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Il Paradiso resta Quando ce ne Andiamo – Republica Dominicana Capitolo 4

Il Paradiso resta Quando ce ne Andiamo – Republica Dominicana Capitolo 4


Repubblica Dominicana, capitolo IV — Montaña Redonda, Playa Limón e l’ultimo orizzonte

Ci sono viaggi che finiscono in aeroporto.

Con una valigia troppo piena, i vestiti che odorano di umidità, il portafoglio alleggerito e quella depressione da gate d’imbarco che nemmeno un caffè pagato sei euro riesce a rendere più dignitosa.

Questo viaggio cominciò a finire sopra una montagna.

Ma prima della montagna c’era un passero.

Piccolo, appoggiato sopra una superficie chiara, con le piume spettinate e l’espressione seria di chi non ha tempo da perdere con le crisi esistenziali di un fotografo italiano.

Se ne stava lì.

Non faceva niente di memorabile.

Non volava contro un tramonto, non stringeva nel becco un simbolo universale di libertà e non sembrava minimamente interessato a diventare la metafora d’apertura dell’ultimo capitolo.

Naturalmente lo diventò lo stesso.

È questo il problema degli scrittori e dei fotografi: lasciateci soli abbastanza a lungo davanti a un passero e finiremo per attribuirgli un’infanzia difficile, una dipendenza dall’alcol e un’opinione piuttosto articolata sul fallimento dell’Occidente.

Lui, probabilmente, cercava soltanto qualcosa da mangiare.

Io cercavo un modo per salutare un paese che non avevo ancora compreso e che, proprio per questo, mi era entrato dentro.

Subito dopo il paesaggio si aprì.

Montaña Redonda.

Dall’alto, la terra sembrava non finire più. Colline verdi, campi, strade sottili, piccoli insediamenti, lagune e infine il mare, steso all’orizzonte come una promessa che non aveva bisogno di essere mantenuta.

Il cielo era attraversato da nuvole enormi.

La luce cadeva a pezzi sulla vegetazione, accendendo alcune zone e lasciandone altre nell’ombra. Il paesaggio cambiava mentre lo guardavo, come se la montagna respirasse sotto il passaggio del sole.

Da lassù tutto sembrava tranquillo.

Non perfetto.

Tranquillo.

Sono due cose differenti.

La perfezione è una nevrosi umana. Richiede ordine, controllo, simmetria e una quantità estenuante di manutenzione. La tranquillità, invece, accetta che una nuvola possa rovinare la luce, che l’erba cresca dove vuole e che l’orizzonte non si preoccupi di risultare perfettamente dritto.

La natura non aveva preparato la scena per me.

Non aveva pulito lo sfondo.

Non aveva spostato le montagne per migliorare la composizione.

Era lì da prima del mio arrivo e, con ragionevole certezza, sarebbe rimasta dopo che ogni mia fotografia fosse stata dimenticata dentro qualche vecchio disco rigido.

Dall’alto riuscivo a vedere una parte enorme di quel mondo.

Eppure ne capivo ancora pochissimo.

Forse è questa l’umiliazione più bella dei paesaggi immensi: ti permettono di guardare lontano e, nello stesso momento, ti ricordano quanto sia corta la tua comprensione.

Crediamo che vedere dall’alto significhi capire meglio.

I dirigenti osservano grafici.

I generali studiano mappe.

Gli uomini ricchi comprano attici.

Dall’alto tutto sembra più ordinato, riducibile, controllabile.

Ma una valle non è soltanto una valle.

Contiene persone che si svegliano, lavorano, litigano, fanno figli, perdono qualcuno, ridono per stronzate e cercano di arrivare alla sera con abbastanza energia da ricominciare il giorno dopo.

Da lassù le case erano punti.

Le strade linee.

Le vite invisibili.

La fotografia panoramica poteva mostrare la bellezza della terra, ma non il peso di chi la abitava.

Per quello dovevo tornare vicino.

Tra l’erba apparve un’iguana.

Grossa, rugosa, appoggiata al terreno con la sicurezza di un vecchio proprietario che abbia visto passare troppi visitatori per preoccuparsi ancora di salutare.

