Una raccolta di fotografie, una specie geneticamente sospetta e alcune attenuanti che nessuno aveva richiesto
Prima di cominciare, facciamo una cosa profondamente umana: emettiamo un giudizio definitivo su qualcosa che comprendiamo appena.
Tu farai la giuria.
Io porterò le fotografie.
L’imputato è l’essere umano...
Ci sono fotografie che nascono per essere viste.
E poi ce ne sono alcune che nascono per essere date a qualcuno.
Questa era una di quelle.
Non era solo un tramonto. Non era solo un cielo colorato nel modo giusto, nel momento giusto, con quella luce che sembra quasi un errore della natura. Era una di quelle rare occasioni in cui il mondo, per qualche minuto, sembra smettere di fare il mondo e decide di regalarti qualcosa...
Cari amici, facciamo un piccolo gioco: se aveste una bottiglia, un foglio bianco e la certezza che nessuno saprà mai cosa avete scritto, quale parte di voi affidereste all’acqua?
Un nome? Un grido? Un rimpianto? Una dichiarazione arrivata troppo tardi? O magari quella verità che continuate a raccontarvi di non avere?
Questa volta vi porto dentro un viaggio un po’ strano. Comincia su un’auto, prosegue in un sogno e finisce davanti a un lago, con una bottiglia tra le mani e qualche domanda di troppo nella testa...
Una sola fottutissima domanda:
Quando è stata l’ultima volta che hai vissuto davvero?
Non dico respirato.
Non dico mangiato, dormito, lavorato, scopato, pagato una bolletta o risposto “tutto bene” a qualcuno che non aveva alcuna voglia di conoscere la risposta.
Dico vissuto.
Quando è stata l’ultima volta che ti sei trovato dentro un momento senza pensare a quello successivo?
Senza fare calcoli.
Senza prepararti.
Senza dirti...
Ci sono giorni in cui non hai bisogno di partire davvero.
Ti basta una finestra.
Una di quelle vecchie, con il legno segnato, il vetro che ha visto più stagioni di quante tu abbia voglia di ricordare, e quella strana capacità di farti sentire contemporaneamente al sicuro e in trappola. Dentro e fuori. Protetto e condannato. Vivo e sospeso...
Il sole ha una pessima abitudine. E sai qual è?
Se ne va.
Ogni maledettisima sera.
Non importa quanto sia stata bella la giornata, quanto tu abbia combinato, quanto ti sia divertito, quanto abbia lavorato, scopato, fotografato, viaggiato, litigato con qualcuno o passato sei ore a domandarti quale diavolo dovrebbe essere il tuo posto nell’universo...
Ci sono notti che non hanno nessuna intenzione di consolarti.
Non arrivano per dirti che andrà tutto bene.
Non ti mettono una mano sulla spalla.
Non ti promettono risposte...
Non vi dirò dove siamo.
Non perché sia un segreto militare o perché temo un’invasione di turisti armati di sandali, reflex e improvvisa passione per l’aglio. Semplicemente, dare un nome a questo posto lo renderebbe troppo preciso. Troppo piccolo. Una coordinata sulla mappa, quando invece potrebbe essere qualunque provincia dimenticata abbastanza lontano dalle grandi occasioni e abbastanza vicina alla terra da sentirne l’odore dopo la pioggia.
Qui il verde cresce ovunque...
Hai mai osservato due persone anziane sedute insieme e ti sei chiesto quanta vita ci fosse nello spazio tra i loro corpi? Quanti litigi, quante gioie, quante notti e quante occasioni per andarsene avevano attraversato prima di arrivare proprio lì?
E tu, quante persone hai amato senza riuscire a immaginarle ancora accanto quando i corpi saranno cambiati? Quante volte hai scambiato l’incendio per amore soltanto perché faceva abbastanza luce?
Forse la parte più difficile non è innamorarsi.
È trovare qualcuno con cui arrivare fino alla panchina...
Ci sono luoghi che attraversiamo.
Li guardiamo, scattiamo qualche fotografia e poi li lasciamo alle nostre spalle insieme agli scontrini, alla sabbia nelle scarpe e a tutta quella spazzatura sentimentale che ci portiamo a casa dai viaggi.
E poi ci sono luoghi che si tengono qualcosa di noi.
Non chiedono il permesso.
Non firmano ricevute....