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Quello che resta di un giorno improvvisato

Quello che resta di un giorno improvvisato

Quante volte sei partito senza sapere davvero dove stessi andando? E quante volte una giornata qualunque, nata quasi per caso, ti ha lasciato addosso qualcosa che hai capito soltanto anni dopo? Questa è la storia di un viaggio durato poche ore, di una macchina fotografica ancora tutta da capire e di un mondo che, improvvisamente, sembrava molto più grande.


Il viaggio non iniziò con una mappa. Iniziò con una proposta arrivata tardi e con il mio sì, sparato prima che il buon senso riuscisse a infilarsi i pantaloni.

Nizza. Una giornata. Nessun programma, nessuna lista dei luoghi da vedere, nessuna di quelle tabelle da psicopatici nelle quali perfino lo stupore deve presentarsi puntuale alle quindici e trenta. Ero poco più che un ragazzino, avevo cominciato a fotografare da poco e tenevo la macchina fotografica come si tiene una chiave trovata per strada: senza sapere esattamente quale porta potesse aprire, ma con la sensazione che sarebbe stato un peccato lasciarla lì.

Queste fotografie non raccontano tutta Nizza. Sarebbe una pretesa ridicola. Raccontano quello che riuscì a vedere il mio sguardo di allora: un musicista seduto sul marciapiede, qualche artista di strada, persone davanti al mare, una vela, la schiuma tra i sassi, una zingara attraversata dalla luce e infine la città accesa nella notte.

Poche immagini, sporadiche, forse acerbe. Ma sono le impronte lasciate sulla prima porta che il viaggio mi aprì davanti.

E dietro quella porta, per mia fortuna, c’era il resto del mondo.


Non ricordo chi ebbe l’idea.

Ricordo soltanto che a un certo punto qualcuno disse Nizza e io risposi sì con la lucidità di un uomo che accetta un altro bicchiere alle quattro del mattino. Nessuna pianificazione, nessuna ricerca, nessun programma. Non sapevo cosa ci fosse da vedere, dove bisognasse andare o quali fossero le fotografie obbligatorie da portare a casa per dimostrare agli altri di esserci stato davvero.

Una discreta incompetenza turistica, insomma.

Col senno di poi, probabilmente la condizione perfetta.

Era molti anni fa. Avevo cominciato a fotografare da non molto e trattavo la macchina fotografica come un oggetto quasi magico. Non la conoscevo davvero. La studiavo, la provavo, litigavo con lei. A volte faceva quello che volevo io, più spesso faceva il cazzo che voleva lei e io, non capendo la differenza, mi prendevo comunque il merito.

Ero poco più di un ragazzino. Non avevo ancora sviluppato quella malattia professionale che porta un fotografo a controllare la posizione del sole, il meteo, le ottiche, le batterie, le mappe, gli orari e probabilmente anche l’inclinazione dell’asse terrestre prima di uscire dalla stanza.

Avevo una macchina fotografica.

Avevo una giornata.

Avevo davanti una città che non conoscevo.

Era sufficiente.

Nizza si presentò senza alcuna modestia. Facciate chiare, palme, cielo azzurro e quella luce della Costa Azzurra che sembra essere stata assunta da un’agenzia pubblicitaria per far sentire tutti leggermente più poveri, più pallidi e meno interessanti.

Alcune città devono conquistarti lentamente. Ti mostrano prima i difetti, ti fanno camminare, aspettare, sudare. Nizza no. Nizza entra nella stanza sapendo perfettamente di essere bella. Non ha bisogno di dirlo. Si limita a mettersi di profilo e lascia che sia tu a fare la figura dell’idiota con la bocca aperta.

Io, naturalmente, collaborai.

La prima fotografia ha il sapore di quella presentazione: il palazzo elegante che spunta dietro le palme, il cielo pulito, il Mediterraneo ancora fuori campo ma già presente nell’aria. È una fotografia semplice. Forse perfino ingenua.

Ma l’ingenuità, quando non è ancora diventata stupidità, possiede una grazia tutta sua.

Poi arrivò lui.

