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La Spiaggia che Sapeva Troppo

La Spiaggia che Sapeva Troppo

Ci sono luoghi che attraversiamo.

Li guardiamo, scattiamo qualche fotografia e poi li lasciamo alle nostre spalle insieme agli scontrini, alla sabbia nelle scarpe e a tutta quella spazzatura sentimentale che ci portiamo a casa dai viaggi.

E poi ci sono luoghi che si tengono qualcosa di noi.

Non chiedono il permesso.

Non firmano ricevute.

Prendono un momento, una voce, l’odore di una pelle e lo nascondono da qualche parte tra le pietre, condannandoci a ritrovarlo ogni volta che torniamo a guardarli.

Quella spiaggia era uno di quei luoghi.

Ma all’inizio non lo sapevo.

All’inizio c’era soltanto la costa.

Un castello piantato sopra il mare con l’arroganza di tutte le cose costruite per sopravvivere agli uomini. Mura spesse, torri, merli e finestre da cui qualcuno, secoli prima, doveva aver osservato l’orizzonte aspettando nemici, commercianti o qualche donna abbastanza folle da raggiungerlo fin lassù.

Sotto, il mare continuava a fare il mare.

Andava e veniva contro le rocce senza il minimo rispetto per la storia, l’architettura o le ambizioni di immortalità di chi aveva costruito quella fortezza.

Il mare se ne fotte dei castelli.

Sa che deve soltanto aspettare.

Prima o poi anche le mura diventano sabbia.

Attorno crescevano fichi d’India e piante abituate a vivere senza ricevere troppe attenzioni. Erano pieni di spine, storti, bruciati dal sole e comunque ostinatamente vivi.

Li capivo.

Ci sono persone che passano metà della propria esistenza a costruirsi spine addosso e l’altra metà a chiedersi perché nessuno riesca ad abbracciarle.

Le piante, almeno, non fingono di essere sorprese.

Io camminavo con la macchina fotografica al collo, inseguendo la luce tra le rocce, gli alberi e le vecchie mura. Non cercavo una storia. Le storie sono creature invadenti: arrivano quando vogliono loro e quasi mai quando siamo abbastanza lucidi da riconoscerle.

Fotografai le pietre sotto l’acqua.

Il mare le accarezzava, le copriva, poi si ritirava lasciandole di nuovo nude.

Era un movimento lento.

Ostinato.

Quasi intimo.

Il genere di gesto che, se compiuto da una persona, finisce inevitabilmente per complicarti la vita.

Poi arrivò quella spiaggia.

Dall’alto sembrava una piccola ferita aperta nella costa.

Una striscia di sabbia stretta tra le rocce, abbastanza lontana dal resto del mondo da farci credere che il resto del mondo non esistesse davvero.

Il mare era trasparente.

Il sole cadeva senza pietà.

Le persone, viste da lassù, erano soltanto piccoli punti sparsi lungo la riva. Corpi senza nomi, senza biografie e senza tutta la monumentale collezione di problemi che ognuno si trascina dietro anche quando indossa un costume da bagno.

In quella fotografia lei non c’è.

Eppure è la prima cosa che vedo.

Non il mare.

Non le rocce.

Non la luce.

Lei.

Era stata lì con me.

Eravamo scesi fino a quella piccola baia portandoci dietro la certezza arrogante che hanno gli innamorati quando credono di avere scoperto un luogo che nessun altro ha mai visto.

Naturalmente non era vero.

Qualcuno c’era stato prima di noi.

Qualcuno sarebbe arrivato dopo.

Ma l’amore è anche quella meravigliosa forma temporanea di stupidità che ti fa credere che il mondo sia cominciato cinque minuti prima del tuo arrivo.

Così, per quel giorno, la spiaggia fu nostra.

Ci siamo amati lì.

Tra la sabbia, il sale e le rocce scaldate dal sole.

Senza musica.

Senza candele.

Senza quella scenografia ridicola con cui nei film cercano di convincerti che due persone abbiano bisogno di lenzuola bianche e illuminazione professionale per desiderarsi davvero.

Avevamo il rumore dell’acqua.

Il vento.

La pelle ancora bagnata.

E la convinzione, probabilmente sbagliata ma in quel momento perfetta, che nulla potesse raggiungerci.

Il mare vide tutto.

Le rocce pure.

Ebbero entrambi la decenza di non commentare.

Per qualche minuto non esistevano passato e futuro. Non esistevano le domande che arrivano dopo, le definizioni, le promesse e quella necessità tutta umana di rovinare le cose belle cercando di capire quanto dureranno.

Esistevano due corpi.

Il caldo.

Il respiro.

E una spiaggia abbastanza appartata da permetterci di dimenticare chi avremmo dovuto essere una volta tornati nel mondo civile.

Non so se quello fosse amore nel senso solenne della parola.

Forse l’amore vero richiede tempo, pazienza, bollette condivise e la capacità di sopportare qualcuno anche mentre mastica.

Ma in quel momento lo era.

Era la nostra versione.

Breve, imperfetta, salata e con la sabbia infilata in posti che nessun poeta romantico ha mai avuto il coraggio di nominare.

Ci bastava.

Dovrebbe bastare più spesso.

