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Tutti l’amavano, Nessuno restava

Tutti l’amavano, Nessuno restava

Avevo promesso a me stesso che non mi sarei più innamorato delle donne complicate.

Poi arrivai a Venezia.

Era lì.

Appoggiata sull’acqua come una vecchia diva che avesse bevuto troppo, dormito poco e mandato a fanculo tutti gli uomini abbastanza stupidi da chiederle di comportarsi bene.

Aveva il trucco che cadeva dai muri.

Le finestre stanche.

Le porte gonfie d’umidità.

E quella bellezza insopportabile di chi sa perfettamente di poter essere un disastro e venire desiderata comunque.

Non mi chiese il nome.

Venezia aveva avuto troppi amanti per ricordarseli tutti.

Ogni giorno arrivavano in migliaia.

Scendevano dai treni, dai battelli e dai taxi d’acqua trascinandosi dietro valigie, aspettative e relazioni già abbastanza compromesse da aver bisogno di un fine settimana romantico.

Le dicevano che era bellissima.

La fotografavano.

Le promettevano che sarebbero tornati.

Poi, prima di sera, controllavano l’orario dell’ultimo treno.

Lei li lasciava fare.

Conosceva quella parte.

Il battello avanzava lungo il canale con il rumore stanco di un autobus costretto a nuotare. Attorno, altre imbarcazioni correvano sull’acqua trasportando persone, pacchi, lavoratori e turisti convinti che perfino un mezzo pubblico diventasse poetico se galleggiava davanti a un palazzo del Cinquecento.

L’acqua si apriva sotto la prua e subito dopo si richiudeva.

Come se non fossimo mai passati.

Era già una lezione, ma nessuno sembrava interessato.

Erano tutti troppo impegnati a fotografarsi.

Venezia non possiede strade nel senso tradizionale.

Possiede passaggi.

Ponti.

Corridoi.

Vene strette tra edifici abbastanza vecchi da aver visto intere generazioni dichiararsi amore eterno per poi smettere di parlarsi sei mesi dopo.

Ti obbliga a camminare.

A sbagliare direzione.

A tornare indietro.

Non puoi attraversarla fingendo che tutto sia sotto controllo.

Ed è forse questa la prima ragione per cui mette a disagio tanta gente.

Le città moderne sono costruite per farti arrivare.

Venezia sembra progettata apposta per ricordarti che non hai idea di dove cazzo stai andando.

Camminai.

La macchina fotografica al collo e nessuna intenzione di portare a casa la solita collezione di monumenti ben educati.

Non volevo dimostrare di essere stato lì.

Milioni di persone lo avevano già fatto prima di me, con risultati più simmetrici e cieli probabilmente migliori.

Volevo capire cosa rimanesse della città quando smettevi di guardare ciò che ti avevano detto di guardare.

Così abbassai l’obiettivo.

Verso i piedi.

Le ombre.

Le persone ferme sotto i portici.

Un piccione attraversava una piazza con l’atteggiamento arrogante dell’unico vero residente rimasto.

Attorno a lui, la folla si muoveva tra chiese, colonne e palazzi come se qualcuno avesse rovesciato un’intera nave da crociera dentro una cartolina.

Il piccione non sembrava impressionato.

Aveva visto milioni di persone arrivare con la stessa espressione.

Bocca aperta.

Telefono sollevato.

La presunzione infantile di essere i primi ad accorgersi che quel posto fosse magnifico.

Gli esseri umani hanno bisogno di credere di aver scoperto ciò che stanno guardando.

È il motivo per cui fotografano tramonti, monumenti e donne bellissime come se prima del loro arrivo nessuno avesse mai avuto occhi.

Sotto le arcate, una ragazza con lunghe trecce guardava verso la piazza.

Non vedevo il suo viso.

Soltanto le spalle, i capelli raccolti e la luce che le cadeva addosso.

Forse stava aspettando qualcuno.

Forse si era persa.

Forse aveva semplicemente bisogno di un minuto lontano dalla folla.

In una città fotografata fino alla nausea, mi colpiva una persona che non stava cercando di essere vista.

Più avanti, una bambina era in piedi dentro una gondola.

Piccola.

Circondata da velluto rosso e decorazioni dorate abbastanza esagerate da far sembrare sobrio un bordello francese.

Per qualche minuto poteva immaginarsi principessa.

Il gondoliere, con la sua maglia a righe, sistemava la barca e aspettava.

Lui sapeva che le favole funzionano a tempo.

Trenta minuti.

Quarantacinque se paghi qualcosa in più.

Poi la principessa scende, la gondola torna vuota e bisogna preparare il sedile per la storia successiva.

Le città romantiche funzionano così.

