Ci sono fotografie che sembrano piccole.
Poi le guardi meglio e dentro ci trovi il riassunto di un’intera civiltà andata a puttane.
Questa, per esempio, mostra delle formiche...
Scende lenta sul vinile, trova il solco — quella minuscola striscia nera che gira e gira sotto la luce rossa come se fosse l'unica cosa nella stanza che sa esattamente dove deve andare. Non c'è niente di frenetico in questo gesto. Nessuna fretta, nessuno che ti spinge da dietro per arrivare al bancone prima che chiuda l'happy hour. Solo un braccio meccanico che scende con la calma di chi ha tutto il tempo del mondo, perché in quella stanza, per i prossimi venti minuti, il tempo del mondo appartiene solo a lui...
La prigione più pericolosa non è quella fatta di ferro.
È quella che, dopo un po', smetti perfino di vedere.
Un cane guarda oltre una rete.
Un altro cerca uno spiraglio tra due assi di legno rotte, come se bastasse un centimetro in più per convincersi che il mondo esiste ancora.
Un piccolo animale gira in tondo dentro uno spazio costruito da qualcun altro.
E poi ci siamo noi...
Li ho trovati ovunque.
Appoggiati ai muri.
Seduti ai tavolini.
In piedi alle fermate.
Sopra una panchina.
Davanti al mare.
In mezzo a una festa.
Sotto il sole.
Nel buio.
Accanto a qualcuno.
Completamente soli...
Guarda bene la prima foto.
Il Buddha riposa la testa su una mano — la stessa posa che fai tu alle due del pomeriggio, quando il caffè non basta più e la giornata ti è già scivolata addosso senza permesso. Occhi chiusi. La pace stampata in faccia da qualche migliaio di anni di iconografia.
E dal collo, insieme al rosario di legno arancione che gli avvolge il polso e scende fino al piede dorato, penzola un cartellino bianco...
A volte basta una rete metallica per trasformare un tramonto in una confessione.
Da una parte ci sei tu.
Dall’altra il sole, il cielo e tutto ciò che continua a esistere senza preoccuparsi minimamente dei tuoi programmi, delle tue paure o dell’ennesima giornata trascorsa a fare cose che non avevi davvero voglia di fare.
In mezzo, una barriera.
Niente di drammatico. Non un muro di cemento, non una cella, non il filo spinato di qualche tragedia lontana. Soltanto una rete. Una di quelle strutture così comuni che smettiamo perfino di vederle.
Serve a dividere.
Qui dentro.
Là fuori....
Vi starete chiedendo che cosa centrano queste immagini in un blog fotografico…
Vedete, ci sono oggetti che fotografi perché sono belli.
Altri perché sono strani.
Avevo promesso a me stesso che non mi sarei più innamorato delle donne complicate.
Poi arrivai a Venezia.
Era lì.
Appoggiata sull’acqua come una vecchia diva che avesse bevuto troppo, dormito poco e mandato a fanculo tutti gli uomini abbastanza stupidi da chiederle di comportarsi bene.
Aveva il trucco che cadeva dai muri.
Le finestre stanche.
Le porte gonfie d’umidità...
Ci sono giornate in cui l’universo comunica attraverso grandi eventi.
Un incontro.
Una partenza.
Una telefonata che cambia tutto. E' capitato anche a te non è vero
Amici, avete mai camminato di notte in mezzo a una città piena di gente e avuto la sensazione che tutti avessero ricevuto il manuale d’istruzioni della vita tranne voi? Coppie che si tengono per mano, amici che ridono davanti a un bicchiere, gente che sembra sapere esattamente dove sta andando. E voi lì, in mezzo a loro, con le mani in tasca e qualche domanda di troppo. Questa storia parla di uno di quei viaggi in una città di notte che aveva il solito cattivo gusto di essere bellissima.