Repubblica Dominicana, capitolo II — Dominicus e il ritmo della riva*
Il primo capitolo era terminato con la mia ombra sul pavimento.
Io, la macchina fotografica e quella sensazione crescente di aver finalmente trovato qualcosa che assomigliasse a una direzione. Non una risposta definitiva — quelle le lascio volentieri ai guru, ai preti e agli uomini sufficientemente ubriachi da credersi lucidi — ma almeno una strada lungo la quale continuare a camminare.
Poi arrivò la spiaggia.
Non come una ricompensa.
Come un cambio di respiro.
Dopo le case, le bancarelle, le strade rotte e la vita quotidiana di Bayahibe, Dominicus sembrava essersi pettinata per ricevere visite. Sabbia chiara, acqua turchese, palme, ombrelloni e un faro a strisce bianche e nere piantato sul bordo del mare come un punto esclamativo particolarmente fotogenico.
Il genere di posto che non ha bisogno di presentazioni.
Lo guardi e capisci immediatamente perché qualcuno abbia attraversato un oceano, sopportato un volo di dieci ore, due bambini urlanti e il vassoio di plastica di una compagnia aerea pur di arrivarci.
Era bello.
Fottutamente bello.
E non di quella bellezza costruita attraverso una campagna pubblicitaria. Il turismo poteva ripulire la sabbia, sistemare i lettini e vendere cocktail con nomi tropicali, ma il colore del mare non l’aveva inventato nessuno.
Quell’azzurro esisteva prima dei resort.
Prima delle recensioni.
Prima che qualche dirigente in una sala riunioni decidesse quanto dovesse costare una camera con vista.
La prima fotografia mostra un piccolo uccello sulla sabbia.
Non il faro.
Non il mare.
Non la grande veduta che qualunque persona ragionevole avrebbe scelto per introdurre una spiaggia caraibica.
Un uccello.
Se ne stava lì, con le zampe sottili piantate nella sabbia e l’espressione vigile di chi non si fida del prossimo essere umano armato di macchina fotografica. Intorno a lui il paesaggio scompariva in una distesa chiara.
Era minuscolo.
Eppure sembrava perfettamente al proprio posto.
Forse perché la pace non ha bisogno di occupare molto spazio.
Siamo noi che, per sentirci vivi, dobbiamo continuamente allargare il territorio: una casa più grande, una macchina più grossa, più denaro, più attenzione, più gente pronta a testimoniare pubblicamente che esistiamo.
Lui aveva qualche centimetro di sabbia.
Sembrava sufficiente.
Subito dopo apparve il faro.
Bianco e nero, verticale, quasi arrogante in mezzo a tutto quel colore. Tornava continuamente nelle fotografie, da vicino, da lontano, incorniciato dalle persone, circondato dai lettini o solitario davanti al mare.
Non era soltanto un edificio.
Era il metronomo della spiaggia.
Rimaneva fermo mentre intorno cambiavano la luce, i corpi, le onde e le nuvole. I turisti arrivavano, stendevano gli asciugamani, si scottavano la schiena e tornavano a casa con un braccialetto, qualche fotografia e l’illusione di essere stati felici in modo esotico.
Il faro restava.
Probabilmente aveva visto migliaia di persone attraversare quella sabbia convinte che quei sette giorni fossero un evento irripetibile.
Per lui erano soltanto martedì.
Ed è una delle umiliazioni più salutari del viaggio: scoprire che il luogo che sta cambiando la tua vita non si accorge nemmeno del tuo passaggio.
Il mare non ricorderà il tuo nome.
La sabbia cancellerà le impronte.
Il faro continuerà a fare il faro senza conservare una sola fotografia di te.
C’è qualcosa di stranamente liberatorio nell’essere così poco importanti.
Camminai lungo la spiaggia.
Le persone sedevano vicino all’acqua, alcune in gruppo, altre rivolte verso il mare. C’erano coppie raccolte dentro conversazioni che non potevo sentire e corpi immobili sotto il sole, abbandonati a quella forma temporanea di innocenza che concediamo a noi stessi quando siamo in vacanza.
Nessun capo.
Nessuna sveglia.
Nessuna mail con scritto “gentile promemoria” che in realtà significa “muoviti, stronzo”.
Soltanto pelle, sale e tempo apparentemente libero.
Ma perfino in paradiso gli occidentali rimangono occidentali.
Arrivano con l’orologio.
Programmano l’escursione, la colazione, la tintarella e perfino il momento nel quale rilassarsi. Chiedono quanto tempo occorra per raggiungere la pace e si innervosiscono se la risposta non arriva entro l’orario previsto.
Vogliono vivere la spontaneità, purché sia inclusa nel pacchetto.
