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Forse bastava Essere Vivi – Egitto, capitolo 7

Forse bastava Essere Vivi – Egitto, capitolo 7

Egitto, capitolo VII — Il fuoco e tutte le cose che non dovevo più meritare


Il fuoco arrivò.

Non subito.

Prima il deserto ebbe l’eleganza di spegnere lentamente il giorno.

Sopra una cresta camminava un uomo.

Era così piccolo da sembrare un’imperfezione della montagna, una virgola scura lasciata per sbaglio tra la terra e il cielo. Il sole gli stava dietro, basso e feroce, e il suo corpo non possedeva più volto, età, storia o destinazione.

Camminava.

Non sapevo dove stesse andando.

Forse verso casa.

Forse verso qualcuno.

Forse stava soltanto attraversando quella cresta perché era il modo più rapido per raggiungere il lato opposto e io ero l’unico coglione abbastanza incline al simbolismo da trasformare una passeggiata in una crisi metafisica.

Ma dopo una giornata trascorsa a domandarmi quale strada scegliere, quella figura sembrava l’ultima provocazione del deserto.

Io continuavo a pretendere una destinazione.

Lui metteva un piede davanti all’altro.

Forse il problema non era sapere dove cazzo stessi andando.

Forse era questa necessità di giustificare ogni passo attraverso qualcosa di abbastanza grande da poter essere chiamato destino.

Il sole scendeva dietro le montagne.

Le forme perdevano consistenza.

Ogni profilo si trasformava in ombra, poi l’ombra diventava un’altra montagna e la montagna finiva dentro il cielo.

Il deserto stava cancellando i bordi.

Le distanze.

Le differenze.

Tutte quelle linee che durante il giorno ci permettono di dire: questo sono io, quello è il mondo, lì finisce la mia storia e comincia ciò che non mi riguarda.

Prima che arrivasse la notte, mi aveva rivolto un’ultima domanda.

Che cosa sei disposto a lasciare bruciare?

Avevo preparato la risposta corretta.

Le paure.

Gli alibi.

Il bisogno di approvazione.

L’incapacità di scegliere.

La fuga.

Il cinismo.

Il passato.

Praticamente il catalogo completo di ogni ritiro spirituale gestito da un uomo bianco con i pantaloni di lino, tre divorzi alle spalle e un talento sorprendente nel fatturare l’illuminazione altrui.

Ero pronto a offrire al fuoco tutte le parti sbagliate di me.

Le avrei guardate bruciare.

Avrei pronunciato qualche frase definitiva.

Sarei tornato a casa rinnovato, purificato e forse abbastanza fotogenico da sembrare credibile mentre spiegavo agli altri come liberarsi del proprio ego.

Poi mi incazzai.

Non con il deserto.

Non soltanto.

Mi incazzai con quella domanda.

Perché dovevo lasciare bruciare qualcosa?

Perché ogni trasformazione deve sempre assomigliare a un funerale?

Chi cazzo aveva stabilito che, per diventare una persona migliore, dovessi dichiarare guerra a quella che ero stato?

Avevo già trascorso abbastanza tempo a considerarmi un progetto difettoso.

Un uomo da correggere.

Un bambino da disciplinare.

Una serie di comportamenti disfunzionali tenuti insieme da una macchina fotografica, qualche buona intenzione e un discreto vocabolario con cui rendere affascinanti i danni strutturali.

Forse non avevo bisogno di un’altra sentenza.

Forse avevo bisogno di un’amnistia.

La notte precedente avevo pensato al bambino convinto di dover compiere qualcosa di importante per meritare amore.

Era rimasto lì.

In piedi dentro di me.

Piccolo.

Attento.

Con quella cazzo di ansia negli occhi che appartiene ai bambini diventati troppo bravi a capire l’umore degli adulti.

Il bambino che mostra un disegno e controlla il volto di chi lo guarda prima ancora di guardare ciò che ha fatto.

Quello che impara presto a essere intelligente.

Divertente.

Educato.

Speciale.

Utile.

Qualunque cosa serva affinché qualcuno rimanga.

Cresce pensando che l’amore sia uno stipendio.

Devi produrre.

Devi distinguerti.

Devi rendere orgogliosi.

Devi diventare abbastanza importante da compensare il disturbo di essere nato con dei bisogni.

Poi diventi adulto e continui.

Cerchi un lavoro prestigioso.

Un corpo desiderabile.

Una storia degna di essere raccontata.

Una persona abbastanza bella da dimostrare che anche tu debba valere qualcosa.

Attraversi paesi.

Scatti fotografie.

Scrivi.

Crei.

Ti rompi il culo per diventare qualcuno e, quando finalmente qualcuno ti guarda, scopri che il bambino non si è mosso.

È ancora lì.

Aspetta di sapere se questa volta è stato abbastanza bravo.

Ma un bambino non dovrebbe fare niente di importante per meritare amore.

Niente.

Non dovrebbe diventare speciale.

Non dovrebbe essere brillante.

