Una raccolta di fotografie, una specie geneticamente sospetta e alcune attenuanti che nessuno aveva richiesto
Prima di cominciare, facciamo una cosa profondamente umana: emettiamo un giudizio definitivo su qualcosa che comprendiamo appena.
Tu farai la giuria.
Io porterò le fotografie.
L’imputato è l’essere umano.
Sì, anche tu.
Non fare quella faccia.
Meritiamo di continuare a esistere?
Se domani una civiltà sufficientemente evoluta parcheggiasse una nave sopra il pianeta e ti chiedesse di preparare la nostra difesa, che cosa le mostreresti?
Un padre che tiene in braccio sua figlia?
Una donna che divide il proprio cibo?
Un uomo che prepara il tè per uno sconosciuto?
Una canzone scritta da qualcuno che avrebbe potuto tranquillamente dedicare il proprio tempo a un’attività più redditizia, come vendere corsi online ad altri disperati?
Oppure consegneresti direttamente le guerre, i genocidi, gli animali torturati, le bombe atomiche, i bambini affamati e quella nostra straordinaria capacità di trasformare qualunque differenza in una ragione abbastanza rispettabile per comportarci da figli di puttana?
Quanta crudeltà serve per condannare una specie?
Quanta gentilezza basta per assolverla?
Un gesto d’amore può davvero rappresentare un’attenuante oppure è soltanto la pausa pubblicitaria tra due atrocità?
E tu?
Nel fascicolo dell’umanità sei finito tra le prove della difesa oppure tra quelle dell’accusa?
Non devi rispondere ad alta voce.
Probabilmente mentiresti.
Le autobiografie morali possiedono questo piccolo difetto: vengono scritte dall’imputato, corrette dal suo ego e pubblicate da una memoria che elimina con notevole efficienza tutto ciò che potrebbe compromettere le vendite.
Limitiamoci allora a guardare.
Niente assoluzioni preventive.
Niente sentenze edificanti.
Nessuna di quelle confortanti stronzate secondo cui, sotto sotto, siamo tutti buoni e abbiamo soltanto bisogno di amarci un poco di più, possibilmente dopo avere acquistato il libro giusto.
Tieni il tuo verdetto in sospeso.
Vediamo se queste fotografie riusciranno a peggiorarlo.
O, contro ogni ragionevole previsione, a rimandarlo.
Cominciamo dal primo testimone.
Il primo essere umano che mi fissa lo fa da dietro un vetro, come un pesce rosso che giudica un altro pesce rosso convinto di essere quello fuori dalla boccia.
È una bambina.
Il suo faccino galleggia dietro il finestrino di un’auto, tra riflessi, luci e frammenti di un mondo che non si è ancora preso il disturbo di spiegarle le regole. Sorride appena, con quella cautela chirurgica tipica dei bambini che non hanno ancora deciso se l’adulto davanti a loro sia interessante, innocuo, oppure soltanto l’ennesimo coglione con una macchina fotografica e un’opinione di sé francamente sopravvalutata.
Dentro quello scatto c’è già l’intero romanzo.
La curiosità.
La distanza.
Il bisogno atavico di essere visti da qualcuno che non sia costretto per contratto di sangue a farlo.
Una superficie trasparente che permette di guardare senza toccare.
E un adulto, fuori dall’inquadratura, che probabilmente decide dove stiamo andando.
Cominciamo così.
Piccoli.
Indifesi.
Consegnati nelle mani di una specie che possiede testate nucleari, call center progettati apposta per farti aspettare, guerre di religione, spot di profumi in cui pare che nessuno abbia mai avuto la necessità biologica di cagare, e una capacità comica di non capire quando qualcuno — chiunque, letteralmente chiunque — vorrebbe soltanto essere lasciato in pace.
Un azzardo notevole.
A volte osservo l’essere umano e penso che l’evoluzione non possa davvero assumersi tutta la responsabilità.
Mi sembra una diffamazione nei confronti della natura.
La natura, certo, ha le sue cadute di stile: i parassiti, le zanzare, le emorroidi, alcuni pesci abissali così brutti da sembrare il risultato di un concorso pubblico truccato. Ma noi siamo un progetto più ambizioso. Siamo un errore con un piano marketing, una connessione a banda larga e il talento naturale di convincere altri errori a morire per una bandiera cucita da qualcun altro.
Forse qualcuno ci ha messi qui.
Non dico di possedere prove.
Non sono uno scienziato, un profeta, o uno di quei tizi su YouTube che collegano piramidi, rettiliani massonici e simboli esoterici sopra fotografie compresse peggio di un jpeg del 2003, il tutto accompagnato da una colonna sonora capace di rendere sinistra perfino la ricetta della carbonara.
Ma l’ipotesi conserva un certo fascino.
Forse un’antica civiltà è atterrata con la discrezione di un adolescente ubriaco, ha trovato un primate dignitosamente sistemato nel proprio ecosistema, e ha deciso — con lo stesso rigore etico di un laureando la notte prima della consegna della tesi — di metterci mano.
Un poco più di intelligenza.
Pollici opponibili.
Consapevolezza della morte.
Un ego completamente sproporzionato.
Ansia da prestazione, ovviamente, perché no.
E quella pulsione specifica che ci spinge a costruire qualcosa, dichiararlo sacro, e poi ammazzare chiunque preferisca un modello leggermente diverso.
Poi gli sperimentatori sono ripartiti.
Forse perché il progetto era concluso.
Forse perché era degenerato.
Forse perché qualcuno, osservandoci distruggere il laboratorio, disse:
«Vabbè, lasciamoli lì e vediamo quanto resistono.»
Potremmo essere il reality show più lungo dell’universo.
Oppure ci ha creati Dio.
Anche questa rimane una possibilità.
Se è così, avrei alcune domande per il reparto progettazione.
Niente di aggressivo.
Vorrei soltanto capire perché un’entità onnisciente abbia ritenuto opportuno mettere l’organo del piacere accanto all’impianto fognario, regalarci la capacità di immaginare l’infinito e poi costringerci a trascorrere una porzione significativa dell’esistenza cercando password dimenticate, compilando moduli e fingendo interesse durante conversazioni che avremmo preferito terminare con una morte rapida.
