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L’Apocalisse avrà il Formato Verticale

L’Apocalisse avrà il Formato Verticale

Li ho trovati ovunque.

Appoggiati ai muri.

Seduti ai tavolini.

In piedi alle fermate.

Sopra una panchina.

Davanti al mare.

In mezzo a una festa.

Sotto il sole.

Nel buio.

Accanto a qualcuno.

Completamente soli.

Tutti con il collo piegato nello stesso identico angolo, come se un filo invisibile partisse dal mento e terminasse dentro quel cazzo di rettangolo luminoso che stringevano tra le mani.

Per trenta volte ho sollevato la macchina fotografica.

Per trenta volte, dall’altra parte dell’obiettivo, qualcuno guardava uno smartphone.

Quasi nessuno guardava me.

Quasi nessuno guardava niente.

È il grande vantaggio di fotografare gli ipnotizzati.

Puoi avvicinarti.

Spostarti.

Mettere a fuoco.

Aspettare la luce giusta.

Potresti probabilmente rubargli le scarpe senza che se ne accorgano.

Sono altrove.

Sempre altrove.

La prima volta non ci feci troppo caso.

Un uomo appoggiato a un muro, una donna che passava, il traffico sullo sfondo e il telefono stretto in mano come un piccolo organo vitale.

Una scena qualunque.

Poi ne vidi un altro.

E un’altra.

E un’altra ancora.

Una donna seduta al tavolino con il caffè davanti.

Il locale era pieno di luce, il mondo continuava a succedere oltre le finestre e lei teneva gli occhi bassi.

Il caffè si raffreddava.

Il pollice no.

A un altro tavolo, una coppia si sporgeva sullo stesso schermo.

Forse stavano guardando una fotografia.

Forse la posizione di un ristorante.

Forse un video di un cane che cadeva dentro una piscina.

Ridevano.

Ed erano perfino belli, così vicini, intenti a condividere qualcosa.

Poi mi venne un pensiero poco romantico.

Da qualche parte, in California o in Irlanda o nel seminterrato di un palazzo pieno di server, una macchina aveva deciso cosa meritasse la loro attenzione.

Non loro.

Una macchina.

Una sequenza di calcoli aveva scelto quale immagine mostrare, quanto farli aspettare, cosa suggerire subito dopo e quale pubblicità infilargli nel culo mentre erano ancora abbastanza distratti da chiamarla libertà.

Fu lì che capii che non stavo fotografando delle persone.

Stavo documentando una religione.

Il telefono era l’altare.

Il pollice era il rosario.

Lo scorrimento era la preghiera.

Gli influencer erano i santi.

Gli algoritmi erano un dio invisibile, onnipresente e particolarmente stronzo.

Il paradiso era diventare virali.

L’inferno avere l’uno per cento di batteria.

La salvezza, naturalmente, era trovare la password del Wi-Fi.

C’erano donne che si fotografavano per strada.

Una sistemava l’altra.

Un passo indietro.

Il mento più in alto.

Il sorriso leggermente spontaneo, ma non troppo spontaneo da sembrare davvero spontaneo.

Poi tutte attorno allo schermo per controllare il risultato.

Non il momento.

Il risultato.

La differenza è sottile soltanto se non ci pensi.

Un momento accade.

Un contenuto viene fabbricato.

Un momento può essere storto, ridicolo, sfocato, pieno di vento, denti imperfetti e persone che guardano dalla parte sbagliata.

Un contenuto deve funzionare.

Deve piacere.

Deve somigliare a qualcosa che ha già funzionato.

Deve raccontare che sei felice, desiderabile, interessante, libera, innamorata, realizzata e possibilmente in un posto in cui gli altri avrebbero voluto essere.

Anche quando hai litigato cinque minuti prima.

Anche quando ti fanno male i piedi.

Anche quando quella giornata ti sta facendo cagare.

Anche quando l’unica cosa che desideri è toglierti quel vestito, mandare tutti affanculo e mangiare qualcosa direttamente dal frigorifero.

La vita reale non è abbastanza.

Deve essere dimostrata.

Condivisa.

Filtrata.

Corretta.

Pubblicata.

Poi devi aspettare che qualche centinaio di quasi sconosciuti venga a certificare che sì, per ventiquattro ore sei esistito.

Abbiamo passato migliaia di anni a domandarci quale fosse il senso della vita.

Alla fine abbiamo deciso che erano i cuoricini rossi.

Complimenti a tutti.

I social network sono uno degli aborti peggio riusciti della storia umana, forse solo secondi alla bomba atomica e alle guerre in nome di Dio.