Non dovrebbe rendersi facile da gestire.

Non dovrebbe trasformare il proprio dolore in talento, la propria solitudine in indipendenza o la propria paura in una personalità abbastanza divertente da non mettere a disagio gli adulti.

Dovrebbe essere amato perché c’è.

Fine.

Il resto è contabilità emotiva.

E la contabilità, per quanto necessaria quando arriva il commercialista, è un modo di merda di crescere un essere umano.

Forse quello era ciò che dovevo lasciare bruciare.

Non il bambino.

Il contratto.

Quella clausola scritta da nessuno e firmata da me migliaia di volte secondo cui avrei ricevuto amore soltanto dopo avere dimostrato di meritarlo.

Bruciare il tribunale.

Non l’imputato.

Le montagne diventarono nere.

Il cielo conservò ancora una striscia arancione, poi un viola sporco, infine quel blu profondo che arriva pochi minuti prima della notte e rende ogni cosa contemporaneamente lontana e intima.

Entrammo nella tenda.

La luce era rossa.

Non rossa come il tramonto.

Rossa come l’interno di un corpo.

Tessuti, tappeti, corde e oggetti emergevano dall’ombra in frammenti. Un uomo vestito di bianco stava seduto davanti a noi. Parlava, cantava, raccontava qualcosa oppure teneva semplicemente insieme la serata attraverso la propria presenza.

Non comprendevo tutte le parole.

Era appropriato.

Avevo trascorso l’intero viaggio attribuendo significati a pietre, animali e silenzi. Finalmente incontravo un essere umano che parlava e non ero in grado di capire un cazzo.

La voce, però, arrivava.

Il tono.

Le pause.

Il modo in cui le mani accompagnavano le frasi.

Non ogni comprensione passa attraverso le parole.

Qualche volta capisci che qualcuno è triste dal modo in cui ride.

Capisci che una persona ha paura dalla precisione con cui organizza tutto.

Capisci che desidera essere avvicinata proprio quando compie ogni sforzo possibile per sembrare irraggiungibile.

Mi ero accusato di essere difficile da raggiungere.

Era vero.

Avevo costruito una discreta quantità di porte.

Alcune blindate.

Altre girevoli, particolarmente utili per far entrare qualcuno e rispedirlo fuori prima che potesse rendersi conto di che cosa stesse accadendo.

Utilizzavo il cinismo.

Il silenzio.

La distanza.

L’ironia.

Quell’espressione da uomo che non ha bisogno di niente, molto efficace fino al momento in cui rimane davvero solo e comincia a chiedersi perché nessuno abbia intuito che stava soltanto recitando.

Ma essere difficili da raggiungere significa davvero essere impossibili da comprendere?

E soprattutto, significa non meritare che qualcuno provi?

La paura rende complicati.

Non malvagi.

Ti fa chiudere una porta proprio mentre desideri disperatamente che qualcuno bussi.

Ti fa dire “non importa” quando importa così tanto da toglierti il sonno.

Ti fa lasciare una persona prima che quella persona possa scegliere di lasciare te.

È un sistema di protezione progettato da un ingegnere ubriaco: evita alcuni incidenti provocandone di più grandi.

Certo, nessuno dovrebbe trascorrere la vita tentando di abbattere le nostre pareti.

L’amore non è un reparto speciale incaricato di fare irruzione nell’appartamento emotivo di un uomo barricato dietro il divano.

Non possiamo ferire, sparire, tornare, chiuderci e poi accusare gli altri di non aver interpretato correttamente il codice Morse dei nostri traumi.

Prima o poi dobbiamo aprire.

Anche poco.

Anche male.

Lasciare una luce accesa.

Comunicare un indirizzo.

Dire: sono qui, ho paura e probabilmente rovinerò la prima parte della conversazione, ma non andartene ancora.

Forse essere compresi non significa che qualcuno debba indovinare tutto.

Significa trovare qualcuno disposto ad ascoltare ciò che riusciamo a dire e diventare abbastanza coraggiosi da non nascondere proprio la parte che speriamo venga vista.

L’uomo continuava a parlare sotto la luce rossa.

Il suo volto entrava e usciva dall’ombra.

Non capivo le frasi.

Rimasi.

Qualche volta comprendere comincia così.

Non con la traduzione.

Con il fatto di non andarsene.

Sul tappeto c’erano un piccolo bollitore e un narghilè.

Metallo.

Vetro.

Tubi.

Decorazioni.

Oggetti costruiti per trasformare il fuoco in fumo e il tempo in una cosa da condividere.

Qualcuno preparò il carbone.

Le mani lavoravano con attenzione.

Sollevavano.

Sistemavano.

Controllavano.

Il rosso delle braci si rifletteva sopra le dita e sull’alluminio. Ogni pezzo sembrava morto finché l’aria non lo attraversava. Poi tornava a brillare.

Il fuoco non era ancora il grande incendio che sarebbe arrivato dopo.

Era una brace.

