Vi starete chiedendo che cosa centrano queste immagini in un blog fotografico…
Vedete, ci sono oggetti che fotografi perché sono belli.
Altri perché sono strani.
E poi ci sono quei piccoli pezzi di carta verdognola che riescono a trasformare persone apparentemente normali in squali, santi in venditori, amici in soci e intere società in un gigantesco centro commerciale con l’aria condizionata troppo alta.
I soldi.
Magnifica invenzione.
Terribile religione.
La prima fotografia ha quasi qualcosa di cinematografico: banconote sul tavolo, un sigaro, un pugnale lì accanto. Manca soltanto qualcuno che dica «non è niente di personale» prima di far sparire un socio in un bagagliaio.
Eppure è perfetta.
Perché racconta accidentalmente buona parte della nostra civiltà.
Denaro.
Potere.
Alle volte sesso, per chi non è abbastanza abile con le relazioni.
E qualcosa di appuntito nel caso qualcuno faccia troppe domande.
Benvenuti nel libero mercato, figlioli.
Portate il curriculum.
Non ho mai pensato che il denaro fosse il male.
Sarebbe una conclusione troppo semplice, e le conclusioni semplici sono comode soprattutto quando non spiegano un cazzo.
Il denaro è uno strumento.
Serve in una società di esserini non evoluti come noi umani.
Ti permette di mangiare, viaggiare, curarti, costruire qualcosa, comprare una macchina fotografica, mettere benzina nell’auto, pagare qualcuno per un lavoro e concederti quel lusso straordinario chiamato “non dover chiedere il permesso a nessuno”.
Ed è proprio lì che diventa interessante.
Perché il denaro non compra soltanto oggetti.
Compra tempo.
Compra possibilità.
Compra distanza dai problemi.
Compra avvocati migliori.
Case migliori.
Scuole migliori.
Cure migliori.
E, superata una certa quantità, compra qualcosa di ancora più importante:
la capacità di modificare le regole del gioco mentre gli altri stanno ancora cercando di capire come cazzo si muovono le pedine.
A quel punto non stiamo più parlando del portafoglio.
Stiamo parlando di potere.
La cosa buffa è che siamo riusciti a prendere un mezzo inventato per semplificare gli scambi e trasformarlo nel metro con cui misuriamo praticamente tutto.
Quanto guadagni?
Quanto vali?
Quanto fatturi?
Quanto rende?
Quanto costa?
Qual è il ritorno sull’investimento?
Persino una passione deve monetizzare.
Un hobby deve diventare un side hustle.
Una fotografia deve vendere.
Un viaggio deve produrre contenuti.
Una persona con seguito deve diventare un brand.
Una relazione, possibilmente, deve essere funzionale.
Altrimenti che cazzo la facciamo a fare?
Abbiamo messo il codice a barre perfino sull’anima.
E poi ci sorprendiamo se siamo depressi. Grazie al cazzo!
Un giorno qualcuno ha deciso che una foresta non era più una foresta.
Era una risorsa.
Un fiume non era un fiume.
Era un’opportunità economica.
Una casa non era più il luogo dove una famiglia viveva.
Era un asset.
Un malato era un cliente.
E si, questo è veramente il baratro più profondo dell’oblio.
Uno studente un investimento.
Un lavoratore una risorsa umana.
Che è una delle espressioni più meravigliosamente stronze mai concepite dalla lingua moderna.
Risorsa umana.
Come il carbone.
Come il petrolio.
Solo con l’ansia e le rate del mutuo.
E lentamente abbiamo costruito un mondo dove tutto può essere comprato, venduto, affittato, privatizzato, quotato, impacchettato e rivenduto a qualcun altro con un margine del dodici per cento.
Poi magari facciamo una bella campagna pubblicitaria sulla sostenibilità.
Così siamo anche persone migliori.
Guardando da vicino quelle banconote, però, succede qualcosa di curioso.
Sparisce la magia.
Vedi l’inchiostro.
Le linee.
I numeri.
La carta.
Un cento.
Un altro cento.
Un altro ancora.
Simboli ai quali abbiamo collettivamente deciso di attribuire un potere enorme.
Ed è questo il punto affascinante.
Il denaro funziona perché ci crediamo.
Non è una critica tecnica al funzionamento della moneta moderna, né serve immaginare una stanza sotterranea dove dodici uomini incappucciati decidono il prezzo del pane del martedì.
La realtà è persino più interessante.
Abbiamo costruito sistemi economici, finanziari e politici complessissimi che distribuiscono possibilità in maniera enormemente diversa, e poi ci comportiamo come se il risultato fosse una specie di legge naturale.
Come la gravità.
Eh, funziona così.
No fottuti idioti. Non funziona così!
La gravità funziona così.
L’economia l’abbiamo inventata noi.
E se l’abbiamo inventata noi, forse possiamo anche permetterci di domandarci se qualche pezzo sia venuto una merda.
Poi c’è quel simbolo sulla banconota da un dollaro.
La piramide.
L’occhio.
Una delle immagini preferite da chiunque abbia passato una notte di troppo su internet dopo tre whisky e una pessima decisione sentimentale.
È facile costruirci sopra qualsiasi teoria.
A me interessa molto di più quello che rappresenta visivamente.
Una piramide.
Pochissimi sopra.
Tantissimi sotto.
Ora ditemi che non è una metafora abbastanza efficace del mondo in cui viviamo.
Non serve nemmeno il complotto.
Basta guardare la distribuzione del potere.
C’è chi lavora tutta la vita e continua a fare conti alla fine del mese.
E c’è chi possiede abbastanza capitale perché sia il capitale stesso a produrre altro capitale mentre lui dorme.
