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Esperto di Inizi

Esperto di Inizi

Molte donne, nessun seguito e due anziani su una panchina che sembravano conoscere la parte difficile


Hai mai osservato due persone anziane sedute insieme e ti sei chiesto quanta vita ci fosse nello spazio tra i loro corpi? Quanti litigi, quante gioie, quante notti e quante occasioni per andarsene avevano attraversato prima di arrivare proprio lì?

E tu, quante persone hai amato senza riuscire a immaginarle ancora accanto quando i corpi saranno cambiati? Quante volte hai scambiato l’incendio per amore soltanto perché faceva abbastanza luce?

Forse la parte più difficile non è innamorarsi.

È trovare qualcuno con cui arrivare fino alla panchina…


Il lago sembrava finto.

Non finto nel modo offensivo delle piscine degli alberghi, con l’acqua color collutorio e una coppia pagata per sorridere dentro il catalogo.

Finto perché era troppo quieto.

Le colline si piegavano attorno all’acqua.

Gli alberi si riflettevano sulla superficie con quella precisione che la natura utilizza quando vuole farci sentire trascurati dal reparto progettazione.

Il cielo era pulito.

Le canne si muovevano appena.

Alcune anatre galleggiavano vicino alla riva.

Facevano ciò che fanno le anatre.

Nuotavano.

Mangiavano.

Lasciavano cerchi sull’acqua.

Non si offrivano volontarie per la mia educazione sentimentale.

Era sano.

Gli esseri umani, davanti a un lago, sentono immediatamente il bisogno di attribuirgli un significato.

Le anatre no.

Poi vidi la panchina.

C’erano due persone anziane.

Lui indossava una giacca rossa.

Lei una maglia verde, i capelli grigi raccolti dietro la testa.

Erano seduti vicini.

Non si abbracciavano.

Non si tenevano per mano.

Non stavano compiendo nessuno di quei gesti che utilizziamo per dimostrare agli altri che una relazione procede secondo le condizioni previste dal contratto.

Guardavano il lago.

Questo era tutto.

Eppure mi fermai.

Erano una coppia.

Almeno questo fu ciò che vidi.

Non avevo bisogno di domandare da quanti anni stessero insieme, di controllare i documenti o di convocare eventuali figli come testimoni.

Certe vicinanze possiedono una grammatica.

La distanza tra quei due corpi non sembrava vuota.

Sembrava abitata.

Non erano stretti.

Non erano separati.

Occupavano lo spazio con la calma di chi non deve più controllare continuamente se l’altro sia ancora lì.

Forse avevano trascorso insieme quarant’anni.

Forse cinquanta.

Avevano litigato.

Sicuramente.

Nessuno attraversa mezzo secolo accanto a un altro essere umano senza desiderare almeno qualche volta di spingerlo giù per una rampa di scale e dichiarare l’accaduto una tragica conseguenza dell’osteoporosi.

Dovevano essersi detti cose terribili.

E altre bellissime.

Probabilmente alcune delle peggiori e delle migliori durante la stessa conversazione, perché l’amore possiede una straordinaria capacità di trasformare una richiesta banale come «hai comprato il pane?» in un processo sommario sull’intero valore della relazione.

Forse avevano attraversato tradimenti.

Oppure erano rimasti fedeli.

Non soltanto con il corpo.

Anche in quella maniera più difficile che consiste nel non smettere di considerare importante la vita dell’altro mentre la propria continua a reclamare spazio.

Forse avevano cresciuto dei figli.

Perso persone.

Seppellito genitori.

Cambiato case.

Pagato debiti.

Superato malattie.

Trascorso domeniche meravigliose e altre talmente noiose da far sembrare la morte un’attività ricreativa.

Forse c’erano stati mesi durante i quali si erano toccati poco.

Giornate senza capirsi.

Silenzi utilizzati come armi.

Porte chiuse troppo forte.

