Dopo i volti tornarono le pietre.
Le persone incontrate durante il giorno mi avevano fatto spazio accanto a loro, mi avevano offerto pane e tè, avevano trasformato quella distesa ostile in un luogo temporaneamente umano.
Il deserto, invece, non aveva alcuna intenzione di essere altrettanto gentile.
Non ti offre una sedia.
Non addolcisce il tè...
All’alba il fuoco era già acceso.
Non so chi si fosse alzato per primo, chi avesse raccolto la legna o quante volte quelle mani avessero ripetuto lo stesso gesto prima che io arrivassi con la mia macchina fotografica, le batterie cariche e quella curiosità un po’ infantile di chi entra nella vita degli altri sperando di capire qualcosa senza avere ancora imparato la lingua necessaria per domandarlo...
La città finì senza una cerimonia. Le ultime costruzioni rimasero indietro, l’asfalto cominciò a perdere la propria autorità e davanti comparvero strade sterrate, montagne nude e vecchi fuoristrada che sollevavano abbastanza polvere da nascondere per qualche secondo il mondo dal quale stavamo arrivando...
Una città turistica ha sempre due notti.
Una viene illuminata per chi ha pagato.
L’altra continua per chi ci vive.
Nella prima ci sono piscine accese dal basso, cocktail che costano quanto una giornata di lavoro, buffet abbastanza grandi da sfamare un piccolo esercito e persone abbronzate che si lamentano perché il Wi-Fi non arriva bene fino al lettino...
La notte precedente avevo lasciato i miei desideri al mare.
Il mare non me li aveva restituiti.
La mattina dopo, Marsa Alam mi presentò il conto.
Non arrivò dentro una busta...
Si parte sempre con un bagaglio e una bugia.
Il bagaglio contiene vestiti, obiettivi, caricabatterie e una quantità di mutande calcolata secondo quel curioso principio matematico per cui, appena attraversi un confine, potresti improvvisamente cagarti addosso tre volte al giorno.
La bugia, invece, è che stiamo andando a vedere un posto...
Ci sono relazioni che iniziano con una cena, un numero di telefono, qualche promessa pronunciata troppo presto e una quantità discutibile di vino.
E poi ci sono quelle in cui un essere di quattro chili entra nella tua vita, ti guarda come se fossi chiaramente inferiore a lui, occupa metà della casa senza contribuire alle spese e decide unilateralmente che da quel momento vivrai al suo servizio...
Passiamo l'infanzia a voler crescere in fretta. L'adolescenza a voler essere finalmente adulti. Poi gli anni migliori della vita a contare i giorni che mancano al venerdì.
Aspettiamo le ferie. Aspettiamo l'estate. Aspettiamo Natale. Aspettiamo lo stipendio. Aspettiamo che finisca quella cazzo di giornata che sembra così pesante da non essere sopportata.
Siamo sempre lì, a chiedere al tempo di correre, come se gli stessimo facendo un favore, come se meritassimo una corsia preferenziale solo perché ci stiamo annoiando...
Eccoci a parlare di una delle poche invenzioni umane che riescono ancora a trasformare benzina, metallo e una quantità discutibile di buon senso in qualcosa che somiglia terribilmente alla felicità.
Ci sono giorni in cui il cervello sembra una stanza piena di televisori lasciati accesi.
Uno trasmette i problemi...
Vi siete mai chiesti cosa cazzo pensi un gabbiano mentre vi guarda?
Non quando gli lanciate una patatina o cercate di fotografarlo prima che vi caghi addosso. Intendo quando rimane immobile, inclina leggermente la testa e sembra osservare in silenzio tutto il triste spettacolo della nostra specie.
E se sapesse scrivere, che cosa cazzo scriverebbe?