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Il Paradiso Prima della Cartolina – Republica Dominicana Capitolo 1

Il Paradiso Prima della Cartolina – Republica Dominicana Capitolo 1

Repubblica Dominicana, capitolo I — Bayahibe e il tempo che non aveva fretta

Il problema delle cartoline è che arrivano sempre dopo.

Dopo che qualcuno ha spazzato via la sabbia sporca, nascosto le bottiglie vuote, fatto spostare il vecchio seduto male e aspettato che la nuvola avesse la decenza di levarsi dai coglioni. Poi arriva il mare azzurro, la palma inclinata al punto giusto, una donna senza cellulite che cammina sul bagnasciuga e quella solita promessa da catalogo: venite qui, spendete abbastanza e per sette giorni potrete fingere che la vostra vita non sia quella che avete lasciato a casa.

La mia Repubblica Dominicana, invece, cominciò prima della cartolina.

Cominciò dove il paradiso aveva ancora le mani sporche.

Questo è il primo di quattro capitoli. Non perché servisse trasformare il viaggio in una saga — il mondo possiede già abbastanza trilogie trascinate oltre la propria dignità — ma perché centosessantadue fotografie sono troppe per un solo racconto e troppo vive per essere scaraventate tutte insieme dentro una pagina come parenti ubriachi a un matrimonio.

Bisognava lasciarle respirare.

E, soprattutto, dovevo capire che cosa stessi cercando di raccontare.

Non la Repubblica Dominicana.

Sarebbe stato presuntuoso. Un viaggio, qualche strada, una macchina fotografica e improvvisamente credi di aver compreso un paese intero. È la stessa arroganza con cui conosci una donna per tre notti, scopri come prende il caffè e pensi di avere capito tutte le stanze buie che si porta dentro.

Non funziona così.

Io potevo raccontare soltanto ciò che quel luogo aveva fatto a me.

Le emozioni che aveva smosso. I dettagli sui quali il mio sguardo aveva deciso di fermarsi. Le persone che per pochi secondi erano entrate nella mia vita senza sapere di stare diventando parte della mia memoria.

Non volevo spiegare a nessuno dove andare, che cosa vedere o in quale ristorante mangiare un’aragosta con vista mare. Per quello esistono le guide turistiche, i blog con i codici sconto e qualche simpatico idiota che sorride davanti a ogni monumento come se l’avesse costruito personalmente.

Volevo fare qualcosa di diverso.

Usare il viaggio per trascinare chi guarda non dentro un luogo, ma dentro di me mentre attraversavo quel luogo.

Sembra una distinzione da poco.

Non lo è affatto.

Una fotografia documenta ciò che si trovava davanti all’obiettivo. Un’immagine, quando riesce davvero, racconta che cosa stava succedendo dietro.

Dietro la macchina.

Dietro gli occhi.

Dietro tutte quelle difese che normalmente utilizziamo per evitare di ammettere che qualcosa ci ha toccati.

Me ne accorsi più tardi, mentre post-producevo queste fotografie.

Ero davanti al monitor, passavo da un’immagine all’altra, correggevo luci, colori, ombre. Il genere di attività capace di trasformare una persona normale in un maniaco che discute per venti minuti con mezzo punto di magenta.

Poi accadde qualcosa.

Sentii che quelle immagini avevano trovato un nervo.

Non erano perfette. Non pretendevano di esserlo. Ma erano mie in un modo che andava oltre la firma, il copyright e tutte quelle stronzate amministrative con cui cerchiamo di certificare qualcosa che dovrebbe essere evidente.

Contenevano il mio sguardo.

Il mio modo di scegliere una persona invece di un monumento, una pozzanghera invece di una spiaggia, un uomo appoggiato a una palma invece dell’ennesimo culo abbronzato steso sotto un ombrellone.

Fu una sensazione quasi fisica, Una poderosa erezione, come una scarica potente che attraversa il corpo e la mente insieme, lasciando addosso la certezza improvvisa di essere esattamente nel punto giusto

Un’erezione artistica, esistenziale, probabilmente poco elegante ma terribilmente sincera. Il genere di eccitazione che non nasce dal corpo di qualcun altro, ma dalla sensazione improvvisa che, per una volta, la tua vita abbia smesso di muoversi a cazzo e abbia trovato un punto verso il quale convergere.