Forse Dio possiede un senso dell’umorismo particolarmente sofisticato.
Oppure ci ha creati di venerdì pomeriggio.
In ogni caso eccoci qui.
Otto miliardi di scimmie traumatizzate, tutte ugualmente convinte che l’universo nutra un’opinione personale sulla loro carriera.
Guardavo i bambini.
Ce n’erano parecchi.
Bambini dentro mercati, giostre, strade, spiagge, automobiline giocattolo. Bambini che stringevano qualcosa, aspettavano qualcuno, seguivano un adulto o cercavano di decifrare un mondo che aveva già cominciato a impartire ordini senza mai prendersi la briga di spiegare il regolamento.
I bambini sono il nostro miglior avvocato difensore e, nello stesso istante, la prova regina dell’accusa.
Nascono senza sapere cosa sia una nazione.
Non conoscono il denaro.
Non distinguono una religione vera da una falsa, una razza superiore da una inferiore, un quartiere rispettabile da uno da evitare con lo sguardo basso.
Non sanno che certi corpi andrebbero desiderati e altri nascosti sotto due strati di vergogna.
Non sanno che un mestiere può rendere un uomo importante e un altro pressoché invisibile agli occhi del prossimo.
Non sanno che Dio, a quanto pare, ama soltanto chi lo chiama con il nome corretto, nella lingua corretta, con l’accento corretto — un’entità infinita, apparentemente piuttosto permalosa in fatto di pronuncia.
Non sanno che il colore della pelle, il luogo di nascita, l’accento, il cognome e l’estratto conto determineranno una quantità oscena di possibilità prima ancora che abbiano imparato ad allacciarsi le scarpe da soli.
Queste stronzate gliele insegniamo noi, con dedizione certosina.
È la nostra grande eredità culturale, tramandata meglio di qualunque ricetta di famiglia.
Prima li proteggiamo dal traffico.
Poi li gettiamo dentro la Storia, senza casco.
Una bambina teneva un giocattolo.
Un’altra osservava qualcosa con quella concentrazione assoluta che gli adulti riescono a dedicare soltanto al telefono quando aspettano un messaggio dalla persona sbagliata.
Due bambini giocavano sopra una piccola automobile. Uno sembrava divertirsi sul serio, l’altro aveva già l’espressione di chi ha intuito che la vita sarà una riunione condominiale organizzata da gente con idee discutibili e ordini del giorno infiniti.
Poco più avanti un padre portava una bambina in braccio.
Un altro la sollevava vicino al mare, come un trofeo che nessuno gli contesterà mai.
Una figura adulta accompagnava un corpo piccolo verso l’acqua mentre il sole scendeva.
È lì che il processo contro l’umanità comincia a complicarsi.
Perché siamo capaci di costruire ordigni abbastanza potenti da cancellare una città dalla cartina, e usiamo le stesse identiche mani per impedire a un bambino di sbucciarsi un ginocchio.
Possiamo autorizzare un bombardamento di mattina e rientrare la sera a chiedere a nostro figlio cosa abbia imparato a scuola, con la faccia di chi ha passato la giornata in ufficio.
Possiamo commuoverci fino alle lacrime davanti a un film e ignorare completamente una persona vera, seduta per terra a due metri da noi, che non ha né sceneggiatore né colonna sonora a farle da megafono.
La nostra crudeltà non nasce dall’incapacità di provare emozioni.
Sarebbe quasi consolante, se fosse così semplice.
Nasce dalla capacità, molto più sofisticata e molto più oscena, di provarle in modo selettivo.
Amiamo moltissimo.
Solo che scegliamo con cura chirurgica chi abbia il diritto di beneficiarne.
Chiamiamo questo confine famiglia, patria, appartenenza, interesse nazionale, mercato o semplice cazzo di convenienza, a seconda del numero di cadaveri necessario per difenderlo.
Eppure quel padre stringeva sua figlia.
In quel momento non rappresentava una civiltà, una religione o un sistema economico.
Era soltanto un uomo incaricato di non lasciarla cadere.
Un compito modesto.
Enorme.
Se esiste qualcosa di sacro, probabilmente non possiede colonne di marmo, bilanci miliardari o uomini vestiti in modo elaborato che pretendono di amministrarlo.
Forse è soltanto questo.
Qualcuno abbastanza forte da farti male che sceglie, per una volta, di non farlo.
Le immagini continuavano.
Madri.
Figli.
Amici.
Ragazze che ridevano.
Uomini raccolti attorno a un tavolo.
Persone che bevevano, parlavano, si toccavano, aspettavano, camminavano insieme oppure condividevano quel tipo di silenzio che diventa confortevole soltanto dopo avere superato una certa quantità di conversazioni inutili.
L’essere umano è un animale sociale.
È una definizione elegante per dire che da soli impazziamo lentamente, e in gruppo diventiamo pericolosi molto più in fretta.
Abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere e poi trascorriamo la vita a lamentarci della loro ingombrante presenza.
Cerchiamo qualcuno che ci comprenda.
Quando lo troviamo, iniziamo immediatamente a nascondere le parti che temiamo possano essere comprese male.
Vogliamo essere amati per ciò che siamo, a patto che nessuno osservi con troppa attenzione i dettagli scomodi.
Costruiamo amicizie sopra risate, birre, confessioni, interessi comuni e una tacita moratoria sui rispettivi difetti. Un amico vero non è necessariamente quello che conosce la tua versione migliore. È quello che ha assistito ad almeno tre delle tue peggiori decisioni e continua a risponderti al telefono, magari dopo avere lasciato squillare abbastanza a lungo da comunicarti il proprio disappunto.
Gli uomini nelle fotografie bevevano.
Ridevano.
Si stringevano.
Alcuni indicavano l’obiettivo come se avessero appena riconosciuto qualcuno.
Altri sedevano attorno a un tavolo con quella serietà che solo gli uomini leggermente ubriachi sanno attribuire a conversazioni delle quali, il giorno dopo, ricorderanno due frasi in croce e un bisogno urgente e vitale di bere mezzo litro d’acqua.
Forse la civiltà non è nata attorno al fuoco.
Forse è nata nell’istante in cui un uomo ne ha guardato un altro e gli ha detto, con voce impastata:
«Rimani ancora un po’.»