Una piccola concentrazione di calore appoggiata sopra qualcosa che gli uomini avevano costruito per contenerla.

Pensai alla vita facile.

Avevo sempre provato una certa vergogna nel desiderarla.

Una vita semplice.

Abbastanza denaro.

Tempo.

Viaggi.

Fotografie.

Storie.

Qualcuno da amare senza dover trasformare ogni settimana in una seduta straordinaria delle Nazioni Unite sui confini emotivi.

Un lavoro capace di sostenermi senza divorare tutto il resto.

Mattine prive della sensazione di essere già in ritardo rispetto a una competizione alla quale non ricordavo di essermi iscritto.

Che cosa c’era di tanto sbagliato?

Perché ogni desiderio onesto deve immediatamente essere accompagnato da una voce che ci ricorda quanto dovremo soffrire per ottenerlo?

Vuoi vivere della tua creatività?

Preparati alla fame.

Vuoi essere libero?

Preparati alla solitudine.

Vuoi amare?

Preparati a essere devastato.

Vuoi conoscerti?

Preparati a incontrare l’inferno.

Vuoi stare bene?

Lavora su te stesso per i prossimi quarant’anni, acquista diciassette libri, perdona sette generazioni di antenati, svegliati alle cinque, immergiti nel ghiaccio e possibilmente smetti di mangiare qualunque cosa possieda un sapore.

Siamo ossessionati dalla difficoltà.

La trattiamo come un certificato di autenticità.

Se qualcosa è arrivato facilmente, deve valere poco.

Se non hai sanguinato, non hai imparato.

Se non ti sei distrutto, non hai amato.

Se non hai sfiorato l’esaurimento nervoso, non hai lavorato abbastanza.

È una religione costruita da preti, dirigenti e personal trainer particolarmente vendicativi.

Il dolore conferisce autorità.

Le persone che hanno sofferto possono parlare.

Quelle che sono state fortunate devono chiedere scusa.

Ma non tutto ciò che è difficile è importante.

Anche cagare con le emorroidi è difficile, eppure nessuno dovrebbe trasformarlo nella propria missione spirituale.

La sofferenza non rende automaticamente profondo ciò che stiamo vivendo.

Qualche volta rende soltanto tutto più doloroso.

Una relazione complicata non è necessariamente più vera.

Un lavoro che ti consuma non è più dignitoso.

Un artista povero non crea opere migliori perché il frigorifero è vuoto.

La fame può produrre urgenza.

Produce anche pessime decisioni, denti trascurati e una certa difficoltà a concentrarsi sulla trascendenza quando l’affitto scade venerdì.

La semplicità non è una colpa.

Il sollievo non è un fallimento morale.

Una strada facile non è meno strada.

Ci porta avanti senza obbligarci a diventare martiri del tragitto.

Se esistesse davvero un numero vincente, lo avrei accettato volentieri.

Senza fingere distacco.

Senza quella stronzata secondo cui il denaro non dà la felicità, ripetuta quasi sempre da chi ne possiede abbastanza da non essere costretto a verificare il contrario ogni mattina.

Avrei preso il numero.

Avrei incassato.

Avrei pagato ciò che c’era da pagare.

Avrei comprato tempo.

Libertà.

Biglietti.

Attrezzatura.

Una casa abbastanza silenziosa da poter ascoltare i pensieri e abbastanza vicina a un aeroporto da poterli portare altrove quando diventavano noiosi.

Avrei aiutato qualcuno.

Probabilmente avrei anche comprato qualche inutile cazzata, perché la purezza appartiene ai santi e io continuo a essere pericolosamente attratto dagli obiettivi fotografici che non mi servono e dalle auto che posseggono più personalità che sistemi di sicurezza.

Che male ci sarebbe stato?

Nessuno diventa moralmente superiore perché riceve indicazioni confuse.

Se l’universo conosce davvero il futuro, potrebbe ogni tanto evitare di comunicarlo attraverso un uccello visto alle 17:17, tre pietre inclinate e una canzone ascoltata casualmente mentre compri il dentifricio.

Potrebbe inviare una freccia.

Un indirizzo.

Sei numeri e un supplementare.

Un messaggio privo di ambiguità.

“Vai lì.”

“Fidati di questa persona.”

“Non firmare quel contratto.”

“Questa volta non sei tu a essere spaventato: è davvero una pessima idea.”

Sarebbe comodo.

Anche misericordioso.

E non vedo per quale ragione la misericordia debba essere considerata meno spirituale della sofferenza.

Il mondo ci ha convinti che ogni cosa preziosa debba costare.

Forse perché, se fosse gratuita, nessuno saprebbe come fatturarla.

Le braci furono posate sopra il narghilè.

L’uomo inspirò.

Il carbone diventò più vivo.

Poi espirò una nuvola bianca.

Il fumo gli coprì il volto.

Per qualche secondo l’uomo scomparve dietro ciò che aveva appena lasciato uscire da sé.

Mi sembrò un’immagine onesta.

Anche noi facciamo così.