Li osservavo appoggiati al bancone, seduti vicino alla riva o allineati sopra i lettini. Alcuni guardavano il mare, altri il telefono. Avevano attraversato mezzo mondo per ritrovarsi davanti allo stesso piccolo schermo dal quale cercavano di scappare a casa.
È il nostro talento migliore.
Possiamo portare la gabbia ovunque.
Basta che ci sia il Wi-Fi.
Eppure la spiaggia continuava a lavorare su di loro.
Il sole rallentava i movimenti. Il vento interrompeva le conversazioni. Il rumore delle onde entrava dentro i silenzi e, poco alla volta, perfino le persone più ostinatamente produttive cominciavano ad arrendersi.
La pace non chiedeva il permesso.
Si infilava tra un pensiero e l’altro.
Passai sopra una passerella di legno che conduceva verso il mare.
Le assi dividevano la sabbia e l’acqua come una linea tracciata tra ciò che conoscevo e qualcosa che non aveva bisogno di essere compreso. Le persone camminavano avanti e indietro, alcune dirette alle barche, altre semplicemente incuriosite dall’orizzonte.
Ogni passerella contiene una promessa.
Ti dice che puoi avanzare senza dover ancora nuotare.
È una specie di compromesso tra il coraggio e la paura. Continui ad avere qualcosa di solido sotto i piedi, ma l’acqua si avvicina abbastanza da ricordarti che, prima o poi, la terra finirà.
Forse buona parte della vita è questo.
Camminare sopra passerelle costruite in direzione delle cose che ci spaventano, fingendo che il legno possa continuare per sempre.
Ai lati, il mare scintillava.
Una donna si chinava verso la sabbia. Altre persone attraversavano la riva. Qualcuno parlava sotto una tenda bianca mossa dal vento. Stoffa, corpi e luce si sovrapponevano in una scena che non aveva bisogno di raccontare niente di preciso.
Ed era proprio lì che cominciava l’emozione.
La fotografia non deve sempre spiegare.
A volte deve soltanto lasciare una sensazione sul tavolo e andarsene prima che qualcuno chieda di giustificarla.
Quella spiaggia mi trasmetteva pace.
Non la pace mistica dei manuali di meditazione, dove una donna vestita di bianco sorride sopra una roccia mentre cerca di venderti un corso da novecentonovantanove euro.
Una pace più semplice.
Fisica.
Il vento sulla pelle.
I colori che non avevano bisogno di essere corretti.
L’acqua che continuava a muoversi senza chiedersi se lo stesse facendo nel modo giusto.
Le persone del posto sembravano essersi accordate a quel ritmo.
Non combattevano il paesaggio.
Non cercavano di dominarlo.
Ci vivevano dentro.
E poi arrivò lui.
Il barista.
È la fotografia numero sessantatré, se avete bisogno di un numero per trovare il punto preciso nel quale questo capitolo smette di parlare della spiaggia e comincia a parlare della vita.
Un uomo anziano dietro il bancone.
Il volto segnato, il cappello, le mani occupate dal proprio lavoro. Davanti a lui bottiglie, strumenti, bicchieri e ordinazioni. Dietro, sfocato, uno dei mari più belli che mi fosse mai capitato di vedere.
Il mare non è a fuoco.
Lui sì.
Ed era esattamente come doveva essere.
Perché il paradiso, in quella fotografia, non è lo sfondo.
È il modo in cui quell’uomo sta davanti allo sfondo.
Lavora.
Probabilmente lavora da anni. Forse da decenni. Avrà servito migliaia di birre, ascoltato ordinazioni pronunciate male in quattro lingue, sopportato clienti convinti che aver pagato una vacanza gli concedesse il diritto costituzionale di essere impazienti.
Eppure non sembra avere fretta.
Ascolta.
Prende un ordine.
Poi un altro.
Compie ogni gesto con la velocità esatta che quel momento richiede, non con quella pretesa da chi sta aspettando.
Qualcuno avrà tamburellato le dita sul bancone.
Qualcun altro avrà controllato l’orologio.
Forse un turista avrà pensato: Cristo, quanto ci mette per una birra?
Lui, probabilmente, avrà continuato a fare ciò che stava facendo.
Perché il ritmo della spiaggia non cambia per l’ansia di un uomo arrivato da Düsseldorf con un braccialetto all-inclusive.
Aspetterai.
La birra arriverà.
Il sole continuerà a scendere.
E la tua vita non verrà compromessa dai novanta secondi durante i quali non sei stato immediatamente servito.
Guardando quella fotografia, mi chiesi chi fosse davvero al lavoro.
Lui, dietro il bancone?
O tutti gli altri, incapaci di smettere di produrre impazienza perfino durante le vacanze?