Poi arrivarono le coppie.
Naturalmente.
Puoi studiare l’umanità attraverso guerre, religioni, economia e filosofia politica, ma prima o poi devi affrontare la vera infrastruttura del disastro:
due persone convinte che questa volta sarà diverso.
Li vidi baciarsi.
Abbracciarsi.
Camminare accanto al mare come se il mare fosse lì apposta per loro due.
Posare davanti a un tramonto con la solennità di chi firma un trattato.
Guardarsi attraverso la luce come idioti felici, il che, detto per inciso, è probabilmente la condizione umana più dignitosa a nostra disposizione.
L’amore è la nostra forma più raffinata di ottimismo patologico, un disturbo che nessun manuale diagnostico avrà mai il coraggio di classificare come tale.
Conosciamo una persona.
Sappiamo che potrebbe mentirci, annoiarsi, cambiare idea, desiderare qualcun altro, sviluppare un’improvvisa e intollerabile passione per il padel, oppure iniziare a usare la parola “resilienza” durante colazioni che non lo richiedevano affatto.
Sappiamo che potrebbe ferirci in modi che non avevamo nemmeno messo in conto.
Sappiamo che potrebbe morire.
Sappiamo che, anche nella migliore delle ipotesi, uno dei due assisterà alla fine dell’altro.
Eppure ci avviciniamo lo stesso.
È un comportamento statisticamente irresponsabile, il genere di cosa che farebbe rabbrividire qualunque analista del rischio.
È anche, va detto senza vergogna, meraviglioso.
Poi arriva la propaganda.
Perché noi umani non riusciamo a vivere un cazzo di niente senza costruircene subito una copia patinata, illuminata meglio e già pronta per lo scaffale.
Abbiamo preso l’amore e ci abbiamo incollato sopra tramonti calibrati al millimetro, lenzuola bianche che nessun essere umano vivente ha mai stirato di persona, cucine senza un piatto sporco in vista, coppie che ridono mangiando insalata come se fosse la cosa più esilarante mai accaduta al genere umano, e uomini appena svegli con gli addominali già scolpiti e un alito evidentemente benedetto in diretta dalla Conferenza episcopale.
Abbiamo preso il sesso e ne abbiamo fatto il porno.
Il porno ha una propria geometria totalitaria.
Il cazzo sta infilato bene dentro.
Non esce mai.
Ogni movimento è preciso, armonioso, fotogenico. I corpi conoscono le posizioni, la luce arriva nel punto giusto e nessuno interrompe tutto perché gli è venuto un crampo, deve spostare il ginocchio oppure si è appena ricordato di non avere risposto a sua madre.
Quelle sono scopate progettate dallo stesso reparto creativo che confeziona gli spot dei profumi — gente che probabilmente non suda per amore dai tempi del liceo, ma sa venderti l’idea alla perfezione.
La vita vera funziona diversamente.
Basta mezzo movimento sbagliato e il cazzo esce.
Fine della magia.
Magari proprio mentre stavi per venire, con la tempistica raffinata di un cameriere che ti chiede se va tutto bene nell’esatto momento in cui stavi per dire “ti amo” per la prima volta.
Allora bisogna fermarsi, riposizionarsi, cercare di non ridere oppure ridere perché ormai la solennità è morta e non resta che recuperare il filo del discorso.
Ecco.
La differenza tra la vita finta alla quale ci hanno abituati e quella vera è più o meno questa.
La vita che ci mostrano le pubblicità, le riviste patinate, i giornali, la televisione, il cinema e i social mantiene sempre il cazzo perfettamente dentro.
Ogni movimento conduce da qualche parte.
Le persone pronunciano sempre la battuta giusta al momento giusto.
Le relazioni possiedono un significato limpido.
Il dolore produce automaticamente crescita personale, come un fertilizzante emotivo.
La carriera segue una traiettoria.
Le vacanze dimostrano felicità certificata, taggabile.
I corpi restano eccitati, giovani, abbronzati e convenientemente depilati.
La vita vera perde continuamente il ritmo.
Esce.
Scivola.
Fa rumore.
Deve ricominciare daccapo, sudata e imbarazzata.
Qualcuno ride nel momento sbagliato.
Qualcuno piange durante una giornata che avrebbe dovuto essere felice.
Qualcuno incontra l’amore della propria vita mentre è ancora impegnato a rovinare quella precedente.
Qualcuno ottiene ciò che desiderava e scopre di non volerlo più.
Qualcuno fallisce bene.
Qualcun altro riesce malissimo.
La realtà non è meno vera perché interrompe la magia.
È vera proprio perché ha l’inelegante abitudine di interromperla.
La perfezione non è il contrario dell’errore.
È il contrario della vita, punto.
Nelle immagini le persone non erano perfette.
Grazie a Dio, sempre che non ci odi davvero.
Avevano borse sotto gli occhi, rughe non ritoccate, vestiti stropicciati, posture discutibili, capelli scompigliati dal vento e quella particolare espressione che compare solo quando nessuno ha ancora avuto il tempo di indossare la faccia riservata agli estranei.
Alcuni ridevano.
Altri sembravano mortalmente annoiati.
Qualcuno fissava il telefono mentre un’intera porzione di mondo continuava a esistere attorno a lui con scarsissima collaborazione commerciale.
Erano vivi.
Non ben posizionati per l’obiettivo.
Vivi. Vivi, e basta, il che a conti fatti è già parecchio.
Poi cominciarono a lavorare.
Muratori.
Autisti.
Raccoglitori di rifiuti.
Cuochi.
Commessi.
Venditori ambulanti.
Musicisti.
Artisti squattrinati.
Uomini appesi sopra impalcature.
Donne dietro banchi carichi di frutta.
Persone che vendevano cibo, fiori, cappelli, conchiglie, bevande, tessuti e qualunque altra cosa potesse essere trasformata in denaro prima del tramonto.
Abbiamo inventato il lavoro perché il mondo non ci consegna spontaneamente case, cibo e connessioni internet abbastanza veloci da permetterci di insultare sconosciuti in alta definizione.
Era inevitabile.
Qualcuno deve costruire.
Guidare.
Pulire.
Cucinare.
Spostare.
Riparare.
