Ci sono luoghi famosi per qualcosa.
Una chiesa, un monumento, una spiaggia abbastanza bella da essere rovinata da migliaia di persone venute fin lì per fotografarla. Poi esistono posti che non hanno niente da mostrare, nessuna attrazione da recensire e nessun motivo particolare per essere raggiunti.
Questo è uno di quelli.
Ed è proprio per questo che ci torno.
È un pezzo di campagna come tanti. Un vecchio pozzo di pietra, alberi che hanno visto passare più stagioni di quante noi riusciremo mai a ricordare, qualche casa in lontananza, erba, rami e un orizzonte sufficientemente libero da permettere al sole di andarsene senza dover chiedere il permesso a un condominio.
Non accade nulla.
Nessuno spettacolo organizzato.
Nessun ingresso da pagare.
Nessuna voce metallica che ti spiega cosa dovresti provare.
Il sole scende. Le ombre si allungano. L’aria cambia temperatura. Gli uccelli fanno i loro ultimi affari prima della notte e la campagna continua a essere campagna, completamente indifferente alla mia presenza.
Una meraviglia.
Passiamo gran parte della vita circondati da cose che pretendono qualcosa.
Il telefono vuole essere controllato.
Il lavoro vuole essere finito.
Le persone vogliono risposte, spiegazioni, attenzioni, conferme e talvolta perfino una versione di noi che non abbiamo mai promesso di diventare.
Anche i pensieri vogliono qualcosa.
Si presentano senza appuntamento, si siedono sul divano della mente e cominciano a discutere tutti insieme. Quello che avresti dovuto dire. Quello che non avresti dovuto fare. Il futuro che non arriva abbastanza in fretta e il passato che, al contrario, possiede una puntualità quasi offensiva.
Una riunione permanente di fantasmi e rompicoglioni.
Poi vengo qui.
E questo posto non mi chiede niente.
Non gli interessa se sono stato produttivo, brillante, gentile o sufficientemente ottimista. Non vuole sapere quali siano i miei obiettivi per i prossimi cinque anni. Non mi invita a migliorare me stesso, che è spesso il modo educato con cui il mondo ti comunica che così come sei non vai bene.
Posso semplicemente esserci.
Che sembra poco soltanto perché abbiamo dimenticato quanto sia difficile.
Arrivo con addosso la giornata.
La stanchezza.
Le conversazioni rimaste attaccate ai vestiti.
Le preoccupazioni inutili e quelle purtroppo fondate. Tutto il piccolo arsenale con cui la vita quotidiana riesce a colpirti senza fare abbastanza rumore da sembrare una vera tragedia.
Non succede niente di improvviso.
Nessuna illuminazione.
Il cielo non si apre per consegnarmi le risposte in una busta dorata. Non compare qualche vecchio saggio uscito da un bosco per spiegarmi il significato dell’esistenza prima di dissolversi poeticamente nella nebbia.
Rimango lì.
Aspetto.
E, poco alla volta, le cose cominciano a scivolare via.
Non perché siano risolte.
Semplicemente smettono per un momento di essere l’unica cosa esistente.
Il cielo si colora.
La luce si appoggia sulle pietre del vecchio pozzo, entra nelle crepe, sfiora i rami caduti e trasforma un oggetto immobile da chissà quanti anni in qualcosa che sembra conservare la memoria del sole.
Poco più in là gli alberi diventano sagome nere.
I rami nudi si intrecciano contro l’arancione del tramonto come vene, cicatrici o mani che continuano a cercare qualcosa anche quando non è rimasta una sola foglia a giustificarne lo sforzo.
Poi c’è l’erba.
Alta, disordinata, attraversata dalla luce.
Non fa nulla di particolare. Si muove appena. Eppure, per qualche minuto, ogni filo diventa importante. Ogni bordo prende fuoco. Il campo intero sembra trattenere l’ultimo respiro del giorno.
Sono sempre le stesse cose.
Lo stesso pozzo.
Gli stessi alberi.
Lo stesso campo.