Riempiamo lo spazio di parole, battute, progetti, rumore e versioni accuratamente modificate della nostra identità, poi ci lamentiamo perché nessuno riesce più a vederci.

Ma il fumo non era l’uomo.

Passava.

Il volto rimaneva.

Forse le mie difese erano questo.

Fumo.

Avevano una funzione.

Rendevano l’aria meno trasparente.

Permettevano di nascondersi.

Potevano far lacrimare chi si avvicinava troppo.

Ma non erano la mia natura.

Erano ciò che avevo imparato a espirare ogni volta che qualcuno guardava nella direzione giusta.

L’uomo fumava seduto tra altri narghilè appesi.

Intorno a lui c’erano vetro, metallo, tubi e riflessi rossi. Sembrava circondato da piccoli apparati respiratori costruiti per una specie incapace di stare con le mani ferme durante una conversazione.

Non c’era fretta.

Nessuno parlava di produttività.

Nessuno misurava il ritorno economico di quel momento.

Si preparava il carbone.

Si beveva.

Si fumava.

Si ascoltava.

Si lasciava trascorrere il tempo senza processarlo immediatamente dentro la macchina industriale del significato.

Forse vivere al massimo non significava riempire ogni giornata.

Forse significava esserci completamente dentro.

Il massimo non è sempre una quantità.

Può essere un’intensità.

Guardare davvero.

Ascoltare davvero.

Mangiare quando mangi.

Amare quando ami.

Partire quando parti.

Restare quando resti.

Non trascorrere la metà della vita immaginando quella alternativa e l’altra metà fotografando la prima per dimostrare che sia esistita.

La semplicità non consiste nel possedere poco.

Avevo visto abbastanza da sapere quanto sia facile, per chi può permetterselo, trasformare la povertà altrui in una decorazione filosofica.

Il denaro serve.

La sicurezza serve.

Il cibo, una casa, le cure e il diritto di sbagliare servono.

Non c’è niente di spirituale nel non riuscire a pagare un dentista.

La semplicità è un’altra cosa.

È non costruire un altare attorno a ciò che serve.

Guadagnare senza trasformare il denaro nell’unità di misura dell’anima.

Lavorare senza fare della fatica una personalità.

Possedere senza lasciare che ogni oggetto diventi un pezzo della propria identità.

Fare ciò che deve essere fatto, poi avere il coraggio di considerarlo sufficiente.

Noi, invece, abbiamo trasformato l’affaccendarsi in una religione.

Dobbiamo crescere.

Ottimizzare.

Espanderci.

Monetizzare.

Diventare la versione migliore di noi stessi, come se quella attuale fosse un’applicazione gratuita piena di pubblicità e la felicità potesse essere sbloccata soltanto sottoscrivendo l’abbonamento premium.

Più risultati.

Più denaro.

Più esperienze.

Più consapevolezza.

Perfino l’anima deve mostrare una curva di crescita trimestrale, altrimenti qualche consulente cosmico potrebbe convocarla per discutere delle sue prestazioni.

Ma se lo scopo non fosse crescere all’infinito?

Se fosse approfondire?

Se una vita non dovesse diventare sempre più grande, ma soltanto sempre più vera?

Fuori dalla tenda, la notte aveva occupato tutto.

Alcune persone sedevano sopra le rocce.

Erano distribuite lungo la collina in piccoli gruppi, illuminate da una luce calda che non riusciva a raggiungere completamente i volti.

Dietro di loro non c’era niente.

O almeno niente che la fotografia potesse registrare.

Il buio aveva cancellato il deserto.

Le montagne.

Le piste.

La distanza percorsa.

Restavano corpi seduti sopra la terra, sospesi dentro uno spazio senza coordinate.

Il giorno ci divide attraverso i dettagli.

Vestiti.

Ruoli.

Età.

Oggetti.

La notte restituisce tutti alla stessa condizione.

Presenze temporanee raccolte attorno a qualcosa che produce un poco di luce.

Nessuno, visto da lì, sembrava destinato a compiere qualcosa di importante.

Ed era un sollievo.

Forse il bisogno di essere importanti è soltanto il terrore di scomparire.

Sappiamo che il tempo ci cancellerà.

Allora costruiamo.

Firmiamo.

Pubblichiamo.

Accumuliamo.

Mettiamo il nostro nome sopra edifici, aziende, libri, fotografie, targhe e figli, sperando che qualcosa continui a pronunciarlo quando noi non saremo più in grado di rispondere.

Ma il deserto aveva inghiottito civiltà intere.

Faraoni.

Eserciti.

Nomi incisi nella pietra da uomini convinti di aver sconfitto la morte attraverso una buona strategia tipografica.

La sabbia possiede una pazienza superiore all’ego.

Prima o poi copre tutto.

E allora forse non dovevo fare qualcosa di importante.

Forse dovevo fare qualcosa di vivo.

C’è una differenza.

L’importante pretende testimoni.

Il vivo accade anche quando nessuno guarda.