Raccogliere la merda che lasciamo dietro di noi mentre ci definiamo una specie evoluta.
Il problema è che, dopo avere inventato il lavoro, abbiamo cominciato ad adorarlo.
Lo abbiamo trasformato in identità, morale, gerarchia e tribunale permanente.
Non domandiamo più a una persona chi sia.
Le chiediamo che cosa faccia.
È il nostro modo elegante e ipocrita di stabilire quanto rispetto concederle prima ancora di conoscerla.
Un chirurgo salva vite.
Un amministratore delegato crea valore.
Un artista produce cultura, quando gli va bene.
Un uomo che svuota i cassonetti “fa un lavoro umile”, frase pronunciata sempre da chi non lo farebbe mai.
È una definizione curiosa.
Il lavoro diventa umile proprio quando permette agli altri di non doversi occupare della propria merda.
L’uomo aggrappato al camion dei rifiuti sparisce dietro il servizio che svolge.
L’autista diventa autobus.
Il cameriere diventa vassoio.
La donna dietro il banco diventa prezzo.
Il muratore diventa edificio.
Vediamo il risultato.
Non il corpo che lo rende possibile.
Poi arrivano un’inondazione, uno sciopero, una pandemia, un guasto o una giornata nella quale qualcuno smette semplicemente di presentarsi, e scopriamo che l’intera civiltà era sostenuta da persone delle quali non conoscevamo neppure il nome.
Il capitale possiede questa dote notevole: trasforma gli esseri umani in funzioni, e poi si congratula pubblicamente con se stesso per l’efficienza raggiunta.
Un uomo consegna acqua.
Uno prepara cibo.
Uno guida un autobus di notte.
Una donna aspetta clienti dietro un bancone illuminato male.
Un altro raccoglie rifiuti sotto la pioggia.
Da qualche parte, nello stesso momento, qualcuno partecipa a una conferenza sulla leadership indossando scarpe che costano quanto il loro stipendio mensile e spiega che il segreto del successo consiste nell’uscire dalla propria zona di comfort.
Certo.
Certo.
È facilissimo amare il disagio quando viaggi con il minibar incluso nel prezzo.
Eppure, anche dentro il lavoro più anonimo, compariva qualcosa che meritava rispetto.
La competenza.
La concentrazione totale.
Il gesto imparato e ripetuto migliaia di volte.
Un uomo preparava da bere con la precisione di un chirurgo.
Una donna dipingeva senza guardare le mani.
Un musicista teneva la fisarmonica come si tiene qualcosa di vivo.
Un altro suonava l’armonica per strada, gratis, a chiunque avesse voglia di ascoltare.
Una ragazza cantava a squarciagola per tre soldi e un applauso.
Un pittore osservava la superficie davanti a sé come se il mondo avesse finalmente smesso di pretendere spiegazioni da lui.
Creare è una delle nostre attenuanti migliori.
Non ci rende necessariamente buoni.
Gli artisti possono essere narcisisti, manipolatori, meschini e perfettamente capaci di trasformare una sensibilità raffinata in un’arma di distruzione domestica.
Il talento non purifica.
Rende soltanto più interessante il verbale.
Ma creare significa prendere qualcosa che non era necessario e farlo esistere.
Una canzone.
Un’immagine.
Un colore sopra una tela bianca.
Una storia.
Un suono prodotto per strada davanti a persone che avrebbero potuto benissimo continuare a camminare senza voltarsi.
L’universo non ne aveva bisogno.
Noi sì, disperatamente.
È forse questa la parte che ci distingue maggiormente dalle macchine che costruiamo e dagli animali che continuiamo a considerarci superiori.
Non l’intelligenza.
Non il linguaggio.
Di sicuro non la saggezza, visto il curriculum.
La necessità di aggiungere al mondo qualcosa di inutile senza cui, per ragioni impossibili da contabilizzare, il mondo ci sembrerebbe più povero.
Nei mercati tutto possedeva un prezzo.
La frutta.
I vestiti.
I cappelli.
I fiori.
Le conchiglie.
Perfino una fotografia dell’autenticità di quel mercato avrebbe potuto essere venduta altrove da qualche fotografo convinto di stare documentando il sistema senza parteciparvi.
Io, per esempio.
Non sono esterno a ciò che osservo.
Sono soltanto un altro uomo che ha trasformato la curiosità in mestiere, l’incontro in immagine e l’immagine, qualche volta, in prodotto.
È facile fotografare un venditore povero e sentirsi moralmente complessi.
Molto più difficile è domandarsi che cosa riceva lui dalla nostra complessità.
Noi fotografi amiamo parlare di testimonianza.
Suona decisamente meglio di appropriazione, che è la parola esatta, quella che useremmo se fossimo onesti fino in fondo.
Diciamo che catturiamo un momento, espressione già abbastanza criminale da meritare almeno un interrogatorio.
La verità è che prendiamo.
Un volto.
Un gesto.
Una luce.
Una porzione di vita che non ci appartiene.
La portiamo via dentro una scheda di memoria e, più tardi, comodamente seduti, decidiamo noi cosa significhi.
Il soggetto non partecipa al montaggio.
Non corregge la metafora che gli abbiamo cucito addosso.
Non può dirci che in quel momento non stava incarnando la dignità del lavoro, la malinconia della vecchiaia o la resilienza dei poveri.
Magari gli faceva solo male un dente del giudizio.
Magari era incazzato perché qualcuno gli doveva denaro.
Magari stava pensando al pranzo.
La fotografia è una prova molto convincente di qualcosa che non ha mai promesso di spiegare.
Per questo cerco di rimanere nel mezzo.
Non giudice.
Non avvocato.
Non antropologo sbarcato da un altro pianeta con l’autorità morale di chi riparte domenica sera con l’aereo.
Osservatore.
Un fottuto osservatore.
Vedo.
Scelgo.
Scatto.
Poi provo, con tutte le mie forze, a non mentire troppo su quello che ho visto.
È il massimo grado di purezza che riesco a offrire.
Le persone si spostavano.
Treni.
Autobus.
Motociclette.
Biciclette.
Automobili incolonnate.
Attraversamenti pedonali.
Marciapiedi.
Stazioni.
Fermate.
File interminabili.
