Georgia, capitolo II — Le gru, il capitale e il piccolo problema di chiamare progresso qualunque cosa abbia un attico
Il futuro aveva ancora i panni stesi.
Li vidi la mattina dopo.
Mutande.
Magliette.
Calzini.
Lenzuola.
Asciugamani mossi dal vento tra facciate rovinate, tubature esterne, condizionatori appesi ai muri e balconi trasformati nel corso degli anni attraverso una tecnica urbanistica molto diffusa in tutto il mondo:
fare un po’ come cazzo pare.
Il giorno precedente Batumi mi aveva mostrato le torri.
Le statue.
Il lungomare.
La ruota panoramica.
L’amore meccanico di Ali e Nino.
La propria identità nazionale avvolta attorno a centotrenta metri di acciaio.
Aveva fatto il provino per il futuro con la sicurezza di una donna arrivata a un appuntamento dentro un vestito che rendeva irrilevante qualunque opinione possedessi sulla sua personalità.
Poi girai dietro la scenografia.
C’erano le mutande.
Grazie a Dio.
Niente restituisce equilibrio a un discorso sulla modernità quanto un paio di mutande che sventola sopra una strada.
Puoi costruire la torre più alta del Caucaso.
Puoi chiamare un quartiere *New Boulevard*.
Puoi commissionare rendering nei quali giovani geneticamente improbabili bevono champagne sopra terrazze immacolate mentre il sole tramonta secondo precise istruzioni del reparto marketing.
Prima o poi qualcuno deve lavarsi i pantaloni.
E da qualche parte deve appenderli.
La vita possiede questa volgare capacità di rovinare l’architettura con le proprie necessità.
Gli edifici preferirebbero essere fotografati vuoti.
Le persone insistono ad abitarli.
Camminai dentro una strada stretta.
Il bucato attraversava lo spazio da un lato all’altro.
Le facciate erano differenti.
Una azzurra.
Una grigia.
Una ricoperta da materiali che avevano probabilmente smesso di essere prodotti prima che io imparassi ad allacciarmi le scarpe.
Dietro comparivano gli edifici nuovi.
Alti.
Lucidi.
Puliti.
Il futuro si sollevava sopra una città che continuava tranquillamente a stendere la biancheria sotto il suo culo.
Quella fu la seconda Batumi.
Non la città della cartolina.
La città del retro.
Ogni luogo possiede un davanti e un dietro.
Il davanti è quello preparato per gli ospiti.
Il dietro contiene il secchio, i fili elettrici, le ciabatte, le scope, il posacenere pieno e quella sedia che nessuno ha il coraggio di buttare perché “può sempre servire”.
Anche le persone funzionano così.
Abbiamo il salotto emotivo e il ripostiglio.
Nel salotto sistemiamo i libri che vogliamo far vedere, le opinioni che sappiamo difendere e qualche esperienza di viaggio capace di farci sembrare curiosi invece che semplicemente incapaci di stare fermi.
Nel ripostiglio conserviamo tutto il resto.
Le paure senza una buona spiegazione.
Le telefonate mai fatte.
I fallimenti che non hanno ancora trovato una metafora abbastanza elegante.
La città, però, non poteva chiudere la porta.
Il suo ripostiglio era alto dodici piani.
Lo fotografai.
Un vecchio blocco residenziale riempiva l’inquadratura.
Finestre ripetute.
Balconi.
Condizionatori.
Tubi.
Macchie.
Riparazioni.
Ogni appartamento aveva modificato una piccola parte della struttura.
Un balcone era stato chiuso.
Un altro coperto.
Un altro trasformato in veranda.
Uno possedeva tende.
Uno piante.
Uno una parabola.
Uno una quantità di oggetti sufficiente a far pensare che il proprietario stesse preparando una fuga oppure non fosse mai riuscito a terminare un trasloco cominciato nel 1997.
L’edificio era nato uniforme.
La vita lo aveva disobbedito.
Questa è una delle cose più belle delle architetture pianificate.
Arriva l’essere umano e rovina immediatamente il progetto.
Gli consegni una facciata geometrica.
Lui installa un condizionatore.
Dipinge una ringhiera di verde.
Chiude un balcone con finestre differenti da tutte le altre.
Appende una coperta con dei fiori.
Sistema una sedia di plastica.
Coltiva qualcosa dentro un contenitore che una volta trasportava vernice.
Nel giro di pochi anni, l’ideologia deve arrendersi davanti a uno stendibiancheria.
I grandi sistemi politici immaginano cittadini astratti.
Ordine.
Moduli.
Funzioni.
Persone distribuite dentro spazi razionali.
