Quattro fotografie scattate parecchi anni fa. Due ragazze, un po’ di luce e quella complicità che non ha bisogno di essere diretta perché conosce già la propria parte.
Non ricordo soltanto i loro sorrisi. Ricordo soprattutto quanto fossero veri: non offerti alla macchina fotografica, ma nati dalla semplice presenza dell’altra. E forse è proprio questo che rende preziose certe immagini. Non ci raccontano chi siamo diventati. Conservano, senza fare domande, il momento in cui eravamo ancora capaci di volerci bene senza presentarci il conto.
Scattai queste fotografie parecchi anni fa.
Non ricordo con precisione la data, ma forse è questo che fanno gli anni quando cominciano ad accumularsi: si portano via i numeri e lasciano intatta la temperatura delle cose.
Ricordo la luce.
Ricordo il freddo suggerito dai cappotti, il sole basso sui volti e soprattutto quei sorrisi. Non il sorriso ordinato che si mette in posa quando qualcuno solleva una macchina fotografica. Quello lo riconosci subito: denti fuori, occhi assenti e anima momentaneamente parcheggiata altrove.
Qui era diverso.
Una sorride verso l’obiettivo, avvolta nel cappuccio nero. L’altra si lascia colpire dalla luce con i capelli sul viso. Ma la fotografia che racconta davvero tutto è quella in mezzo, quando si guardano.
Lì la macchina fotografica quasi smette di esistere.
Non stanno più posando per me. Stanno reagendo l’una all’altra. C’è una frase che non possiamo sentire, una battuta privata, forse una presa in giro ripetuta cento volte e diventata ormai parte del loro linguaggio. Una di quelle stronzate incomprensibili per chiunque altro, ma capaci di far ridere due amiche prima ancora di essere pronunciate fino in fondo.
La complicità è questo: una conversazione che comincia molto prima delle parole.
Erano molto giovani. Forse ancora abbastanza libere da alcuni dei condizionamenti che la vita, prima o poi, cerca di appiccicarci addosso. La diffidenza. Il calcolo. La paura di dare più di quanto riceviamo. Quella contabilità sentimentale da piccoli ragionieri feriti: io ti ho cercato tre volte, tu soltanto due; io c’ero quando stavi male, tu dov’eri quando è toccato a me?
Crescendo diventiamo bravissimi a tenere i conti.
Peccato che, nel frattempo, spesso dimentichiamo come si vuole bene.
Il mondo è pieno di rapporti trasformati in contratti non dichiarati. Persone che ti offrono qualcosa aspettando in silenzio la rata successiva. Affetto dato come anticipo. Favori con interessi. Presenze che sembrano gratuite finché non arriva la fattura, magari nel mezzo di una discussione, con l’elenco preciso di tutto ciò che pensavi fosse stato fatto per amore.
L’amicizia vera dovrebbe essere il contrario di tutta questa merda.
Non un investimento.
Non un’assicurazione contro la solitudine.
Non qualcuno da tenere vicino nel caso un giorno possa tornare utile.
Semplicemente una persona alla quale vuoi bene. Non perché ti completi, ti salvi o ti debba qualcosa, ma perché la sua esistenza rende il paesaggio un posto meno ostile.
Un amico non è necessariamente quello che risolve i tuoi disastri. A volte non può fare assolutamente nulla. Si siede accanto alle macerie, ti passa da bere e rimane lì mentre imprechi contro l’architetto, o contro te stesso che spesso è pure la stessa entità.
Non pretende che tu sia brillante quando sei stanco.
Non ti chiede di essere allegro per rendere più comoda la sua serata.
Non trasforma una tua debolezza in una moneta da spendere alla prima occasione.
Sa quando parlare, quando prenderti per il culo e quando lasciarti in pace senza farti sentire abbandonato.
È una forma d’amore che spesso ha la decenza di non fare un cazzo di dramma intorno a se stessa.
Non servono promesse solenni, anelli o discorsi pronunciati davanti a una platea. Non c’è il sangue a obbligarvi, né il desiderio a confondere le carte. Ci sono soltanto due persone che continuano a scegliersi pur essendo libere di andarsene.
Ed è proprio quella libertà a rendere preziosa la presenza.
Voler bene davvero non significa dire: «Resta perché ho bisogno di te».
Significa: «Potresti andare, ma sono felice che tu sia qui».
Non so se oggi queste due ragazze siano ancora amiche. Sarebbe disonesto inventarlo e sarebbe persino ingiusto chiedere a una fotografia di garantire l’eternità. Il tempo cambia le persone, sposta le città, incasina le priorità e qualche volta separa anche chi sembrava inseparabile.
Ma una cosa che finisce non diventa automaticamente una bugia.
Noi abbiamo questa pessima abitudine di giudicare la verità di un sentimento dalla sua durata, come se soltanto ciò che resta per sempre fosse stato autentico. Eppure ci sono legami durati una vita intera che non hanno mai contenuto un solo istante di vera vicinanza, e incontri durati pochissimo che ci hanno visto meglio di chiunque altro.
La fotografia non promette il per sempre.
Il per sempre è una parola enorme, vanitosa e spesso piena di cazzate.
La fotografia può fare qualcosa di più piccolo e più onesto: testimoniare che, in quel preciso istante, qualcosa era vero.
E in queste immagini lo era.
Era vero il sorriso della prima.
Era vero quello della seconda.
Era vero il modo in cui si cercavano con gli occhi, come se in mezzo a tutto ciò che stava accadendo avessero già trovato il proprio posto sicuro.
Forse allora non lo sapevano. Forse non ci pensavano affatto. Le cose migliori raramente si fermano a spiegare quanto siano importanti mentre stanno accadendo. Semplicemente accadono, e noi ce ne rendiamo conto anni dopo, rovistando tra vecchie fotografie.
Quattro immagini.
Due ragazze.
Nessuna grande dichiarazione.
Soltanto quella cosa semplice e rarissima che succede quando qualcuno ci vuole bene senza cercare di possederci, aggiustarci o ricevere qualcosa in cambio.
Nella prima e nella terza fotografia sorridono verso di me.
Nella seconda si guardano.
Ed è proprio lì che si capisce tutto.
Non stavano sorridendo perché c’era una macchina fotografica.
Stavano sorridendo perché c’era l’altra.