Aveva gli occhi socchiusi e una faccia vagamente disgustata.

La stessa espressione che possiede un barista alle tre del mattino quando entra l’ultimo gruppo di ragazzi convinti che ordinare dodici mojito rappresenti un atto di ribellione.

L’iguana non sembrava impressionata dal panorama.

Non si voltava verso il mare.

Non contemplava l’infinito.

Viveva lì.

Quando la bellezza diventa quotidiana, smette di presentarsi.

Forse guardava quelle montagne da tutta la vita senza aver mai pensato una sola volta: che vista meravigliosa.

E aveva ragione.

Siamo noi visitatori a stupirci perché sappiamo che dovremo andarcene.

La meraviglia nasce anche dalla scadenza.

Accanto ai sentieri, sotto gli alberi, cominciarono ad apparire le persone.

Una bambina mi osservava da una certa distanza.

Portava le mani vicino al viso, come se volesse proteggersi dietro le proprie dita senza rinunciare alla curiosità. Il corpo sembrava trattenuto, ma gli occhi continuavano a venire verso di me.

Non saprei dire se fosse timida.

Le fotografie non sanno leggere la mente e chi sostiene il contrario probabilmente vende corsi online.

Ma nel suo gesto vidi quella tensione che conoscono tutti i bambini davanti a qualcosa di nuovo: il desiderio di avvicinarsi e la necessità di conservare una via di fuga.

Mi guardava.

Guardava la macchina fotografica.

Forse cercava di capire perché uno sconosciuto trovasse interessante ciò che per lei costituiva semplicemente il luogo in cui era nata.

Io vedevo una bambina immersa nella natura dominicana.

Lei vedeva un uomo alto, calvo e armato di un oggetto nero puntato nella sua direzione.

A pensarci bene, la diffidenza era perfettamente ragionevole.

Non le chiesi di sorridere.

Quell’insopportabile presunta sapienza con la quale noi occidentali fotografiamo un bambino scalzo e ci convinciamo immediatamente che, nonostante non possieda nulla, sia molto più felice di noi.

Magari lo è.

Magari no.

Magari vorrebbe un paio di scarpe nuove, un telefono e tutte quelle cose dalle quali noi, dopo averle comprate, sogniamo di liberarci durante un ritiro spirituale.

Il suo volto non doveva insegnarmi niente.

Poteva semplicemente esistere.

Ed era già abbastanza.

Poco più avanti, un uomo emergeva tra le foglie.

I rami gli attraversavano il corpo e la luce filtrava sul viso. Teneva tra le mani uno dei frutti cresciuti in quel terreno e sorrideva con un’apertura che non sembrava preparata per i turisti.

Non era il sorriso professionale del personale di un resort.

Quello programmato, resistente, capace di sopravvivere perfino a una famiglia che si lamenta perché il mare contiene troppa sabbia.

Era un sorriso che gli prendeva tutta la faccia.

Sembrava divertirsi della mia curiosità, del modo in cui cercavo un’inquadratura tra i rami o forse semplicemente del fatto che quel giorno, per qualche motivo, fosse una buona giornata.

Le foglie quasi lo nascondevano.

Eppure la sua presenza illuminava l’immagine più del sole.

Ci sono persone che entrano in una fotografia senza occupare spazio.

Basta il modo in cui guardano.

Il modo in cui sembrano concederti, per pochi secondi, il permesso di essere lì.

Quell’uomo non mi stava consegnando la propria storia. Non conoscevo le sue difficoltà, il denaro che guadagnava, le persone alle quali tornava la sera o le preoccupazioni che lo tenevano sveglio.

Mi offriva un istante.

Io potevo soltanto accettarlo senza pretendere di possederne il resto.

Un altro uomo si trovava più indietro, lungo un sentiero stretto tra piante, tronchi e ombra.

Era più anziano.

Stava in piedi con la calma di chi conosceva ogni metro di quel terreno. Il suo volto non aveva l’entusiasmo esplosivo dell’altro. Portava qualcosa di più contenuto: forse stanchezza, forse prudenza, forse la semplice dignità di chi non sente il bisogno di compiacere uno sconosciuto.