Un uomo seduto sul marciapiede, le gambe raccolte, gli anfibi consumati, i vestiti sporchi di strada e una chitarra verde appoggiata al muro. Accanto, poche cose. Tutto ciò che aveva con sé, o almeno tutto ciò che io potevo vedere.

Non so chi fosse.

Non so da quanto tempo fosse lì, da dove venisse, dove dormisse o se quella chitarra gli servisse per guadagnarsi qualcosa, per sentirsi meno solo oppure soltanto per ricordarsi di essere ancora vivo.

Non lo so e non voglio inventargli una biografia da quattro soldi soltanto per far sembrare più profonda una fotografia.

So però che mi fermai.

In una città costruita per sedurre lo sguardo con balconi, alberghi e mare, il mio occhio andò a cercare un uomo seduto per terra.

Forse era già quello il principio di qualcosa.

Forse la fotografia di viaggio nasce proprio nel momento in cui smetti di cercare quello che una città vuole mostrarti e cominci a vedere ciò che non ha avuto il tempo di nascondere.

Lui non era un’attrazione. Non era folclore locale. Non era la decorazione drammatica da infilare in mezzo alle immagini luminose per dimostrare di possedere una coscienza.

Era una persona.

Una persona e una chitarra.

E per qualche motivo, in quella giornata, mi sembrarono più degne di attenzione di molti edifici che probabilmente avrei dovuto fotografare e che invece non ricordo neppure.

Continuai a camminare.

C’erano bar, tavolini, vetrate e persone che si muovevano dietro riflessi e trasparenze. La città appariva divisa in strati: chi era dentro, chi era fuori, chi beveva, chi attraversava la strada, chi osservava gli altri fingendo di non farlo.

Una vetrina può trasformare un caffè in un acquario umano. Le persone parlano, ridono, bevono qualcosa, si sistemano i capelli e ignorano completamente il fatto di essere diventate una scena nella vita di uno sconosciuto.

Fuori passano le automobili.

Dentro qualcuno ordina un altro bicchiere.

Nel vetro le due cose si sovrappongono e, per una frazione di secondo, la città sembra confessare di avere più di una vita.

Poi fotografai una foglia di palma da vicino.

Perché?

Perché ero giovane, avevo una macchina fotografica e le foglie erano lì. Non serve sempre una fottuta tesi di laurea.

Ma anche quella fotografia, guardata oggi, conserva qualcosa. La curiosità per la materia, per le linee, per il modo in cui la luce scivola sulle superfici. Il viaggio non era soltanto la grande veduta. Poteva essere anche una trama verde, osservata da pochi centimetri, mentre tutto il resto continuava a vivere fuori dall’inquadratura.

Quella giornata stava già insegnandomi che partire non significa necessariamente andare lontano.

A volte significa soltanto avvicinarsi abbastanza.

Poi la città si aprì e arrivò il mare.

L’intera costa distesa sotto il sole, gli edifici, le palme, la spiaggia, le persone ridotte a piccoli segni sparsi lungo la riva. Era il genere di panorama che ti costringe a fermarti anche se vorresti comportarti da viaggiatore navigato, da uomo abituato al mondo, da individuo troppo cinico per lasciarsi impressionare.

Io non ero nulla di tutto questo.

Ero impressionabile come un bambino davanti alle luci di una sala giochi.

Ed era magnifico.

Fotografai la costa perché era bella. Senza doppi significati, senza drammi esistenziali, senza il bisogno di trovare una metafora nascosta dietro ogni ombrellone. Era semplicemente bella e io volevo portarne via un pezzo.

Non sapevo ancora che sarebbe diventato uno dei motivi principali per cui avrei amato la fotografia di viaggio: quella possibilità assurda di trovarsi davanti a qualcosa che non ti appartiene, osservarla per pochi secondi e tornare a casa con una sua piccola impronta impressa nella memoria.

Non possiedi il luogo.

Non possiedi la luce.

Non possiedi il momento.

Hai soltanto assistito.

Ed essere testimoni, qualche volta, è già un privilegio enorme.

In mezzo al traffico passò un’automobile d’altri tempi, elegante e perfettamente fuori posto. Sembrava essere scappata da un vecchio film per ritrovarsi circondata da utilitarie che non avevano né il suo stile né la minima intenzione di lasciarla passare.