Poi il cittadino compra un’antenna parabolica, possiede tre paia di scarpe in più del previsto e decide che la cucina ha bisogno di una prolunga abusiva.
Il problema di ogni utopia è sempre l’inquilino.
Vuole vivere.
Non collaborare con la purezza del progetto.
I blocchi residenziali conservavano una certa severità sovietica.
Linee ripetute.
Volumi pesanti.
Una gamma cromatica compresa tra il grigio amministrativo, il beige da riunione obbligatoria e quella particolare tonalità di azzurro che sembra essere stata inventata per gli ospedali nei quali nessuno porta buone notizie.
Non erano belli.
Almeno non nel modo semplice in cui può esserlo un edificio appena restaurato, con le finestre coordinate e nessuna traccia visibile del fatto che degli esseri umani vi abbiano trascorso dentro divorzi, febbri, compleanni, pasti bruciati e domeniche pomeriggio mortalmente lunghe.
Erano vivi.
Che non è la stessa cosa.
Noi confondiamo continuamente la bellezza con la vita.
Una casa nuova è bella perché non porta segni.
Pareti pulite.
Pavimenti intatti.
Bagni nei quali nessuno ha ancora pianto seduto sopra il coperchio del water.
Una casa abitata si riempie.
Si graffia.
Assorbe odori.
Conserva oggetti.
Comincia a somigliare alle persone che contiene.
Non migliora fotograficamente.
Diventa vera.
Ma anche “vera” è una parola pericolosa.
Il vecchio non è automaticamente autentico.
La muffa non possiede superiorità morale.
Una finestra rotta non rappresenta un modo poetico di opporsi al capitalismo.
Fa entrare freddo e acqua.
Un edificio deteriorato non è più umano di uno nuovo.
È soltanto un edificio che necessita di manutenzione e che probabilmente ospita persone stanche di sentirsi spiegare da qualche fotografo straniero quanto sia affascinante la texture del loro disagio.
La nostalgia è muffa con un buon ufficio stampa.
Rende romantico tutto ciò che non siamo più obbligati a sopportare.
Fotografai le pareti.
Il colore consumato.
Le finestre differenti.
Un vetro rotto.
Il muschio cresciuto lungo il bordo.
Erano immagini potenti.
Lo sapevo.
Ma non volevo commettere la solita stronzata.
Vecchio uguale vero.
Nuovo uguale falso.
Povertà uguale anima.
Ricchezza uguale vuoto.
Sono formule molto comode.
Permettono di giudicare un’intera città senza dover affrontare la seccatura di capirla.
La realtà è più irritante.
Una casa nuova può migliorare una vita.
Un ascensore funzionante può significare libertà per una persona anziana.
Un impianto elettrico recente riduce la possibilità di morire arrostiti durante l’utilizzo contemporaneo di lavatrice e asciugacapelli.
Una finestra che chiude bene non distrugge la spiritualità.
Evita gli spifferi.
La modernità possiede vantaggi concreti.
È per questo che ha avuto tanto successo.
Se fosse stata soltanto vetro, solitudine e caffè da asporto, l’umanità avrebbe potuto ignorarla.
Il problema non era che Batumi costruisse.
Il problema era capire per chi.
E soprattutto chi potesse continuare a rimanere mentre costruiva.
Alzai lo sguardo.
Dietro un vecchio palazzo si sollevava una torre.
Poi un’altra.
Poi una gru.
Il contrasto era quasi troppo perfetto.
Sembrava organizzato da un fotografo privo di qualunque senso della misura.
Primo piano: facciata consumata.
Secondo piano: automobili.
Sfondo: futuro immobiliare.
Titolo:
*Transizione.*
Oppure:
*Chi cazzo ha approvato tutto questo?*
Il nuovo edificio possedeva balconi ordinati.
Vetro.
Linee pulite.
Promesse verticali.
Quello vecchio mostrava tubature, tende, parabole e una quantità di condizionatori sufficiente a modificare il clima regionale.
Non erano due epoche separate.
Erano vicine.
Talvolta attaccate.
La modernità non aveva sostituito il passato.
Gli aveva parcheggiato davanti.
Batumi cresceva per collisione.
Ogni nuova torre sembrava arrivare senza chiedere permesso al resto della città, poi piantarsi lì e attendere che il paesaggio trovasse un modo per giustificarla.
Alcune funzionavano.
Altre possedevano l’eleganza di un uomo ubriaco entrato in chiesa durante un matrimonio e convinto che gli invitati fossero lì per applaudirlo.
Ma tutte comunicavano la stessa cosa.
Più alto.
Più grande.