Abbiamo costruito città gigantesche per contenere milioni di persone e poi abbiamo progettato ogni mattina affinché nessuna di loro desideri trovarsi nel luogo verso cui sta andando.
Ci svegliamo.
Ci vestiamo.
Usciamo da case che paghiamo lavorando.
Entriamo in veicoli che paghiamo lavorando.
Attraversiamo il traffico per raggiungere il lavoro.
Torniamo a casa troppo stanchi per utilizzare le cose che abbiamo pagato lavorando.
È un sistema talmente demenziale che, per farlo sembrare una cosa da adulti responsabili, l’abbiamo battezzato economia.
Dentro gli autobus la gente guardava fuori dal finestrino.
Oppure dentro uno schermo, che ormai è quasi la stessa identica cosa.
Qualcuno dormiva in piedi, con un’arte consumata.
Qualcuno aspettava, senza sapere bene cosa.
Qualcuno era schiacciato contro altri corpi dei quali non avrebbe mai conosciuto il nome.
La folla è una delle forme più efficienti della solitudine.
Puoi essere circondato da cento persone e non essere raggiunto da nessuna.
Puoi sentire il calore, l’odore, il respiro e la voce degli altri senza che la tua esistenza tocchi davvero la loro.
Condividiamo sedili, strade, ascensori, connessioni wifi, epidemie e catastrofi climatiche.
E continuiamo imperterriti a definirci individui.
È la nostra illusione preferita.
Siamo interdipendenti fino al midollo, ma troviamo profondamente eccitante l’idea di esserci fatti da soli, dal nulla, come un dio qualsiasi in miniatura.
Nessuno si è fatto da solo.
Qualcuno ti ha nutrito quando non eri capace di tenere sollevata la testa.
Qualcuno ha costruito la strada.
Prodotto il cibo.
Posato i cavi.
Curato una malattia.
Raccolto i rifiuti.
Guidato il treno.
Perfino l’eremita più autosufficiente della storia è uscito dalla vagina di qualcun altra.
L’autosufficienza completa è una fantasia masturbatoria del capitalismo.
Ti permette di attribuire ogni successo al merito e ogni fallimento alla colpa personale, evitando la fastidiosa questione delle condizioni di partenza.
Poi comparvero i cani.
Accanto alle persone.
Al guinzaglio.
In braccio.
Sopra i marciapiedi.
Davanti al mare, col naso al vento.
I cani rappresentano una grave umiliazione filosofica per l’essere umano.
Noi abbiamo scritto trattati sull’amore incondizionato.
Loro lo praticano mentre annusano un lampione.
Forse hanno accettato di vivere con noi perché, dopo averci osservati abbastanza a lungo, hanno compreso che non potevamo essere lasciati soli.
Ci seguono.
Ci aspettano.
Festeggiano il nostro ritorno come se fossimo appena tornati da una guerra, anche quando siamo usciti soltanto a comprare il pane.
Non chiedono quale sia la nostra missione.
Non controllano il fatturato.
Non confrontano il corpo che avevamo a vent’anni con quello attuale.
Sanno che siamo tornati.
Gli basta.
Naturalmente li abbandoniamo in autostrada, li maltrattiamo, li selezioniamo geneticamente fino a produrre animali che a stento respirano, e li vestiamo con ridicoli impermeabilini del cazzo per soddisfare esigenze estetiche che loro non hanno mai, in nessun modo, richiesto.
Restiamo coerenti.
Riceviamo devozione.
Rispondiamo con cappottini di lana e un guinzaglio firmato.
Dopo la folla arrivò il mare.
E davanti al mare le persone tornarono improvvisamente sole.
Sedute sopra muri, rocce, panchine e sedie.
Ferme.
Una davanti all’orizzonte.
Un’altra sotto la luna.
Una fumava.
Una mangiava.
Una osservava il telefono.
Un uomo sedeva con la schiena rivolta al mondo intero, postura universale di chi desidera essere lasciato in pace e, allo stesso tempo, spera segretamente che qualcuno noti la sua eroica assenza.
Andiamo davanti al mare quando non sappiamo più dove guardare.
È una specie di assistenza clienti dell’infinito, con tempi di attesa infiniti e nessuna soluzione garantita.
Non risponde.
Non risolve.
Non suggerisce sette semplici passaggi per manifestare abbondanza entro il prossimo plenilunio.
Continua a muoversi.
Forse è proprio per questo che funziona meglio di una seduta di terapia da duecento euro.
Il mare ci ricorda che qualcosa può esistere senza essere interessato alla nostra opinione.
Una notizia devastante.
Anche liberatoria.
Osservavo quelle persone sole e mi domandavo quante fossero davvero sole.
La solitudine non consiste sempre nell’assenza degli altri.
Qualche volta è l’assenza di qualcuno davanti al quale non sia necessario tradursi.
Puoi avere amici, colleghi, figli, amanti e migliaia di contatti salvati in rubrica.
Puoi ricevere messaggi per tutto il giorno.
Puoi non trascorrere mai un’ora senza parlare.
E restare comunque privo di un solo posto dove poter finalmente deporre la versione pubblica, patinata, presentabile di te stesso.
Siamo diventati accessibili a tutti e raggiungibili da pochissimi.
Il telefono vibra.
Qualcuno reagisce.
Qualcuno visualizza e sparisce.
Qualcuno mette un cuore sotto una fotografia nella quale sorridiamo durante il giorno peggiore del mese.
Tecnicamente siamo connessi.
Emotivamente stiamo tentando di riscaldarci davanti al disegno di un fuoco.
Forse Dio non ci odia poi così tanto.
Forse ha semplicemente disattivato le notifiche.
Poi arrivarono i volti.
Finalmente privi della distanza necessaria a fingere che l’umanità sia un concetto astratto da dibattere a cena.
Donne.
Uomini.
Rughe.
Tatuaggi.
Trucco.
Occhi stanchi.
Occhi fieri.
Volti costruiti, difesi, offerti, nascosti.
Una ragazza teneva le mani premute ai lati della testa, come se i pensieri stessero tentando una fuga disperata dal cranio.
Un uomo abbassava lo sguardo.
Un altro fumava dentro una luce rossa.
Una donna appariva dietro una grata.
Un corpo tatuato sembrava avere trasformato la pelle in un archivio.