Uno mette la sveglia alle sei.
L’altro mette i soldi nel posto giusto.
Indovinate chi viene definito “più produttivo”.
È poesia economica cazzo!
La parte che mi irrita davvero non è che qualcuno abbia più soldi di qualcun altro.
La vita non è mai stata perfettamente equa e probabilmente non lo sarà mai.
È l’adorazione.
Quella mi manda fuori di testa.
L’idea che l’accumulo sia diventato una virtù morale.
Hai cento milioni?
Devi arrivare a duecento.
Ne hai duecento?
Cinque.
Cinque miliardi?
Dieci.
A un certo punto uno dovrebbe potersi guardare allo specchio e dire:
Va bene, credo di avere abbastanza per comprare pane e prosciutto fino alla morte.
E invece no.
Ancora.
Sempre ancora.
È come giocare a Monopoly con persone che hanno comprato metà del tabellone, possiedono la banca e nel frattempo discutono se sia davvero necessario lasciare agli altri il Parco della Vittoria.
E noi li chiamiamo visionari.
C’è qualcosa di profondamente malato in un sistema nel quale la crescita deve essere continua.
Qualunque organismo che cresce senza fermarsi, in medicina, ha generalmente un nome poco rassicurante.
Ma quando lo fa l’economia, mettiamo una cravatta e brindiamo.
Più produzione.
Più consumo.
Più fatturato.
Più debito.
Più mercati.
Più clienti.
Più.
Più.
Più.
Come un tossico che giura di avere tutto sotto controllo mentre vende il televisore per comprarsi la prossima dose.
E nel frattempo il pianeta paga il conto.
Le persone pagano il conto.
Le comunità pagano il conto.
Ma tranquilli.
Il trimestre è andato bene.
Ed è questa forse la fotografia più assurda che abbiamo davanti senza fotografarla.
Milioni di esseri umani che passano la maggior parte delle proprie giornate facendo cose che spesso non amano per ottenere dei numeri che consentiranno loro di comprare qualche ora di libertà nel fine settimana.
Poi arriva domenica sera.
E ricomincia. Cazzo, domani è già Lunedì!
C’è qualcosa di magnificamente perverso nel meccanismo.
Lavoriamo per vivere.
Poi finiamo per vivere per lavorare.
E alla fine qualcuno ci vende pure un corso online da 799 euro per spiegarci come “riprenderci il nostro tempo”.
Con pagamento in tre comode rate.
Naturalmente.
Eppure il denaro può fare cose magnifiche.
Può finanziare ricerca.
Arte.
Viaggi.
Conoscenza.
Può costruire ospedali.
Aiutare qualcuno.
Liberare una persona da una situazione terribile.
Dare tempo a un artista per creare.
Permettere a qualcuno di dire no.
Ed è forse quello il suo utilizzo più nobile.
Non comprare una Lamborghini.
Anche se, ammettiamolo, una Lamborghini non fa esattamente schifo.
Ma comprare libertà.
La libertà di scegliere.
Di fermarsi.
Di cambiare strada.
Di aiutare qualcuno senza chiedergli niente in cambio.
Il problema nasce quando lo strumento smette di servire la vita e la vita comincia a servire lo strumento.
E credo che da qualche parte lungo il tragitto ci siamo completamente fottuti.
Perché poi arriva il dettaglio che rovina tutta questa meravigliosa orgia di accumulo.
Moriamo.
Lo so.
Spoiler.
Finale pessimo.
Non importa quanti zeri ci siano sul conto.
A un certo punto il cuore smette di battere e il patrimonio diventa immediatamente un problema degli eredi.
Puoi possedere immobili, aziende, azioni, terreni, yacht, fondi, caveau e magari perfino quella ridicola penna stilografica da quarantamila euro che hai comprato perché evidentemente la Bic ti faceva sentire povero.
Ma quando arriva il momento non esiste un bagaglio a mano per l’aldilà.
Non puoi presentarti davanti a San Pietro, al karma, alla reincarnazione, al vuoto cosmico o qualunque cosa ci sia dall’altra parte dicendo:
Aspetta, ho l’American Express Platinum.
Temo non accettino carte.
Ed è lì che quella carta torna semplicemente carta.
Centomila dollari.
Un milione.
Un miliardo.
Numeri.
Mentre il tempo rimane l’unica vera valuta che non possiamo stampare, moltiplicare o ricomprare.
E paradossalmente è quella che svendiamo più facilmente.
Per soldi.
Per status.
Per paura.
Per dimostrare qualcosa a persone che magari ci stanno pure sul cazzo.
Bella trattativa.
Forse il problema non è avere denaro.
È dimenticare cosa dovrebbe comprare.
Una buona vita.
Esperienze.
Tempo.
Libertà.
Dignità.
Possibilità.
Qualche follia.
Qualcosa da lasciare agli altri che non sia soltanto una cifra su un testamento.
Perché un giorno tutto questo finirà.
La banca continuerà ad aprire alle otto e trenta.
La Borsa aprirà.
Le aziende faranno fatturato.
Qualcuno comprerà.
Qualcuno venderà.
Qualcun altro cercherà disperatamente di diventare il più ricco del cimitero.
E il mondo continuerà a girare come se niente fosse.
Io continuo a pensare che il denaro sia una delle invenzioni più futili mai create dall’uomo.
E una delle divinità peggiori che abbia mai scelto di adorare.
Perché i soldi possono comprare quasi tutto.
Il problema è che abbiamo iniziato a credere che quasi tutto fosse tutto.
E quella, cari lettori, è probabilmente la truffa più costosa della storia.