Non avrebbero mai dovuto nascere.

Ci avevano promesso che avrebbero unito il mondo.

E il mondo, da ingenuo coglione qual è, ci ha creduto.

Avremmo ritrovato i vecchi amici.

Conosciuto persone lontane.

Condiviso idee.

Scoperto culture.

Costruito comunità.

Una gran bella pubblicità.

Peccato che sia finita con miliardi di persone chiuse nei cessi a guardare sconosciuti che ballano mentre una voce artificiale spiega i sette sintomi che dimostrano inequivocabilmente che sei un maschio alfa, un empatico ferito o un imprenditore destinato al successo.

Facebook è diventato un condominio globale dove tutti urlano dal balcone.

Parenti che condividono complotti.

Ex compagni di scuola che pubblicano fotografie di figli che nessuno aveva chiesto di vedere.

Gente che non legge un libro da venticinque anni ma ha opinioni definitive su economia, medicina, guerre, vaccini, politica internazionale e corretta cottura della carbonara.

Instagram è il mausoleo delle vite mai vissute.

Corpi mai posseduti.

Viaggi trascorsi a scegliere fotografie del viaggio.

Coppie che si detestano ma si dedicano didascalie sulla gratitudine.

Case dove non viene mai lasciato un calzino per terra.

Colazioni che richiedono più tempo per essere fotografate che per essere digerite.

Tramonti ai quali è stata spremuta fuori tutta la malinconia per ottenere una tonalità arancione più performante.

TikTok, invece, è una slot machine infilata direttamente nel sistema nervoso.

Tiri la leva.

Un video.

Un altro.

Un altro ancora.

Una ragazza balla.

Uno psicologo laureato all’Università di Stocazzo ti diagnostica un trauma infantile in diciassette secondi.

Un cuoco mette il formaggio sopra qualcosa che non ne aveva bisogno.

Un idiota lecca il pavimento di un aeroporto.

Un guru ti spiega perché sei povero.

Un bambino apre una scatola.

Un uomo cade.

Una donna piange.

Un gatto parla con una voce umana.

E tu continui.

Il pollice sale.

La vita scende.

Facebook, Instagram, TikTok.

Tre diversi rubinetti collegati alla stessa fogna.

Cambia il logo.

Cambia il colore.

Cambia l’età media dei rincoglioniti.

La merda, però, arriva dalla stessa tubatura.

Nelle fotografie c’erano giovani donne davanti ai mercati.

Uomini seduti sui mezzi da lavoro.

Un fattorino fermo sul motorino, con le consegne alle spalle e lo sguardo inchiodato allo schermo.

Una ragazza appoggiata agli armadietti durante una pausa.

Un uomo rannicchiato sul cassone di un camion.

Avevano tutti qualche minuto libero.

E il telefono glielo aveva già rubato.

Questa è la truffa più elegante.

Non ti porta via la giornata intera.

Non sarebbe abbastanza discreto.

Si prende i pezzi.

Trenta secondi mentre aspetti.

Due minuti mentre bevi.

Cinque minuti sull’autobus.

Dieci minuti prima di dormire.

Il tempo di un semaforo.

Il tempo di una sigaretta.

Il tempo in cui una volta non succedeva niente.

E quel niente era importante.

Nel niente ti annoiavi.

Guardavi la gente.

Pensavi.


Ricordavi qualcosa.

Inventavi qualcosa.

Magari ti veniva perfino voglia di parlare con la persona seduta accanto.

Adesso non ci annoiamo più.

Ci anestetizziamo.

Ogni fessura della giornata deve essere riempita con immagini, voci, notifiche, facce, musica di merda, pubblicità e opinioni non richieste.

Non possiamo restare soli con i nostri pensieri.

Dio ci scampi.

Potremmo scoprire di averne qualcuno.

Vidi una donna e una bambina sedute sulla stessa panchina.

Ciascuna con il proprio piccolo altare in mano.

La successione al trono era già avvenuta.

Non serviva insegnare nulla.

I bambini non fanno ciò che diciamo.

Fanno ciò che ci vedono fare.

Ci osservano toccare lo schermo mentre mangiamo.

Mentre camminiamo.

Mentre qualcuno ci parla.

Mentre guidiamo.

Mentre dovremmo giocare con loro.

Poi, quando iniziano a fare lo stesso, ci indigniamo.

Diciamo che i giovani di oggi sono dipendenti dalla tecnologia.

Certo.

Sono nati vedendoci accarezzare un telefono con più costanza di quanta ne abbiamo usata per accarezzare le persone che amiamo.