Più nuovo.
Più costoso.
Abbiamo una relazione infantile con le dimensioni.
Gli uomini la sviluppano molto presto.
Confrontano l’altezza.
La velocità.
La cilindrata.
Il conto in banca.
La lunghezza di cose sopra le quali, per rispetto della dignità umana e dei regolamenti urbanistici, non è necessario soffermarsi.
Le città sono amministrate dagli stessi uomini.
Era inevitabile che prima o poi cominciassero a confrontare i grattacieli.
Il capitalismo immobiliare possiede la psicologia di uno spogliatoio.
“Quanto è alta la tua torre?”
“Quanti piani?”
“Vista mare?”
“Piscina sul tetto?”
“Ristorante panoramico?”
“Parcheggio sotterraneo?”
Nessuno domanda se il quartiere abbia abbastanza spazio, servizi, scuole, fognature, alberi o marciapiedi sui quali due persone possano incrociarsi senza dover negoziare il diritto di sopravvivere.
Quelli sono dettagli.
Non entrano bene nei rendering.
I rendering immobiliari sono pornografia architettonica.
Corpi impossibili.
Luci perfette.
Superfici lisce.
Nessuna macchia.
Nessun rumore.
Nessuna spesa condominiale arretrata.
Mostrano sempre una coppia giovane.
Bella.
Magrezza internazionale.
Vestiti neutri.
Bicchieri di vino.
Quasi mai un bambino che vomita sul divano, un vicino che trascina mobili alle sette del mattino o un uomo in mutande intento a litigare telefonicamente con la compagnia elettrica.
La pornografia vende il sesso eliminando le conseguenze.
Il rendering vende l’abitare eliminando la vita.
Batumi sembrava essere uscita direttamente da uno di quei programmi.
Gli edifici nuovi apparivano dietro ogni angolo.
Alcuni terminati.
Altri aperti.
Scheletri di cemento.
Piani ripetuti.
Ferri.
Reti.
Gru.
La città aveva il ventre aperto.
E l’agente immobiliare continuava a indicare la vista mare.
Non era soltanto una mia impressione.
Nel 2018 erano stati rilasciati a Batumi sessantacinque permessi di costruzione per circa seicentoquarantottomila metri quadrati.
Nel primo trimestre dell’anno successivo, i progetti in sviluppo comprendevano più di un milione e duecentocinquantamila metri quadrati di superficie abitabile.
Numeri abbastanza grandi da smettere di significare qualcosa.
La mente umana non sa immaginare un milione di metri quadrati.
Sa immaginare una stanza.
Un letto.
Una finestra.
Un tavolo.
Il punto esatto del pavimento nel quale il sole arriva alle quattro del pomeriggio.
Il mercato, invece, non ha bisogno di immaginare una casa.
Gli basta moltiplicare.
Metri quadrati.
Prezzo.
Rendimento.
Occupazione.
Rivendita.
La città osservata dal capitale non possiede stanze.
Possiede unità.
È una trasformazione linguistica fondamentale.
Una casa contiene una vita.
Un’unità contiene un rendimento.
Una casa può essere troppo piccola, rumorosa, luminosa, calda, fredda, lontana dal lavoro o vicina alla persona che ami.
Un’unità è un numero dentro una tabella.
Non si lamenta.
Non cresce.
Non divorzia.
Non invecchia.
Non ha bisogno di scuole.
Può rimanere vuota e continuare a rappresentare un investimento.
Gli esseri umani sono molto meno efficienti.
Pretendono acqua.
Trasporti.
Spazio.
Memoria.
A volte perfino il diritto oltraggioso di continuare ad abitare nel quartiere dopo che il quartiere è diventato interessante.
Camminando, vedevo continuamente quella sovrapposizione.
Una vecchia facciata rossa.
Bucato nero appeso alle finestre.
Balconi chiusi con materiali differenti.
Subito dietro, una parete di vetro.
Un grattacielo che saliva così vicino da sembrare intenzionato a chiedere al palazzo più basso di spostarsi perché rovinava la vista agli acquirenti.
Le torri promettevano il mare.
Gli edifici vecchi rischiavano di ricevere soltanto l’ombra.
Il futuro possiede questa brutta abitudine.
Arriva dichiarando di portare luce e comincia coprendo il sole a chi viveva lì prima.
Fotografai un condominio colorato.
Rosso.
Verde.
Azzurro.
I balconi raccontavano vite differenti.
Tende.
Panni.
Oggetti.
Una stanza sembrava ordinata.
Quella accanto stava combattendo una guerra persa contro l’accumulo.
Sotto c’erano negozi.
Insegne.