Fotografare.

Viaggiare.

Osservare la vita degli altri senza fingere di comprenderla fino in fondo e poi restituirla attraversata dalla mia.

Forse era quello lo scopo.

O forse ero soltanto rimasto troppe ore davanti al computer.

Ma ditemi: quando è stata l’ultima volta che avete fatto qualcosa e avete sentito, senza bisogno di convincervi, che avreste potuto continuare a farla per il resto della vita?

Quando avete provato quell’eccitazione primitiva che vi diceva: ecco, coglione, è per questo che sei qui?

Se non vi è mai successo, mi dispiace.

Se vi è successo e avete smesso, mi dispiace ancora di più.

La prima fotografia guarda il mare attraverso gli alberi.

La barca è lì, piccola, circondata dall’acqua chiara. Potrebbe essere l’inizio di una vacanza qualsiasi. Il mare caraibico, la vegetazione, l’orizzonte e tutta quella bellezza naturale che sembra essere stata progettata da un ufficio marketing particolarmente ispirato.

Ma basta spostare lo sguardo.

Sulla riva c’erano dei bambini.

Stavano pescando un grosso granchio. Lo tirarono fuori con l’eccitazione di chi aveva appena strappato un piccolo tesoro al mare e, quando mi videro, cercarono di vendermelo.

Non ricordo quanto chiedessero.

Ricordo i loro occhi.

Non avevo la minima idea di che cosa avrei dovuto fare con un granchio vivo. Non possedevo una cucina, una pentola o un improvviso talento da ristoratore caraibico. Così diedi loro del denaro e lasciai che tenessero anche il granchio.

Avrebbero potuto venderlo a qualcun altro.

Avrebbero potuto portarlo a casa.

Avrebbero potuto mangiarlo, liberarlo o fondare una piccola multinazionale del crostaceo. Non l’ho mai saputo.

E andava bene così.

Fu probabilmente la prima transazione della mia vita nella quale pagai per non possedere niente.

Loro conservarono il granchio.

Io mi portai via la scena.

E forse fui io quello che guadagnò di più.

Non voglio trasformare quei bambini nel solito ornamento sentimentale sulla povertà. Le persone non esistono per insegnare lezioni morali ai viaggiatori occidentali. Non erano comparse mandate dall’universo per rendermi più sensibile. Erano bambini che avevano pescato qualcosa e cercavano di ricavarne denaro.

Fine.

La poesia arrivò dopo.

Arriva sempre dopo, quando il ricordo ha avuto abbastanza tempo per tradire i fatti e renderli più simili a noi.

Proseguii lungo la costa.

Le barche galleggiavano vicino alla riva, colorate, consumate, legate con corde che avevano probabilmente conosciuto giorni peggiori. Non erano elementi decorativi messi lì per completare il paesaggio. Erano strumenti di lavoro. Legno, vernice, sale e necessità.

Poco distante, la vita si raccoglieva intorno a un bar.

Bottiglie allineate, insegne dipinte a mano, tetti di paglia, persone sedute senza quella fretta nevrotica che dalle nostre parti viene scambiata per importanza.

Da noi uno cammina veloce, risponde a tre telefonate contemporaneamente e guarda l’orologio ogni quaranta secondi. Non importa se stia andando a concludere un affare milionario o a comprare le crocchette del gatto. Deve sembrare impegnato.

Essere occupati è diventato il nostro modo preferito per sentirci necessari.

Lì, invece, sembrava che il tempo fosse stato addomesticato.

Non fermo.

Non pigro.

Semplicemente meno disposto a farsi prendere a calci dalla produttività.

Una donna lavorava nel chiosco. Alcune persone bevevano. Qualcuno parlava, qualcuno aspettava e qualcun altro sembrava avere raggiunto quell’invidiabile stato spirituale nel quale non stai facendo assolutamente un cazzo e non avverti nemmeno il bisogno di giustificarti.