Mi guardava in modo diretto.

Nessuna ostilità.

Nessuna riverenza.

Soltanto la consapevolezza della propria presenza.

Era il genere di volto sul quale il tempo non passa in silenzio.

Lascia segni.

Scava intorno agli occhi.

Indurisce alcune espressioni e ne addolcisce altre.

Noi spendiamo quantità grottesche di denaro per cancellare dal corpo la prova di essere vissuti. Creme, iniezioni, filtri e facce talmente levigate da sembrare il risultato di un errore nella postproduzione.

Quell’uomo portava gli anni senza chiedere scusa.

La sua pelle raccontava il sole, il lavoro, la terra e tutte quelle giornate che non sarebbero mai entrate nelle mie fotografie.

Non sorrideva apertamente.

E non doveva farlo.

A volte la serenità non ha niente a che vedere con il sorriso.

È il modo in cui una persona rimane ferma dentro sé stessa.

Le piante intorno continuavano a crescere.

Foglie attraversate dalla luce, piccoli frutti ancora verdi, semi raccolti, superfici ruvide e strumenti consumati dall’uso.

La natura non si presentava come paesaggio.

Diventava materia.

Qualcosa che poteva essere raccolto, lavorato, essiccato, trasformato dalle mani.

Dentro un piccolo spazio una donna era concentrata sul proprio lavoro.

Il capo coperto, lo sguardo abbassato, le mani impegnate sopra il tavolo. Intorno a lei c’erano recipienti, strumenti, polveri e oggetti che sembravano aver conosciuto centinaia di gesti simili.

Non lavorava per mettere in scena una tradizione.

Quello era un sapere.

Una memoria passata attraverso le mani.

Prendere ciò che cresce.

Aprirlo.

Pulirlo.

Ridurne alcune parti.

Mescolarne altre.

Aspettare.

Ripetere.

Molti prodotti arrivano nelle nostre case già privati della propria storia. Confezioni pulite, loghi rassicuranti, ingredienti stampati in caratteri abbastanza piccoli da scoraggiare qualunque curiosità.

Non vediamo il terreno.

Non vediamo le mani.

Non vediamo chi raccoglie, trasporta, seleziona e trasforma.

Paghiamo alla cassa e crediamo che le cose nascano sugli scaffali.

Lì ogni seme aveva ancora una provenienza.

Ogni oggetto possedeva il tempo necessario a costruirlo.

La donna lavorava con una concentrazione quasi intima. Non sembrava interessata a dimostrare abilità. Sapeva ciò che stava facendo e questo le bastava.

Fotografai le sue mani.

Le mani raccontano spesso più dei volti.

Il volto sa mentire.

Può sorridere per educazione, nascondere la stanchezza, controllarsi davanti a un obiettivo.

Le mani no.

Le mani conservano calli, tagli, abitudini e il modo preciso in cui una persona ha imparato a toccare il mondo.

Vicino a lei c’erano semi, frammenti, strumenti rudimentali e recipienti segnati.

Niente sembrava nuovo.

Tutto sembrava utile.

Gli oggetti avevano superato quella breve fase della vita nella quale devono apparire belli ed erano entrati in quella più nobile, durante la quale servono davvero a qualcosa.

In Occidente arrediamo cucine enormi per ordinare la cena da un’applicazione.

Compriamo coltelli professionali per tagliare una mozzarella e macchine da caffè capaci di comunicare con il telefono, nel caso fosse diventato troppo faticoso premere un pulsante restando nella stessa stanza.

Lì bastavano strumenti semplici e qualcuno che sapesse usarli.

La tecnologia più importante era ancora la conoscenza.

Un’altra bambina sedeva sopra una piccola sedia rosa.

Era assorta in ciò che teneva tra le mani, lo sguardo abbassato e i piedi appoggiati alla terra. Intorno, il mondo adulto continuava con i propri lavori, le conversazioni e le necessità.

Lei aveva altro da fare.

