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Prima di Sapere Cosa Stavo Facendo

Prima di Sapere Cosa Stavo Facendo

Prima di sapere cosa stavo facendo

Queste foto non sono le mie migliori.

La messa a fuoco balla, i colori sono quelli piatti di una compatta di allora, e in almeno tre scatti si vede il mio pollice all’angolo del mirino, perché non avevo ancora imparato dove tenere le mani.

Le ho scattate diversi anni fa, in una cittadina di mare, con una macchina che oggi definirei a malapena una fotocamera.

Stavo appena scoprendo cosa significasse guardare il mondo attraverso un obiettivo, invece che semplicemente guardarlo.

Non sapevo ancora niente. Ma guardavo tutto come se fosse la prima volta — perché, in un certo senso, lo era.

Ero lì con una persona che, all’epoca, non ero ancora sicuro di poter chiamare “qualcosa di preciso”. Ci stavamo frequentando. Nessuno dei due aveva ancora messo un nome a quello che stava succedendo, ed era proprio quella la parte migliore: tutto poteva ancora diventare qualsiasi cosa.

C’era sintonia. Di quella vera, rara, che non si spiega e non si costruisce — o c’è, o non c’è.

Per qualche giorno, in quella cittadina che profumava di sale e di strade troppo strette per le macchine, ho fotografato il mare, i muri scrostati, la luce del tardo pomeriggio che a certe latitudini sembra fatta apposta per far sembrare tutto più importante di quello che è.

Lei non compare quasi mai, in questi scatti. Non avevo ancora imparato a fotografare le persone, allora — mi fidavo di più dei paesaggi.

Ma c’era, in ogni fotografia. Nel modo in cui ho scelto quella luce e non un’altra. Nel tempo che mi sono preso per un muro qualsiasi, solo perché quel pomeriggio ero felice e non sapevo bene perché.

Poi siamo tornati a casa, ognuno nella propria vita, e quello che c’era tra noi — qualunque cosa fosse, non avevamo ancora fatto in tempo a dargli un nome — si è spento da solo, nel giro di poche settimane.

Non con un litigio. Solo con il silenzio normale delle cose che non erano ancora abbastanza forti da resistere alla distanza.

Non è una storia triste. È solo una storia breve.

Di quel viaggio mi restano queste foto imperfette, scattate da qualcuno che non sapeva ancora bene cosa stava facendo — né con la macchina fotografica, né con quella persona.

Eppure, guardandole adesso, capisco che è proprio per questo che valgono qualcosa: non raccontano una tecnica. Raccontano uno stato. Quello di chi sta ancora imparando a guardare, e non ha ancora paura di farsi vedere mentre lo fa.

Molte altre foto le ho scattate stando dietro l’obiettivo, protetto da quella distanza.

Queste no. In queste, per una volta, il fotografo è anche il soggetto.

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