Persone.
Tra una finestra e l’altra non esisteva una strategia urbanistica.
Esistevano famiglie.
Ciascuna aveva preso il rettangolo ricevuto e tentato di trasformarlo in qualcosa di abitabile.
Un balcone non serve soltanto a ottenere una percentuale maggiore sul valore commerciale dell’appartamento.
Serve a fumare.
Asciugare vestiti.
Coltivare basilico.
Osservare chi litiga sotto.
Telefonare senza farsi sentire dai figli.
Tenere oggetti che non vuoi più dentro casa ma che non sei ancora pronto a eliminare dalla tua esistenza.
Serve ad affacciarsi quando arriva un’ambulanza.
A controllare il tempo.
A vedere se la persona che aspettavi sta davvero venendo oppure ti ha nuovamente detto una cazzata.
Il balcone è il confine diplomatico tra la vita privata e il resto del mondo.
Nei rendering è vuoto.
Nella realtà contiene una bicicletta rotta, due sedie scolorite e la prova che qualcuno è rimasto abbastanza a lungo da accumulare cose inutili.
Batumi vendeva appartamenti a compratori internazionali.
Non era più soltanto una città nella quale vivere.
Era diventata una città da acquistare.
La distinzione è enorme.
Puoi amare un luogo senza possederne neppure un centimetro.
Puoi possedere un appartamento senza conoscere il nome della strada sulla quale hai investito.
Il denaro viaggia meglio delle persone.
Non ha nostalgia.
Non deve imparare la lingua.
Non si domanda dove comprare il pane.
Arriva attraverso un bonifico, acquisisce una vista sul mare e aspetta.
Le persone, invece, devono vivere dentro le conseguenze.
Non c’era nulla di necessariamente sbagliato negli acquirenti stranieri.
Non erano una banda di criminali arrivata con valigette, baffi finti e un piano segreto per riempire Batumi di monolocali.
Un investimento può finanziare una costruzione.
Una costruzione può produrre lavoro.
Nuovi edifici possono migliorare una zona.
Il denaro non è malvagio.
È indifferente.
Che qualche volta produce risultati molto simili, ma con una contabilità migliore.
Il denaro entra dove intravede crescita.
Non domanda se il posto sia pronto.
Non domanda che cosa perderà.
Non domanda chi si trovasse già lì.
Fa ciò per cui è stato progettato.
Cerca altro denaro.
Pretendere sensibilità dal capitale equivale a rimproverare uno squalo perché non ha apprezzato il tramonto.
Puoi farlo.
Lo squalo continuerà a mangiare.
Il compito della politica e dell’urbanistica dovrebbe essere stabilire dove può nuotare.
Batumi, invece, sembrava avere aperto la piscina.
Il mare era vicino.
Le montagne dietro.
Il turismo cresceva.
I casinò attiravano visitatori.
Le tasse e le procedure rendevano il mercato interessante.
Le gru trovarono un habitat ideale.
Cominciarono a riprodursi.
Gialle.
Lunghe.
Sottili.
Le erezioni metalliche del capitalismo immobiliare.
Si alzavano sopra i tetti e ruotavano lentamente, trasportando cemento da una parte all’altra con l’aria soddisfatta di qualcuno convinto che le dimensioni risolvano qualunque discussione.
Ne fotografai una da vicino.
La cabina sospesa.
La struttura.
I contrappesi.
Dietro, altri edifici.
Per qualche secondo pensai all’uomo che poteva trovarsi lassù.
Da quella distanza non riuscivo a vederlo.
Il capitale possiede una grande capacità di rendere invisibili le persone anche quando le solleva sopra un’intera città.
Noi vediamo la gru.
Non l’operatore.
Vediamo il palazzo.
Non chi ha legato il ferro, gettato il cemento, montato le finestre o respirato polvere per mesi affinché qualcun altro potesse ricevere le chiavi di un investimento vista mare.
Ma non volevo ripetere un’altra elegia sul lavoro nascosto.
Batumi mi stava mostrando un problema diverso.
Non soltanto chi costruisce.
Chi immagina.
Chi decide.
Chi stabilisce la forma del futuro prima che il futuro abbia avuto la possibilità di esprimere un’opinione.
Il compratore vede una planimetria.
Il residente vede sparire una porzione di cielo.
Il progettista vede volumi.
Il bambino vede che il terreno sul quale giocava adesso è circondato da una recinzione.
L’amministrazione vede investimenti.
La donna del quarto piano vede che, dalle tre del pomeriggio, la cucina non riceve più luce.
Nessuno mente necessariamente.
Stanno guardando oggetti differenti nello stesso punto.