I bambini possiedono una capacità di concentrazione che perdiamo crescendo. Possono dedicare tutta la propria esistenza a un oggetto insignificante per cinque minuti e poi abbandonarlo senza rimorsi.

Noi adulti facciamo l’opposto.

Dedichiamo vent’anni a qualcosa che odiamo e poi continuiamo perché ormai abbiamo dedicato vent’anni.

Quella bambina era completamente dentro il proprio momento.

Non cercava approvazione.

Non sapeva di rappresentare qualcosa.

Non era infanzia, povertà, futuro o speranza.

Era una bambina seduta sopra una sedia rosa.

Ed era bellissima proprio perché non aveva alcuna intenzione di esserlo.

Poco distante incontrai due bambini più grandi.

Mi guardavano entrambi.

Il più piccolo aveva il torso scoperto e segni tracciati sulla pelle, una specie di armatura disegnata, il costume improvvisato di un eroe che non aveva bisogno di aspettare carnevale.

L’altro portava una maglietta blu e un’espressione più cauta.

Stavano vicini, ma non nello stesso modo.

Il più piccolo sembrava affrontare l’obiettivo frontalmente, con quella serietà assoluta che possiedono i bambini quando stanno giocando a essere adulti.

Il maggiore rimaneva appena arretrato, come se volesse capire prima di concedermi fiducia.

Forse erano amici.

Forse fratelli.

 

Forse avevano litigato pochi minuti prima e sarebbero tornati a farlo subito dopo.

Nella fotografia, però, formavano una piccola alleanza.

Due corpi sotto gli alberi.

Due sguardi differenti rivolti verso lo stesso sconosciuto.

Non sorridevano.

La loro curiosità aveva qualcosa di severo.

Mi ricordava che essere fotografati non significa necessariamente essere contenti di esserlo. La macchina fotografica crea una relazione sbilanciata: io scelgo quando scattare, loro decidono soltanto che cosa lasciarmi vedere.

Quei bambini mi lasciarono il dubbio.

Ed era molto più interessante di un sorriso.

Continuando verso la cima, il paesaggio tornò ad allargarsi.

Una fila di fiori rossi separava il prato dalla valle. Le montagne si accavallavano in lontananza e le nuvole trascinavano le proprie ombre sopra i campi.

Una palma si piegava verso la vista.

Alcune mucche riposavano sotto un albero, completamente indifferenti a uno dei panorami più impressionanti dell’intero viaggio.

Anche loro possedevano la saggezza dell’iguana.

Nessun bisogno di emozionarsi davanti a casa.

Masticavano.

Aspettavano.

Ogni tanto si spostavano di qualche metro.

Il tipo di esistenza che un imprenditore motivazionale definirebbe priva di obiettivi e che, dopo abbastanza anni di terapia, molti di noi finirebbero per considerare illuminata.

Ai margini di una strada passavano dei ragazzi.

La vita quotidiana continuava persino dentro un paesaggio che io osservavo come se fosse sacro. Per loro quelle montagne non costituivano una destinazione. Erano lo sfondo di uno spostamento, di una commissione, di un ritorno a casa.

È sempre così.

Qualcuno attraversa il luogo nel quale voi avete atteso tutta la vita di arrivare e sta pensando soltanto a che cosa mangerà per cena.

La bellezza non sospende le necessità.

Convive con loro.

Sulla cima c’era un’altalena.

Due corde, una seduta e dietro il vuoto.

Era stata costruita per i visitatori, naturalmente. Per offrire l’impressione di volare sopra la valle e produrre fotografie abbastanza spettacolari da giustificare il viaggio.

In quel momento, però, era vuota.

Nessuna ragazza col vestito svolazzante.

Nessun uomo impegnato a dimostrare il proprio coraggio.

Nessun sorriso congelato per l’eternità di una storia destinata a scomparire dopo ventiquattro ore.

Solo l’altalena e il paesaggio.

Vuota sembrava più sincera.

Ogni altalena è un dispositivo assurdo.