Eppure non sono mai uguali.
Cambia la stagione.
Cambia il cielo.
Cambiano le nuvole, l’umidità, il vento e il modo in cui la luce decide di attraversare il paesaggio. In inverno i rami sembrano ossa. In primavera tutto ricomincia a crescere con quell’ottimismo irresponsabile che soltanto la natura riesce ancora a permettersi. D’estate il sole rimane più a lungo, quasi non avesse voglia di tornare a casa. In autunno ogni cosa comincia a morire con una tale eleganza da farci sembrare dilettanti perfino nella decadenza.
Il luogo resta.
Lo spettacolo cambia.
Forse è questo che mi tranquillizza.
La prova che qualcosa possa rimanere se stesso senza ripetersi.
Noi esseri umani abbiamo un rapporto complicato con la continuità. Dopo un po’ chiamiamo monotonia qualsiasi cosa non produca continuamente nuovi stimoli. Cambiamo telefono, arredamento, automobile, relazioni e talvolta personalità perché ci hanno insegnato che restare fermi equivale a smettere di vivere.
La natura sembra pensarla diversamente.
Un albero non soffre di crisi d’identità perché si trova nello stesso campo da cinquant’anni.
Non apre un profilo motivazionale.
Non decide di reinventarsi come palma tropicale perché il mercato delle latifoglie attraversa una fase difficile.
Resta lì.
Perde le foglie.
Le riprende.
Affronta il vento, la siccità, le potature e l’occasionale essere umano convinto di sapere meglio di lui come dovrebbe crescere.
E continua.
Non immobile.
Radicato.
Che è un’altra cosa.
Forse abbiamo confuso troppo a lungo la libertà con il movimento. Pensiamo che per sentirci vivi dobbiamo andare lontano, attraversare oceani, cambiare città o acquistare un biglietto per qualche luogo abbastanza esotico da permetterci di dimenticare chi siamo per una settimana.
A volte funziona.
Viaggiare può aprire la mente, rimettere in ordine le proporzioni e ricordarti che il mondo è molto più vasto del piccolo inferno personale che ti eri costruito.
Ma esiste anche un’altra forma di viaggio.
Tornare nello stesso posto abbastanza volte da riuscire finalmente a vederlo.
Non attraversarlo.
Non usarlo come sfondo.
Vederlo davvero.
Accorgersi di dove cade la luce a gennaio e di come cambia a giugno. Riconoscere un albero dalla forma dei rami. Sapere in quale punto il sole scomparirà dietro una casa e in quale stagione riuscirà invece a passare tra due tronchi.
È una conoscenza inutile.
E proprio per questo preziosa.
Non serve a guadagnare denaro.
Non migliora il curriculum.
Non rende più efficiente nessun processo produttivo.
Ti rende soltanto più presente.
In un mondo ossessionato dall’utilità, essere presenti senza produrre niente è quasi un comportamento sovversivo.
Vengo qui anche per fotografare.
Ma non sempre.
Qualche volta porto la macchina fotografica e aspetto che il paesaggio decida di mostrarmi qualcosa. Altre volte la lascio stare e provo a non trasformare immediatamente ogni momento bello in un’immagine da conservare.
È difficile.
Chi fotografa sviluppa una specie di riflesso. Vede una luce interessante e, invece di godersela come una persona sana, comincia a calcolare esposizione, focale, composizione e la probabilità che una nuvola si sposti esattamente dove serve.
Una malattia socialmente accettabile.
Eppure fotografare questo luogo non significa collezionare tramonti.
Significa accorgermi delle differenze.
Il pozzo illuminato in un modo che forse non tornerà.
Un ramo che divide il cielo.
Il sole basso tra l’erba.
Piccole variazioni dentro un paesaggio che, a uno sguardo distratto, sembrerebbe sempre identico.
Le fotografie diventano così una specie di diario senza parole.
Non raccontano soltanto com’era il cielo.
Raccontano come ero io mentre lo guardavo.
Perché anche noi cambiamo la luce delle cose.