È questa la difficoltà delle città.
Ogni decisione produce una fotografia diversa a seconda della finestra dalla quale la osservi.
Attraversai un incrocio.
Un cartello segnalava il passaggio pedonale.
Dietro c’erano automobili, cantieri, torri e un’ulteriore quantità di edifici in preparazione.
Sembrava che la città avesse previsto un percorso sicuro per attraversare la strada ma non un modo altrettanto chiaro per attraversare il proprio sviluppo.
Le gru comparivano ovunque.
Gli edifici occupavano l’orizzonte.
La montagna rimaneva sullo sfondo, sempre più simile a un elemento decorativo inserito per aumentare il prezzo degli appartamenti.
“Vista mare.”
“Vista montagna.”
“Vista città.”
La vista è diventata merce nel momento in cui abbiamo compreso che potevamo venderla senza possederla.
Nessuno costruisce il mare.
Nessuno produce una montagna.
Ma basta sistemare una finestra davanti e improvvisamente la natura entra nel listino.
È geniale.
L’umanità ha trascorso millenni tentando di dominare l’ambiente.
Poi ha scoperto che era molto più redditizio fotografarlo da un balcone e aggiungere venti per cento al prezzo.
Passai vicino a un terreno coperto di pietre, terra e resti di costruzione.
Dietro si alzava lo skyline.
Era una delle immagini più sincere.
Il futuro non arriva pulito.
Produce macerie.
Scava.
Demolisce.
Sposta.
Lascia ferri, polvere, pannelli, buche e materiali che nelle brochure vengono eliminati con un clic.
Ogni edificio nuovo genera una quantità di disordine proporzionale alla perfezione promessa.
È come innamorarsi.
All’inizio vedi il risultato immaginato.
Due persone complici.
Viaggi.
Domeniche.
Sesso regolare.
Qualcuno che capisca finalmente il tuo modo particolare di essere un coglione.
Poi cominciano i lavori.
Si rompono pareti.
Vengono fuori tubi che nessuno sapeva esistessero.
L’impianto non è a norma.
Il budget raddoppia.
Qualcuno dorme sul divano.
La differenza è che le relazioni non possiedono un cartello fuori con scritto:
“Consegna prevista secondo trimestre.”
Anche quando lo possiedono, di solito mentono.
Le torri dietro le macerie continuavano a salire.
Non provavo soltanto diffidenza.
Ero impressionato.
Bisogna ammetterlo.
Costruire è eccitante.
Qualcosa che non esisteva prende forma.
Le fondamenta diventano piani.
I piani diventano facciate.
La facciata comincia a riflettere il cielo.
L’ambizione possiede un fascino concreto.
Puoi toccarla.
Puoi contarne i livelli.
Puoi osservarla avanzare settimana dopo settimana.
È molto più fotogenica della manutenzione.
Nessuno inaugura una tubatura riparata con champagne e musica.
Nessun sindaco taglia un nastro per celebrare un ascensore che continua semplicemente a funzionare.
La politica ama ciò che si può mostrare.
La cura, invece, è ripetitiva.
Non possiede rendering.
Richiede di fare ogni giorno cose delle quali nessuno si accorge finché smetti.
Vale per le città.
Vale per le case.
Vale per gli esseri umani.
Costruire qualcosa di nuovo produce eccitazione.
Occuparsi di ciò che già esiste richiede carattere.
Batumi era eccitata.
Aveva comprato il vestito.
Ordinato da bere.
Conosciuto qualcuno.
Cominciato tre progetti contemporaneamente.
Il giorno dopo avrebbe pensato alla manutenzione.
Forse.
In una strada incontrai un’automobile bianca parcheggiata davanti a un vecchio edificio.
La portiera era aperta.
Le finestre della facciata apparivano scure.
Pietra consumata.
Intonaco.
Segni.
Non sapevo chi fosse sceso dalla macchina.
Non importava.
L’immagine metteva insieme due velocità.
Il veicolo pronto a ripartire.
L’edificio costretto a rimanere.
Le città si trasformano attraverso questa differenza.
Il denaro può andarsene.
Le persone spesso no.
Un investitore vende.
Un’impresa cambia progetto.
Un’amministrazione termina il mandato.
Un architetto aggiunge l’opera al portfolio e accetta un incarico altrove.
La città rimane con ciò che hanno costruito.
È il paziente che sopravvive al chirurgo e continua a portarne la firma sopra il corpo.
Alcune cicatrici diventano parte del volto.
Altre richiedono spiegazioni imbarazzanti durante ogni nuovo appuntamento.
Batumi ne possedeva parecchie.