Li osservavo e provavo una forma di invidia.

Non quella cattiva.

Quella che nasce quando riconosci negli altri una libertà che tu hai dimenticato di possedere.

Le case arrivarono subito dopo.

Basse, colorate, imperfette. Alcune sembravano tenute insieme dall’abitudine più che dall’architettura. Un camion azzurro se ne stava parcheggiato accanto a una costruzione chiara. Le strade erano segnate, rattoppate, percorse da automobili, motociclette e persone che sembravano conoscere ogni buca per nome.

Non c’era niente di spettacolare.

Ed era proprio questo a renderlo interessante.

Il viaggio, quando smetti di pretendere che ti intrattenga, comincia finalmente a parlarti.

Un camion passò sulla strada circondata dal verde.

Un mezzo vecchio, dipinto con colori che sembravano avere combattuto contro il sole e perso con onore. Procedeva senza alcuna eleganza, portandosi dietro rumore, polvere e la propria ostinata utilità.

Le cose, lì, non sembravano sostituite appena smettevano di essere nuove.

Venivano usate.

Riparate.

Adattate.


Continuavano a vivere anche dopo aver perso quella brillantezza che da noi viene considerata indispensabile per meritare spazio.

Forse valeva anche per le persone.

Forse è per questo che certi volti mi attiravano più delle spiagge.

Il cannone rivolto verso il mare non difendeva più niente. Era diventato una presenza arrugginita, un vecchio animale da guerra pensionato sotto le palme. Gli uomini avevano smesso di usarlo per ammazzarsi e adesso i turisti potevano fotografarlo tra una birra e una crema solare.

Un considerevole avanzamento morale.

Oppure soltanto una pausa tra due guerre.

Una donna apparve dietro una finestra azzurra.

Il legno intorno a lei era consumato, il colore acceso. Rimase affacciata per un istante, abbastanza perché potessi fotografarla, non abbastanza perché potessi sapere qualcosa di lei.

Eppure la sua presenza cambiava tutto.

Senza quella donna sarebbe stata la fotografia di una casa.

Con lei diventava la fotografia di una vita che continuava dietro una parete.

Questo è il potere delle persone dentro le immagini: danno un passato perfino a ciò che stai guardando per la prima volta.

Le bancarelle si aprivano lungo la strada.

Vestiti ammassati, oggetti da vendere, colori esposti al sole. Una donna col cappello spingeva la propria mercanzia cercando clienti, probabilmente turisti. Non aveva un negozio, una strategia di marketing o una presentazione trimestrale con grafici colorati.

Aveva le proprie gambe, la propria voce e ciò che riusciva a portare.

Non so se la sua vita fosse più semplice.

Sarebbe stupido confondere la mancanza di mezzi con la libertà. La povertà non è poetica quando devi viverla. Diventa poetica soprattutto nelle fotografie di chi sa che la sera tornerà in una stanza con l’aria condizionata.

Ma c’era qualcosa nel suo modo di stare dentro la giornata che mi colpiva.

Non sembrava aspettare che la vita cominciasse dopo il lavoro.

La vita stava già accadendo mentre lavorava.

Forse era questa la differenza.

Noi dividiamo tutto: il lavoro dal piacere, il dovere dal desiderio, la settimana dal fine settimana, l’esistenza dalle due settimane di ferie durante le quali cerchiamo disperatamente di ricordarci come si respira.

Lì i confini sembravano più confusi.

Si lavorava, si parlava, ci si fermava, si rideva, si riprendeva.

La giornata non era una prigione da attraversare per arrivare alla sera.

Era la giornata.

In un cortile incontrai un altro gruppo di ragazzi.

Erano vestiti meglio, forse provenivano da famiglie un po’ più fortunate. Stavano tutti insieme, stretti, rumorosi, con quella complicità brutale e meravigliosa che esiste prima che la vita insegni a diffidare.

Facevano squadra.

Mi ricordarono i miei amici di quando ero bambino. Quando bastavano una strada, un pallone, qualche idea idiota e l’assoluta convinzione che il pomeriggio non sarebbe mai finito.

Non avevamo bisogno di fissare un appuntamento tre settimane prima.