Non sono loro ad avere inventato questa merda.

Gliel’abbiamo apparecchiata.

Abbiamo messo il piatto davanti a loro.

Ci abbiamo versato sopra colori, suoni, ricompense, filtri e approvazione sociale.

Poi abbiamo detto: consumatela con moderazione.

Come mettere una montagna di cocaina sul tavolo di un tossico e affidarsi al suo senso della misura.

Alle fermate la liturgia continuava.

Una donna con il cappotto rosa.

Una ragazza illuminata dalla pubblicità.

Un’altra sola, nella strada bagnata, mentre due persone si allontanavano davanti a lei.

Tutte ferme.

Tutte in attesa.

Non soltanto dell’autobus.

In attesa di una risposta.

Di una notifica.

Di un segnale che qualcuno, da qualche parte, si fosse ricordato della loro esistenza.

Forse era questo il vero prodotto.

Non la connessione.

La paura di essere dimenticati.

I social ti convincono che, se smetti di pubblicare, scompari.

Che il silenzio equivale alla morte.

Che una cena non fotografata è una cena sprecata.

Che un viaggio non condiviso è un viaggio mai avvenuto.

Che un pensiero non pubblicato non merita di essere pensato.

Così riempiamo il mondo con le prove della nostra presenza.

E, paradossalmente, diventiamo sempre meno presenti.

Una donna guardava il telefono dietro il vetro di un locale.

Fuori c’erano riflessi, persone e traffico.

Dentro c’era lei.

Sembrava una piccola esposizione sulla solitudine contemporanea.

Titolo dell’opera:

“Essere raggiungibili da chiunque e non essere veramente con nessuno.”

Avrebbero potuto venderla per una cifra oscena a qualche galleria.

Almeno sarebbe stata più onesta di molta arte contemporanea.

Poi arrivavano il mare, le piazze, i mercati.

Posti pieni di odori, vento, voci e vita.

Una donna seduta davanti all’acqua guardava il telefono.

Un uomo attraversava un mercato senza alzare gli occhi.

Un altro stava seduto dietro un muretto, con una bicicletta accanto e l’intero pomeriggio spalancato davanti.

Ma il mondo era diventato uno sfondo.

Una scenografia fastidiosa attorno alla cosa davvero importante.

Lo schermo.

Abbiamo costruito un dispositivo capace di contenere biblioteche, mappe, musica, cinema, lettere d’amore e buona parte della conoscenza umana.

Poi lo abbiamo utilizzato per guardare un tizio indicare delle scritte sopra la propria testa mentre mentendo, ci spiega come guadagnare diecimila euro al mese senza fare un cazzo.

L’Homo sapiens.

Mai nome fu più ottimista.

Naturalmente c’erano loro.

I fuffa guru.

Gli sciacalli con il sorriso sbiancato.

I profeti del mindset.

Quelli che si fanno fotografare davanti a un’automobile noleggiata e ti spiegano che sei povero perché non ti alzi alle cinque del mattino.

Quelli che hanno scoperto il segreto della ricchezza ma, invece di godersela, trascorrono la giornata a venderti un corso da novantanove euro e novanta.

Quelli che parlano di libertà finanziaria da una camera d’albergo prenotata per quarantacinque minuti.

Quelli che ti ordinano di uscire dalla zona di comfort mentre ripetono le stesse quattro puttanate copiate da un americano che le aveva copiate da un altro americano.

Svegliati presto.

Fai una doccia fredda.

Elimina le persone negative.

Visualizza il successo.

Compra il mio metodo.

Se non funziona è perché non ci hai creduto abbastanza.

La religione perfetta.

Il miracolo appartiene al guru.

Il fallimento è sempre colpa del fedele.

Ci vendono una vita che non possiedono a persone che non possono permettersela, attraverso piattaforme che guadagnano dall’insoddisfazione di entrambe.

È quasi poesia.

Poesia scritta con la merda, ma pur sempre poesia.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale.

Perché evidentemente la stupidità naturale non produceva abbastanza contenuti.

Adesso non serve nemmeno più vivere una vita finta.

Puoi generarla.

Il guru non deve noleggiare l’automobile.

La crea.

Non deve affittare l’attico.

Lo crea.

Non deve leggere il libro che consiglia.

Può farne riassumere un altro a una macchina, trasformarlo in dieci frasi motivazionali e pubblicarle sopra l’immagine di un leone con gli addominali.

Facce che non esistono.

Corpi che non esistono.

Viaggi mai fatti.

Case mai costruite.