Un grande murale copriva una parete.
Un volto.
Mani.
Colori.
La pittura trasformava un edificio ordinario in qualcosa che obbligava a fermarsi.
Dietro e intorno continuavano a comparire torri.
Mi colpì la differenza.
Il murale aggiungeva significato a una superficie esistente.
Il grattacielo aggiungeva valore al terreno.
Entrambi modificavano la città.
Ma parlavano lingue differenti.
Uno diceva:
“Guarda questa parete.”
L’altro:
“Immagina quanto potrebbe rendere.”
Non era necessario scegliere quale fosse più nobile.
Anche l’arte urbana può diventare marketing.
Anche un murale può alzare il prezzo degli immobili, attirare visitatori e preparare un quartiere all’arrivo di persone abbastanza entusiaste da pagare il doppio per bere birra artigianale dentro un’ex officina.
Il capitalismo non combatte sempre la creatività.
Spesso la invita a cena, le offre da bere e la utilizza per aumentare il valore della zona.
È un seduttore molto esperto.
Ti fa sentire ribelle mentre calcola il rendimento.
Continuai a camminare.
Vecchi edifici.
Nuove torri.
Balconi.
Gru.
Parabole.
Vetro.
Ruggine.
Colori.
Cemento.
A ogni angolo Batumi rifiutava di scegliere un’epoca.
Era questo che la rendeva tanto forte fotograficamente.
Il contrasto non doveva essere costruito.
Era già lì.
Una facciata stanca davanti a un palazzo appena terminato.
Una finestra rotta con un grattacielo riflesso nel vetro rimasto.
Una gru sopra un tetto sul quale qualcuno aveva disposto dei panni.
Il passato e il futuro condividevano l’inquadratura senza avere concordato le condizioni.
Noi chiamiamo “transizione” quel periodo.
È una parola educata.
Fa pensare a un movimento progressivo.
Ordinato.
Da un punto a un altro.
Come cambiare treno.
In realtà una transizione assomiglia più a un trasloco organizzato male.
Non sai dove siano finite le posate.
Hai ancora le chiavi della vecchia casa.
Quella nuova non possiede tende.
Qualcuno ha scritto “fragile” sopra una scatola piena di libri e “libri” sopra una scatola contenente tutte le fotografie della tua infanzia.
Per settimane vivi circondato da oggetti privi di posto.
Batumi stava traslocando dentro sé stessa.
Alcune stanze erano già moderne.
Altre conservavano mobili sovietici.
In cucina c’erano progetti internazionali.
Sul balcone asciugavano ancora le lenzuola.
La città cresceva.
Ma crescita e progresso non sono sinonimi.
Una cosa può diventare più grande senza diventare migliore.
Un tumore, per esempio.
Un debito.
L’ego di un uomo appena promosso.
Il numero di applicazioni necessarie per svolgere attività che un tempo richiedevano soltanto una telefonata.
La crescita è quantitativa.
Puoi misurarla.
Piani.
Metri quadrati.
Transazioni.
Prezzi.
Arrivi.
Investimenti.
Il progresso è più bastardo.
Richiede domande.
Chi sta meglio?
Chi può permettersi di restare?
Chi riceve servizi?
Chi perde spazio?
Che cosa viene costruito?
Che cosa viene distrutto?
Quanto futuro viene venduto e quanta vita presente viene considerata un ostacolo?
Un grattacielo risponde molto bene alla domanda “quanto?”
È meno preparato per “perché?”
Nel 2025 il mercato residenziale di Batumi avrebbe raggiunto 17.478 compravendite, con un valore complessivo di circa 1,3 miliardi di dollari.
Un miliardo e trecento milioni.
La città era diventata un prodotto di successo.
Lo dicono i numeri.
E i numeri hanno ragione.
È la caratteristica più irritante dei numeri.
Possono avere ragione e non spiegare assolutamente niente.
Diciassettemilaquattrocentosettantotto appartamenti scambiati.
Ma quanti erano case?
Quanti investimenti?
Quanti sarebbero rimasti vuoti durante l’inverno?
Quanti avrebbero contenuto una famiglia?
Quanti sarebbero diventati affitti brevi?
Quante persone avrebbero guardato il mare dalla finestra e quante avrebbero osservato soltanto il grafico del rendimento da un altro Paese?
Non lo sapevo.
Il numero misurava il mercato.
Non la città.
È una differenza che dimentichiamo continuamente.
Il PIL misura l’economia.
Non la serenità.
Il prezzo misura quanto qualcuno è disposto a pagare.
Non quanto una cosa valga per chi la perderebbe.
Il numero di piani misura l’altezza.