Ti permette di andare avanti e indietro senza portarti davvero da nessuna parte. Ti regala il vento, la vertigine e l’illusione del volo, poi ti restituisce esattamente al punto dal quale eri partito.

Una rappresentazione abbastanza accurata di molte relazioni e di buona parte delle nostre ambizioni.

Forse anche viaggiare è così.

Parti per allontanarti dalla persona che eri.

Attraversi oceani.

Accumuli immagini, incontri e storie.

Poi torni nello stesso posto.

Ma non sei più seduto nello stesso modo.

Da Montaña Redonda una freccia indicava Playa Limón.

I cartelli hanno sempre questa presunzione: credono che basti indicare una direzione perché qualcuno sappia dove sta andando.

Io seguii quella verso il mare.

Un mezzo rosso attraversava la terra scura, piccolo dentro l’enormità del paesaggio. Scendeva dalla montagna portando con sé persone, polvere e la certezza pratica che, dopo ogni contemplazione, qualcuno debba comunque occuparsi del tragitto.

La spiritualità è meravigliosa finché non arriva il momento di rientrare.

A quel punto servono un motore, una strada e qualcuno che sappia guidare.

Playa Limón comparve dietro una foresta di palme.

Non si annunciò con un ingresso monumentale.

Nessuna hall.

Nessun cancello.

Nessun addetto pronto a stringermi un braccialetto intorno al polso e spiegarmi quali parti del paradiso fossero comprese nel prezzo.

C’erano alberi inclinati verso l’acqua, sabbia segnata, radici, tronchi caduti e onde che arrivavano con una forza molto diversa dalla docilità turistica di Dominicus.

Il mare non sembrava addomesticato.

Non aveva assunto personale per compiacermi.

Era bellissimo e se ne fregava.

Una bellezza meno rassicurante.

Più sporca.

Più vera.

Le palme crescevano quasi dentro l’acqua. Alcune resistevano inclinate, con le radici esposte e il tronco piegato dal vento. Altre erano già cadute, lasciate sulla sabbia come vecchi corpi che nessuno aveva avuto fretta di rimuovere.

In una spiaggia da resort sarebbero state eliminate.

Disturbavano la vista.

Rendevano difficile disporre i lettini in file ordinate.

Potevano ricordare agli ospiti che persino in paradiso le cose cedono, invecchiano e muoiono.

A Playa Limón rimanevano lì.

La natura non nascondeva le proprie rovine.

Le incorporava.

Una palma morta diventava seduta, ombra, rifugio o semplice linea dentro il paesaggio. Non perdeva valore soltanto perché aveva smesso di stare in piedi.

Forse vale anche per noi.

Forse non diventiamo inutili quando la vita ci spezza nella forma che avevamo.

Cambiamo il modo in cui occupiamo il mondo.

Un vecchio camion rosso era parcheggiato tra le palme.

Sembrava arrivato lì dopo una guerra minore, sopravvissuto a strade impossibili, riparazioni creative e decisioni meccaniche sulle quali sarebbe stato meglio non fare troppe domande.

Non stonava.

Apparteneva alla spiaggia quanto gli alberi.

Non perché fosse naturale, ma perché era necessario.

Portava persone, materiali, animali o qualunque altra cosa servisse a far funzionare la vita lontano dai circuiti comodi del turismo.

Noi raggiungiamo il paradiso con navette climatizzate.

Loro ci arrivano con mezzi che hanno imparato a non arrendersi.

La spiaggia era quasi vuota di turisti.

Ma non era vuota.

La attraversavano persone locali.

Qualcuno camminava lungo la riva.

Qualcun altro procedeva sopra un motorino, con le ruote che affondavano appena nella sabbia bagnata e le onde a pochi metri.

La spiaggia non era uno spazio consacrato all’ozio.

Era una strada.

Un luogo di passaggio.

Un punto nel quale lavorare, aspettare, vendere e incontrare qualcuno.

Noi arriviamo davanti al mare e pretendiamo che ogni attività si interrompa per rispettare la nostra idea di pace.

Loro continuavano a vivere.

E quella vita rendeva il luogo più bello di qualunque spiaggia immacolata.

