulti dimentichiamo continuamente. Vediamo un bambino davanti al mare e vogliamo attribuirgli immediatamente una profondità filosofica.
Magari aveva soltanto caldo.
Ma la fotografia permetteva altro.
Un’arma costruita dagli uomini per distruggere diventava il cavallo di un bambino.
Il metallo, la storia, la violenza e il potere venivano confiscati dalla fantasia.
Gli adulti costruiscono cannoni.
I bambini ci salgono sopra e li trasformano in giocattoli.
Forse dovremmo lasciare il mondo a loro un po’ prima di averlo rovinato completamente.
Tornai nel centro.
Il traffico si era fatto più denso. Automobili, pulmini, motorini e persone si incastravano tra edifici, insegne e cavi elettrici. Il rumore arrivava da ogni direzione e la città, per un momento, sembrava smentire tutta la propria lentezza.
Mi abbassai quasi fino a terra.
Da quel punto di vista, la strada diventava enorme.
Le automobili incombevano, le ruote occupavano l’inquadratura e le persone emergevano tra i mezzi come figure dentro una corrente metallica.
Era una città frenetica.
Ma non possedeva la sterilità della nostra frenesia.
Da noi il traffico è una malattia privata vissuta collettivamente. Ognuno chiuso nella propria automobile, isolato, arrabbiato, pronto a considerare ogni altro essere umano un ostacolo personale.
Lì la confusione sembrava ancora capace di produrre contatto.
Una voce da un finestrino.
Un saluto.
Una mano alzata.
Qualcuno che attraversava dove non avrebbe dovuto e qualcun altro che rallentava senza trasformare il gesto in una crisi esistenziale.
La città poteva correre senza dimenticarsi di essere fatta di persone.
Fotografarla da terra significava rinunciare alla posizione comoda dell’osservatore.
Non guardarla dall’alto.
Lasciarmi quasi calpestare.
Entrare nel flusso e accettare che la fotografia non dovesse mettere ordine, ma restituire quella confusione viva.
La street photography, per me, è sempre stata questo.
Non spiegare la strada.
Farsi attraversare.
Lasciare che il luogo sporchi l’immagine, la renda imperfetta, le metta dentro elementi che non avevi previsto.
La vita non compone secondo le regole.
Non aspetta che lo sfondo sia pulito.
Non chiede se l’esposizione è corretta.
Accade.
E tu devi essere abbastanza presente da accorgertene.
Poi la luce cominciò a cambiare.
La giornata si spostò lentamente verso il mare.
Non arrivò un tramonto definitivo, di quelli che pretendono il silenzio, raccolgono tutti sulla spiaggia e trasformano perfino il più cinico degli esseri umani in un distributore automatico di fotografie verticali.
Non ancora.
Era soltanto la fine del pomeriggio.
Il momento nel quale le ombre si allungano, i colori smettono di gridare e le persone continuano a vivere mentre il giorno perde lentamente consistenza.
Una donna sollevò il telefono verso l’orizzonte.
Fotografava la luce.
Io fotografai lei.
Due persone impegnate a trattenere qualcosa che stava già scomparendo.
Forse è questo il gesto più assurdo e umano della fotografia.
Vediamo una cosa bellissima e, invece di limitarci a guardarla, sentiamo il bisogno di possederne una traccia.
Sappiamo che il sole tornerà.
Che il mare sarà ancora lì.
Che esistono milioni di fotografie quasi identiche.
Ma quella luce è la nostra.
Quel momento sta accadendo davanti ai nostri occhi e vogliamo una prova che possa sopravviverci almeno fino al prossimo cambio di telefono.
Lei fotografava il tramonto.
Io fotografavo il suo bisogno di fotografarlo.
Probabilmente qualcun altro avrebbe potuto fotografare me e costruirci sopra un’altra teoria inutilmente complicata.
Il molo si allungava sull’acqua.
Le persone camminavano, sostavano, guardavano il mare. Alcune erano diventate sagome scure contro una luce che non aveva ancora deciso di morire.
Un’imbarcazione rimaneva al largo.
Piccola.
Abbastanza lontana da sembrare libera da tutto.
Naturalmente non lo era. Avrà avuto una destinazione, un proprietario, un motore da controllare, carburante da pagare e qualche problema che la distanza aveva il buon gusto di nascondere.
Ma da riva era soltanto una forma sopra l’orizzonte.
La possibilità di andare altrove.
Fotografiamo spesso le barche perché fanno sembrare il mondo attraversabile.
Ci ricordano che l’orizzonte non è un muro.
È una linea inventata dai nostri occhi perché il cervello ha bisogno di fingere che le cose immense possano avere una fine.
Sul molo le persone diventavano silhouette.
Una donna.
Un uomo.
Una coppia.
Qualcuno in piedi.
Qualcun altro seduto.