Non la qualità della vita al piano terra.
Il capitale ama ciò che può contare.
Le persone vivono soprattutto dentro ciò che sfugge al calcolo.
L’abitudine.
Il ricordo.
La vicina che possiede una copia delle chiavi.
Il negoziante che ti fa credito.
Il percorso seguito ogni mattina.
L’albero sotto il quale aspettavi qualcuno.
La finestra dalla quale tua madre ti chiamava.
Sono elementi economicamente imbarazzanti.
Non producono rendimento.
Ma toglili e un quartiere smette di essere casa.
Diventa posizione.
Batumi rischiava di trasformarsi in una posizione molto desiderabile.
Mare.
Montagne.
Casinò.
Collegamenti.
Prezzi competitivi.
Regime interessante per gli investitori.
Una riga convincente dentro il portafoglio di qualcuno.
Il problema non era attirare denaro.
Le città hanno bisogno di denaro.
Il cemento non si paga con l’autenticità.
Gli ospedali non accettano tramonti.
Le strade non vengono asfaltate attraverso la poesia, per quanto questo continui a rappresentare una grave lacuna organizzativa dell’universo.
Il problema comincia quando il denaro smette di essere uno strumento e diventa l’unico abitante al quale si chiede un’opinione.
Una città non dovrebbe essere costretta a scegliere tra il degrado e la vendita completa di sé stessa.
Tra finestre rotte e torri per investitori.
Tra rimanere immobile e diventare irriconoscibile.
Quella non è scelta.
È ricatto con brochure patinata.
Vidi un altro grande blocco residenziale.
Balconi azzurri.
Facciata chiara.
Segni del tempo.
Non era elegante.
Non cercava di esserlo.
Aveva la forma di un edificio progettato per contenere molte persone, non per convincerne una ricca a sentirsi speciale.
Dietro si alzava ancora la nuova città.
Vista così, la differenza appariva quasi morale.
Non lo era.
Anche i vecchi blocchi avevano rappresentato un futuro.
Anche loro, appena costruiti, erano stati nuovi.
Promettevano case, servizi, ordine, una società differente.
Ogni epoca crede che la propria architettura abbia finalmente risolto l’essere umano.
Poi l’essere umano entra.
Sposta un muro.
Rompe una finestra.
Ha un figlio in più del previsto.
Divorzia.
Invecchia.
Installa un’antenna.
Appende le mutande.
Il tempo trasforma ogni futuro in un edificio vecchio.
Le torri lucide sarebbero diventate opache.
Le piscine avrebbero richiesto riparazioni.
Gli ascensori avrebbero cominciato a fermarsi tra due piani proprio durante la settimana in cui l’amministratore era irraggiungibile.
Le facciate avrebbero perso pannelli.
Gli appartamenti esclusivi avrebbero sviluppato muffa negli angoli.
Qualcuno avrebbe chiuso il balcone con una finestra differente.
Il futuro sarebbe diventato vita.
Era la sua unica speranza.
Dall’alto osservai Batumi.
Le torri occupavano l’orizzonte.
Le gru attraversavano il cielo.
I vecchi blocchi sembravano bassi.
Le strade diventavano linee.
Le automobili punti.
I cantieri grandi macchie di terra.
Da quella distanza tutto appariva inevitabile.
La città cresceva.
Fine.
La vista aerea possiede una pericolosa autorità.
Ti fa credere di aver compreso perché riesci a vedere l’insieme.
Ma l’insieme è soltanto la porzione di realtà dalla quale sono scomparsi i volti.
Il capitale ama le fotografie aeree.
Dall’alto non si vedono i panni.
Non si distinguono le finestre rotte.
Non senti il rumore.
Non riconosci il negozio che sta per chiudere.
Non sai chi vive dove.
Vedi superfici.
Volumi.
Densità.
Potenziale.
La città diventa pulita nel momento in cui le persone sono abbastanza piccole.
Io avevo un drone.
Partecipavo al problema con ottima qualità d’immagine.
Lo feci salire.
Fotografai.
La costa.
Le strade.
Le torri.
I cantieri.
L’intera città compressa dentro un rettangolo ordinato.
Era bellissima.
Naturalmente.
La bellezza è una collaboratrice molto disponibile del potere.
Rende desiderabile ciò che, osservato da terra, potrebbe sollevare domande.
Ma la fotografia dall’alto non mentiva.
Batumi era davvero impressionante.
Davvero viva.
Davvero in crescita.
Davvero piena di energia, contraddizioni e possibilità.
Non dovevo fingere che la trasformazione fosse soltanto distruzione.
