Quanto può essere vera per te questa frase?
La vita ha un senso dell’umorismo piuttosto discutibile.
Ti mette al mondo nudo, confuso e urlante — che, a pensarci bene, è anche più o meno lo stato in cui molti di noi arrivano ai quarant’anni — poi ti consegna una manciata di chiavi e si dimentica deliberatamente di dirti quali cazzo di porte aprano.
Arrangiati, campione.
Questa fotografia ritrae una vecchia chiave infilata dentro una serratura ancora più vecchia. Metallo consumato, graffi, sporco, segni lasciati dal tempo e probabilmente da qualcuno che, almeno una volta, ha provato ad aprire quella porta con troppa fretta.
E guardandola mi è venuto da pensare che forse siamo fatti esattamente così.
Serrature rovinate da tutti i tentativi precedenti.
Chiavi che continuiamo ostinatamente a provare.
Porte dietro cui immaginiamo ci sia finalmente quella risposta che stiamo cercando da una vita.
Io, almeno, ho passato parecchio tempo così.
A cercare la serratura giusta.
Quella del lavoro giusto.
Della donna giusta.
Del posto giusto.
Della vita giusta.
Della famosa “missione”, quella parola meravigliosamente altisonante con cui cerchiamo di dare un’aria cosmica al fatto che spesso non abbiamo la più pallida idea di cosa stiamo facendo.
Perché sarebbe bello, no?
Svegliare una mattina e trovare sul comodino una cazzo di lettera dell’universo:
Gentile signore, abbiamo finalmente elaborato la sua pratica. Il suo scopo nella vita è il seguente. In allegato trova istruzioni, coordinate GPS e parcheggio gratuito. Cordiali saluti, Dio.
Molto professionale.
Purtroppo non funziona così.
Nessuno ti dice quale porta aprire.
E soprattutto nessuno ti avverte che alcune delle chiavi che stringerai più forte saranno proprio quelle che non aprono niente.
Ci saranno persone nelle quali proverai a entrare.
Progetti a cui consegnerai mesi o anni.
Posti che sembreranno casa.
Idee che difenderai come un idiota ubriaco difende l’ultima sigaretta del pacchetto.
E alcune volte sentirai quel piccolo movimento della serratura.
Click.
E penserai: eccola.
Finalmente.
Poi spingi la porta e scopri che dietro non c’era il futuro.
C’era semplicemente un’altra stanza.
Benvenuti nell’età adulta.
Ingresso libero, consumazione obbligatoria.
La cosa buffa è che passiamo una parte enorme della vita tentando di aprire porte che forse non erano nemmeno nostre.
Perché qualcuno ci ha detto che dietro quelle porte c’era la felicità.
Studia.
Lavora.
Produci.
Guadagna.
Compra.
Accoppiati.
Riproduciti.
Fai carriera.
Compra una casa più grande per metterci dentro più cose che non avevi bisogno di comprare.
Sorridi nella foto di Natale.
Muori possibilmente senza creare troppo disagio amministrativo.
Una sceneggiatura impeccabile.
Cinque stelle su LinkedIn.
Peccato che a qualcuno, ogni tanto, venga quella fastidiosa domanda:
“Sì, okay… ma io che cazzo ci faccio qui?”
Ed è lì che iniziano i casini veri.
Perché una volta che cominci a chiedertelo davvero, certe porte smettono improvvisamente di sembrarti così interessanti.
Forse è anche questo il motivo per cui ho sempre avuto bisogno della fotografia, dell’arte, dei viaggi, delle strade prese senza sapere esattamente dove portassero, delle passioni capaci di divorare qualche ora senza chiedere il permesso.
Non perché avessi trovato la risposta.
Magari.
Ma perché almeno, mentre tenevo una macchina fotografica tra le mani, sentivo di stare provando una chiave che apparteneva davvero a me.
E questa, nella vita, non è una differenza da poco.
Poi ci sono le persone.
Ah, le persone.
Il reparto ferramenta dell’inferno.
Passiamo anni tentando di capire quale combinazione possa aprire qualcuno.
Diciamo le parole giuste.
Quelle sbagliate.
Quelle giuste nel momento sbagliato.
Ci innamoriamo.
Ci disinnamoriamo.
Torniamo.
Scappiamo.
Perdoniamo cose che avevamo giurato di non perdonare mai e ci incazziamo per stronzate che tre mesi dopo non sapremmo nemmeno ricordare.
Ogni tanto qualcuno entra.
Davvero.
Per qualche giorno, qualche mese, qualche anno.
E quando succede è magnifico e terrificante insieme, perché improvvisamente capisci che tutte quelle serrature che avevi costruito per tenere fuori il mondo funzionavano benissimo.
Finché qualcuno non ha trovato la chiave.
Poi magari se ne va.
Ed è lì che scopri un altro simpatico dettaglio della vita: le persone possono andarsene portandosi dietro una copia delle chiavi.
Così ogni tanto, anni dopo, basta una canzone, un odore, una fotografia, una strada percorsa per caso e quella vecchia porta si apre di nuovo.
Senza bussare.
Figlia di troia!
Ma forse il punto non è trovare una chiave capace di aprire tutto.
Forse quella è l’ennesima fregatura che ci raccontiamo perché abbiamo bisogno di credere che esista una soluzione definitiva.
Non esiste.
Non credo esista una mattina in cui improvvisamente hai capito tutto.
Chi sei.
Cosa devi fare.
Chi devi amare.
Dove devi vivere.
Quale sia quella mitologica missione per cui sei stato scaraventato su questo pianeta.
Probabilmente continui a capirlo mentre vivi.
Un pezzo alla volta.
Una porta alla volta.
Qualche volta entrando nel posto giusto.
Molte altre entrando nella stanza sbagliata, guardandoti intorno e pensando:
“Ah. Perfetto. Un’altra splendida decisione del cazzo.”
Eppure anche quelle servono.
Perché una serratura graffiata racconta qualcosa.
Racconta tutti i tentativi.
Le chiavi sbagliate.
La fretta.
Le mani tremanti.
Le volte in cui qualcuno ha insistito troppo.
E forse anche noi siamo diventati interessanti proprio lì, nei graffi.
Non nelle parti perfette.
Quelle sono buone per Instagram.
Sono i segni lasciati dai tentativi che raccontano davvero una vita.
Questa vecchia chiave, allora, mi piace pensarla così.
Non come la chiave della felicità.
Non come quella del successo.
Nemmeno come quella dell’amore, della verità o di qualche altra parola abbastanza importante da finire stampata su una tazza motivazionale.
È semplicemente una chiave.
Una possibilità.
E forse è tutto quello che abbiamo.
Provare.
Girare.
Sentire se qualcosa si muove.
Capire quando insistere e quando invece avere abbastanza dignità da togliere quella cazzo di chiave e cercare un’altra porta.
Perché magari il segreto non è riuscire ad aprirle tutte.
Magari il segreto è diventare abbastanza bravi da riconoscere quelle che vale ancora la pena tentare.
E continuare a farlo anche dopo essersi graffiati le mani.
Anche dopo qualche porta sbattuta in faccia.
Anche quando non abbiamo più vent’anni e nessuno ci ha ancora spiegato con precisione dove stiamo andando.
Io, almeno, sono ancora qui.
Con qualche chiave in tasca.
Qualche serratura distrutta.
Un numero imbarazzante di porte sbagliate alle spalle.
E quella sensazione ostinata che da qualche parte ce ne sia ancora una che vale la pena aprire.
Non so cosa ci sia dietro.
Ma forse è proprio per questo che continuo a girare la chiave.