Non controllavamo l’agenda.

Uscivamo.

Qualcuno gridava un nome sotto una finestra e il mondo cominciava.

Poi cresci.

Compaiono il lavoro, le relazioni, le distanze, le incomprensioni, le rate, la stanchezza e quella particolare forma di demenza adulta per cui possiedi dispositivi capaci di metterti in comunicazione con chiunque, ma non riesci a trovare una sera libera per vedere un amico.

Quei ragazzi non lo sapevano ancora.

O forse lo sapevano e stavano ridendo lo stesso.

Li fotografai prima che il tempo arrivasse a spiegarglielo.

Più avanti c’era un uomo seduto.

Aveva con sé un pezzo di carta. Lo guardava, poi smetteva di guardarlo e fissava il nulla. Vicino, le bottiglie allineate occupavano lo spazio con una presenza troppo evidente per essere ignorata.

Non so se fosse ubriaco.

Non so che cosa ci fosse scritto su quel foglio. Un conto, una lettera, una giocata, un appunto o una di quelle comunicazioni ufficiali che riescono a rovinarti la giornata utilizzando un linguaggio perfettamente educato.

Il suo sguardo, però, era già altrove.

Certe persone non bevono per divertirsi.

Bevono per rendere il silenzio un po’ meno rumoroso.

Rimasi a osservarlo da lontano, cercando di non trasformare il suo dolore — ammesso che fosse dolore — in uno spettacolo. La fotografia possiede anche questa zona moralmente ambigua: ti avvicini alle vite degli altri, ne prendi un frammento e te ne vai prima di doverne sostenere il peso.

Premi un pulsante.

Loro restano lì.

Tu porti via una metafora.

Qualche fotografia più tardi incontrai una guardia di sicurezza intenta a guardare il telefono.

Avrebbe dovuto sorvegliare qualcosa. Un ingresso, un edificio, forse il sottile confine tra l’ordine e il caos. Invece se ne stava lì a farsi beatamente i cazzi propri.

Mi piacque subito.

In Occidente lo avrebbero probabilmente convocato in ufficio, sottoposto a una valutazione delle prestazioni e invitato a partecipare a un corso motivazionale intitolato Diventa la migliore versione del servo che sei già.

Lui aveva un telefono.

E del tempo da perdere.

Forse stava scrivendo alla donna della sua vita. Forse guardava una partita. Forse scorreva fotografie di persone con una vita migliore della sua, come facciamo tutti quando vogliamo sentirci discretamente infelici.

Qualunque cosa stesse facendo, non sembrava tormentato dall’idea di ottimizzare ogni minuto.

E io, figlio di un mondo che misura perfino il sonno con un’applicazione, cominciai a chiedermi chi fosse davvero quello distratto.

Lui?

O noi, che siamo riusciti a trasformare l’esistenza in un turno di lavoro dal quale non timbriamo mai l’uscita?

Un uomo sedeva accanto a un pulmino, probabilmente uno degli autisti. Anche lui guardava il telefono. Il mezzo aspettava, lui aspettava e il mondo, contro ogni previsione economica, non crollava.

Due donne, dentro un piccolo chiosco, osservavano qualcosa su uno schermo e sorridevano.

Non sembravano particolarmente preoccupate di vendere.

Ridevano.

Quante volte, invece, abbiamo smesso di ridere perché c’era qualcosa da finire?

Quante conversazioni abbiamo interrotto per rispondere a una mail che sarebbe potuta tranquillamente morire da sola durante la notte?

Quante persone abbiamo trascurato in nome di una produttività che non ricorderemo nemmeno quando saremo troppo vecchi per goderci ciò che abbiamo prodotto?

Non voglio idealizzare quel luogo.

Probabilmente quelle persone avevano problemi che io non vedevo. Debiti, famiglie da mantenere, malattie, stipendi insufficienti e paure che non entravano nell’inquadratura.

Io ero un viaggiatore.

E il viaggiatore gode spesso del privilegio di scambiare per filosofia ciò che per gli altri è necessità.

Ma quello che provai rimane vero.

