Questa volta niente tramonti, serrature metaforiche, barche abbandonate o altre scuse fotografiche per parlare dei nostri piccoli disastri esistenziali.
Questa volta facciamo rumore.
Quello vero.
Quello che entra nello stomaco prima ancora di passare dalle orecchie, quello che fa vibrare un bicchiere sopra un bancone, che manda affanculo per qualche minuto il lunedì mattina, le bollette, le relazioni complicate, i messaggi visualizzati senza risposta e tutta quella meravigliosa collezione di stronzate che compone la nostra quotidianità.
Parliamo di musica dal vivo.
E già chiamarla semplicemente musica mi sembra quasi riduttivo.
Perché un disco lo puoi mettere in pausa.
Un concerto no.
Un concerto succede.
E mentre succede devi esserci.
La prima cosa che vedo è una ragazza dietro una batteria.
Capelli lunghi, bacchette strette tra le mani, luce bassa, piatti che le tagliano l’inquadratura. Non posa. Non sembra interessata a essere bella, elegante, fotogenica o una qualsiasi altra cazzata inventata dall’industria dell’immagine per convincerci che persino mentre facciamo qualcosa dobbiamo preoccuparci di come sembriamo mentre la facciamo.
Sta suonando.
Fine.
E c’è qualcosa di magnificamente brutale nella batteria.
Il chitarrista può sedurti.
Il cantante può raccontarti una storia.
Il pianista può farti credere per cinque minuti di possedere un’anima sofisticata.
Il batterista prende due pezzi di legno e comincia a picchiare sulle cose.
Una terapia sorprendentemente onesta.
E vedere una donna dietro quei tamburi mi piace ancora di più, forse perché continuiamo a vivere in un mondo abbastanza rincoglionito da sorprendersi quando qualcuno occupa un posto che qualche vecchio schema mentale aveva deciso non fosse quello previsto per lui.
Lei invece è lì.
Colpisce.
Tiene il tempo.
E mentre tutti gli altri possono permettersi di perdersi per qualche secondo dentro una nota, lei deve sapere esattamente dove cazzo siamo.
È il battito cardiaco della stanza.
E non esiste molta musica senza un cuore che continua a battere.
Poi cambia la luce.
Arriva una chitarra.
Un ragazzo col cappello, pelle nera, corde, microfono davanti alla faccia.
In alcune fotografie guarda verso il basso. In altre sembra quasi dimenticarsi che esista qualcosa oltre lo strumento. Poi si avvicina al microfono e la faccenda cambia ancora.
È questo che mi piace fotografare nei musicisti.
Non il musicista.
La trasformazione.
Quel momento in cui una persona sale su un palco e per qualche strano accordo tra elettricità, adrenalina e follia smette temporaneamente di appartenere alla stessa specie di quello che mezz’ora prima probabilmente stava cercando parcheggio bestemmiando contro un SUV messo di traverso.
Sul palco succede qualcosa.
Non sempre.
Ma quando succede lo vedi.
Il corpo cambia.
La faccia cambia.
Persino il modo di stare fermo diventa diverso.
Perché suonare bene non significa soltanto conoscere le note.
Significa arrivare a un punto in cui le note smettono di essere note e diventano qualcos’altro.
Rabbia.
Desiderio.
Paura.
Sesso.
Nostalgia.
Un nome che non pronunci più.
Una strada percorsa alle tre di notte.
Una donna che avresti dovuto dimenticare parecchi anni fa e che invece evidentemente vive ancora da qualche parte tra un accordo di Mi minore e le tue pessime capacità decisionali.
La musica è piena di fantasmi.
Per questo funziona così bene.
Poi c’è un microfono vuoto.
E quella fotografia, paradossalmente, dice quasi tutto.
Un microfono senza nessuno davanti è una promessa.
Qualcuno arriverà.
Qualcuno avrà qualcosa da dire.
O almeno ci proverà.
Che è già molto più di quello che facciamo durante gran parte delle nostre giornate.
Viviamo circondati da rumore ma diciamo pochissime cose.
Notifiche. Reel. Pubblicità. Podcast. Riunioni. Telefonate. Opinioni. Persone che spiegano altre persone a persone che non avevano chiesto spiegazioni.
Una quantità industriale di suono.
E pochissima musica.
Poi arriva qualcuno davanti a un microfono, prende aria e canta qualcosa che magari ha scritto da solo in una stanza alle due del mattino mentre la vita gli stava prendendo a calci le costole.
