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La Strada non Timbra il Cartellino

La Strada non Timbra il Cartellino

Rieccoci qui, miei adorabili compagni di disastro, benvenuti ad un nuovo capitolo di questa faccenda. Oggi parliamo di libertà. Quella vera, o almeno della sua imitazione più convincente: un motore acceso, due ruote sotto il culo e nessun dirigente in giacca e cravatta autorizzato a chiederti dove pensi di andare.


C’è chi passa la vita a cercare un posto sicuro in cui fermarsi, e chi invece si sente davvero a casa soltanto quando quel posto scompare nello specchietto retrovisore.

Questa è una storia di motori, pelle consumata, amicizie nate sull’asfalto e persone che hanno capito una cosa piuttosto semplice: a volte la libertà non è un ideale da scrivere su una maglietta. È una strada davanti, una moto sotto il culo e abbastanza benzina per vedere dove va a finire la giornata.

La libertà è una parola che abbiamo consumato fino a renderla quasi inutilizzabile.

La mettiamo nelle pubblicità delle automobili acquistate a rate, nei contratti telefonici che durano ventiquattro mesi e nei discorsi di politici circondati da uomini armati. Siamo liberi di scegliere tra tre abbonamenti, cinque assicurazioni e una quantità impressionante di lavori che ci permettono di sopravvivere abbastanza a lungo da tornare il giorno dopo.

Una festa, insomma.

Poi guardi una motocicletta.

Non mentre è parcheggiata davanti a un bar alla moda, lucidata come un soprammobile per uomini che hanno bisogno di accessori più rumorosi del proprio carattere o come prolungamenti fallici del proprio attributo chiaramente sottodimensionato alla situazione. La guardi quando porta addosso chilometri, pioggia, insetti, borse consumate, adesivi di luoghi attraversati e graffi che nessuno ha avuto voglia di nascondere.

Allora capisci che certi oggetti non servono soltanto a possedere qualcosa.

Servono ad andarsene.

Ed è una differenza enorme, affascinante e sbalorditiva.

Una moto non ti promette comodità. Non ti protegge dal caldo, dal freddo, dalla pioggia o dal fatto che il mondo, di tanto in tanto, decida di lanciarti addosso un insetto grande quanto un piccolo drone.

Non ha sedili massaggianti.

Non ti isola dalla strada.

Te la consegna tutta.

Il vento sul petto. L’odore dei campi. L’asfalto che cambia sotto le ruote. La temperatura che scende entrando in un bosco. La pioggia che arriva e ti ricorda, con la delicatezza di uno schiaffo, che la natura se ne fotte dei tuoi programmi.

La moto non elimina il viaggio.

Te lo fa vivere.

Ed è forse questo il motivo per cui chi la ama raramente ne parla come di un semplice mezzo di trasporto.

Perché non lo è.

È una porta.

Una scusa.

Un lasciapassare per uscire dalla vita organizzata e attraversarne una meno comoda, ma molto più difficile da dimenticare.

Ho osservato queste persone da vicino per un po’.

Giubbotti di pelle, denim, toppe cucite come medaglie di guerre private. Barbe grigie, tatuaggi, caschi segnati, stivali che hanno chiaramente conosciuto più strade che moquette. Uomini e donne che, visti da lontano, potrebbero sembrare usciti dal catalogo illustrato delle cose che una madre prudente consiglierebbe di evitare.

Poi ti avvicini.

E trovi strette di mano.

Abbracci.

Bicchieri alzati.

Qualcuno che aiuta un altro a sistemarsi il giubbotto.

Qualcuno che controlla una moto non sua con la stessa attenzione che userebbe un chirurgo, se i chirurghi lavorassero fumando e bestemmiando contro una vite arrugginita.

Trovi bambini che si muovono in mezzo agli adulti, già affascinati da quel mondo di metallo e rumore. Coppie che si fanno fotografare. Vecchi amici che si ritrovano. Persone che arrivano sole e, pochi minuti dopo, sembrano appartenere a qualcosa.

Ed è questa la parte che mi ha colpito.

Non il travestimento.

Non l’estetica da fuorilegge, che a volte è autentica e altre volte è soltanto un modo più costoso di scegliere un abito per la domenica.

Mi ha colpito il legame.

In un mondo in cui passiamo ore a dichiararci connessi mentre ignoriamo chi ci sta seduto accanto, queste persone sembrano ancora capaci di riconoscersi attraverso gesti fisici. Una mano sulla spalla. Un bicchiere versato. Un attrezzo passato senza bisogno di chiederlo. Una strada percorsa insieme.

Piccole cose.

La civiltà moderna le considera poco produttive.

Ed è esattamente per questo che potrebbero essere importanti.