La sensazione che la vita, lì, riuscisse ancora a infiltrarsi dentro il lavoro.

Che non fosse stata completamente espulsa in nome dell’efficienza.

Un pittore lavorava lungo la strada.

La tela davanti, i colori, il mondo che gli passava accanto senza chiedergli di accelerare. Dipingeva mentre intorno continuavano il traffico, le voci e la giornata.

Un’altra persona sedeva su una semplice sedia a leggere.

Nessuna terrazza panoramica, nessuna libreria arredata per sembrare intelligente sui social. Una sedia, qualche pagina e il tempo necessario per attraversarle.

Un anziano, vestito con abiti poveri, se ne stava appoggiato a una palma all’angolo della strada.

Guardava il traffico.

Non sembrava impaziente di attraversare. Forse non doveva andare da nessuna parte. Forse aveva già capito ciò che noi impieghiamo un’intera vita a evitare: non tutte le strade devono essere attraversate immediatamente.

Alcune possono essere guardate.

Si può lasciare che le automobili passino.

Si può aspettare.

Si può persino non avere una meta senza sentirsi per questo un fallimento.

Poco più avanti, una donna camminava vendendo ciò che portava con sé. Un uomo delle consegne sedeva sopra un muretto arancione vicino al suo vecchio motorino.

Anche lui si era preso una pausa.

O forse quella era la sua maniera di lavorare.

Il motorino aveva l’aspetto di un animale stanco che conosceva ogni strada della zona. L’uomo sedeva lì, dentro una geometria di arancio, ombra e attesa.

Se fossi stato incaricato di documentare il servizio di consegne, probabilmente quella fotografia sarebbe stata inutile.

Ma io non stavo documentando un servizio.

Stavo fotografando il diritto di un uomo a fermarsi.

La statua del Taíno apparve come una memoria sopravvissuta al turismo, alla colonizzazione e alla nostra insaziabile abitudine di costruire hotel sopra qualunque pezzo di terra possieda un mare decente.

Il suo volto sembrava provenire da un tempo che continuava a osservare tutto.

Gli imperi erano arrivati.

Gli uomini avevano conquistato, convertito, sterminato, rinominato.

Poi erano arrivati i resort, i buffet internazionali e i braccialetti di plastica.

La storia cambia abbigliamento.

L’appetito rimane sorprendentemente simile.

Accanto a quella memoria antica passavano piccoli mezzi elettrici, automobili, motorini e persone impegnate nella propria normalità. Il vecchio e il nuovo si sfioravano senza bisogno di spiegarsi.

Poi fotografai una pozzanghera.

Perché naturalmente, davanti a un mare caraibico, io finii per interessarmi a una buca piena d’acqua.

La strada era rotta e nessuno sembrava particolarmente intenzionato ad aggiustarla.

Da noi probabilmente avrebbero transennato l’area per otto mesi, aperto tre gare d’appalto, affidato i lavori a qualcuno che conosceva qualcuno, rimosso mezza strada e lasciato la buca esattamente dov’era, soltanto molto più costosa.

Lì, forse, la spiegazione era più semplice.

Faceva caldo.

La spiaggia era vicina.

E nessuno aveva voglia di sacrificare un’ora di sole per l’onore di riempire un buco nell’asfalto.

Comprensibile.

Quasi ammirevole.

La natura, nel frattempo, continuava il proprio lavoro senza contratto, supervisore o pausa pranzo. Una foglia cresceva verso la luce con quella sfacciata naturalezza che possiedono soltanto le cose inconsapevoli di dover dimostrare qualcosa.

Non produceva contenuti.

Non costruiva un personal brand.

Non aggiornava il curriculum.

Cresceva.

E sembrava già abbastanza.

Le strade si allungavano tra case, vegetazione, cavi elettrici e muri colorati. Un uomo camminava con i propri cani. O forse erano i cani ad accompagnare lui. Nelle fotografie certe gerarchie diventano meno importanti.

Andavano insieme.

Questo bastava.

Verso la fine incontrai un’altra scena.