Quella macchina non stava semplicemente percorrendo una strada. Stava facendo un ingresso.

Alcune automobili servono a spostarsi.

Altre sembrano essere state costruite apposta per ricordarti che anche andare a comprare il pane può essere fatto con una certa arrogante dignità.

Poco più avanti, quattro uomini sedevano davanti al mare dandoci le spalle. Allineati sulle loro sedie, immobili, sembravano una giuria incaricata di decidere se l’orizzonte fosse ancora all’altezza delle aspettative.

Non potevo vedere le loro espressioni.

Ed era proprio quello il bello.

Quattro schiene, quattro vite sconosciute, quattro modi diversi di starsene davanti alla stessa identica distesa d’acqua. Magari non si conoscevano nemmeno. Magari sedevano lì ogni giorno. Magari uno di loro aveva appena perso qualcuno, un altro aspettava una telefonata e gli altri due stavano semplicemente digerendo il pranzo.

Una fotografia non deve sempre fornire risposte.

Anzi, spesso comincia a diventare interessante proprio quando smette di farlo.

Poi arrivarono gli artisti di strada.

Un ragazzo faceva volteggiare degli anelli con il mare alle spalle. Un musicista cantava dentro un microfono stringendo la chitarra. Intorno, persone ferme ad ascoltare, altre di passaggio, altre ancora probabilmente troppo impegnate a fotografare per concedersi il lusso di guardare davvero.

La strada aveva il proprio spettacolo, senza biglietti, senza poltrone numerate e senza qualcuno disposto a rimborsarti se non ti fosse piaciuto.

L’artista iniziava.

La gente decideva se fermarsi.

Tutto lì.

C’è qualcosa di profondamente onesto nell’esibirsi davanti a sconosciuti che non ti devono nulla. Nessuno è obbligato ad ascoltarti. Nessuno ha pagato in anticipo. Nessuno deve fingere entusiasmo per giustificare il prezzo del biglietto.

Hai pochi secondi per meritarti uno sguardo.

Forse è per questo che gli artisti di strada mi hanno sempre incuriosito. Fotografare funziona in modo simile. Sollevi la macchina, scegli un frammento di mondo e speri che dentro ci sia abbastanza vita da convincere qualcuno a fermarsi.

Non sempre succede.

Ma continui comunque.

Il mare, nel frattempo, faceva il mare con quella irritante competenza che possiede da qualche miliardo di anni.

Arrivava, si rompeva sulle pietre e tornava indietro senza chiedere approvazione. La spiaggia di Nizza non aveva la morbidezza rassicurante della sabbia. C’erano sassi levigati, superfici scure, acqua che esplodeva in una schiuma bianca e poi spariva tra gli spazi.

Fotografai anche quelli.

I sassi.

La schiuma.

I riflessi.

Una barca a vela sospesa in mezzo a due azzurri, così lontana da sembrare immobile.

A quell’età probabilmente la scambiai per un simbolo di libertà. Oggi potrebbe essere semplicemente qualcuno con molto più denaro di me che si stava godendo una bella giornata in barca.

Le metafore sono gratuite.

L’ormeggio decisamente meno.

Eppure quella piccola vela isolata conserva ancora qualcosa. Forse non la libertà in senso assoluto, quella parola enorme che amiamo usare quando non sappiamo esattamente cosa voglia dire. Piuttosto la sensazione che esistesse un altrove raggiungibile.

Non necessariamente migliore.

Non necessariamente più semplice.

Ma diverso.

Quando cresci abituato agli stessi orizzonti, vedere una barca muoversi verso un punto che non conosci può essere sufficiente a provocarti una specie di prurito nell’anima.

Cominci a chiederti dove stia andando.

Poi ti chiedi dove potresti andare tu.

Sulla spiaggia la vita continuava senza curarsi delle mie improvvise rivelazioni esistenziali.

Persone sdraiate al sole, tavolini, ombrelloni. Un uomo che teneva una bambina per le mani e la faceva camminare tra le pietre. Due bambini davanti alle onde, piccoli e apparentemente indistruttibili come soltanto i bambini riescono a sembrare.