Notti durante le quali una mano aveva cercato l’altra sotto le coperte senza sapere bene se stesse chiedendo sesso, perdono oppure soltanto la conferma che il corpo accanto respirasse ancora.

Eppure erano arrivati fin lì.

Non perfetti.

Non intatti.

Insieme.

I loro corpi erano invecchiati.

La pelle si era arresa alla gravità.

I capelli avevano perso colore.

Le articolazioni probabilmente presentavano più reclami di un sindacato francese.

Il mercato del desiderio li avrebbe fatti scorrere via con un dito.

Troppo vecchi.

Troppo normali.

Nessun addominale.

Nessuna posa.

Nessuna promessa di sesso acrobatico sopra lenzuola che nessuno avrebbe dovuto lavare il mattino successivo.

Eppure erano belli.

Non belli nonostante il tempo.

Belli perché il tempo era passato e loro si trovavano ancora dentro la stessa inquadratura.

I loro corpi non promettevano più un futuro.

Lo contenevano.

Ogni curva modificata, ogni movimento più lento, ogni capello bianco poteva essere la traccia di qualcosa che avevano attraversato.

Il corpo giovane seduce attraverso ciò che potrebbe accadere.

Quello anziano racconta tutto ciò che è accaduto e non è riuscito a portarlo via.

Non mi commosse il fatto che fossero vecchi.

Mi commosse la possibilità che fossero invecchiati insieme.

Che lui avesse conosciuto il volto di lei prima delle rughe.

Che lei avesse visto i capelli di lui prima che decidessero di abbandonare il progetto.

Che si fossero desiderati quando i corpi possedevano ancora l’arroganza di credersi eterni e fossero rimasti quando quegli stessi corpi avevano cominciato a richiedere pazienza, medicine e un tempo maggiore per alzarsi dalla panchina.

Forse scopavano ancora.

Me lo auguravo.

Non per curiosità morbosa.

O almeno non soltanto.

La vecchiaia non sterilizza il desiderio.

Lo sottrae semplicemente alla pubblicità.

Magari si cercavano ancora durante la notte, con meno fretta, qualche acciacco in più e la rassicurante consapevolezza che nessuno dei due avrebbe avuto l’energia necessaria per impressionare l’altro attraverso una performance particolarmente atletica.

Oppure il sesso aveva cambiato forma.

Una carezza.

Una schiena sfiorata passando.

Il modo in cui lui le sistemava una coperta sulle gambe.

Il modo in cui lei gli ricordava una medicina fingendo di essere infastidita perché la tenerezza, dopo tanti anni, può diventare talmente intima da avere bisogno di travestirsi da rimprovero.

Li guardai.

E provai invidia.

Non per la vecchiaia.

Non sono ancora arrivato al punto di desiderare dolori articolari e confezioni settimanali per organizzare le pillole.

Invidiavo ciò che immaginavo ci fosse stato prima.

Tutto il tempo necessario per arrivare a quella panchina.

Le giornate.

Le notti.

Le riconciliazioni.

Le volte in cui uno dei due avrebbe potuto andarsene e, per qualche ragione, aveva scelto di restare.

Io avevo avuto molte donne.

Parecchie.

Abbastanza da poter definire la faccenda esperienza, purché nessuno confondesse l’esperienza con la competenza.

Una lunga lista di relazioni non dimostra che tu sappia amare.

Dimostra soltanto che hai sostenuto parecchi colloqui.

Alcune donne mi avevano lasciato.

Alcune erano scomparse lentamente.

Prima avevano ritirato la fiducia.

Poi il desiderio.

Poi le parole.

Infine il corpo.

Diverse anatre nuotano in un lago tranquillo, con canne lunghe e alberi sullo sfondo sotto un cielo azzurro.


Altre se n’erano andate sbattendo la porta, metaforicamente o con una precisione acustica che lasciava poco spazio all’interpretazione.

Alcune erano instabili.

Altre emotivamente indisponibili.