Dentro un pullman sedeva un autista. Probabilmente lavorava per una struttura più grande, forse per una delle catene turistiche che importano nei tropici l’efficienza, gli orari e tutta la disciplina necessaria affinché gli occidentali possano rilassarsi senza subire nemmeno cinque minuti di ritardo.

Fuori, una donna camminava libera lungo la strada.

Lui la guardava dal finestrino.

Non so che cosa pensasse. Potrebbe averla riconosciuta. Potrebbe averla trovata bella. Potrebbe aver semplicemente seguito un movimento con gli occhi.

Ma nella fotografia il suo sguardo sembrava malinconico.

Lui dentro.

Lei fuori.

Lui seduto al posto assegnato, imprigionato tra un orario e una destinazione.

Lei in strada, padrona almeno della direzione dei propri passi.

Forse sto inventando tutto.

È possibile.

La fotografia non è la verità. È una superficie sulla quale proiettiamo le verità che ci servono.

Io, in quell’uomo, vidi qualcuno costretto a vivere secondo un tempo che non apparteneva al luogo. Un tempo importato, programmato, occidentale. Il tempo dei turni, delle prenotazioni, degli arrivi e delle partenze.

Guardava la donna camminare come si guarda qualcosa che, per qualche motivo, non possiamo raggiungere.

E forse ciò che invidiava non era lei.

Era la possibilità di andare.

L’ultima fotografia non mostra il mare.

Non mostra una barca, un volto o una casa colorata.

Mostra la mia ombra.

Sono in piedi con la macchina fotografica tra le mani. Il corpo non si vede, soltanto quella sagoma scura proiettata sul pavimento.

Dopo aver osservato la vita degli altri per tutto il capitolo, alla fine ero entrato anch’io nell’immagine.

Non con il volto.

Non ancora.

Come una presenza discreta, un testimone senza lineamenti. L’uomo che era passato tra quelle strade raccogliendo bambini, granchi, bevitori, venditori, guardie distratte, autisti malinconici, foglie e buche nell’asfalto.

Eppure quella fotografia diceva più di quanto avrei capito allora.

Perché questo viaggio non stava raccontando soltanto loro.

Stava cominciando a raccontare me.

L’uomo che cercava il proprio posto dietro una macchina fotografica.

L’uomo che non voleva limitarsi a mostrare dove fosse stato, ma aveva bisogno di capire che cosa gli fosse accaduto mentre era lì.

Il fotografo non è mai fuori dalla fotografia.

Anche quando non compare, lascia dentro ogni immagine la propria fame, i propri pregiudizi, le proprie ossessioni e tutte le ferite che determinano il punto esatto nel quale decide di fermarsi.

Io mi ero fermato davanti a ciò che respirava lentamente.

Davanti alle persone che non sembravano aver consegnato completamente la propria vita al lavoro.

Davanti a un paese che possedeva poco e che, almeno ai miei occhi, sembrava conservare qualcosa che noi avevamo venduto in cambio della puntualità, della carriera e di un telefono capace di ricordarci ogni appuntamento tranne quello con noi stessi.

Forse mi sbagliavo.

Forse avevo visto soltanto ciò che avevo bisogno di vedere.

Ma anche questo fa parte del viaggio.

Partiamo convinti di osservare il mondo e finiamo per scoprire quali parti del mondo stavamo disperatamente cercando.

Io cercavo un tempo diverso.

Una vita che non dovesse sempre giustificare la propria esistenza attraverso ciò che produce.

Cercavo la possibilità di sedermi su un muretto senza sentirmi in colpa, guardare il traffico senza doverlo attraversare, dare del denaro a dei bambini senza portarmi via il loro granchio e fotografare una pozzanghera davanti ai Caraibi perché, per qualche fottuto motivo, era proprio quella a somigliare di più a ciò che avevo dentro.

Alla fine rimase la mia ombra.

Una sagoma scura sopra una terra piena di colore.

La prova che ero stato lì.

Ma soprattutto la prova che, per la prima volta da molto tempo, avevo sentito di essere esattamente dove avrei dovuto essere.

Dietro l’obiettivo.

Con il mondo davanti.

E quella poderosa, innegabile erezione dell’anima che finalmente mi indicava una direzione.

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