Perdevano i lineamenti e, proprio per questo, potevano diventare chiunque.
Quando un volto scompare, siamo noi a riempirlo.
Attribuiamo alle figure le nostre storie, i nostri amori e le persone che vorremmo ancora avere accanto davanti a una luce simile.
Forse quella coppia era felice.
Forse aveva litigato dieci minuti prima.
Forse uno dei due stava pensando di lasciare l’altro e aveva scelto il tramonto per rimandare il discorso.
La bellezza non risolve niente.
Ma qualche volta concede una tregua.
Poco distante, una persona si muoveva sull’acqua sopra una tavola.
Una pagaia.
Un corpo.
Il mare.
Procedeva lentamente, sospesa tra il riflesso e il cielo. Ogni colpo spostava appena la figura, senza disturbare davvero l’immensità intorno.
Non stava conquistando l’orizzonte.
Lo attraversava per qualche metro.
Mi sembrò una differenza importante.
Noi siamo ossessionati dalla conquista.
Dobbiamo raggiungere, superare, ottenere, dimostrare.
Perfino durante una passeggiata vogliamo sapere quanti passi abbiamo fatto e quante calorie abbiamo bruciato, come se un’esperienza non registrata da un dispositivo rischiasse di non essere mai esistita.
Quella figura pagaiava.
Un gesto.
Poi un altro.
Senza rumore.
Senza applausi.
Avanzava abbastanza da non restare ferma e abbastanza lentamente da non perdere il paesaggio.
Le piante sulla riva erano diventate nere contro il cielo.
Rami e foglie formavano profili intricati, quasi immobili. Anche loro partecipavano alla conclusione della giornata senza fare nulla per meritarla.
Crescevano.
Aspettavano.
Lasciavano passare la luce.
Dal pittore alle piante, dall’uomo che arrotolava sigari alle persone sul molo, tutto sembrava seguire la stessa regola.
Fare ciò che si deve.
Ma senza permettere al gesto di divorare il momento.
Il giorno non finiva.
Cambiava esposizione.
La città, il mare, i bambini, le automobili scassate e le persone sedute sui marciapiedi non sparivano quando la luce diminuiva.
Diventavano forme.
Voci.
Presenze.
Higüey mi aveva mostrato una vita che non aveva bisogno di essere resa turistica per diventare interessante.
Una città non costruita per servirci.
Persone che lavoravano, certo, ma che sembravano ancora capaci di sedersi, parlare, aspettare e lasciare un negozio chiuso senza credere di aver tradito il proprio destino.
Automobili prive di pezzi ma non di utilità.
Artigiani che davano forma al tempo.
Un pittore che creava perché aveva qualcosa da far uscire.
Bambini che correvano dentro una città non ancora trasformata in una serie di divieti.
Uomini e donne che occupavano la strada come se appartenesse anche a loro.
Perché apparteneva anche a loro.
Forse avevo romanticizzato tutto.
È possibile.
Il viaggiatore vede una sedia sul marciapiede e parla di libertà. Chi ci è seduto potrebbe desiderare semplicemente una casa più comoda.
Vede un’automobile distrutta e costruisce una teoria contro il consumismo. Chi la guida potrebbe sognare da anni un’auto nuova.
Vede un negozio chiuso e immagina una ribellione contro la produttività. Il proprietario potrebbe essere a letto con la febbre o non avere abbastanza denaro per comprare la merce.
Le fotografie non spiegano.
Suggeriscono.
E noi le riempiamo con ciò che ci manca.
A me mancava una vita meno controllata.
Una giornata che potesse perdere tempo senza essere considerata sprecata.
La possibilità di creare qualcosa senza domandarmi immediatamente se fosse utile, vendibile o conveniente.
Mancava una sedia da collocare nel mezzo della mia stessa frenesia.
Sedermi.
Guardare passare tutto.
E capire che non ero obbligato a inseguirlo.
Quando la luce diminuì, sul molo rimanevano ancora persone.
L’imbarcazione era sempre all’orizzonte.
Qualcuno pagaiava.
Qualcuno fotografava.
Qualcun altro non faceva niente di particolare, che forse era l’attività più importante di tutte.
Il capitolo non terminò con il tramonto.
Terminò poco prima.
Nel momento in cui il giorno aveva ancora vita addosso ma non sentiva più il bisogno di dimostrarlo.
Le figure diventarono nere.
Il cielo conservò gli ultimi colori.
Il mare continuò a muoversi.
E Higüey, lontana dalle cartoline e dagli occidentali convinti che ogni paradiso debba essere al loro servizio, rimase ciò che era sempre stata.
Una città piena di persone impegnate a vivere.
Non perfettamente.
Non comodamente.
Non secondo le nostre regole.
Ma con quella meravigliosa, irriducibile capacità di mandare a fanculo la fretta prima che la fretta si prendesse tutto il resto.