Le loro moto raccontano la stessa storia.

Non sono semplicemente pulite o costose. Sono curate.

C’è differenza anche qui.

Pulire significa togliere lo sporco.

Prendersi cura significa conoscere.

Sapere quale rumore è normale e quale annuncia un conto salato. Ricordare quando è stato cambiato un pezzo. Accorgersi di una vibrazione nuova. Stringere una vite prima che la strada decida di tenersela come souvenir.

Ogni moto sembra contenere una parte del carattere di chi la guida.

Una è cromata fino a riflettere il cielo.

Un’altra è coperta di ruggine, cuoio, metallo e cicatrici, come se fosse stata assemblata usando i resti di tre vite precedenti.

Una porta borse piene di stemmi e ricordi. Un’altra è così ordinata da sembrare pronta per una cerimonia. Un’altra ancora ha il serbatoio consumato, il sellino segnato e quell’aria magnifica delle cose che non chiedono di essere perfette per continuare a funzionare.

Non sono oggetti neutri.

Sono biografie con un motore.

E forse questo spiega perché vengano amate tanto.

La moto non è il fine.

È il modo.

Il modo per raggiungere un luogo, incontrare persone, svegliarsi presto, perdersi, fermarsi in un bar sconosciuto, mangiare qualcosa di discutibile, ripartire, prendere freddo, ridere e tornare a casa con la sensazione che la giornata sia durata più delle ventiquattro ore previste dal contratto.

Noi abbiamo riempito la vita di strumenti progettati per farci risparmiare tempo.

Poi spendiamo tutto il tempo risparmiato a guardare video di altra gente che vive.

È un sistema geniale.

Il motociclista, almeno quello che ho visto io, sembra seguire la filosofia opposta: impiegare più tempo, prendere la strada lunga, fermarsi quando ne vale la pena e arrivare con qualcosa da raccontare.

Non sempre è un viaggio epico.

A volte sono pochi chilometri.

Un ritrovo.

Un pranzo.

Un pomeriggio passato a parlare intorno alle moto, bevendo, scherzando e discutendo con una serietà sproporzionata di scarichi, selle, pneumatici e modifiche che nessuna persona ragionevole noterebbe mai.

Ma la vita è fatta soprattutto di questo.

Giornate apparentemente piccole che, messe insieme, diventano l’unica biografia che possediamo davvero.

Ci hanno convinti che vivere significhi raggiungere grandi traguardi.

Carriera.

Casa.

Successo.

Prestigio.

Una serie di parole stampate in caratteri eleganti sopra fotografie di persone che sorridono troppo.

Poi incontri qualcuno che sembra stare bene perché ha trascorso la domenica in moto con i propri amici e ti viene il sospetto che tutta quella costruzione possa essere una colossale presa per il culo.

Magari la vita non deve essere sempre grandiosa.

Magari deve essere sentita.

Una moto che si accende.

La luce del mattino sul metallo.

Qualcuno che arriva e viene accolto.

Un gruppo che brinda.

Il rumore dei motori prima della partenza.

La strada che si apre davanti.

Non è poco.

Siamo noi ad aver imparato a chiamarlo poco perché non produce una promozione, un certificato o una voce interessante sul curriculum.

Ma il curriculum non ti tiene compagnia quando la vita diventa buia.

Una passione, qualche volta, sì.

Una comunità, spesso, anche.

Naturalmente non voglio trasformare tutto in una cartolina romantica.

Anche tra i motociclisti ci saranno stronzi, egocentrici, fanatici e uomini convinti che il volume dello scarico possa compensare un’evidente povertà interiore.

Ogni tribù umana contiene la propria percentuale di idioti.

È una tassa universale.

Ma ciò non cancella quello che ho percepito restando immerso in quel mondo: la possibilità che una passione comune diventi un linguaggio, e che quel linguaggio permetta alle persone di trovarsi.

Non perché condividano ogni idea.

Non perché vengano dallo stesso posto.

Ma perché sanno cosa significa preparare la moto, partire e lasciare che per qualche ora la strada decida il resto.

Viaggiare educa in modi che una scuola difficilmente potrebbe programmare.

Ti insegna che i piani saltano.

Che il tempo cambia.

Che qualcosa si rompe.

Che le persone possono aiutarti senza conoscerti.

Che certi luoghi magnifici non hanno parcheggio, recensioni o una connessione abbastanza buona per pubblicarli immediatamente.

Ti insegna a portare soltanto ciò che serve.

E questo, in una società costruita sull’accumulo compulsivo di cose che non sappiamo dove mettere, è quasi un atto di consapevole rivoluzione.

Su una moto lo spazio è limitato.