Un uomo urlava dietro una recinzione.
Qualcuno si arrampicava sopra la roccia.
Altri guardavano l’obiettivo con la serenità, la sfida o la paura di chi sa di essere osservato e non possiede alcuna garanzia sull’uso futuro del proprio volto.
L’identità è il costume che indossiamo così a lungo da dimenticare dove finisca il tessuto e cominci la pelle.
Ci definiamo.
Artista.
Madre.
Padre.
Professionista.
Ribelle.
Vittima.
Sopravvissuto.
Donna forte.
Uomo libero.
Persona spirituale.
Cittadino rispettabile.
Prendiamo un’esperienza, una ferita, una preferenza sessuale, un lavoro, una diagnosi o un errore e costruiamo una nazione attorno.
Poi mettiamo guardie al confine.
L’identità serve.
Senza una storia su noi stessi diventeremmo una massa di impulsi, ricordi e contraddizioni incapace di completare una biografia su un’applicazione di incontri.
Ma ogni storia, ripetuta abbastanza a lungo, diventa una prigione.
Diciamo «io sono fatto così» quando in realtà intendiamo «ho una paura fottuta di scoprire chi potrei diventare comportandomi diversamente, anche solo per un giorno».
Difendiamo il carattere anche quando è soltanto un trauma che ha imparato a vestirsi bene.
Le persone nelle fotografie non erano mai una cosa sola, mai.
Nessuno lo è.
Il mendicante può essere orgoglioso.
La modella può essere insicura.
L’uomo tatuato può avere paura degli aghi emotivi.
La donna sorridente può essere stanca.
L’anziano può desiderare ancora.
Il lavoratore può essere, in segreto, un poeta.
L’artista può essere, apertamente, uno stronzo di prima categoria.
La vittima può ferire.
La persona che ti ha salvato una volta può distruggerti la volta successiva.
Vogliamo disperatamente che gli esseri umani siano coerenti, perché la complessità rende faticoso decidere in fretta chi amare e chi odiare senza rimorsi.
Preferiamo categorie.
Buoni.
Cattivi.
Deboli.
Forti.
Noi.
Loro.
È il sistema operativo morale di una specie incapace di tollerare troppe finestre aperte contemporaneamente.
Poi arrivò la vecchiaia.
Gli occhi più lenti.
I corpi piegati in avanti, come punti interrogativi.
Le mani che avevano tenuto, lavorato, colpito, accarezzato, pregato, venduto, costruito e lasciato andare.
Una donna osservava dalla porta di una casa colorata.
Un’altra sedeva per strada.
Un uomo camminava in mezzo alla città.
Qualcuno vendeva piccoli oggetti.
Qualcuno aspettava.
Non so che cosa.
Un figlio.
Un cliente.
La sera.
La fine del dolore.
La vecchiaia è ciò che la nostra cultura tenta disperatamente di occultare dietro parole rassicuranti come benessere, longevità, e “silver economy” — espressione che meriterebbe un rogo pubblico.
Non vogliamo invecchiare.
Vogliamo rimanere giovani per molto tempo e poi morire improvvisamente, possibilmente senza rughe e dopo avere concluso tutte le serie iniziate.
Trattiamo il corpo anziano come un difetto di manutenzione.
Vendiamo creme anti-età, diete anti-età, trattamenti anti-età e stili di vita anti-età, come se il tempo fosse una malattia sessualmente trasmissibile, contratta frequentando persone nate qualche decennio prima di noi.
Eppure invecchiare significa aver continuato.
Non necessariamente bene.
Non necessariamente con saggezza.
Esistono anziani stupidi, crudeli e perfettamente capaci di non avere imparato niente durante ottant’anni di materiale didattico.
Il tempo non migliora automaticamente.
Conserva.
Ma ogni volto vecchio porta la prova di una permanenza.
Qualcosa ha tentato di eliminarlo.
Malattie.
Povertà.
Guerre.
Perdite.
Lavoro.
Amore.
Delusioni.
Amministrazioni pubbliche.
È ancora lì.
Non sempre la sopravvivenza possiede un significato profondo da incorniciare.
Qualche volta è soltanto ostinazione biologica.
Ma anche l’ostinazione merita rispetto.
Vidi persone sedute a terra.
Persone che vendevano quel poco che potevano vendere.
Corpi avvolti dentro vestiti consumati.
Volti che la città intera aveva imparato, con metodo, a scavalcare senza abbassare lo sguardo
La povertà ci mette profondamente in imbarazzo perché smaschera, senza pietà, quanto sia bucato l’intero impianto morale con cui giustifichiamo il nostro comfort quotidiano.
Abbiamo bisogno di credere che chi possiede molto lo abbia meritato e chi possiede poco abbia commesso qualche errore.
Altrimenti dovremmo ammettere che la fortuna distribuisce le carte con la sobrietà di un croupier ubriaco.
Una persona nasce con passaporto, salute, famiglia, denaro, istruzione e una rete pronta a prenderla quando cade.
Un’altra nasce già in debito col mondo intero, prima ancora di emettere il primo vagito.
Poi le mettiamo sulla stessa linea e chiamiamo la gara meritocrazia.
È una delle nostre barzellette migliori.
Non fa ridere quasi nessuno, ma produce dividendi eccellenti.
La notte arrivò come arriva sempre.
Senza risolvere niente.
Le persone entrarono nei bar.
Si sedettero sotto luci rosse, blu e viola.
Bevvero.
Fumarono.
Flirtarono.
Risero.
Si avvicinarono abbastanza da potersi far male sul serio, e abbastanza poco da poter ancora fingere, l’indomani, che non fosse importato granché.
Ogni locale notturno è un pronto soccorso emotivo privo di medici.
La gente entra portando dentro di sé solitudine, eccitazione, noia mortale, desiderio, rabbia trattenuta, il terrore di tornare a casa vuota, e la speranza che una quantità adeguata di alcol renda almeno una di queste cose leggermente più sopportabile per qualche ora.
Qualcuno cerca sesso.
Qualcuno compagnia.
Qualcuno una distrazione.
Qualcuno cerca la persona che era prima di diventare tanto stanco.
Ci vestiamo.
Profumiamo.
Illuminiamo bene.
Ordiniamo da bere.