Sarebbe stata un’altra forma di disonestà.
La città non era una vittima passiva del futuro.
Lo desiderava.
Molte persone probabilmente lo desideravano.
Nuove opportunità.
Nuove case.
Lavoro.
Turisti.
Denaro.
Collegamenti.
La possibilità di smettere di essere considerati periferia e cominciare a scegliere autonomamente il centro della propria mappa.
Non c’è niente di nobile nel rimanere poveri per conservare una bella atmosfera nelle fotografie degli stranieri.
Nessun popolo deve vivere dentro un museo affinché noi possiamo visitarlo e pronunciare la parola “autentico” con aria soddisfatta.
Batumi aveva diritto a crescere.
La questione era un’altra.
Poteva crescere senza espellere sé stessa dalla propria immagine?
Poteva costruire torri senza considerare tutto ciò che stava sotto un errore da correggere?
Poteva attirare capitali senza consegnare loro il diritto esclusivo di definire il futuro?
Poteva diventare internazionale senza trasformarsi in una città genericamente lussuosa, uguale a tutte le altre località costiere che hanno sostituito il carattere con una hall profumata e un catalogo di appartamenti?
Non avevo risposte.
Avevo fotografie.
È un problema ricorrente.
Le fotografie formulano domande con una precisione che le parole spesso impiegano pagine a raggiungere.
Una vecchia facciata.
Una torre dietro.
Panni stesi.
Una gru.
Bastava.
Tutto il resto era il mio tentativo di non sembrare intellettualmente disoccupato.
Guardai ancora l’immagine iniziale.
La strada stretta.
Il bucato.
Gli edifici nuovi sul fondo.
All’inizio avevo pensato che il futuro e il passato fossero in conflitto.
Adesso non ne ero più sicuro.
Forse il conflitto era tra due modi di guardare la stessa città.
Da una parte, Batumi come luogo da trasformare.
Dall’altra, Batumi come luogo già abitato.
Il primo vede possibilità.
Il secondo legami.
Il primo domanda quanto spazio possa essere costruito.
Il secondo sa già che cosa occupa quello spazio.
Entrambi possono avere ragione.
È per questo che le trasformazioni urbane diventano tanto feroci.
Non mettono il bene contro il male.
Mettono una promessa contro una memoria.
E una promessa è sempre più fotogenica.
Non porta rughe.
Non deve dimostrare niente.
Può assicurarti piscina, vista mare, rendimento e una vita elegante dentro la quale non avrai più bisogno di stendere mutande sopra una strada.
La memoria, invece, arriva con tubi esterni, finestre differenti e una sedia rotta sul balcone.
Non possiede un reparto marketing.
Sa soltanto dire:
Io ero qui.
Non è sempre sufficiente.
Ma dovrebbe contare qualcosa.
La sera il vento continuava a muovere i panni.
Le torri rimanevano ferme.
Le gru avevano smesso di lavorare.
Per qualche ora la città non cresceva.
Viveva.
Le finestre si accendevano.
Qualcuno preparava da mangiare.
Qualcuno rientrava.
Qualcuno chiudeva una tenda.
Qualcuno ritirava una maglietta ormai asciutta.
Il futuro non aveva sconfitto il passato.
Aveva affittato un appartamento nello stesso quartiere.
I due si osservavano dalle finestre.
Uno possedeva vetri panoramici.
L’altro sapeva dove passavano i tubi.
Non sapevo chi avrebbe avuto l’ultima parola.
Ma avevo capito una cosa.
Una città non progredisce quando diventa più alta.
Progredisce quando il futuro che costruisce contiene ancora posto per chi dovrà viverci.
Il resto è crescita.
Può essere spettacolare.
Può produrre fotografie magnifiche, miliardi di dollari e terrazze dalle quali il mare sembra appartenerti.
Ma se per vedere il futuro devi salire tanto in alto da non distinguere più le persone, forse non stai guardando avanti.
Stai soltanto guardando dall’alto.
Batumi continuava a costruire.
Le gru sarebbero tornate a muoversi la mattina successiva.
Altri piani.
Altri metri quadrati.
Altre finestre vendute prima ancora di avere riflesso un volto.
Nel vecchio edificio, intanto, qualcuno lasciò fuori una fila di panni.
Non erano belli.
Non erano coordinati.
Non rappresentavano un investimento.
Dicevano soltanto che, dietro quella facciata, la città non era ancora diventata un progetto.
Qualcuno ci viveva.
Il futuro aveva lavato la propria camicia.
Il passato gli aveva prestato il balcone.
Il vento, come sempre, faceva tutto il lavoro senza chiedere una percentuale.