Vendono l’illusione che un luogo possa fare il lavoro che due persone non sono più capaci di fare.

Una gondola.

Una cena.

Un ponte al tramonto.

E per qualche ora puoi fingere che non vi siate detti cose imperdonabili, che il desiderio non abbia iniziato a spegnersi e che il viaggio non sia soltanto un tentativo costoso di ricordare perché vi eravate scelti.

Naturalmente qualche volta funziona.

Qualche volta due persone si guardano davvero.

Il rumore attorno scompare.

L’acqua riflette una luce perfetta e, per un momento, nessuno mente.

Ma non è merito della gondola.

È merito di quelle due persone.

Il resto è tappezzeria.

Sotto un portico incontrai un musicista.

Vestito di nero.

Testa rasata.

Una mano sul contrabbasso.

Aveva lo sguardo duro di uno che passa le giornate a suonare canzoni romantiche per gente che non ascolta.

Forse accompagnava matrimoni.

Forse ricevimenti.

Forse cene durante le quali uomini sposati fissavano altre donne fingendo di apprezzare il jazz.

Teneva lo strumento come si tiene qualcuno che conosciamo da troppo tempo per poterlo ancora idealizzare.

Con affetto.

Con fatica.

E con la consapevolezza che, se lo lasciassimo andare, non sapremmo più bene chi siamo.

Non sentii cosa stesse suonando.

Ma lo fotografai.

Alcune persone hanno una musica addosso anche quando rimangono immobili.

Poco dopo trovai un pittore davanti a un canale.

Capelli bianchi.

Maglietta consumata.

Una tela piena di palazzi, acqua e riflessi.

Continuava a guardare il paesaggio e poi il quadro, come se stesse litigando con entrambi.

Cercava di fermare una città che non rimane mai uguale nemmeno per il tempo necessario a dipingerla.

L’acqua cambiava.

La luce si spostava.

Una barca attraversava l’inquadratura e mandava a puttane il riflesso su cui aveva appena lavorato.

Lui ricominciava.

Forse dipingere significa proprio questo.

Tentare di mettere ordine in qualcosa che non ha alcuna intenzione di collaborare.

Anche fotografare.

Anche scrivere.

Anche amare qualcuno, se vogliamo essere abbastanza stupidi da continuare a provarci.

Ci piace pensare che l’arte nasca dall’ispirazione.

Spesso nasce dalla frustrazione.

Dal mondo che non resta fermo.

Dalle persone che cambiano idea.

Dalla luce che se ne va proprio quando avevamo finalmente capito cosa farne.

Verso mezzogiorno la città era piena.

Corpi ovunque.

Cappelli.

Borse.

Bottiglie d’acqua.

Guide sollevate sopra la folla come comandanti durante una battaglia combattuta contro il tempo e le prenotazioni del ristorante.

Tutti volevano vedere tutto.

È una malattia contemporanea.

Andiamo in un posto meraviglioso e ci imponiamo di consumarlo.

Tre chiese.

Due ponti.

Un museo.

Pranzo tipico.

Foto davanti al canale.

Souvenir.

Poi torniamo a casa più stanchi di quando eravamo partiti e diciamo che è stato bellissimo.

Venezia si lasciava consumare.

Aveva imparato a sopravvivere anche a quello.

I gondolieri aspettavano accanto alle barche, con le maglie a righe e la pazienza professionale di chi trascorre le giornate vendendo romanticismo a ore.

Uno si voltò verso di me.

Aveva il cappello di paglia, lo sguardo furbo e l’espressione di chi aveva già visto abbastanza proposte di matrimonio da non credere più nell’amore ma abbastanza mance da non dirlo ad alta voce.

Dietro di lui c’erano ponti, colonne e acqua.

Davanti, la prossima coppia pronta a pagare per sentirsi dentro un film.

Non lo giudicavo.

Tutti vendiamo qualcosa.

Il nostro tempo.

Il nostro corpo.

La nostra competenza.

Una versione più sopportabile di noi stessi.

Lui vendeva quaranta minuti di bellezza.

C’erano mestieri peggiori.

Le gondole aspettavano legate ai pali.

Nere.

Eleganti.

Vuote.

Senza passeggeri sembravano animali addormentati, leggermente inquietanti e troppo belli per potersi fidare.

Dondolavano sull’acqua con piccoli movimenti, urtandosi appena.

Anche ferme continuavano a viaggiare.

È questo che fa l’acqua.

Non permette a niente di essere completamente immobile.

Nemmeno alle pietre.

Nemmeno ai ricordi.

Davanti alla laguna, tre persone osservavano la città da lontano.

Una controllava il telefono.

Le altre guardavano l’orizzonte.

Forse cercavano la strada.

Forse discutevano su dove mangiare.

