Ditemi un po'… quante persone vi portate dentro quando nessuno vi guarda? Quella che vive, quella che immagina, quella che si comporta bene e quella che, almeno nella propria testa, manda tutto magnificamente a puttane. Questa volta parliamo di una donna, di un microfono e della creatura che nasce ogni volta che lei comincia a cantare. Una canta la storia...
C'è chi ha imparato a convivere con il rumore.
Il rumore delle città.
Delle conversazioni.
Delle notifiche.
Delle vite degli altri che scorrono continuamente davanti agli occhi...
Cari amici miei, oggi parliamo di ricordi.
Tutti ne abbiamo. Alcuni fanno sorridere, altri fanno ancora un po’ male, altri restano nascosti per anni dentro un cassetto finché un giorno li ritrovi e, senza nemmeno chiedere permesso, ti riportano indietro nel tempo.
Oggi vi regalo un piccolo frammento dei miei...
Il barista gira lentamente il ghiaccio dentro due bicchieri.
Fa il suo lavoro con la precisione di un farmacista e l’espressione di uno che ha già visto abbastanza esseri umani tentare di curarsi con la medicina sbagliata. Cola, rum, vodka, qualche sciroppo dal colore radioattivo, una fetta di limone per fingere che in tutto questo ci sia anche della frutta.
Poi spinge i bicchieri verso il bancone...
Il nome della città, stavolta, può restare spento.
Non perché sia un segreto, ma perché i luna park non appartengono davvero ai luoghi in cui vengono montati. Appartengono ai bambini che aspettano un anno intero per entrarci, alle madri trascinate da una giostra all’altra, ai fratelli, agli amici di scuola incontrati per caso e a quella magnifica età in cui bastavano un gettone, dello zucchero filato e il rischio concreto di vomitare per considerare riuscita una giornata...
La città è una macchina enorme che non si ferma mai.
Mangia chilometri, mastica persone, sputa fuori storie che nessuno ha avuto il tempo di ascoltare.
Ogni giorno migliaia di individui si incrociano a pochi centimetri di distanza, abbastanza vicini da sentirsi respirare, abbastanza lontani da non sapere nemmeno il loro nome.
È una cosa curiosa, la vita moderna...
Ci sono due fotografie, scattate a distanza di anni.
Nella prima, uno steccato di legno — il tipo di recinzione che separa un luogo da un altro senza pretendere di essere un muro. Nella seconda, una ringhiera antica, a Venezia, il genere di barriera che le città costruiscono più per abitudine che per necessità...
La fotografia ha scelto da sola che cosa mettere a fuoco.
Il legno.
I bicchieri.
Il bancone.
Le persone, invece, stanno scomparendo...
Vi siete mai chiesti cosa cazzo pensi un gabbiano mentre vi guarda?
Non quando gli lanciate una patatina o cercate di fotografarlo prima che vi caghi addosso. Intendo quando rimane immobile, inclina leggermente la testa e sembra osservare in silenzio tutto il triste spettacolo della nostra specie.
E se sapesse scrivere, che cosa cazzo scriverebbe?
Il fuoco arrivò.
Non subito.
Prima il deserto ebbe l’eleganza di spegnere lentamente il giorno.
Sopra una cresta camminava un uomo.
Era così piccolo da sembrare un’imperfezione della montagna, una virgola scura lasciata per sbaglio tra la terra e il cielo. Il sole gli stava dietro, basso e feroce, e il suo corpo non possedeva più volto, età, storia o destinazione.
Camminava.
Non sapevo dove stesse andando...