Una conversazione.

Un viaggio.

Una fotografia che non vincerà niente ma impedirà a un volto di scomparire completamente.

Una storia raccontata bene.

Una domanda capace di aprire uno spazio dentro qualcuno.

Una risata nel momento sbagliato.

Una mano appoggiata sopra un’altra senza tentare di aggiustarla.

Forse poteva bastare.

Il grande fuoco venne acceso poco dopo.

Le fiamme si sollevarono rapidamente, come se avessero aspettato tutto il giorno sotto la terra.

Legna.

Scintille.

Fumo.

Il vento spostava il calore.

Il fuoco non possedeva niente della delicatezza simbolica con cui amiamo descriverlo.

Bruciava.

Se ti avvicinavi troppo faceva male.

Se il vento cambiava, il fumo ti entrava negli occhi e distruggeva in pochi secondi qualunque dignità mistica, lasciandoti a tossire come un adolescente al primo tiro di una sigaretta rubata.

La fiamma saliva.

Si piegava.

Spariva.

Tornava più alta.

Ogni secondo aveva una forma differente.

Nessuna forma si lamentava della propria brevità.

Il fuoco non tentava di conservarsi.

Consumava ciò che aveva.

Faceva luce.

Poi lo lasciava andare.

Pensai ancora alla fuga.

Mi ero detto che qualche volta non ero libero.

Stavo soltanto scappando.

Era vero.

Ma da quando scappare esclude la libertà?

La prima forma di libertà di un prigioniero è uscire dalla cella.

Non serve che sappia già dove andare.

Non deve possedere un piano quinquennale, un’identità risolta e un’abitazione arredata con sobrietà scandinava.

Deve attraversare la porta.

A volte la fuga è codardia.

Altre volte è sopravvivenza.

Puoi fuggire da una responsabilità che dovresti sostenere.

Puoi anche fuggire da una vita che ti sta lentamente spegnendo e chiamare finalmente quel movimento con il proprio nome.

Partire.

Salvarsi.

Respirare altrove.

Il mondo ama giudicare chi se ne va.

Soprattutto chi aveva interesse che rimanesse.

Ti diranno che non hai combattuto abbastanza.

Che avresti dovuto provare ancora.

Che le relazioni richiedono impegno.

Che i lavori veri sono duri.

Che la famiglia è sempre la famiglia, anche quando utilizza il senso di colpa come una catena rivestita di buone intenzioni.

Che gli adulti non scappano.

Stronzate.

Gli adulti scappano eccome.

Qualche volta lo fanno appena in tempo.

La fuga smette di essere libertà quando non serve più a uscire da qualcosa, ma a evitare di entrare davvero ovunque.

Quando ogni vicinanza diventa una gabbia.

Ogni promessa una minaccia.

Ogni difficoltà la conferma che abbiamo scelto la strada sbagliata.

Quando continuiamo a partire perché non abbiamo mai imparato la differenza tra un luogo che ci imprigiona e uno che ci chiede semplicemente di restare presenti.

Ma non ogni partenza è una fuga.

E non ogni fuga è una colpa.

Puoi essere libero mentre scappi.

Non perché la paura abbia smesso di esistere.

Perché, almeno per quella volta, ti sta portando lontano da ciò che voleva distruggerti.

Il fuoco cresceva.

Le persone lo guardavano.

Da lontano era una macchia luminosa dentro il buio.

Da vicino diventava una parete.

La fotografia poteva scegliere.

Una piccola luce circondata dalla notte.

Oppure un incendio abbastanza grande da occupare tutto.

È ciò che facciamo anche con le nostre storie.

Decidiamo la distanza.

Da vicino ogni dolore è enorme.

Da lontano sembra un episodio.

Nessuna delle due immagini mente.

Sono due verità incapaci di esistere nella stessa inquadratura.

Un uomo stava vicino al fuoco.

Il volto era illuminato da un lato e inghiottito dall’ombra dall’altro. Guardava le fiamme con un’espressione che non riuscivo a interpretare.

Meraviglia.

Stanchezza.

Attesa.

Forse si stava domandando quando sarebbe terminato lo spettacolo e avrebbe potuto tornare a casa.

Noi pretendiamo sempre che i volti contengano il significato che desideriamo.

Ma le persone conservano il diritto di non essere il simbolo di niente.

Quell’uomo non doveva incarnare la saggezza del deserto.

Poteva essere annoiato.

Affamato.

Preoccupato per una bolletta.

Poteva pensare a una donna.

A un figlio.

A una partita.

Alla quantità di legna rimasta.

Quello era il limite di ogni mio racconto.

Potevo raccogliere immagini.

Non possedere la verità di chi contenevano.

Forse raccontare storie significava proprio accettare quella distanza.

Avvicinarsi abbastanza da vedere.

Rimanere abbastanza umili da sapere che qualcosa resterà fuori.

Non catturare il mondo.

Lasciarsi attraversare.

Poi arrivò l’uomo che sputava fuoco.