Diciamo di essere lì per divertirci.
Quasi mai specifichiamo da che cosa.
La notte ci permette di diventare versioni temporanee di noi stessi.
Più coraggiose.
Più desiderabili.
Più stupide.
Una donna fumava.
Un’altra rideva con la bocca spalancata.
Un uomo beveva da solo al bancone.
Due persone parlavano troppo vicine per essere completamente disinteressate, e troppo lontane per aver già deciso qualcosa di definitivo.
La specie continuava il proprio rituale.
Avvicinarsi.
Mostrare.
Nascondere.
Tentare.
Fallire.
Ricominciare.
Far uscire il cazzo metaforico esattamente nel momento meno opportuno, e comportarsi come se facesse comunque parte della coreografia prevista fin dall’inizio.
Poi le città si spensero.
Rimasero il deserto, le figure e il fuoco.
L’ultima parte della serie tornava indietro.
Prima dei mercati.
Prima degli autobus.
Prima dei grattacieli.
Prima delle applicazioni, dei curriculum, delle identità professionali e dei corsi online tenuti da uomini che utilizzano la parola “mindset” perché “personalità da venditore di multiproprietà” occuperebbe troppo spazio nella biografia.
Uomini.
Animali.
Terra.
Luce.
Qualcuno preparava da bere.
Qualcuno sedeva vicino a un fuoco.
Qualcuno montava sopra un animale e attraversava il paesaggio.
Qualcun altro si raccoglieva attorno a una piccola fonte di calore.
Eravamo tornati alla configurazione originale.
Prima di diventare cittadini, contribuenti, consumatori, utenti registrati, elettori, follower e semplici profili demografici da monetizzare, eravamo corpi vulnerabili raccolti attorno a un fuoco, e nient’altro.
Avevamo paura del buio.
Avevamo fame.
Qualcosa poteva ucciderci.
Qualcuno raccontava una storia per impedire al silenzio di diventare troppo grande.
Forse non siamo cambiati tanto.
Abbiamo sostituito il fuoco con gli schermi.
Le storie con i contenuti.
Il villaggio con il pubblico.
Il predatore nascosto nella notte con la rata del mutuo, il tumore diagnosticato tardi, l’abbandono improvviso, e la consapevolezza fredda che un giorno nessuno ricorderà nemmeno la password dei nostri account social.
Continuiamo a stringerci attorno a qualcosa che produce luce.
Continuiamo a raccontare.
Continuiamo a sperare che qualcuno rimanga sveglio con noi.
Guardai le ultime immagini.
I volti illuminati dal basso.
Le mani.
Il tè fumante.
La brace che si consumava lentamente.
Il buio tutt’intorno, paziente.
E non riuscii a emettere la sentenza definitiva.
Avevo cominciato questo lavoro convinto che l’essere umano fosse, semplicemente, un errore di fabbricazione.
Continuavo ad avere parecchi elementi a sostegno.
Siamo territoriali, vanitosi, manipolabili, violenti, sessualmente confusi e abbastanza intelligenti da dividere l’atomo, ma non sempre da dividere equamente una cena.
Abbiamo trasformato la Terra in una miniera, gli animali in prodotti, le persone in risorse e l’attenzione in merce.
Possediamo armi capaci di rendere il pianeta intero inabitabile, e leader che qualche volta sembrano considerarlo poco più di un dettaglio negoziale tra tanti.
Forse una civiltà aliena ci osserva davvero.
Forse mantiene le distanze per lo stesso motivo per cui evitiamo un uomo ubriaco che agita un coltello nel parcheggio:
non importa quanto sostenga di essere amichevole.
Aspetti che cada.
Dal punto di vista galattico potremmo essere una contaminazione da contenere.
Una specie invasiva con poesie sorprendentemente buone.
Meritiamo l’estinzione?
In certe giornate direi di sì, senza la minima esitazione.
Basta leggere le notizie, osservare con lucidità cosa siamo capaci di infliggere ai bambini, agli animali, agli indifesi, agli innamorati, agli sconosciuti, e perfino alle persone che giuriamo solennemente di amare più di ogni altra cosa al mondo.
Hobbes scrisse che l’uomo è un lupo per l’uomo.
Un’affermazione profondamente ingiusta nei confronti dei lupi.
I lupi uccidono per fame, territorio, difesa.
Noi siamo in grado di distruggere un’intera vita perché qualcuno non ha risposto a un messaggio nel tono che ritenevamo arbitrariamente appropriato.
Siamo semplicemente più creativi nella crudeltà, ecco tutto.
Ma poi un padre prende in braccio una bambina.
Una donna offre cibo.
Un uomo prepara il tè per qualcuno che non parla la sua lingua.
Un amico rimane, quando sarebbe stato molto più comodo sparire.
Un musicista suona davanti a persone distratte, e continua comunque.
Qualcuno raccoglie i rifiuti prima che la città si svegli.
Una persona si siede vicino a un’altra senza tentare di aggiustarla.
Un cane aspetta.
Una mano sostiene un corpo che potrebbe cadere.
E la condanna, inevitabilmente, deve essere rimandata.
Non annullata.
Rimandata.
Non credo che il bene cancelli il male.
È una contabilità infantile.
Un gesto gentile non restituisce un morto.
Una canzone non disinnesca una bomba.
Un abbraccio non assolve una specie.
Ma dimostra che il verdetto non è ancora completo.
Dentro di noi esiste qualcosa di terribilmente adorabile.
Una minuscola deviazione dall’egoismo.
La capacità di riconoscere il dolore altrui e, qualche volta, considerarlo abbastanza importante da interrompere il nostro programma.
Non accade sempre.
Non accade in tutti.
Non accade abbastanza.
Ma accade.
Forse l’umanità non è buona.
Forse non è cattiva.
Forse è un animale spaventato al quale è stato consegnato troppo potere prima che imparasse a gestire la propria infanzia.
Un adolescente cosmico armato nuclearmente.
Vuole essere amato.
Vuole avere ragione.
Vuole comandare.
Vuole essere libero.
Vuole che qualcuno gli dica che è speciale.
E quando non riceve abbastanza attenzione minaccia di distruggere la casa.
Io rimango lì nel mezzo.
Non sono abbastanza ottimista da assolverci.