Alcune possedevano entrambe le qualità, una combinazione particolarmente efficiente se l’obiettivo era trasformare tre mesi di relazione in una guerra balcanica con sesso migliore.

Qualcuna voleva essere salvata.

Qualcuna voleva essere lasciata in pace.

Qualcuna desiderava entrambe le cose e cambiava idea con la puntualità di un disturbo atmosferico.

Ma non ero stato soltanto quello rimasto con il bicchiere in mano mentre una donna portava via l’ultima valigia.

Molte le avevo lasciate io.

Alcune perché non le amavo abbastanza.

Altre perché le desideravo, ma non abbastanza da immaginare la mia vita ancora lì quando l’eccitazione iniziale avrebbe smesso di occuparsi dell’arredamento.

Qualcuna era una donna splendida capitata nel momento sbagliato.

Qualcuna era il momento giusto dentro una storia sbagliata.

Qualcuna mi aveva offerto precisamente ciò che sostenevo di desiderare e io, con l’eleganza emotiva di un uomo che tenta di spegnere un incendio pisciando controvento, avevo trovato una ragione per andarmene.

A volte ero stato onesto.

Avevo guardato la relazione, guardato lei, guardato me stesso e compreso che continuare avrebbe soltanto rimandato il dolore aumentando gli interessi.

Altre volte ero stato un codardo.

Avevo lasciato prima di dovermi mostrare completamente.

Prima che la novità diventasse intimità.

Prima che una donna potesse conoscere la differenza tra il personaggio interessante e l’uomo che, finito lo spettacolo, rimane solo in cucina a domandarsi perché cazzo non riesca mai a essere soddisfatto.

Avevo ferito.

Non sempre intenzionalmente.

Una distinzione molto utile per il colpevole e quasi irrilevante per chi sanguina.

Avevo promesso cose nelle quali credevo mentre le dicevo e che, qualche mese dopo, non riuscivo più a sostenere.

Avevo confuso l’intensità con la durata.

La chimica con il destino.

La libertà con il diritto di non lasciare testimoni permanenti nella mia vita.

Alcune donne avevano rappresentato una fuga.

Altre un rifugio.

Qualcuna entrambe le cose.

E io ero stato, a seconda del periodo, il naufrago, la tempesta o quel coglione che fora personalmente la barca e poi guarda il cielo domandandosi perché Dio continui a mandargli tutta quell’acqua.

Sarebbe stato comodo raccontare che avevo semplicemente incontrato le donne sbagliate.

In parte era vero.

Avevo sviluppato un talento notevole nel riconoscere le persone emotivamente irraggiungibili e considerarlo attrazione.

Una donna indisponibile possiede un grande vantaggio per un uomo che teme di restare:

gli permette di desiderare una casa sapendo che la porta non si aprirà mai.

Puoi soffrire.

Inseguire.

Scrivere.

Idealizzare.

Puoi trasformare la distanza in una tragedia romantica abbastanza elegante da evitare la domanda meno affascinante:

se qualcuno mi lasciasse davvero entrare, io saprei smettere di cercare un’altra porta?

Ma non tutte erano irraggiungibili.

Alcune c’erano.

Ero io che non riuscivo, non volevo oppure non sapevo rimanere.

La contabilità sentimentale non possedeva una colonna per gli innocenti.

Avevo subito abbandoni.

Ne avevo provocati.

Mi avevano spezzato il cuore.

Avevo rotto quello di altre donne.

Qualche volta avevo fatto entrambe le cose durante la stessa relazione, perché l’amore è uno dei pochi incidenti nei quali puoi essere contemporaneamente la vittima, il responsabile e l’idiota che continua a guidare senza assicurazione.

Eppure, attraverso tutte quelle donne, avevo continuato a cercare qualcosa.

Non sempre lo avevo ammesso.

Era più semplice raccontarmi che desideravo libertà.

Esperienze.

Corpi.

Storie.

