A volte basta una rete metallica per trasformare un tramonto in una confessione.
Da una parte ci sei tu.
Dall’altra il sole, il cielo e tutto ciò che continua a esistere senza preoccuparsi minimamente dei tuoi programmi, delle tue paure o dell’ennesima giornata trascorsa a fare cose che non avevi davvero voglia di fare.
In mezzo, una barriera.
Niente di drammatico. Non un muro di cemento, non una cella, non il filo spinato di qualche tragedia lontana. Soltanto una rete. Una di quelle strutture così comuni che smettiamo perfino di vederle.
Serve a dividere.
Qui dentro.
Là fuori.
Proprietà privata.
Accesso vietato.
Non oltrepassare.
L’essere umano ama delimitare le cose. Gli dà l’illusione di controllarle. Traccia confini, alza cancelli, stampa cartelli e poi si sorprende quando scopre di sentirsi intrappolato nel recinto che ha costruito lui stesso.
Siamo creature notevoli.
Inventiamo le gabbie e subito dopo scriviamo poesie sulla libertà.
Il tramonto, invece, non sembra particolarmente turbato.
Scende dietro la rete con la calma di chi non ha niente da dimostrare. Non chiede il permesso. Non cerca un varco. Non si domanda se quella barriera lo renda meno bello.
È lì.
Perfettamente libero anche quando lo guardiamo attraverso qualcosa che libero non è.
Forse è questo che mi colpisce dell’immagine.
Non il cielo.
Non soltanto.
È la contraddizione.
La luce oltre la prigione.
La bellezza vista attraverso un ostacolo.
Il mondo che continua a offrirci qualcosa anche quando noi insistiamo a guardarlo da dietro una recinzione.
Perché le nostre gabbie raramente hanno l’aspetto di una rete metallica.
Le più efficaci sono invisibili.
Un lavoro che detestiamo ma che ci garantisce abbastanza sicurezza da aver paura di lasciarlo.
Una relazione finita da anni, mantenuta in vita dalla nostalgia, dall’abitudine o dalla convinzione che la solitudine sia peggiore di qualsiasi compagnia.
Le aspettative della famiglia.
Il giudizio degli altri.
Il denaro.
La reputazione.
Il personaggio che abbiamo costruito e che ormai siamo costretti a interpretare anche quando non ricordiamo più perché abbiamo accettato la parte.
Nessuna di queste cose possiede un lucchetto.
Eppure restiamo dentro.
Diciamo che non possiamo andarcene.
Che non è il momento.
Che prima dobbiamo sistemare qualcosa.
Che appena avremo più soldi, più tempo, più coraggio o una congiunzione astrale sufficientemente favorevole, allora finalmente cominceremo a vivere come desideriamo.
Nel frattempo il sole tramonta.
Un’altra volta.
E un’altra ancora.
Non per punirci. Il cielo non è così interessato alle nostre tragedie personali. Semplicemente continua.
Siamo noi a rimanere fermi dietro la rete, convinti che la vita debba mandarci un’autorizzazione scritta prima di poterla attraversare.
La fotografia non mostra cosa ci sia davvero al di là.
Il paesaggio è sfocato.
Le forme si confondono.
Non sappiamo se oltre quella recinzione ci sia un campo, una strada, una zona industriale o semplicemente un’altra rete qualche metro più avanti.
Ed è giusto così.
La libertà, vista da lontano, è quasi sempre sfocata.
La immaginiamo perfetta perché non ne conosciamo ancora i dettagli.
Pensiamo che cambiare città, lavoro, partner o vita intera significhi finalmente raggiungere quel punto luminoso in cui tutto avrà senso.
Poi attraversiamo il cancello e scopriamo che anche dall’altra parte esistono bollette, insonnia, persone irritanti e lunedì mattina.
La libertà non è un luogo senza problemi.
È il diritto di scegliere quali problemi siamo disposti ad affrontare.
Non significa vivere senza recinzioni.
Significa almeno sapere perché ci troviamo da una determinata parte.
Ci sono gabbie necessarie.
Responsabilità che non possiamo abbandonare ogni volta che il panorama altrove sembra più interessante. Persone che dipendono da noi. Promesse che meritano di essere mantenute. Limiti che proteggono e non soltanto imprigionano.
Non tutto ciò che ci trattiene è un nemico.
A volte una rete impedisce di cadere.
Altre volte impedisce di partire.
La difficoltà è riconoscere la differenza.
Ed è lì che tendiamo a fare un gran casino.
Chiamiamo prudenza la paura.
Chiamiamo stabilità l’immobilità.
Chiamiamo maturità la rinuncia.