Un uomo percorreva la sabbia in motocicletta.

Cappello rosso, vestiti semplici, il corpo inclinato appena in avanti. Dietro di lui il mare si rompeva in onde bianche.

Sembrava assurdo e perfettamente normale nello stesso momento.

Un’altra persona passò poco dopo, ancora sopra due ruote, seguendo la linea dell’acqua.

Non stavano compiendo un’esperienza avventurosa acquistata da un catalogo.

Dovevano andare da qualche parte.

Il paradiso, quando ci abiti, contiene anche commissioni.

Una donna si appoggiava a una struttura verde vicino alla riva.

Il mare sfocato alle sue spalle.

Le braccia raccolte.

Il volto rivolto leggermente di lato.

La sua espressione conteneva qualcosa di difficile da nominare.

Non tristezza.

Non felicità.

Forse stanchezza.

Forse quella pace ruvida che arriva quando hai lavorato abbastanza da non dover più dimostrare niente per il resto della giornata.

Gli occhi sembravano seguire un pensiero lontano.

Magari aspettava qualcuno.

Magari ascoltava una conversazione.

Magari si era fermata per riposare la schiena e non stava elaborando alcuna profonda teoria sull’esistenza.

Ma nelle fotografie i pensieri che non conosciamo diventano stanze aperte.

Entriamo.

Arrediamo.

Lasciamo dentro qualcosa di nostro.

Io, sul suo volto, vidi una donna abituata a quel mare.

Non impressionata.

Non indifferente.

In confidenza.

Come si sta accanto a una persona amata da molti anni: non hai più bisogno di guardarla continuamente per sapere che c’è.

Poco distante, un uomo si trovava sopra una piattaforma di legno costruita tra le palme.

Appoggiava il viso a una mano e guardava verso il basso.

Avrebbe potuto essere il custode di una torre costruita per sorvegliare il nulla.

Il suo volto oscillava tra la noia e l’ironia, tra la pazienza e quella forma di rassegnazione che possiede chi sa che il pomeriggio sarà lungo ma non necessariamente spiacevole.

Dietro di lui c’erano cielo e mare.

Sotto, la sabbia.

Eppure sembrava più interessato a ciò che stava accadendo dentro la propria testa.

Mi piacque.

Aveva davanti un paesaggio per il quale altri avrebbero pagato migliaia di euro e conservava il sacrosanto diritto di annoiarsi.

La bellezza non ci obbliga alla felicità.

È una delle verità meno fotogeniche del mondo.

Puoi vivere davanti ai Caraibi ed essere stanco.

Puoi abitare in una città grigia e innamorarti durante una mattina di pioggia.

I luoghi influenzano ciò che proviamo, ma non possiedono il telecomando della nostra anima.

Quell’uomo non doveva sorridere soltanto perché dietro di lui c’era il mare.

Poteva essere annoiato, preoccupato o semplicemente perso nei cazzi propri.

Anche questo significava appartenere al luogo.

Un altro uomo camminava portando sopra la testa una pila di cappelli.

Uno sopra l’altro.

Un piccolo negozio verticale trasportato attraverso la spiaggia.

Con una mano toccava il lato del viso. Lo sguardo era basso, concentrato, forse affaticato. Il peso dei cappelli non sembrava enorme, ma la giornata probabilmente lo era stata.

Il mare alle sue spalle avrebbe potuto rendere la scena allegra.

Non lo faceva.

 

Quell’uomo non era un dettaglio folkloristico messo lì per completare la mia fotografia caraibica.

Stava lavorando.

Camminava sotto il sole sperando che qualcuno comprasse ciò che trasportava.

Forse aveva una famiglia.

Forse una cifra minima da raggiungere.

Forse avrebbe venduto abbastanza.

Forse no.

Noi guardiamo un cappello e pensiamo a una vacanza.

Lui probabilmente guardava lo stesso cappello e vedeva il pranzo, una bolletta o il denaro necessario ad arrivare al giorno successivo.

Lo stesso oggetto.

Due mondi completamente diversi.