Nessun vincolo.

Una vita abbastanza vasta da non dover mai chiedere il permesso per partire.

Tutto vero.

Ma incompleto.

Perché sotto quella fame di novità ce n’era un’altra.

Più silenziosa.

Più imbarazzante.

Il desiderio di trovare una donna con cui non fosse necessario scegliere tra l’amore e il resto della vita.

Qualcuno che non trasformasse la vicinanza in una prigione.

Che non mi chiedesse di smettere di essere curioso, viaggiare, fotografare, scrivere o inseguire tutte quelle cose inutili senza le quali non mi sarei più riconosciuto.

Ma neppure qualcuno da tenere sempre abbastanza lontano da poter scappare senza lasciare troppe cose nell’armadio.

Volevo una donna capace di camminare accanto.

Non dietro.

Non davanti.

Accanto.

Una con cui il mondo non diventasse più piccolo.

Diventasse condiviso.

Forse era questo che vedevo sulla panchina.

Due persone rivolte verso lo stesso paesaggio.

Non si osservavano perché non avevano più bisogno di trascorrere ogni minuto a studiarsi.

Guardavano nella stessa direzione.

Erano ancora due individui.

Due corpi.

Due storie.

Ma esisteva tra loro qualcosa che il tempo non aveva separato completamente.

Forse l’amore duraturo non consiste nel fondersi.

Consiste nel restare abbastanza vicini da poter continuare a vedere lo stesso orizzonte senza impedirsi a vicenda di possedere i propri occhi.

La passione è un piromane.

Entra.

Sposta l’aria.

Incendia la stanza.

Ti convince che quella quantità di calore durerà per sempre, perché la passione possiede la capacità di previsione di un adolescente ubriaco.

L’amore, se dura, finisce spesso per fare il manutentore.

Cambia una lampadina.

Compra le medicine.

Ricorda dove hai lasciato gli occhiali.

Ti copre quando ti addormenti sul divano.

Ascolta per la centesima volta una storia che conosce già, correggendo mentalmente i dettagli che continui a raccontare male.

Uno riceve poesie.

L’altro pulisce il vomito quando stai male.

Abbiamo scritto milioni di canzoni sul piromane.

Quasi nessuna sul manutentore.

Eppure è lui che impedisce alla casa di caderti addosso.

Forse non avevo mai desiderato davvero molte donne.

O non soltanto.

Forse avevo desiderato una donna capace di conoscere molte versioni di me.

Quello giovane.

Quello arrogante.

Quello spaventato.

Quello che se ne va.

Quello che torna.

Quello che parla troppo per evitare di dire l’unica cosa importante.

Quello che un giorno non sarà più affascinante, se mai lo è stato, e dovrà affidarsi a qualità meno pubblicizzabili di una mascella decente e una certa abilità nel rendere poetiche le proprie disfunzioni.

Una donna che potesse guardarmi invecchiare senza considerare ogni cambiamento un difetto di fabbricazione.

E che mi permettesse di fare lo stesso con lei.

Vederla giovane.

Desiderarla.

Vederla cambiare.

Continuare a riconoscerla.

Non perché il suo corpo fosse rimasto identico.

Perché avrei imparato ad amare anche la storia che il tempo vi avrebbe scritto sopra.

Avevo avuto molti inizi.

Quella panchina mi mostrava ciò che mi mancava.

Il seguito.

Non il lieto fine.

Il seguito.

La parte nella quale i corpi cambiano, le promesse vengono messe alla prova e l’altra persona scopre che possiedi abitudini sufficienti a giustificare un’indagine parlamentare.

La parte nella quale l’amore smette di essere soltanto qualcosa che senti e diventa anche qualcosa che fai.

Male, qualche volta.

Controvoglia.

Con stanchezza.

Con rabbia.

Ma continui a farlo.

Non parlo del restare a qualunque costo.

Esistono relazioni dalle quali andarsene rappresenta l’unica scelta sana rimasta.