Forse stavano vivendo uno di quei momenti destinati a diventare importanti soltanto molti anni dopo, quando una delle tre non ci sarebbe più stata e gli altri avrebbero trovato quella fotografia in fondo a una cartella.

Non lo sapevano.

Nessuno sa mai quando sta costruendo un ricordo.

È questo che rende i ricordi così bastardi.

Accadono mentre siamo distratti.

Mentre controlliamo una mappa.

Mentre ci lamentiamo del caldo.

Mentre chiediamo agli altri quanto manchi.

Poi, anni dopo, daremmo qualsiasi cosa per tornare esattamente in quel momento che non avevamo avuto la decenza di apprezzare.

In una pozzanghera vidi il riflesso di un palazzo.

Capovolto.

Tremava nell’acqua sporca ogni volta che qualcuno passava vicino.

Mi sembrò il ritratto più onesto della città.

Non le facciate perfette.

Non le cupole.

Non i cavalli di bronzo sospesi sopra gli ingressi come se perfino loro stessero cercando di scappare.

Una pozzanghera.

Venezia rovesciata.

Fragile.

Deformata.

Magnifica comunque.

Forse la bellezza autentica comincia proprio quando smette di preoccuparsi di apparire perfetta.

Le porte consumate, i muri aperti, l’intonaco caduto e le finestre chiuse raccontavano più verità di tutte le fotografie promozionali.

La città stava invecchiando davanti a milioni di persone che continuavano a chiederle di sembrare eterna.

È una crudeltà che riserviamo alle cose belle.

E alle donne belle.

E agli artisti.

Li amiamo finché riescono a nasconderci il tempo.

Quando cominciano a mostrarne i segni, diciamo che non sono più quelli di una volta.

Come se noi, nel frattempo, fossimo rimasti intatti.

Camminai ancora.

Dentro calli strette dove il sole arrivava soltanto a pezzi.

Sopra ponti invasi dalla gente.

Tra negozi, bar, insegne al neon e lampade accese anche di giorno.

Due donne camminavano davanti a me, una vestita di rosso.

Altri salivano una lunga scalinata, curvi sotto borse, zaini e quella fede incrollabile secondo cui qualunque cosa si trovi in cima a dei gradini debba per forza valerne la pena.

La città continuava a mostrarsi.

Un angolo alla volta.

Mai tutta insieme.

Forse era questo il suo modo di difendersi.

Se avesse offerto tutto immediatamente, l’avremmo fotografata, consumata e dimenticata ancora più in fretta.

Invece obbligava a perdersi.

A girare.

A scegliere una direzione sbagliata.

A finire davanti a un muro, a una porta chiusa o a un piccolo canale senza ponte.

E mentre cercavi di tornare sul percorso corretto, magari vedevi qualcosa che non avevi previsto.

Una finestra.

Un volto.

Un uomo che puliva una gondola.

Il lavoro dietro la favola.

L’ultima fotografia fu proprio quella.

Un gondoliere chinato sul sedile rosso, intento a sistemare la barca.

I turisti erano scesi.

La storia d’amore era finita.

O forse stava soltanto continuando altrove, tra un conto troppo alto e una discussione su chi avesse dimenticato i biglietti.

Lui rimetteva tutto in ordine per i prossimi.

Lisciava il velluto.

Controllava le decorazioni.

Preparava la scena.

Domani un altro uomo avrebbe stretto una donna su quel sedile.

Le avrebbe detto qualcosa all’orecchio.

Lei avrebbe sorriso.

Forse si sarebbero amati per tutta la vita.

Forse si sarebbero lasciati prima di Natale.

Alla città non importava.

Venezia non promette che l’amore durerà.

Promette soltanto che, mentre accade, avrà un bellissimo sfondo.

Quando me ne andai, non avevo fotografato la città che compare sulle cartoline.

O forse sì.

Ma l’avevo trovata distratta.

Mentre lavorava.

Mentre aspettava.

Mentre invecchiava.

Mentre lasciava che milioni di sconosciuti le passassero sopra senza riuscire a possederla davvero.

Non mi aveva raccontato i propri monumenti.

Mi aveva mostrato le crepe.

I riflessi.

Le persone.

La fatica necessaria a mantenere in piedi qualcosa che tutti pretendono eterno.

Venezia non mi amava.

Non ama nessuno di noi.

Ci lascia arrivare.

Ci seduce.

Ci permette di portare via qualche fotografia e l’illusione di averla capita.

Poi ci accompagna verso la stazione e torna ad aspettare il prossimo.

È sempre stata così.

Bellissima.

Stanca.

Impossibile.

Tutti arrivavano dicendo di amarla.

Nessuno restava.

E forse era proprio per questo che continuava a essere così dannatamente bella.

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