Citazioni mai pronunciate.

Storie mai accadute.

Tutto prodotto in quantità industriale e vomitato dentro un flusso che nessuno ricorderà cinque secondi dopo.

Non odio le macchine.

Le macchine non hanno colpa.

O almeno non ancora.

Odio l’idea di utilizzare uno strumento capace di fare cose straordinarie per fabbricare mille tonnellate di niente e chiamare quel niente “contenuto”.

Una macchina genera l’immagine.

Un’altra scrive la didascalia.

Un algoritmo decide a chi mostrarla.

Un esercito di bot commenta “incredibile”.

E in mezzo rimane un essere umano vero che muove il pollice, ingoia la poltiglia e crede di essersi intrattenuto.

Siamo diventati i fattorini dell’informazione sintetica.

Trasportiamo la merda prodotta dalle macchine da una piattaforma all’altra.

Condividiamo.

Ripubblichiamo.

Reagiamo.

Mettiamo un cuore.

Poi andiamo a dormire con la testa piena e il cervello completamente vuoto.

Alle fiere e alle feste la scena diventava ancora più assurda.

Luci.

Musica.

Tavoli pieni di persone.

Gente che avrebbe potuto bere, parlare, litigare, innamorarsi, raccontare una bugia interessante o commettere almeno un errore degno di essere ricordato.

Invece guardavano i telefoni.

Una ragazza mostrava qualcosa a un’amica.

Ridevano.

Un’altra tavolata aveva bicchieri, cibo e schermi dappertutto.

Non voglio fingere che non ci fosse niente di vero in quelle risate.

Forse stavano guardando un messaggio arrivato da una persona amata.

Forse un’amica lontana.

Forse una fotografia capace di riportarle per un momento in un giorno felice.

Il telefono non è il demonio.

È un oggetto.

Può contenere la voce di tua madre.

Il volto di tuo figlio.

L’ultimo messaggio di qualcuno che non potrà più scrivertene un altro.

Può aiutarti quando sei perso.

Può farti sentire meno solo.

Il problema è tutto ciò che abbiamo costruito attorno.

La slot machine.

Il mercato.

La sorveglianza.

La necessità di esibirsi.

Quella fogna industriale che prende il bisogno umano di sentirsi visti e lo trasforma in minuti di permanenza, dati personali e pubblicità per creme contro le emorroidi.

Non penso che le persone nelle fotografie fossero stupide.

Sarebbe una spiegazione comoda.

Erano persone.

Stanche.

Curiose.

Sole.

Innamorate.

Annoiate.

Alcune ridevano insieme guardando lo stesso schermo.

Altre mangiavano da sole con il telefono accanto al piatto.

Una aveva diverse lattine sul tavolo e lo sguardo basso.

Un uomo muscoloso alternava il pranzo a qualcosa che stava guardando.

Forse messaggiava con sua moglie.

Forse controllava il lavoro.

Forse stava guardando culi.

Non sono affari miei.

Ma la postura era sempre quella.

Testa bassa.

Spalle chiuse.

Occhi catturati.

Come se, indipendentemente dall’età, dal Paese, dal lavoro o dalla vita che avevano condotto, qualcuno avesse installato lo stesso interruttore dietro la loro nuca.

Quando il telefono si accendeva, loro si spegnevano.

C’erano coppie strette attorno allo stesso schermo.

Amiche che ridevano.

Sconosciuti soli su panchine enormi.

Una ragazza giovanissima.

Una donna anziana.

Il futuro e il passato seduti nella stessa posizione.

Nessuno è stato risparmiato.

Ci piace raccontare che questa sia una malattia dei ragazzi perché così possiamo sentirci superiori.

Ma gli adulti fanno la stessa cosa con caratteri più grandi e fotografie peggiori.

Gli adolescenti guardano video idioti.

I cinquantenni litigano con profili falsi.

I pensionati condividono immagini del buongiorno con rose glitterate e citazioni attribuite a poeti che si rivolterebbero nella tomba se avessero ancora uno stomaco da vomitare.

Non esiste una generazione innocente.

Siamo tutti dentro.

Scimmie ammaestrate di età diversa.

Un suono.

Guardiamo.

Una vibrazione.

Controlliamo.

Un pallino rosso.

Premiamo.

Premio.

Attesa.

Premio.

Attesa.

Un esperimento da laboratorio grande quanto il pianeta.

E le scimmie hanno comprato da sole la gabbia.

A rate.

Con la fotocamera migliore.

Io, nel frattempo, continuavo a fotografare.