Il problema è che, mentre accadono, certi momenti sembrano normali.

Non sentiamo una voce avvertirci.

Nessuno ci tocca una spalla dicendo: «Guarda bene, idiota. Un giorno ricorderai proprio questo».

Viviamo.

Ridiamo.

Ci rivestiamo.

Raccogliamo le nostre cose e torniamo indietro pensando che avremo altre giornate, altre spiagge, altri corpi da stringere e tutto il tempo necessario per capire cosa stava succedendo.

Poi il tempo fa quello che gli riesce meglio.

Passa.

Non necessariamente con crudeltà. Quella gliela attribuiamo noi perché abbiamo bisogno di un colpevole.

Il tempo avanza e basta.

Porta lontano le stagioni, le persone e le versioni di noi stessi che credevamo definitive. Trasforma ciò che stavamo vivendo in qualcosa che abbiamo vissuto, cambiando il verbo senza nemmeno avere la cortesia di avvertirci.

La fotografia, invece, resta.

La spiaggia è ancora lì.

Aperta sotto il sole.

Quasi identica.

Ed è questa la cosa che mi frega ogni volta.

I luoghi non invecchiano insieme ai nostri ricordi. Continuano a esistere senza avere rispetto per ciò che è accaduto tra noi.

Su quella sabbia adesso camminano altri piedi.

Altri corpi entrano in quell’acqua.

Forse altri due amanti si sono nascosti tra le stesse rocce pensando di essere i primi stronzi ad aver scoperto il desiderio.

Ed è giusto così.

Il mondo non deve trasformare ogni nostra emozione in un monumento.

Non servono targhe.

Non serve incidere due iniziali dentro una roccia come fanno quelli convinti che ferire un albero sia una dichiarazione d’amore.

Quel posto sa.

Io so.

È abbastanza.

Più avanti, una barca attraversava il mare lasciandosi dietro una striscia bianca.

Sembrava avere una destinazione precisa.

Ho sempre invidiato le barche per questo.

Anche quando stanno andando verso il nulla, da lontano sembrano sapere esattamente ciò che fanno.

Noi esseri umani, invece, passiamo la vita a fingere di avere una rotta mentre cerchiamo disperatamente di non guardare quanto sia grande l’acqua attorno.

Continuai lungo la costa.

Altre insenature.

Altre spiagge.

Palme che incorniciavano il mare come se la natura avesse deciso di diventare una cartolina e guadagnarsi finalmente uno stipendio.

Era tutto magnifico.

Ma nessun altro luogo sapeva di noi.

Questa è la fregatura dei ricordi: rendono personale una piccolissima parte del mondo e lasciano tutto il resto irrimediabilmente estraneo.

Puoi vedere cento spiagge più belle.

Un mare più limpido.

Una luce più spettacolare.

Ma il cuore, quell’idiota sentimentale privo di qualunque criterio estetico, continuerà a scegliere il luogo in cui qualcosa è successo.

Verso la fine della giornata mi ritrovai davanti a un vecchio muro, circondato dalla vegetazione.

C’erano alcuni panni bianchi stesi al sole.

Dopo castelli, scogliere e distese d’acqua, la fotografia finale fu quella.

Del bucato.

L’universo possiede uno strano senso dell’umorismo.

Prima ti ricorda una spiaggia dove hai fatto l’amore e subito dopo ti mostra dei panni stesi, come per suggerirti che dietro ogni grande passione esiste sempre qualcuno costretto a occuparsi delle macchie.

Forse era proprio quella l’immagine giusta con cui finire.

Perché la vita è così.

Un momento ti fa credere di essere dentro un romanzo.

Quello successivo ti mette in mano una molletta.

Riguardando queste fotografie, oggi, posso ancora seguire la strada.

Il castello.

I fichi d’India.

Le pietre nell’acqua.

La spiaggia.

La barca.

Le palme.

I panni bianchi mossi dal vento.

Sono immagini di un luogo.

Ma anche una specie di mappa.

Non indicano soltanto dove sono stato.

Indicano chi ero mentre mi trovavo lì.

Un uomo con una macchina fotografica.

Una ragazza accanto.

Due corpi convinti, per qualche ora, che il mondo avesse avuto la cortesia di lasciarli soli.

Lei non compare in nessuno scatto.

Non serve.

Alcune persone rimangono nelle fotografie senza essere mai entrate nell’inquadratura. Si nascondono nella luce, nel colore dell’acqua, nella distanza tra due rocce.

Occupano tutto proprio perché non si vedono.

Forse fotografiamo i luoghi anche per questo.

Perché sappiamo che le persone possono andarsene, i ricordi confondersi e le parole perdere lentamente il proprio significato.

Un paesaggio, invece, riesce ancora a riportarci lì.

Non indietro nel tempo.

Quello è impossibile.

Ma abbastanza vicino da sentire nuovamente il caldo sulla pelle, il sapore del sale sulle labbra e la presenza di qualcuno che, almeno per un giorno, aveva reso una piccola spiaggia l’unico posto al mondo in cui valesse la pena essere.

Non tutto ciò che passa è perduto.

Alcune cose cambiano soltanto indirizzo.

Smettono di vivere nei corpi.

E vanno ad abitare nella geografia.

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