La durata, da sola, non rende nobile niente.

Anche una condanna può durare tutta la vita.

Ma quella fotografia non mi parlava di due persone rimaste perché non avevano avuto il coraggio di lasciarsi.

Mi parlava di due persone che, dopo tutte le occasioni in cui avrebbero potuto perdersi, sembravano avere ancora scelto di condividere una giornata.

Una gita.

Una panchina.

Un lago.

Niente di spettacolare.

Era proprio questo il punto.

Avevano attraversato abbastanza vita da non aver più bisogno dello spettacolo.

Le anatre continuavano a muoversi sull’acqua.

Una rimaneva più lontana.

Le altre stavano vicine.

Nessuna sembrava preoccupata dal proprio stile di attaccamento.

Il lago prendeva ogni loro movimento e lo trasformava in cerchi.

Poi i cerchi sparivano.

Io rimasi a guardare.

Avevo davanti due immagini.

Nella prima c’era il lago.

Le anatre.

L’acqua.

Un luogo quasi incantato che avrebbe continuato a esistere senza sapere niente delle nostre promesse, dei nostri tradimenti e delle nostre complicate strategie per non rispondere a un messaggio troppo sincero.

Nella seconda c’erano loro.

Il lago era lo stesso.

La differenza era la presenza.

Due persone avevano scelto di sedersi davanti a quella bellezza e, improvvisamente, il paesaggio non parlava più soltanto di pace.

Parlava di tempo.

Di quello trascorso.

Di quello rimasto.

Di tutto ciò che può accadere tra il primo incontro e il momento in cui due corpi anziani guardano ancora lo stesso specchio d’acqua.

Scattai la fotografia perché desideravo ricordarlo.

Non loro soltanto.

Quello che avevano provocato in me.

La possibilità.

L’idea che, dopo tutti gli errori, le donne lasciate, quelle che avevano lasciato me, gli entusiasmi scambiati per destino e le fughe presentate al pubblico come legittima difesa della libertà personale, potessi ancora volere qualcosa di autentico.

Qualcosa di abbastanza forte da non esaurirsi quando il corpo smette di essere nuovo.

Abbastanza libero da non diventare una gabbia.

Abbastanza vero da sopravvivere alle versioni peggiori di entrambi.

Desideravo arrivare un giorno sopra una panchina simile.

Non perché avessi rinunciato al mondo.

Perché avrei finalmente trovato qualcuno con cui guardarlo.

Una donna che non avesse bisogno di essere salvata.

Che non volesse salvarmi.

Che sapesse restare senza possedermi e lasciarmi libero senza sparire.

Qualcuno con cui il silenzio non fosse una punizione.

Con cui potermi sedere senza dover dimostrare che la relazione fosse ancora viva attraverso dichiarazioni, fotografie, fughe, ritorni o una quantità di sesso statisticamente sospetta.

Guardare la stessa acqua.

Con due corpi diversi da quelli con cui ci eravamo conosciuti.

Sapere quante volte avremmo potuto perderci.

Quante volte, magari, avremmo quasi desiderato farlo.

E riconoscere che, nonostante tutto, eravamo arrivati lì.

Insieme.

Era questo che volevo.

Forse lo avevo sempre voluto.

Anche mentre collezionavo inizi.

Anche mentre lasciavo.

Anche mentre venivo lasciato.

Anche mentre sostenevo che la libertà fosse non appartenere a nessuno, quando forse la libertà più grande sarebbe stata appartenere a qualcuno senza smettere di appartenere a me stesso.

Il lago non disse niente.

Le anatre nemmeno.

Per una volta nessuno tentò di spiegarmi l’amore.

Due persone anziane rimasero sedute davanti all’acqua.

Io le fotografai perché, guardandole, capii che non desideravo un’altra storia capace di bruciare più forte.

Desideravo finalmente una storia capace di durare abbastanza da arrivare alla panchina.

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