Il suo volto non chiedeva pietà.

Mostrava concentrazione.

Una dignità silenziosa, priva della retorica che spesso appiccichiamo addosso a chi lavora in condizioni più dure delle nostre.

Non era un eroe.

Non era una vittima.

Era un uomo che portava il proprio commercio sopra la testa e avanzava lungo una spiaggia che per me rappresentava la libertà e per lui, forse, soltanto un altro giorno di lavoro.

I cavalli aspettavano sotto le palme.

Alcuni legati.

Altri raccolti uno vicino all’altro.

Le selle, le corde e i finimenti raccontavano che anche loro facevano parte delle attività del luogo. Portavano persone lungo la spiaggia, attraversavano sentieri e restavano immobili nelle ore tra un tragitto e l’altro.

Uno di loro mi guardò da vicino.

L’occhio scuro, il pelo attraversato dalla luce, la corda tesa sul muso.

Nei suoi occhi vidi una pazienza antica.

Probabilmente sto esagerando.

Era un cavallo.

Ma alcuni animali possiedono uno sguardo capace di far sembrare infantile tutta la nostra agitazione.

Aspettava.

Non sapeva quando sarebbe ripartito.

Non controllava l’orologio.

Non si lamentava del turno.

Restava dentro il proprio corpo, nel calore, tra gli insetti e il rumore delle onde.

Un altro animale teneva le orecchie sollevate, attento a qualcosa fuori dall’inquadratura. Dietro di lui gli altri formavano una fila disordinata di criniere, selle e polvere.

Non erano cavalli romantici lanciati al galoppo sul bagnasciuga.

Erano animali da lavoro.

Stanchi, belli, presenti.

La bellezza vera raramente è separata dalla fatica.

Siamo noi a tagliare via tutto ciò che disturba la fantasia.

Fotografiamo il cavallo e nascondiamo la corda.

Fotografiamo il mare e nascondiamo chi vende.

Fotografiamo il resort e nascondiamo chi pulisce le stanze.

Fotografiamo il paradiso e ci assicuriamo che nessuno possa vedere il turno di lavoro necessario a mantenerlo tale.

A Playa Limón non avevo bisogno di nascondere niente.

La spiaggia era bella proprio perché conteneva tutto.

Il camion.

I motorini.

Le persone.

I cappelli.

I cavalli.

Gli alberi caduti.

Le onde troppo forti.

La sabbia non rastrellata.

La vita che passava senza domandarsi se stesse rovinando l’inquadratura.

Continuai a camminare fino a quando le persone cominciarono a diradarsi.

Rimasero le palme.

Una di loro cresceva sola verso l’acqua, inclinata come se avesse trascorso l’intera esistenza a cercare di ascoltare meglio il mare.

Più avanti, la costa si perdeva in una successione di alberi e ombre.

Le onde salivano sulla sabbia e si ritiravano, cancellando impronte, tracce di pneumatici e tutto ciò che avevamo tentato di lasciare.

Il mare non conserva prove.

Forse è per questo che continuiamo a fotografarlo.

Vogliamo salvare qualcosa che, per propria natura, non trattiene niente.

L’ultima immagine guardava la spiaggia attraverso una cornice scura di vegetazione.

Non ero più completamente dentro il paesaggio.

Sembravo già osservarlo da fuori.

Come quando, prima di lasciare una stanza importante, ti volti un’ultima volta verso la porta sapendo che la persona che sei stata lì dentro non verrà via con te nello stesso modo.

Le palme occupavano la riva.

Il mare continuava.

Nessuno stava salutando.

I luoghi non lo fanno.

Non hanno bisogno di chiudere bene le storie.

Siamo noi a pretendere finali, spiegazioni e ultime frasi capaci di dare un senso a tutto ciò che è accaduto.

La Repubblica Dominicana non mi consegnò una morale.

Non mi disse come vivere.

Non risolse la mia confusione e non trasformò improvvisamente la mia esistenza in un piano coerente.

Mi lasciò qualcosa di meno ordinato e molto più utile.

Un’inquietudine.