Nessuno stava interpretando un ruolo per me.

Nessuno sapeva che, molti anni dopo, sarei tornato a guardare quelle immagini cercando di capire che cosa mi avessero lasciato.

Erano gesti normali. Una mano tesa, un passo incerto, qualcuno che sorveglia, qualcun altro che scopre per la prima volta la sensazione dell’acqua sulle gambe.

La fotografia ha questa strana capacità di salvare ciò che, mentre accade, sembra troppo ordinario per meritare di essere ricordato.

Quasi tutti aspettiamo gli eventi eccezionali.

Le grandi partenze.

I grandi amori.

Le grandi tragedie.

Nel frattempo, però, la vita vera entra ed esce da una serie infinita di momenti minuscoli: un padre che solleva sua figlia, quattro uomini davanti al mare, qualcuno che fuma, un musicista che cerca di farsi ascoltare, un bambino che arretra davanti a un’onda.

Le cose importanti hanno spesso la pessima abitudine di non presentarsi come tali.

Verso la fine della giornata incontrai un’altra figura.

Una zingara con il capo coperto camminava accanto a una grande porta scura. Una lama di luce le attraversava il profilo, mentre tutto il resto sembrava volesse inghiottirla.

È una delle immagini che ricordo con maggiore intensità.

Non conosco il suo nome. Non so dove fosse diretta. Non so che giornata stesse vivendo e non possiedo il diritto di riempire quel silenzio con una storia inventata.

So soltanto che per un istante la luce decise di fermarsi su di lei.

E io ero lì.

Una città turistica è piena di persone che cercano deliberatamente la luce: terrazze, spiagge, tavolini, fotografie davanti al mare. Lei invece appariva quasi sottratta al paesaggio, separata dalla festa luminosa che avevo fotografato fino a quel momento.

Nizza non era soltanto azzurro, palme e facciate eleganti.

Nessuna città lo è.

Ogni luogo possiede stanze che non mostra nelle fotografie promozionali, ombre che camminano accanto ai suoi panorami più belli. Non è una denuncia. È semplicemente la normale anatomia delle cose vive.

La luce esiste perché da qualche parte finisce.

Poi arrivò la sera.

Un semaforo pedonale illuminava di verde la sagoma di un piccolo uomo in marcia. Una figura elettrica, anonima, eternamente costretta a camminare senza raggiungere mai il lato opposto della strada.

Sembrava un consiglio.

Vai.

Non dove. Non perché. Non per quanto tempo.

Semplicemente: vai.

Per pochi secondi il mondo ti concede il permesso di attraversare. Se rimani fermo troppo a lungo, torna rosso e sono cazzi tuoi.

Forse i viaggi cominciano tutti così. Non con una certezza, ma con una breve finestra in cui qualcosa sembra possibile. Qualcuno propone. Una porta si apre. Un semaforo diventa verde.

Puoi ragionare.

Puoi valutare.

Puoi preparare un foglio Excel con vantaggi, svantaggi, previsioni meteorologiche e probabilità di sopravvivenza.

Oppure puoi attraversare.

Quella volta attraversai.

Nella fotografia finale, Nizza è accesa lungo il mare. Le facciate illuminate, le palme, le colline punteggiate di luci e i riflessi distesi sull’acqua nera.

La notte possiede un talento particolare per rendere credibili le promesse delle città.

Nasconde le crepe, spegne i dettagli inutili e lascia accese soltanto le cose capaci di sedurti. È una bugiarda, certo, ma una bugiarda con un’eccellente conoscenza dell’illuminazione.

Io ero giovane e probabilmente spingevo colori e contrasti con l’entusiasmo di chi aveva appena scoperto che un cursore poteva trasformare una fotografia in una dichiarazione di guerra. Non cercavo la fedeltà assoluta. Cercavo una sensazione.

Quella città, in quella notte, mi sembrava enorme.

Non per le sue dimensioni.

Per ciò che rappresentava.

Era la prova che oltre il paesaggio conosciuto esistevano altre strade, altre persone, altri colori, altri modi di stare al mondo. E che io potevo raggiungerli con una macchina fotografica tra le mani.