Non abbastanza puro da condannarci.
Non abbastanza intelligente da spiegare perché esistiamo.
Osservo.
Bambini.
Amanti.
Lavoratori.
Venditori.
Artisti.
Pendolari con gli occhi spenti.
Solitari per scelta o per condanna.
Ubriachi allegri e ubriachi tristi.
Vecchi che resistono.
Poveri che vendono quel poco che resta.
Donne.
Uomini.
Persone che ridono, aspettano, desiderano, lavorano, fumano, cadono, si arrampicano, si perdono, si cercano disperatamente, e qualche volta, per puro caso, si trovano davvero — proprio mentre fingevano con tutte le loro forze di non avere bisogno di nessuno al mondo.
Scatto.
Conservo le prove dell’accusa e quelle della difesa.
Forse è questo il senso di queste fotografie.
Non dimostrare che l’umanità meriti di essere salvata.
Sarebbe una conclusione troppo comoda.
Mostrare perché, nonostante tutto, non sono ancora riuscito a desiderarne completamente la fine.
Dio ci odia tutti?
Possibile, e con buoni argomenti dalla sua.
A giudicare dal materiale probatorio a sua disposizione, avrebbe solide motivazioni, e un avvocato appena decente potrebbe strappargli comunque le attenuanti generiche.
Forse ci ama lo stesso, nonostante tutto.
In quel caso possiede gusti discutibili, una tolleranza sovrumana e la stessa debolezza di quei genitori che osservano il proprio figlio devastare il salotto e continuano a intravedere, sotto la merda, la creatura che hanno tenuto tra le braccia.
Oppure Dio non sta guardando.
Forse siamo soli.
Nessun creatore.
Nessun esperimento.
Nessuna civiltà antica pronta a tornare.
Nessun tribunale cosmico.
Soltanto noi, sopra una piccola roccia che attraversa il buio, incaricati di decidere che cosa fare gli uni degli altri prima che il tempo risolva comunque la questione.
Sarebbe la possibilità più spaventosa di tutte.
Anche quella che ci concede meno alibi.
Se nessuno verrà a salvarci, allora ogni singolo gesto conta davvero, fino in fondo.
Non perché l’universo lo registri.
Perché qualcuno, comunque, lo riceve sulla propria pelle.
Un bicchiere d’acqua.
Un posto lasciato libero.
Una mano.
Una fotografia.
Una storia.
Una presenza che rimane qualche minuto in più.
Non salveranno la specie, diciamocelo chiaramente.
Ma potrebbero salvare una giornata.
A volte è tutto ciò che abbiamo.
L’ultima brace si abbassava.
Gli uomini continuavano a stare seduti.
Il mondo fuori dal fuoco rimaneva scuro.
Non erano santi.
Non erano simboli.
Non rappresentavano la bontà essenziale dell’essere umano, né alcun’altra confortante stronzata new age.
Erano persone.
Contraddittorie fino al midollo.
Incomplete.
Capaci di offrire il tè e, magari, di comportarsi da bastardi il mattino successivo.
Esattamente come tutti noi.
La luce non li purificava.
Li rendeva visibili.
Forse è ciò che tento di fare anch’io.
Non salvare.
Non assolvere.
Non spiegare.
Rendere visibile.
Ripensandoci, forse non è stato casuale che il mio sguardo si sia fermato proprio su quelle persone.
Una macchina fotografica non è neutrale.
Prima di scattare scegli.
Scegli dove guardare, quale volto sottrarre per un istante alla folla e quale lasciare scomparire.
Io avevo scelto loro.
O forse erano stati loro ad attirarmi.
Non posso sapere se fossero davvero buone persone.
Non conosco quasi nessuno di loro. Molti sono stati soltanto incontri durati pochi secondi, vite incrociate sopra un marciapiede, dentro un mercato, alla fermata di un autobus o davanti al mare.
Una fotografia non è un certificato morale.
Un sorriso può appartenere a un bastardo.
Un volto triste non garantisce profondità.
La luce giusta non rende buona una persona.
La rende soltanto più fotogenica.
Ma in quell’istante avevo visto qualcosa.
Una tristezza.
Un sorriso.
La concentrazione del lavoro.
Una gioia modesta.
Il tributo quotidiano pagato all’esistenza per ottenere altre ventiquattr’ore.
Avevo visto del buono.
Non abbastanza da assolvere l’umanità.
Abbastanza da rimandare ancora una volta la sentenza.
Forse erano proprio queste le persone che salverei.
Non perché fossero innocenti.
Perché, con le loro vite comuni, mi avevano ricordato che qualcosa di questa specie continua a meritare un posto nel mondo.
Non ho fiducia nell’umanità.
Sarebbe una forma di ottimismo incompatibile con qualunque lettura anche superficiale della Storia.
Ho fiducia in certi esseri umani.
È diverso.
In quelli che lavorano.
Che sostengono.
Che aspettano.
Che ridono mentre le cose continuano ad andare discretamente a puttane.
In quelli che non salveranno il mondo, ma riescono almeno a non peggiorarlo a ogni movimento.
Sono loro che, oltre ogni ragionevole pronostico, continuano a spingermi avanti.
Le persone davvero cattive, invece, quelle che governano il mondo come se fosse una proprietà ricevuta in eredità da un padre ancora più stronzo, non mi hanno mai fatto venire voglia di alzare la macchina fotografica.
Non perché il potere non sia fotogenico.
Lo è terribilmente.
Possiede completi su misura, bandiere, automobili nere, podi, sorrisi addestrati e uffici stampa capaci di trasformare la sociopatia in autorevolezza istituzionale.
Ma ha già abbastanza immagini.
Non desidero regalargli altra eternità.
Se Dio ci ama, continua ad avere gusti discutibili.
Se ci odia, francamente, lo capisco.
Ma se un giorno mi chiedesse una ragione per non spegnere tutto, non gli mostrerei i governanti, i generali o i santi con un reparto marketing particolarmente efficiente.
Gli mostrerei queste persone.
Quelle che non comandano il mondo.
Quelle che, senza saperlo, continuano ostinatamente a tenerlo in piedi.
Quelli che governano hanno già abbastanza fotografi.
Io continuo a fotografare le attenuanti.