La sensazione che il mondo potesse essere abitato in modi differenti da quello che conoscevo.

Che il lavoro potesse occupare le mani senza possedere tutta l’anima.

Che una strada potesse diventare un salotto.

Che un uomo potesse annoiarsi davanti al mare senza essere ingrato.

Che una bambina non dovesse sorridere per meritare una fotografia.

Che un oggetto potesse essere vecchio, rotto e ancora perfettamente capace di servire.

Che l’arte potesse nascere sul bordo di una strada senza chiedere il permesso al mercato.

E che una vita non dovesse necessariamente produrre qualcosa in ogni momento per essere considerata degna.

Quattro capitoli non bastano a raccontare un paese.

Forse non bastano nemmeno quattro vite.

Io avevo attraversato soltanto alcuni luoghi, incontrato pochi volti e raccolto frammenti di giornate che continuavano ben oltre i bordi delle mie fotografie.

Non conoscevo il seguito.

Non sapevo che cosa fosse accaduto ai bambini, agli artigiani, alla donna vicino al mare, all’uomo con i cappelli o a quello appoggiato sopra la piattaforma.

Non sapevo quanti cavalli avessero percorso quella spiaggia il giorno successivo.

Non sapevo se il vecchio barista avesse ancora alzato gli occhi verso l’orizzonte.

Non sapevo se il proprietario del negozio chiuso fosse tornato a lavorare o avesse deciso di mandare nuovamente tutti al diavolo e trascorrere un’altra giornata altrove.

Avevo soltanto le immagini.

Il granchio nelle mani dei bambini.

La mia ombra sull’asfalto.

Il faro.

Il barista e l’airone.

Le automobili scassate.

Il pittore.

Le candele.

L’uomo che arrotolava sigari.

Il bambino seduto sopra un cannone.

La montagna.

Gli occhi delle persone incontrate tra gli alberi.

I cappelli impilati sopra una testa.

I cavalli.

Le palme inclinate.

Il mare.

Pensavo di essere partito per fotografare un luogo.

In realtà avevo fotografato tutto ciò che, in quel momento della mia vita, avevo bisogno di ritrovare.

La lentezza.

La presenza.

L’imperfezione.

Il diritto di non essere sempre utile.

La possibilità di vivere senza trasformare ogni esperienza in una cazzo di prestazione.

Forse avevo visto soltanto ciò che volevo vedere.

Ma è questo che facciamo tutti.

Attraversiamo il mondo cercando prove delle domande che ci portiamo dentro.

Io avevo trovato le mie nei volti di persone che non conoscevano il mio nome.

Negli occhi di una bambina incerta se avvicinarsi.

Nel sorriso di un uomo tra le foglie.

Nella fermezza di un anziano sopra un sentiero.

Nella concentrazione di una donna al lavoro.

Nella stanchezza silenziosa di chi attraversava la spiaggia vendendo cappelli.

Nella pazienza degli animali.

E in quell’orizzonte che continuava a mostrarmi quanto fosse vasto il mondo e quanto poco, in fondo, servisse per sentirsi parte di esso.

Alla fine me ne andai.

Naturalmente.

I viaggiatori fanno sempre così.

Arrivano, osservano, attribuiscono significati enormi alla vita quotidiana degli altri e poi ripartono prima che quel luogo abbia il tempo di diventare normale.

Portai via le fotografie.

Loro rimasero con tutto il resto.

Con il sole.

Il lavoro.

Le strade.

La montagna.

I bambini.

I cavalli.

Le giornate facili e quelle di merda.

Io avevo avuto il privilegio di trasformare alcuni istanti in memoria.

Loro avrebbero continuato a trasformare quel luogo in vita.

Mentre mi allontanavo, il mare non cambiò ritmo.

Le palme continuarono a piegarsi.

Da qualche parte qualcuno si sedette, qualcuno lavorò, qualcuno vendette qualcosa e qualcun altro decise che per quel giorno poteva bastare.

Nessuno aveva bisogno che io fossi ancora lì.

Ed era giusto così.

Il viaggio finì.

Il paradiso, fortunatamente, no.

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