Non tornai a casa trasformato in un grande viaggiatore.

Non avevo acquisito saggezza orientale, non parlavo francese meglio di prima e probabilmente non sapevo nemmeno spiegare con precisione quali luoghi avessi visitato.

Avevo poche fotografie.

Alcune riuscite, altre acerbe. Inquadrature istintive, errori, tentativi, entusiasmo. Nessuna narrazione preparata. Nessuna lista da completare.

Eppure dentro quelle immagini c’era già una direzione.

Avevo scoperto che viaggiare con una macchina fotografica modificava il mio modo di essere presente. Non attraversavo semplicemente un posto. Lo cercavo. Guardavo le persone, le finestre, le mani, le ombre, gli oggetti abbandonati ai bordi delle strade.

La fotografia rendeva produttivo perfino il fatto di essere perso.

A casa, fissare troppo a lungo uno sconosciuto può farti sembrare inquietante. In viaggio, se hai una macchina fotografica, puoi sempre raccontarti che stai facendo street photography.

È uno degli alibi più eleganti che l’arte abbia mai regalato ai curiosi.

Ma non si trattava soltanto di curiosità.

Fotografare un luogo significava concedergli il tempo di raggiungermi. Significava fermarmi abbastanza da accorgermi che ogni città contiene migliaia di storie e che quasi nessuna ha bisogno di me per esistere.

Io potevo soltanto incontrarle per un istante.

Qualche volta avrei avuto il tempo di conoscerle.

Molto più spesso no.

Sarebbero rimaste un uomo e una chitarra, quattro schiene davanti al mare, una donna attraversata dalla luce, una vela lontana, due bambini sulla riva.

Presenze senza spiegazione.

Ed è giusto così.

Sono venuti altri viaggi dopo quello. Più lunghi, più lontani, più consapevoli. Ho imparato a prepararmi, a scegliere l’attrezzatura, a studiare le ore della luce e a capire meglio che cosa volessi raccontare.

Ma nessuna preparazione può restituire l’incoscienza meravigliosa dell’inizio.

Allora non sapevo cosa stessi facendo.

Proprio per questo tutto poteva sorprendermi.

Oggi posso osservare quelle fotografie e trovarci difetti, ingenuità, decisioni che prenderei diversamente. Sarebbe facile giudicarle con gli occhi che possiedo adesso.

Sarebbe anche profondamente ingiusto.

Quelle immagini non documentano soltanto Nizza.

Documentano la nascita di uno sguardo.

Il momento esatto in cui un ragazzino capì che la macchina fotografica non serviva esclusivamente a produrre belle immagini. Poteva diventare un modo per entrare nel mondo, per fare domande senza parlare, per raccogliere tracce, per tornare a casa portando con sé qualcosa che non occupava spazio nei bagagli.

Non importa che il viaggio sia durato una sola giornata.

La durata è una misura piuttosto mediocre per stabilire l’importanza delle cose. Ci sono anni interi che non lasciano quasi nulla e pomeriggi capaci di cambiare la direzione del resto della tua vita.

Quella giornata non mi insegnò a fotografare.

Mi mostrò perché avrei voluto continuare a farlo.

Per inseguire la luce sulle persone.

Per trovare una storia seduta sul bordo di un marciapiede.

Per scoprire che un sasso bagnato, visto nel momento giusto, può meritare la stessa attenzione di un palazzo famoso.

Per osservare il mare da un posto in cui non l’avevo mai osservato.

Per essere straniero, quindi finalmente libero di guardare tutto come se fosse la prima volta.

Queste immagini non raccontano Nizza.

Raccontano ciò che Nizza aprì dentro di me.

Partii per una giornata senza un cazzo di programma.

Tornai con il sospetto che il mondo fosse troppo grande per continuare a guardarlo sempre dallo stesso punto.

Da allora ho cercato di verificare quel sospetto ogni volta che ho potuto.

E, finora, il mondo non ha ancora smesso di darmi ragione.

Una spiaggia notturna con edifici illuminati riflessi sull'acqua, palme lungo la riva e un cielo stellato sopra una città.

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