Portò la fiamma alla bocca.

Inspirò.

Per un istante trattenne dentro di sé qualcosa che avrebbe potuto bruciarlo.

Poi soffiò.

Una lingua di fuoco attraversò la notte.

Il suo volto scomparve dietro l’esplosione.

La gente guardò.

Qualcuno applaudì.

Io scattai.

Era un gesto spettacolare, pericoloso e leggermente folle.

Quindi, naturalmente, molto umano.

Prendere qualcosa capace di distruggerti.

Metterlo in bocca.

Restituirlo al mondo sotto forma di meraviglia.

Forse creare era questo.

Non guarire.

Non purificarsi.

Non trasformare ogni ferita in una favola edificante nella quale il dolore viene ringraziato per il prezioso contributo alla crescita personale.

Il dolore può andare affanculo.

Non merita gratitudine soltanto perché siamo sopravvissuti.

Ma possiamo prenderlo.

Tenerlo abbastanza vicino da conoscerne il calore.

Poi sputarlo fuori in una forma che illumini per un momento il volto di qualcun altro.

Una fotografia.

Una pagina.

Una storia.

Non perché ciò che ci ha bruciato fosse giusto.

Perché ormai è accaduto e lasciarlo consumare tutto il resto sarebbe un’eccessiva dimostrazione di rispetto nei confronti di ciò che ci ha ferito.

Il fuoco uscì dalla bocca dell’uomo e scomparve quasi subito.

Rimase il buio.

Poi un’altra fiamma.

Un altro gesto.

Un’altra breve porzione di notte resa visibile.

Forse era questo che avevo sempre cercato viaggiando.

Non una risposta definitiva.

Una luce temporanea.

Abbastanza intensa da mostrare qualcosa.

Abbastanza breve da costringermi a continuare a guardare.

Volevo interrogare il mondo.

Raccogliere storie.

Fotografare i segni che le persone lasciano sopra le cose e quelli che le cose lasciano sopra le persone.

Volevo attraversare luoghi dei quali non conoscevo la lingua, sedermi accanto a qualcuno, ascoltare ciò che riuscivo a comprendere e riportare indietro una testimonianza imperfetta.

Volevo accrescere la conoscenza.

Non quella utile per sembrare intelligente durante una cena e neppure quella accumulata per vincere discussioni con sconosciuti particolarmente irritanti.

Una conoscenza capace di ampliare l’anima.

Se un’anima esiste.

Non possiedo prove.

Potrebbe essere soltanto un termine poetico utilizzato per indicare la parte di noi che non riesce a essere completamente spiegata da una cartella clinica, un estratto conto e la cronologia del browser.

Ma se esiste qualcosa in noi che non è soltanto umano, forse non vuole una carriera.

Vuole ampiezza.

Vuole vedere.

Conoscere.

Essere modificato da ciò che incontra.

Vuole tornare da ogni viaggio un poco meno certo e un poco più capace di contenere vite diverse dalla propria.

Il resto era umano.

Il denaro.

La reputazione.

I risultati.

La paura di essere in ritardo.

Il bisogno di possedere una definizione abbastanza chiara da poterla pronunciare quando qualcuno domanda: “Che cosa fai nella vita?”

Fotografo.

Scrivo.

Viaggio.

Racconto.

Parole utili.

Etichette applicate sopra un mistero perché gli altri possano archiviarci senza perdere troppo tempo.

Ma questa fame di mondo?

Questa necessità di guardare dentro un volto sconosciuto e domandarsi quale storia lo abbia portato fin lì?

Il bisogno di conservare un gesto, una luce, un pezzo di silenzio e restituirli a qualcuno che non era presente?

No.

Quella cosa non mi sembrava soltanto umana.

O forse era la parte più umana di tutte, quella che possiede così poco a che fare con il funzionamento ordinario della società da sembrare arrivata da altrove.

Non produceva sempre denaro.

Non offriva stabilità.

Non garantiva amore.

Ma mi teneva vivo.

Forse la missione non era diventare importante attraverso ciò che creavo.

Era rimanere abbastanza vivo da continuare a creare.

La differenza mi colpì con una semplicità quasi offensiva.

Avevo trascorso anni a chiedermi come trasformare la mia arte in una vita.

Forse la mia arte era il modo in cui la vita mi attraversava.

Il lavoro restava.

Le bollette pure.

La poesia non paga automaticamente l’elettricità e il padrone di casa possiede una sensibilità piuttosto limitata nei confronti delle crisi vocazionali.

Dovevo costruire.

Vendere.

Organizzare.

Scegliere.

Fare tutte quelle cose umane, noiose e inevitabili che impediscono a un sogno di morire per un problema amministrativo.

Ma non dovevo adorarle.

Non dovevo confondere l’impalcatura con la casa.

Gli strumenti servivano alla vita.

La vita non serviva agli strumenti.

Poco più avanti due uomini tenevano tra le mani un grande involucro bianco illuminato dall’interno.

Una lanterna.