Il barista aveva davanti a sé quello spettacolo ogni giorno.
Acqua turchese, nuvole enormi, luce che cambiava forma sul mare. Forse non lo guardava più. Forse, come succede con tutte le cose meravigliose che diventano quotidiane, aveva smesso di accorgersene.
Oppure lo vedeva ancora.
Mi piace pensare che ogni tanto, mentre asciugava un bicchiere o aspettava che finisse di riempirsi una bottiglia, alzasse gli occhi.
Solo per qualche secondo.
Abbastanza per ricordarsi dove fosse.
Abbastanza per capire che sì, doveva lavorare, ma nessun muro gli impediva di vedere l’orizzonte.
Noi costruiamo uffici nei quali le finestre non si aprono, illuminiamo le stanze con neon capaci di far sembrare depresso persino un ficus e poi appendiamo al muro fotografie di spiagge per ricordarci che, da qualche parte, il mondo possiede ancora dei colori.
Lui lavorava dentro quella fotografia.
Non appesa.
Viva.
In movimento.
Con il vento, il sale e la luce vera.
Naturalmente non so se fosse felice.
Una bella vista non paga le bollette e il mare non rende automaticamente giusto uno stipendio. Sarebbe infantile pensare che lavorare davanti ai Caraibi cancelli stanchezza, dolori alle articolazioni, clienti stronzi o tutte le preoccupazioni che una fotografia non può mostrare.
Ma quello che mi colpì fu l’armonia.
Non sembrava un uomo strappato al paesaggio e inchiodato a un turno.
Sembrava parte di quel luogo.
Come il bancone.
Come il faro.
Come l’airone che camminava poco distante lungo la riva.
L’airone e il barista avevano molto in comune.
Entrambi stavano in piedi vicino all’acqua.
Entrambi aspettavano.
Entrambi osservavano quella fauna curiosa composta da pesci, turisti e persone convinte di avere sempre la precedenza.
L’airone attendeva che il mare gli portasse qualcosa.
Il barista che qualcuno ordinasse da bere.
Nessuno dei due sembrava disposto a correre.
L’airone non si gettava nell’acqua insultando l’oceano perché il pesce tardava ad arrivare. Rimaneva fermo, lasciava che il momento maturasse e poi compiva il gesto necessario.
Il barista faceva lo stesso.
Forse la saggezza è tutta qui.
Non nella rinuncia.
Non nell’immobilità.
Nella capacità di riconoscere il momento esatto in cui agire, senza consumare tutta la vita nell’attesa nervosa di ciò che viene dopo.
Noi, invece, viviamo anticipando.
Mentre lavoriamo pensiamo alla pausa.
Durante la pausa pensiamo al lavoro.
Quando siamo soli vogliamo qualcuno.
Quando qualcuno arriva cominciamo a desiderare di essere lasciati in pace.
Andiamo in vacanza pensando alle fotografie da pubblicare e, una volta tornati a casa, guardiamo quelle fotografie cercando di capire perché non siamo stati capaci di essere davvero lì.
Il barista era lì.
Questa era la differenza.
La fotografia non racconta un uomo che serve bevande.
Racconta un uomo che non sembra essersi fatto espellere dal proprio presente.
Dietro di lui il mare rimane sfocato perché, in fondo, non serve vedere ogni onda.
Basta sapere che c’è.
Il paradiso non deve sempre trovarsi al centro dell’inquadratura.
Qualche volta è ciò che permette a un volto di avere quella pace.
Attorno continuavano le piccole scene della spiaggia.
Un altro tratto di bancone.
Le strisce bianche e nere del faro ripetute nell’architettura del bar.
Persone appoggiate, bottiglie allineate, corpi scaldati dal sole. Lavoratori e turisti occupavano lo stesso spazio, ma sembravano appartenere a due idee differenti del tempo.
Gli uni vendevano la giornata.
Gli altri l’avevano comprata.
E non era affatto detto che sapessero usarla meglio.
Un uomo del posto sedeva sotto una palma, circondato da lettini e ombrelloni verdi. Anche in mezzo all’industria del relax conservava un’espressione tranquilla. I turisti avevano pagato per essere lì. Lui, in qualche modo, sembrava appartenervi.
C’è una differenza enorme tra occupare un luogo e abitarlo.
Puoi trascorrere dieci giorni sopra una spiaggia senza esserci mai stato davvero.
Puoi invece passare la vita dietro un bancone e conoscere il movimento di ogni nuvola.
Proseguii tra i colori.
Un piccolo negozio di souvenir esponeva oggetti, scritte e forme accese. Tutto cercava di trasformare il viaggio in qualcosa che potesse essere infilato dentro una valigia.
Una maglietta.
Un cappello.
Una calamita.