Il che fa di me un ipocrita.

Avevo anche io una macchina davanti alla faccia.

Anche io trasformavo quelle persone in immagini.

Anche io avrei portato a casa gli scatti, li avrei scelti, corretti e messi su un sito.

Non sono un santo.

I santi, generalmente, sono persone insopportabili che hanno avuto un ottimo ufficio stampa.

Ma c’era una differenza.

Prima di premere il pulsante, io li guardavo.

Aspettavo un gesto.

Una luce.

Un rapporto tra il corpo e la strada.

Cercavo di capire cosa stesse succedendo.

Non chiedevo loro di recitare una vita migliore.

Non mettevo un filtro sulla solitudine per renderla più commerciabile.

La fotografia può mentire.

Lo ha sempre fatto.

Ma almeno una fotografia onesta conserva la traccia di uno sguardo.

I social, invece, hanno trasformato lo sguardo in consumo.

Non osserviamo più.

Scorriamo.

Non ricordiamo.

Salviamo.

Non viviamo.

Documentiamo.

Non desideriamo qualcosa perché ci manca.

La desideriamo perché l’abbiamo vista passare davanti agli occhi abbastanza volte.

Persino i nostri sogni hanno ricevuto una strategia di marketing.

Alla fine della giornata avevo trentadue fotografie.

Trentadue persone diverse.

Trentadue piccole assenze.

Guardandole insieme sembravano il referto di un’autopsia.

Causa della morte:

distrazione cronica.

Complicazioni:

confronto permanente, dipendenza dall’approvazione, perdita progressiva della capacità di stare fermi senza consumare qualcosa.

Ora del decesso:

probabilmente quando abbiamo iniziato a chiamare “amici” migliaia di persone che non avremmo riconosciuto per strada.

La cosa peggiore è che i social non spariranno.

Diventeranno più profondi.

Più invisibili.

Più personali.

Conosceranno la nostra paura prima di noi.

Sapendo che siamo soli ci mostreranno coppie felici.

Sapendo che siamo poveri ci mostreranno ricchi.

Sapendo che stiamo invecchiando ci mostreranno ventenni.

Sapendo che ci sentiamo falliti ci offriranno un corso.

Sapendo che siamo arrabbiati ci daranno qualcuno da odiare.

Non vogliono renderci felici.

Una persona felice posa il telefono.

Vogliono lasciarci abbastanza insoddisfatti da continuare a scorrere e abbastanza speranzosi da credere che il prossimo video, la prossima fotografia o il prossimo coglione motivazionale possa finalmente dirci ciò che ci manca.

Non succederà.

La risposta non si trova sotto.

Nemmeno nel contenuto successivo.

E nemmeno in quello dopo.

La risposta, ammesso che esista, potrebbe trovarsi nel caffè che si sta raffreddando.

Nella persona seduta davanti a noi.

Nel mercato che profuma di spezie.

Nel vento vicino al mare.

Nella strada che non abbiamo ancora percorso.

Nel silenzio che continuiamo a riempire perché ci terrorizza ciò che potrebbe dirci.

Forse la vera ribellione, oggi, è fare qualcosa senza mostrarlo a nessuno.

Bere senza fotografare il bicchiere.

Viaggiare senza fornire le prove.

Innamorarsi senza una didascalia.

Leggere un libro senza pubblicarne la copertina.

Entrare in un posto senza controllare prima le recensioni.

Conservare un ricordo e permettergli di diventare impreciso.

Lasciare che qualcosa appartenga soltanto a noi.

Nessun pubblico.

Nessuna reazione.

Nessuna cazzo di storia destinata a scomparire dopo ventiquattro ore.

Il mondo non ha bisogno di un altro contenuto.

Ne abbiamo già abbastanza da riempire tutte le discariche dell’inferno.

Ha bisogno che qualcuno torni a guardarlo.

Quindi, la prossima volta che il telefono vibra, lasciatelo vibrare.

Non morirà nessuno.

L’algoritmo sopravviverà senza di voi.

Il guru continuerà ad arricchirsi spiegando ad altri poveracci come diventare ricchi.

L’influencer fotograferà comunque la colazione.

L’intelligenza artificiale produrrà altre diecimila immagini di persone che non esistono mentre quelle vere continueranno a passarsi accanto senza vedersi.

Lasciatelo vibrare.

Guardate chi avete davanti.

Guardate dove cazzo siete.

Guardate il mondo prima che qualcuno lo trasformi definitivamente in uno sfondo verticale con della musica di merda sopra.

E, per una volta, alzate quella cazzo di testa.

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