La luce ne gonfiava la carta e rendeva i loro volti quasi infantili.

Sorridevano.

Non avevano l’espressione di uomini impegnati a risolvere il significato dell’esistenza.

Stavano facendo una cosa semplice.

Proteggere una piccola fiamma dal vento.

Aspettare che l’aria calda riempisse la carta.

Lasciare che la luce diventasse abbastanza leggera da sollevarsi.

Pensai ai desideri affidati al mare.

Alla missione.

Al denaro.

All’amore.

Alla maturità.

Forse li avevo caricati di troppo peso.

Avevo chiesto una missione come se dovesse giustificare ogni giorno della mia vita.

Forse poteva essere soltanto questo: prestare attenzione e raccontare ciò che avevo visto.

Avevo chiesto denaro come prova che il mio talento avesse un valore.

Forse mi servivano risorse sufficienti a continuare, non una sentenza economica sulla qualità della mia anima.

Avevo chiesto qualcuno accanto.

Forse non dovevo prima diventare perfettamente abitabile.

Nessuno lo è.

Le persone sono case costruite durante un terremoto da operai che hanno perso le istruzioni e hanno bevuto troppo vino a pranzo.

Potevo essere amato anche con alcune stanze chiuse.

Purché smettessi di fingere che non esistessero e consegnassi almeno una chiave.

Avevo chiesto maturità.

Pensando significasse mettere a tacere il bambino.

Forse significava finalmente sedermi accanto a lui e dirgli ciò che avrebbe dovuto ascoltare molto tempo prima.

Non devi diventare nessuno.

Non devi compiere qualcosa di enorme.

Non devi stupire il mondo.

Non devi meritare il diritto di essere amato.

Puoi fallire.

Puoi avere paura.

Puoi cambiare idea.

Puoi perfino scappare.

Io resterò.

L’adulto che avrei voluto diventare non era quello capace di controllare il bambino.

Era quello che non lo avrebbe più abbandonato.

Gli uomini liberarono la lanterna.

Salì.

Non rapidamente.

Per un istante sembrò incerta, sospesa sopra le loro mani come se perfino la luce avesse bisogno di essere rassicurata prima di partire.

Poi il vento la prese.

Il bianco diventò più piccolo.

La notte più grande.

Non sapevo dove sarebbe caduta.

Non sapevo quanto sarebbe durata la fiamma.

Non sapevo se quella cosa rappresentasse un desiderio, una tradizione, uno spettacolo per turisti o soltanto un modo abbastanza suggestivo per rischiare di incendiare qualcosa a chilometri di distanza.

Ma la guardai salire.

E desiderai ancora.

Senza vergogna.

Desiderai una strada semplice.

Desiderai il numero vincente.

Indicazioni leggibili.

Qualcuno capace di comprendere che qualche volta sarei stato difficile da raggiungere, ma anche abbastanza stronza da non permettermi di utilizzare la paura come lasciapassare per comportarmi male.

Desiderai viaggiare.

Fotografare.

Raccogliere storie.

Raccontarle.

Vivere abbastanza a lungo da diventare sempre più curioso e sempre meno certo delle mie conclusioni.

Desiderai non dover trasformare ogni cosa in una battaglia.

Non perché volessi evitare la vita.

Perché volevo finalmente avere abbastanza energia per viverla.

Non c’era niente di sbagliato.

Desiderare facilità non significava pretendere assenza di responsabilità.

Significava smettere di considerare la sofferenza una tassa obbligatoria sulla felicità.

La vita avrebbe fatto male comunque.

Le persone sarebbero morte.

Gli amori avrebbero potuto finire.

Il corpo avrebbe ceduto.

Qualche progetto sarebbe fallito.

Il tempo avrebbe continuato a portare via ciò che amavo con quella puntualità da figlio di puttana che lo contraddistingue.

Non serviva aggiungere ostacoli artificiali per rendere il percorso più autentico.

La vita non aveva bisogno del mio aiuto per diventare difficile.

Potevo accettare ogni tratto facile come un dono.

Senza sospettarlo.

Senza sabotarlo.

Senza domandarmi quale tragedia stesse preparando dietro l’angolo per ristabilire il corretto equilibrio narrativo.

Infine rimasero alcune persone sedute attorno a una piccola luce.

Non il grande fuoco.

Non la fiamma sputata nella notte.

Un fuoco acceso a terra.

Poca luce.

Abbastanza per vedere le mani.

Le gambe.

I volti vicini.

Il resto del deserto era blu e nero.

La scena finale non possedeva niente di eroico.

Nessuna montagna da conquistare.

Nessun uomo solo sopra una cresta.

Nessuna prova.

Nessuna purificazione.

Persone sedute insieme.

Una luce nel mezzo.

Forse tutta la storia dell’umanità cominciava e terminava lì.

Qualcuno trova un fuoco.

Qualcun altro si avvicina.

Per non lasciarlo spegnere, si raccontano storie.

Le storie tengono svegli.

Insegnano dove si trova l’acqua.