Un oggetto sul quale fosse scritto il nome del luogo, nel caso la memoria avesse bisogno di assistenza.
Compriamo ricordi perché temiamo che le emozioni non superino il controllo bagagli.
E forse abbiamo ragione.
Molti viaggi finiscono appena torniamo alla nostra vita. I colori sbiadiscono, gli odori spariscono e la pace che avevamo promesso di conservare viene strangolata dalla prima coda nel traffico.
Rimane una calamita sul frigorifero.
Un piccolo certificato del fatto che, per qualche giorno, siamo stati altrove.
Io avevo le fotografie.
Ma nemmeno loro potevano trattenere tutto.
Non potevano conservare il vento.
La temperatura dell’acqua.
La voce del barista.
Il modo in cui le nuvole cambiavano colore sopra il faro.
Potevano soltanto lasciare una ferita abbastanza precisa da permettere al ricordo di rientrare.
Alzai l’obiettivo verso gli ombrelloni.
Visti da sotto diventavano geometrie astratte, superfici colorate sospese tra me e il cielo. Non proteggevano soltanto dal sole: tagliavano la luce, la dividevano, la trasformavano.
Poco più lontano, un parasail era diventato un punto minuscolo sopra l’orizzonte.
Qualcuno volava trascinato da una barca, sospeso tra cielo e mare, abbastanza in alto da sentirsi libero e ancora saldamente legato a un motore che decideva la direzione.
Un’immagine piuttosto accurata della libertà moderna.
Puoi volare.
Purché tu abbia pagato il biglietto e non ti allontani dal percorso stabilito.
Io rimasi sulla sabbia.
Guardavo il faro comparire e scomparire tra le persone. Ogni fotografia ne restituiva una versione diversa: circondato dai turisti, isolato contro il cielo, affacciato sul mare, immerso nella luce del pomeriggio.
Forse continuavo a fotografarlo perché avevo bisogno di qualcosa che restasse fermo.
Il viaggio, in fondo, è una forma di instabilità volontaria. Cambiano il letto, le strade, i volti, le abitudini. Ti sposti per sentirti libero e qualche volta finisci per desiderare un punto che non si muova.
Il faro era quello.
Non mi indicava dove andare.
Mi ricordava da dove stavo guardando.
Il pomeriggio cominciò lentamente a cedere.
La luce si abbassò, il mare perse l’arroganza del mezzogiorno e le persone sulla spiaggia diventarono più quiete. Perfino i colori sembravano parlare a voce più bassa.
Il faro rimaneva in lontananza.
I corpi si spargevano lungo la riva.
Il giorno non finiva di colpo. Si ritirava con la stessa calma con cui era arrivato, lasciando al cielo il tempo di cambiare idea più volte.
Poi il sole raggiunse l’orizzonte.
Un disco arancione sopra il mare.
Niente persone in primo piano.
Nessun faro.
Nessuna ordinazione da servire.
Soltanto acqua, cielo e quella sfera luminosa che ogni sera mette in scena la propria morte sapendo perfettamente che tornerà il giorno dopo.
Rimasi a guardarlo.
Pensai al barista ancora dietro il bancone, all’airone sulla riva, ai turisti che avrebbero presto lasciato la spiaggia per prepararsi alla cena e alle bottiglie che il mattino seguente sarebbero tornate ad allinearsi.
Tutto avrebbe ricominciato.
Ma non nello stesso modo.
La luce sarebbe stata diversa.
Il mare avrebbe spostato la sabbia.
Qualcuno sarebbe arrivato, qualcun altro sarebbe ripartito e il vecchio barista avrebbe forse servito un’altra birra a un uomo troppo impaziente per accorgersi dello spettacolo che aveva davanti.
Questo secondo capitolo non mi insegnò che non bisogna lavorare.
Sarebbe una conclusione comoda, soprattutto scritta da qualcuno che in quel momento era dall’altra parte del bancone con una macchina fotografica.
Mi mostrò qualcosa di più sottile.
Che il lavoro può occupare le mani senza necessariamente prendersi tutta l’anima.
Che si può servire una birra senza diventare schiavi della fretta di chi la pretende.
Che la pace non coincide con l’assenza di doveri, ma con la capacità di non lasciare che i doveri decidano il ritmo di ogni nostro respiro.
Noi occidentali avevamo portato sulla spiaggia gli orologi, le aspettative e la pretesa di essere serviti.
Loro ci mettevano davanti un mare e sembravano dirci: va bene, avrete ciò che avete ordinato. Ma prima imparate ad aspettare.
Il barista era ancora lì.
L’airone anche.
Il sole scendeva.
Le nuvole passavano.
Il mondo non correva.
E, per una volta, nemmeno io sentivo il bisogno di raggiungerlo.