Poi guardiamo con sospetto chiunque abbia avuto il coraggio di scavalcare qualcosa, perché la libertà degli altri ha il brutto vizio di ricordarci tutte le volte in cui noi siamo rimasti fermi.
È più facile dire che sono irresponsabili.
Che prima o poi se ne pentiranno.
Che la vita vera è un’altra cosa.
Qualunque cosa pur di non ammettere che forse hanno semplicemente accettato un rischio che noi non eravamo pronti a correre.
Ma c’è anche un’altra possibilità.
Forse la rete non deve essere superata.
Forse basta cambiare il modo in cui la guardiamo.
In questa fotografia la recinzione non cancella il tramonto. Lo divide in frammenti.
Ogni rombo contiene un pezzo di cielo.
La barriera diventa parte dell’immagine. Non è più soltanto qualcosa che impedisce di vedere. È ciò che dà forma a ciò che vediamo.
Non è una consolazione da poco.
Ci sono ostacoli che non possiamo rimuovere.
Perdite che non possiamo correggere.
Passati che non diventano meno veri soltanto perché abbiamo deciso di voltare pagina.
Possiamo trascorrere la vita a maledire la rete oppure imparare a cercare la luce attraverso le sue aperture.
Non significa celebrare la sofferenza.
Quella è una delle idee più stupide che abbiamo inventato per rendere il dolore socialmente presentabile.
La sofferenza non è automaticamente una maestra. A volte è soltanto una bastarda che entra, distrugge i mobili e se ne va senza lasciare nessuna lezione utile.
Ma noi possiamo ancora decidere cosa fare dopo.
Possiamo restare a fissare il metallo.
Oppure guardare ciò che riesce a passarci attraverso.
La luce passa.
È questo il punto.
Si piega, si spezza, viene interrotta dalle linee nere, ma passa.
Arriva fino a noi anche da dietro una barriera.
Forse anche la speranza funziona così.
Non come un’enorme porta che si apre improvvisamente su una vita perfetta, accompagnata da musica trionfale e da qualcuno che finalmente ammette che avevamo ragione su tutto.
Più spesso è un piccolo frammento luminoso tra due pezzi di ferro.
Una telefonata.
Un incontro.
Un’idea.
Una fotografia scattata quasi per caso.
Qualcosa di abbastanza piccolo da sembrare insignificante, ma sufficiente a ricordarci che il mondo non è composto soltanto dalla struttura che ci tiene fermi.
Oltre esiste ancora il cielo.
Non possiamo possederlo.
Non possiamo fermarlo.
Non possiamo nemmeno chiedergli di restare acceso qualche minuto in più perché abbiamo sbagliato l’esposizione.
Il sole scende e basta.
Ed è forse proprio la sua indifferenza a renderlo così onesto.
Noi trasformiamo tutto in una trattativa.
Il cielo no.
Non promette che domani andrà meglio.
Non garantisce che attraversando la rete troveremo ciò che cerchiamo.
Ci offre soltanto un momento.
Questo.
Adesso.
Guardalo oppure lascialo andare.
La maggior parte della vita funziona esattamente così, anche se preferiamo fingere il contrario. Le persone arrivano, restano per un tempo che raramente decidiamo noi e poi cambiano direzione. Le occasioni si aprono e si richiudono. Le parole non dette diventano inutili con una velocità impressionante.
Aspettiamo sempre il momento giusto.
Il momento giusto, nel frattempo, passa dall’altra parte della rete e tramonta.
Forse questa immagine è semplice proprio perché non ha bisogno di altro.
Non serve aggiungere una figura umana, una strada drammatica o un uccello perfettamente posizionato secondo la regola dei terzi.
C’è già tutto.
Una barriera.
Una luce.
E la domanda che prima o poi arriva per ognuno di noi:
siamo davvero chiusi dentro, oppure abbiamo soltanto smesso di cercare il cancello?
Non conosco la risposta.
Diffido di chi sostiene di averne una per ogni cosa. Di solito sta per venderti un libro, un corso o una filosofia di vita distribuita in comode rate mensili.
So soltanto che il sole non sembra appartenere né al dentro né al fuori.
Attraversa entrambe le parti.
Illumina chi è libero e chi non lo è.
Forse la libertà più profonda non consiste nell’abbattere ogni confine. Forse consiste nel non permettere ai confini di decidere completamente cosa possiamo ancora vedere, desiderare o diventare.
La rete rimane.
Il tramonto finisce.
La fotografia trattiene entrambi.
Ed è forse questa la verità più sincera che possiede:
nella vita non sempre possiamo scegliere ciò che si mette tra noi e la bellezza.
Ma possiamo ancora scegliere di guardare oltre.