Quali animali evitare.

Chi è morto.

Chi abbiamo amato.

Da dove arriviamo.

Perché abbiamo paura.

Che cosa abbiamo visto oltre la montagna.

Prima dei libri, delle fotografie, delle piattaforme, degli algoritmi e di quel fottuto bisogno di trasformare ogni forma di espressione in una strategia di posizionamento, raccontare serviva a questo.

Tenere un poco di luce tra gli esseri umani.

Forse non avevo bisogno di una missione più importante.

Raccogliere storie.

Portarle altrove.

Aggiungere un volto alla memoria di chi non era stato lì.

Interrogare il mondo senza pretendere di risolverlo.

Accrescere, incontro dopo incontro, la quantità di realtà che la mia anima riusciva a contenere.

Vivere al massimo, sì.

Ma non come ci avevano insegnato.

Non consumando tutto.

Non correndo ovunque.

Non trasformando l’esistenza in una lista di esperienze da completare prima che la morte ci sorprenda con ancora qualche casella vuota.

Vivere al massimo poteva significare non essere assenti.

Non attraversare una giornata pensando soltanto alla successiva.

Non guardare una persona aspettando il proprio turno per parlare.

Non fotografare un uomo per utilizzarlo, ma permettere al suo volto di continuare a fare domande anche dopo lo scatto.

Vivere al massimo della presenza.

Con la minima quantità possibile di stronzate in mezzo.

Il grande fuoco cominciò ad abbassarsi.

La lanterna era ormai lontana.

Le braci conservavano piccole porzioni di rosso.

Non avevo ricevuto il numero vincente.

Rimaneva una grave mancanza amministrativa da parte dell’universo.

Non avevo indicazioni precise sul futuro.

Non sapevo quanto avrei guadagnato, chi avrei amato, dove avrei vissuto o quali parti di me sarebbero rimaste difficili da raggiungere.

Non sapevo nemmeno se la semplicità che desideravo fosse davvero possibile oppure se fosse soltanto un’altra forma elegante con cui chiamare la voglia di sottrarmi a tutto ciò che mi spaventava.

Ma non dovevo emettere una sentenza quella notte.

Potevo vivere dentro la domanda.

Era ciò che avevo sempre fatto.

Forse era ciò che sapevo fare meglio.

Il mare non aveva firmato promesse.

Il deserto aveva smontato gli alibi.

Il fuoco non mi aveva purificato.

L’Egitto non mi aveva trasformato in un uomo risolto.

Grazie a Dio.

Gli uomini risolti sono spesso creature insopportabili. Hanno una risposta per tutto, un’opinione non richiesta e una pericolosa tendenza a iniziare le frasi con “devi soltanto”.

Io non avevo risolto niente.

Ero diventato più attento.

Forse bastava.

Avevo cominciato il viaggio chiedendo al mondo che cosa volesse da me.

Lo terminavo con una possibilità molto più semplice.

Forse il mondo non voleva niente.

Forse ero io a volerlo guardare.

Attraversarlo.

Interrogarlo.

Raccogliere ciò che incontravo e raccontarlo a modo mio.

Con bellezza.

Con rabbia.

Con ironia.

Con tutte le imperfezioni di un uomo che qualche volta scappa, qualche volta si nasconde, qualche volta pretende una strada facile e continua comunque a desiderare di essere trovato.

Potevo lavorare senza adorare la fatica.

Amare senza essere guarito completamente.

Partire senza chiamarmi codardo.

Restare senza chiamarmi prigioniero.

Desiderare il sollievo senza sentirmi debole.

Accettare la fortuna senza inventare una sofferenza capace di farmela meritare.

E quando il dolore sarebbe arrivato, perché sarebbe arrivato, avrei provato a trasformarlo in qualcosa che facesse luce.

Non per ringraziarlo.

Per non lasciargli l’ultima parola.

I falò illuminava ancora i volti.

Nessuno parlava abbastanza forte da vincere il deserto.

Non serviva.

Il silenzio non era più un giudice.

Era spazio.

La notte non domandava risultati.

Il cielo non controllava il curriculum.

Le stelle non sapevano quanti anni avessi, quanto denaro possedessi o quante volte fossi fuggito proprio mentre avrei voluto restare.

Eravamo lì.

Per un momento fu sufficiente.

Guardai l’ultima brace perdere colore.

Pensai al bambino.

Alla sua attesa.

A tutto ciò che aveva cercato di diventare per meritare amore.

Finalmente avevo una risposta per lui.

Non una grande verità.

Non un insegnamento inciso nella pietra.

Una frase semplice.

Niente deve essere sempre difficile.

Niente deve per forza fare male.

E tu non devi compiere qualcosa di importante.

Devi vivere.

Quando l’ultima luce si spense, capii che non ero andato in Egitto per trovare una vita da meritare.

Ero andato fin lì per ricordarmi che ne avevo già una da vivere.

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Il Deserto non cura, Rivela – Egitto, capitolo 6

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