La prigione più pericolosa non è quella fatta di ferro.
È quella che, dopo un po’, smetti perfino di vedere.
Un cane guarda oltre una rete.
Un altro cerca uno spiraglio tra due assi di legno rotte, come se bastasse un centimetro in più per convincersi che il mondo esiste ancora.
Un piccolo animale gira in tondo dentro uno spazio costruito da qualcun altro.
E poi ci siamo noi.
Convinti di essere diversi.
Ci piace pensarlo.
Ci raccontiamo che siamo liberi perché possiamo scegliere il colore della macchina, il modello del telefono o dove andare in vacanza una volta all’anno.
Scambiamo le opzioni per libertà.
Non è esattamente la stessa cosa.
La maggior parte delle gabbie non ha un lucchetto.
Ha una rata mensile.
Ha un orario.
Ha aspettative.
Ha paure che ci raccontiamo così tante volte da scambiarle per carattere.
Ci abituiamo così bene alle sbarre che, a un certo punto, iniziamo perfino ad arredarle.
Le chiamiamo normalità.
Ci mettiamo un divano.
Una televisione.
Qualche pianta sul balcone.
E fingiamo che quella sensazione, quella che ogni tanto arriva alle tre di notte e ti chiede se questa è davvero la vita che volevi, sia solo stanchezza.
Forse è questo il trucco più riuscito della prigione.
Non impedirti di uscire.
Farti dimenticare che volevi farlo.
Gli animali, almeno, non mentono.
Quando cercano la libertà lo fanno con tutto il corpo.
Noi siamo più sofisticati.
Impariamo a sorridere dentro le nostre gabbie.
Ci convinciamo che siano una scelta.
Le difendiamo perfino.
Perché ammettere di essere intrappolati fa molta più paura che continuare a fingere di essere liberi.
L’ultima fotografia di questa serie è una mano.
La mia.
Dietro una grata.
Qualcuno potrebbe pensare che rappresenti una prigione.
Per me rappresenta una domanda.
Quante delle sbarre che ci tengono fermi sono davvero davanti a noi…
…e quante, invece, ce le portiamo dentro?
Non ho una risposta.
Forse non esiste.
So soltanto che da quando ho iniziato a fotografare ho capito una cosa.
L’arte non apre le gabbie.
Ma ogni tanto riesce a ricordarti che ci sei dentro.
E, stranamente, è proprio da lì che comincia ogni possibilità di uscirne.