Ed improvvisamente ascoltiamo.
Cristo, ascoltiamo davvero.
Forse perché sappiamo riconoscere quando una cosa viene da un posto autentico.
Nelle fotografie successive cambiano i volti.
Cambia l’età.
Cambiano gli strumenti.
Un cantante con cappello e occhiali stringe il microfono e apre una mano verso chi ha davanti. In un’altra immagine la luce gli esplode addosso, illuminando persino la polvere sospesa nell’aria.
Ed eccola lì.
La magia meno glamour del rock’n’roll:
sudore, polvere, cavi, amplificatori, schiene doloranti, strumenti pesanti e un furgone che probabilmente ha una spia accesa sul cruscotto da almeno tre mesi.
Altro che videoclip.
La musica dal vivo è un mestiere sporco.
Ed è proprio questo il suo fascino.
Puoi correggere un disco.
Puoi tagliare.
Puoi duplicare.
Puoi campionare.
Puoi accordare una voce fino a far sembrare intonato persino il citofono di casa.
L’Auto-Tune è praticamente Photoshop per le corde vocali.
E lo dico da fotografo: so perfettamente quanto possa essere seducente sistemare quello che la realtà si è dimenticata di sistemare da sola.
Ma dal vivo no.
Dal vivo sei lì.
Adesso.
Quella nota esce oppure non esce.
Quel colpo arriva oppure lo perdi.
Quella corda vibra, la voce si spezza, il batterista anticipa di mezzo respiro, il chitarrista tira una nota un po’ più lunga del previsto.
E proprio in quelle imperfezioni succede qualcosa che una registrazione sterilizzata non riuscirà mai a replicare.
Succede la vita.
Che, incidentalmente, è quasi sempre leggermente stonata.
C’è poi un musicista in un locale più piccolo.
Chitarra acustica.
Microfono.
Luci calde.
Niente arena, niente muro di amplificatori, niente migliaia di persone che urlano.
Ed è forse lì che capisci un’altra cosa.
La musica non ha bisogno dello stadio.
Ha bisogno di qualcuno che abbia qualcosa dentro.
Puoi suonare davanti a cinquantamila persone oppure davanti a sette stronzi che stanno mangiando patatine al tavolo accanto.
La domanda rimane la stessa:
ci credi?
Perché il pubblico se ne accorge.
Sempre.
Puoi avere una Gibson da quattromila euro, un impianto audio capace di svegliare i morti e una comunicazione social progettata da quindici laureati in marketing.
Ma se non hai niente da dire, alla fine stai soltanto facendo casino con attrezzatura costosa.
Poi un’altra chitarra elettrica.
Cappellino.
Gilet di jeans.
Testa bassa.
Mano sulla tastiera.
Quell’espressione che conosce chiunque abbia mai provato seriamente a fare qualcosa di creativo: metà concentrazione, metà trance, metà “non rompetemi i coglioni”.
Sì, fanno tre metà.
L’arte funziona così.
La matematica può accomodarsi fuori.
E guardando queste persone mi torna sempre quella piccola invidia.
Quella buona.
Io la musica non l’ho mai saputa fare davvero.
Fotografo.
Scrivo qualche parola.
Riesco ogni tanto a mettere insieme due frasi senza commettere un crimine contro la grammatica italiana.
Ma prendere sei corde, o ottantotto tasti, o quattro tamburi e trasformarli in qualcosa capace di modificare l’umore di uno sconosciuto dall’altra parte della stanza?
Quella è stregoneria.
E prima o poi voglio impararla.
Probabilmente male.
Probabilmente imprecando.
Ma voglio capire cosa si prova a stare dall’altra parte.
Poi c’è quella fotografia notturna.
Un ragazzo seduto sul bordo di una strada deserta con la chitarra.
Niente palco.
Niente pubblico.
Niente luci colorate.
Solo asfalto, lampioni e buio.
Forse è la fotografia che preferisco dell’intera storia perché toglie tutto il superfluo.
Alla fine rimane questo.
Una persona.
Uno strumento.
Qualcosa che ha bisogno di uscire.
È probabilmente così che nasce quasi tutta la musica che vale davvero qualcosa.
Non durante una riunione marketing.
Non analizzando quale ritornello abbia più probabilità di diventare virale su TikTok.
Nasce quando qualcuno sta male.
O sta benissimo.
O è innamorato.
O è appena stato lasciato.