Lo stesso tramonto può sembrarci una promessa o una condanna, a seconda di ciò che ci portiamo dentro. Un giorno vediamo pace. Un altro malinconia. Un altro ancora non vediamo niente perché siamo troppo impegnati a litigare mentalmente con qualcuno che magari, nel frattempo, sta cenando tranquillo senza sospettare di essere protagonista di un processo immaginario.
Il paesaggio rimane innocente.
Siamo noi a usarlo come uno specchio.
Forse è per questo che torno.
Non per trovare risposte, ma per vedere quali domande ho portato con me.
Qui il silenzio non è davvero silenzio.
C’è il vento.
Qualche animale nascosto.
Il rumore distante di una macchina.
Le foglie quando ci sono e i rami quando non ci sono più.
Ma è un silenzio privo di pretese.
Non vuole intrattenermi.
Non prova a riempire ogni secondo.
Mi lascia lo spazio per svuotarmi.
Ed è una sensazione sempre più rara.
Abbiamo paura del vuoto.
Appena rimaniamo soli prendiamo il telefono. Appena c’è silenzio accendiamo qualcosa. Appena una conversazione si interrompe sentiamo il bisogno di salvarla, anche se magari meritava di morire parecchi minuti prima.
Riempiamo tutto.
Le case.
Le giornate.
Le agende.
Le teste.
Poi ci chiediamo perché siamo stanchi.
Questo posto, invece, è vuoto nel modo giusto.
Non perché manchi qualcosa.
Perché non c’è nulla di superfluo.
Un campo.
Degli alberi.
Una vecchia costruzione.
Il cielo.
Io, quando riesco finalmente a smettere di essere tutte le cose che credo di dover essere.
Nient’altro.
E per qualche minuto è sufficiente.
La luce comincia a spegnersi.
Il giallo diventa arancione, poi rosso, poi una striscia sempre più sottile all’orizzonte. Le forme perdono i dettagli. Il paesaggio smette di mostrarsi e torna lentamente a custodire se stesso.
Non c’è un applauso alla fine.
Il tramonto non cerca approvazione.
È una delle poche cose belle rimaste che continuano ad accadere anche senza un pubblico.
Poi arriva il buio.
I pensieri non sono spariti. I problemi mi aspettano ancora. Il mondo non è diventato improvvisamente più giusto, più sensato o meno determinato a vendermi qualcosa di cui non ho bisogno.
Ma qualcosa si è spostato.
La giornata pesa un po’ meno.
Il rumore si è abbassato.
Ho respirato senza dover raggiungere un obiettivo.
Ho guardato qualcosa finire e, invece di provare a trattenerlo, l’ho lasciato andare.
Forse è questa la pace che trovo qui.
Non una soluzione.
Una tregua.
Un piccolo territorio fuori dal tempo in cui posso deporre le armi, sedermi metaforicamente accanto a quel vecchio pozzo e ricordarmi che non tutto deve essere capito, aggiustato o trasformato in una lezione.
Alcune cose devono soltanto passare.
Una giornata difficile.
Un pensiero.
Una stagione.
Il sole dietro l’orizzonte.
Torno spesso nello stesso posto perché il posto non è mai lo stesso.
E nemmeno io lo sono.
Ogni volta arrivo con qualcosa di diverso da lasciare andare. Ogni volta il cielo trova colori nuovi per non chiedermi cosa sia successo.
Fa semplicemente ciò che sa fare.
Cambia.
Si spegne.
E mi ricorda, senza pronunciare una parola, che anche le giornate peggiori prima o poi finiscono.
Domani il campo sarà ancora lì.
Gli alberi anche.
Il vecchio pozzo continuerà a custodire il proprio silenzio e il sole tornerà a scendere, con un’altra luce e un’altra versione del cielo.
Io probabilmente arriverò ancora pieno di pensieri.
Poi rimarrò a guardare.
Finché non resterà più niente.
Ed è proprio in quel niente che, ogni volta, riesco a ritrovare qualcosa di me.