Eccoci di nuovo, cari lettori, a rovistare nelle piccole catastrofi dell’essere umano. Questa volta niente cuori infranti o whisky versato: soltanto tre donne, una notte qualunque e quei segreti che riescono a sopravvivere persino alla musica troppo alta.
Ci sono conversazioni che hanno bisogno del silenzio.
E poi ci sono quelle che riescono a esistere soltanto in mezzo al casino.
Musica troppo alta, bicchieri lasciati a metà, luci abbastanza basse da rendere tutti un po’ più belli e abbastanza stronze da impedirti di capire se la persona davanti a te stia ridendo o stia semplicemente cercando di non piangere.
In un angolo del locale c’erano tre donne.
Non stavano posando.
Non guardavano verso la macchina fotografica.
Erano troppo impegnate a fare quella cosa misteriosa che le donne sembrano saper fare molto meglio degli uomini: parlarsi davvero.
Una teneva il telefono in mano, illuminando appena i loro volti. Forse mostrava una fotografia. Un messaggio. Il profilo di un uomo che aveva appena detto qualcosa di incredibilmente stupido credendosi irresistibile.
Il che, statisticamente, è abbastanza probabile.
Le altre si avvicinavano.
Una piegata verso lo schermo, l’altra rimasta leggermente indietro, con quella postura di chi ha già capito tutto ma vuole comunque sentire il resto della storia.
Il mondo continuava a muoversi intorno a loro.
La musica.
La gente.
Il barista che versava altre dosi di coraggio liquido.
Qualcuno che cercava di rimorchiare.
Qualcun altro che cercava di dimenticare di esserci riuscito.
Ma lì, dentro quel piccolo cerchio di ombre, sembrava esistere una stanza privata che nessun muro aveva costruito.
La complicità funziona così.
Non ha bisogno di porte chiuse.
Le basta la certezza che le persone accanto a te sappiano già abbastanza da non costringerti a spiegare tutto dall’inizio.
Forse parlavano d’amore.
Quasi sempre, quando qualcuno abbassa la voce in un locale, c’è di mezzo l’amore o qualche disastro che gli somiglia abbastanza da essere confuso con esso.
Un uomo che non risponde.
Uno che risponde troppo.
Uno che giura di essere diverso dagli altri e poi impiega meno di una settimana a dimostrare di essere esattamente lo stesso modello, con una confezione leggermente aggiornata.
Forse una di loro raccontava di voler lasciare il lavoro.
Di voler partire.
Di avere paura.
Di essersi innamorata della persona sbagliata con la puntualità di chi continua a perdere lo stesso treno e poi dà la colpa agli orari.
Oppure non parlavano di nulla di importante.
Magari stavano commentando una fotografia, prendendo per il culo qualcuno, organizzando il resto della serata.
Anche quello sarebbe stato abbastanza.
Non tutte le confessioni devono cambiare una vita.
Alcune servono semplicemente a renderla più sopportabile fino al mattino.
Noi uomini, in genere, affrontiamo le cose diversamente.
Ci sediamo vicini, ordiniamo da bere, parliamo di automobili, sport, lavoro, donne e altre questioni fondamentali per evitare accuratamente qualsiasi argomento che potrebbe rivelare l’esistenza di un’anima.
Poi uno dei nostri amici sparisce per settimane, torna con lo sguardo di chi è stato investito emotivamente da un autobus, e noi gli chiediamo se ha visto la partita.
È il nostro modo delicato di dire: Ho notato che stai andando a pezzi, ma nessuno qui possiede gli strumenti necessari per affrontare questa merda.
Le donne, invece, sembrano capaci di costruire rifugi con le parole.
Si raccontano dettagli che noi porteremmo nella tomba per paura che qualcuno possa scoprire che sotto tutta quella barba, quelle battute e quella sicurezza da quattro soldi esiste ancora un essere umano.
Si dicono chi le ha ferite.
Chi desiderano.
Chi non riescono a dimenticare.
Si correggono il rossetto e l’autostima a vicenda.
Si dicono verità crudeli con una dolcezza che le rende quasi sopportabili.
E quando serve mentono.
Ma lo fanno bene.
Dicono: Non lo meritavi.
Dicono: Sei bellissima.
Dicono: Andrà tutto bene.
Magari non è vero.
Ma a volte una bugia pronunciata dalla persona giusta è soltanto una verità che ha bisogno di un po’ più di tempo per realizzarsi.
Quella sera non potevo sentire cosa si stessero dicendo.
Ed era meglio così.
I segreti perdono qualcosa quando vengono spiegati.
Diventano cronaca.
Pettegolezzo.
Materiale da utilizzare nella prossima discussione.
Invece, lasciati dentro un’immagine, restano ciò che dovrebbero essere: possibilità.
Possono essere speranze.
Confessioni.
Peccati.
Progetti di fuga.
Il nome di qualcuno che non dovrebbe più avere il potere di farle sorridere e che, naturalmente, ce l’ha ancora.
Ho scattato perché per un secondo tutto sembrava autentico.
Non perfetto.
Non costruito.
Autentico.
Tre figure immerse nel buio, raccolte intorno alla luce di uno schermo come se fosse un piccolo fuoco moderno. Fuori da quel cerchio c’erano la serata, il locale, le aspettative, i ruoli da interpretare.
Dentro c’erano soltanto loro.
E forse è questo che cerchiamo davvero quando usciamo la sera.
Non il drink.
Non la musica.
Non la fotografia da pubblicare il giorno dopo per dimostrare che la nostra vita possiede ancora un battito.
Cerchiamo qualcuno davanti al quale poter abbassare la voce.
Qualcuno che conosca già il peggio e non senta comunque il bisogno di andarsene.
Qualcuno con cui condividere quella parte della storia che non racconteremmo mai sotto una luce decente.
Perché il divertimento finisce.
I locali chiudono.
I telefoni si scaricano.
Gli uomini sbagliati continuano a essere sorprendentemente disponibili.
Ma alcune amicizie restano.
Restano nei messaggi inviati alle tre del mattino.
Nelle telefonate che cominciano con “Non giudicarmi” e vengono immediatamente seguite da qualcosa che meriterebbe almeno un piccolo processo.
Restano nei bagni dei locali, nelle cucine, nei parcheggi, negli appartamenti illuminati da una lampada accesa troppo tardi.
Restano quando il trucco è andato, la musica è finita e la versione elegante della serata si è già tolta le scarpe.
Forse non saprò mai cosa si dissero quella notte.
Ma so che per qualche minuto il resto del mondo rimase fuori.
E in tempi come questi, trovare due persone alle quali affidare i propri segreti senza dover prima firmare una liberatoria è già una specie di miracolo.
Uno di quelli veri.
Senza santi.
Senza preghiere.
E possibilmente con un altro giro al tavolo.