 

Devi scegliere.

Una giacca.

Qualche indumento.

Gli attrezzi.

Due oggetti importanti.

Il resto rimane a casa.

E magari scopri che anche molti dei problemi che credevi indispensabili potevano restarci.

La semplicità non è sempre pace.

A volte è scomodità, stanchezza, freddo e un mal di schiena capace di farti rivalutare con tenerezza perfino il divano dell’Ikea.

Ma è una scomodità piena.

Una stanchezza guadagnata.

La senti nel corpo e sai da dove arriva.

Molto diversa da quella stanchezza grigia che ci portiamo addosso dopo una giornata trascorsa a rispondere a messaggi inutili, partecipare a riunioni inconcludenti e fingere interesse per obiettivi stabiliti da gente che non ricorda nemmeno il nostro nome.

La strada ti stanca, ma prima ti ha dato qualcosa.

Il sistema spesso riesce soltanto nella prima parte.

Guardando queste fotografie vedo il metallo, naturalmente.

I loghi.

I dettagli.

I caschi.

Le forcelle.

I motori che sembrano sculture create da qualcuno con un’ossessione per il rumore e una profonda diffidenza verso la discrezione.

Ma soprattutto vedo le persone.

Uno saluta un amico appena arrivato.

Una coppia posa sorridendo, con un bicchiere in mano e l’aria di chi, almeno per quel momento, non deve dimostrare niente.

Un gruppo brinda.

Qualcuno fuma e ascolta.

Altri parlano raccolti intorno alle moto, mentre la luce accarezza il cuoio e il cromo e trasforma un parcheggio qualsiasi in qualcosa che assomiglia a casa.

Perché casa, forse, non è sempre un edificio.

Può essere una sensazione.

Il posto in cui non devi spiegare la tua passione perché tutti intorno a te parlano già la stessa lingua.

Il posto in cui il rumore che ami non disturba nessuno.

Il posto in cui una moto viene riconosciuta non per quanto costa, ma per la storia che porta addosso.

È facile liquidare tutto come folklore.

La pelle.

Le toppe.

I tatuaggi.

Le barbe.

Il rituale delle partenze e degli arrivi.

Ma quasi ogni comunità ha bisogno di simboli. Il mondo aziendale ha le cravatte, i badge e i titoli altisonanti. I motociclisti hanno giubbotti, stemmi e moto personalizzate.

Almeno i loro simboli sanno di vento.

E non pretendono di chiamare “famiglia” un reparto commerciale prima di licenziarne metà per migliorare il bilancio trimestrale.

In quel mondo ho visto un’idea di libertà imperfetta, certamente.

La benzina costa.

Le moto si rompono.

Le strade finiscono.

Anche chi viaggia deve prima o poi fermarsi e tornare alle responsabilità che lo aspettano.

Nessuno scappa davvero da tutto.

Ma esistono fughe che non servono a evitare la vita.

Servono a ritrovarla.

Partire per qualche giorno non significa necessariamente abbandonare i problemi. A volte significa allontanarsi abbastanza da riuscire finalmente a guardarli nelle giuste proporzioni.

Da lontano molte tragedie quotidiane rivelano la propria natura: fastidi ben vestiti, obblighi inventati, aspettative degli altri che avevamo scambiato per desideri nostri.

Poi giri la chiave.

Il motore vibra.

La strada comincia a muoversi sotto di te.

E per qualche chilometro non sei il tuo lavoro, il tuo conto in banca, il tuo passato o l’elenco delle cose che non sei ancora riuscito a diventare.

Sei qualcuno che sta andando.

Può sembrare poco soltanto a chi non è mai rimasto fermo troppo a lungo.

Forse il vero lusso non è possedere una moto enorme, lucida e costosa.

È avere ancora qualcosa che ti faccia desiderare di partire.

Una ragione per alzarti presto.

Una direzione, anche provvisoria.

Persone con cui condividere il tragitto e abbastanza curiosità da voler sapere cosa ci sia dopo la prossima curva.

Il resto sono dettagli.

Importanti, bellissimi, cromati e rumorosi.

Ma dettagli.

La motocicletta è il mezzo.

L’esperienza è il viaggio.

La passione è il carburante.

E la libertà, quella piccola e possibile, è il momento in cui lasci alle spalle il posto in cui eri convinto di dover restare.

Non dura per sempre.

Niente di buono lo fa.

Ma dura abbastanza da ricordarti che la vita non è soltanto qualcosa da sopportare fino al fine settimana.

Può essere percorsa.

Può essere scelta.

Può perfino essere amata.

Basta smettere, ogni tanto, di domandarsi dove condurrà la strada.

Accendere il motore.

E andare a scoprirlo.

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