O non capisce più un cazzo della propria vita e invece di andare dallo psicologo compra una chitarra.
Scelta economicamente discutibile, ma esteticamente impeccabile.
Poi tornano i palchi.
Una figura quasi inghiottita dalla luce, chitarra in mano.
Un cantante con gli occhi chiusi, microfono stretto tra le dita.
Ed è lì che la musica diventa qualcosa di più della somma dei suoi strumenti.
Perché ci sono momenti in cui chi canta sembra non essere più davanti al pubblico.
È altrove.
Gli occhi chiusi sono spesso una porta.
Dietro potrebbe esserci qualsiasi cosa.
Un ricordo.
Una persona.
Una perdita.
Un posto.
Un dolore che non ha trovato parole normali e allora ha deciso di diventare una melodia.
Ed è forse questa la cosa straordinaria.
La musica traduce quello che non sappiamo dire.
Ci sono stati momenti della mia vita in cui non avrei saputo spiegare quello che avevo dentro nemmeno con venti pagine e una bottiglia di buon rum.
Poi partiva una canzone.
Tre minuti e quarantadue secondi.
E qualche figlio di puttana che non avevo mai incontrato riusciva a raccontarmi meglio di quanto avrei saputo fare io.
È inquietante.
Ed è meraviglioso.
La musica è stata lì durante le notti migliori.
Ed era lì durante quelle di merda.
Era lì durante i viaggi.
Durante gli innamoramenti.
Durante gli addii.
Durante quelle sere in cui ti senti invincibile e durante quelle mattine in cui alzarti dal letto sembra un’impresa ingegneristica finanziata dall’Unione Europea.
La musica non risolve niente.
Ed è questa forse la sua qualità migliore.
Non ti promette che andrà tutto bene.
Non ti vende sette semplici regole per essere felice.
Non ti chiede di manifestare abbondanza guardandoti allo specchio alle sei del mattino.
Mette una mano sulla tua spalla e dice:
“Sì. Lo so.”
Poi parte il ritornello.
E dal vivo tutto questo diventa ancora più violento.
Perché senti l’aria muoversi.
Senti la cassa nello stomaco.
Vedi le mani sulle corde.
Vedi il respiro prima di una frase.
Vedi il batterista stringere la mascella.
Vedi il cantante chiudere gli occhi.
Vedi quell’istante preciso in cui un essere umano smette di eseguire una canzone e comincia a viverla.
Non puoi replicarlo.
Domani sera suoneranno lo stesso pezzo.
Sarà diverso.
Una nota cambierà.
Una pausa durerà mezzo secondo in più.
Qualcuno nel pubblico urlerà nel momento sbagliato.
Un amplificatore farà qualcosa che non dovrebbe.
Ed è perfetto così.
Perché siamo diventati ossessionati dalla perfezione in un mondo dove quasi tutto ciò che amiamo nasce invece da qualche difetto.
Una voce roca.
Una corda sporca.
Un tempo leggermente trascinato.
Una cicatrice.
Una fotografia con troppo flare.
Un amore arrivato nel momento peggiore.
Le cose davvero memorabili raramente rispettano il manuale.
Forse è per questo che continuerò sempre a fotografare musicisti.
Perché fotografare la musica è tecnicamente impossibile.
Non puoi fotografare un suono.
Puoi soltanto fotografare quello che il suono fa a una persona.
Una mano.
Una smorfia.
Gli occhi chiusi.
Il corpo piegato sopra una chitarra.
Una bacchetta sospesa un millisecondo prima di colpire.
Una bocca davanti a un microfono.
La luce che attraversa il fumo.
Ed è tutto lì.
Sono fotografie di qualcosa che non si vede.
Che probabilmente è una definizione abbastanza decente anche dell’arte.
E forse persino della vita.
Passiamo anni cercando cose che possiamo possedere, misurare, comprare, mettere in un curriculum o mostrare a qualcuno.
Poi arrivano quattro accordi suonati nel modo giusto e improvvisamente ci ricordiamo che le cose più importanti non si possono mettere in tasca.
Puoi soltanto sentirle.
Per qualche minuto.
Prima che finiscano.
E quando l’ultima nota muore, le luci si spengono e qualcuno comincia ad arrotolare quei maledetti cavi sul pavimento, rimane quella strana sensazione che conosce chi ama davvero la musica.
Il concerto è finito.
La vita ricomincia.
Solo che per qualche istante, là dentro, era stata molto più sopportabile.