Messico — anatomia di una fuga servita al bancone
La fotografia ha scelto da sola che cosa mettere a fuoco.
Il legno.
I bicchieri.
Il bancone.
Le persone, invece, stanno scomparendo.
Sono sfocate, mosse, prive di lineamenti. Una figura attraversa l’inquadratura come se il corpo avesse già cominciato a dissolversi. Un’altra porta una mano alla testa, tra i capelli, forse per stanchezza, forse per un capogiro, forse per tenere insieme qualche pensiero che aveva deciso di andarsene affanculo.
Non so quanto avessero bevuto.
Potrebbero essere stati perfettamente sobri. Una fotografia non misura il tasso alcolemico e non possiede il diritto di emettere diagnosi.
Ma suggerisce.
E questa suggerisce una storia molto precisa. Le storie precise le riconosco a naso, con lo stesso istinto con cui si riconosce un bicchiere già vuoto dall’altra parte della stanza.
Il bancone è fermo.
Loro no.
Il bancone conserva ogni venatura, ogni riflesso, ogni bicchiere rovesciato. Le persone perdono forma, identità, consistenza. Come se l’alcol avesse già cominciato il proprio lavoro prima ancora di entrare nell’inquadratura.
Cancellare i bordi.
Confondere i dettagli.
Rendere tutto meno nitido.
È questo che gli chiediamo.
Non il sapore.
Non la compagnia.
Non la raffinata combinazione di aromi descritta da qualche sommelier con un fazzoletto nel taschino e l’espressione di chi abbia appena ricevuto una fellatio direttamente da Dioniso.
Gli chiediamo di abbassare il volume.
Di mettere una cazzo di distanza tra noi e ciò che ci sta facendo male.
Sopra le teste ci sono le bottiglie.
Allineate, sospese, illuminate appena.
Sembrano santi dentro una chiesa costruita per chi non crede più in niente ma ha ancora bisogno di inginocchiarsi davanti a qualcosa.
Il bancone è l’altare.
Il barista officia il rito.
Il bicchiere è la comunione.
E il dio del posto promette miracoli brevi, pretende il pagamento anticipato e il mattino seguente ti presenta gli interessi.
I bar sono luoghi curiosi.
Ci entri per festeggiare.
Ci entri per dimenticare.
Ci entri perché hai conquistato qualcosa oppure perché qualcosa ha appena conquistato te, trascinandoti per le caviglie lungo gli ultimi chilometri della tua dignità.
Ordini la stessa bevanda.
Il bicchiere non domanda perché.
Non gli interessa se ti sposi, se hai divorziato, se hai ottenuto una promozione o se hai appena scoperto che la persona alla quale avevi consegnato il cuore lo utilizzava come fermaporta.
Il bicchiere accetta tutto.
È meno selettivo di un prete e molto più rapido di uno psicologo.
Ti siedi.
Ordini.
Bevi.
Per qualche minuto il problema smette di sedersi accanto a te.
Che cosa vuoi di più?
La guarigione?
Non essere ridicolo.
Per quella servono tempo, coraggio, aiuto, responsabilità e tutte quelle attività faticose che non arrivano con ghiaccio e una fetta di lime.
Il bicchiere non cura.
Anestetizza il testimone.
E per qualche ora il testimone sei tu.
Il primo sorso scioglie il nodo.
Il secondo rende il fallimento meno personale.
Il terzo trasforma la paura in una storia divertente da raccontare.
Il quarto ti convince che scrivere alla tua ex sia un’idea matura, inevitabile e forse persino romantica.
Il quinto firma il messaggio.
Il sesto lo invia.
Il settimo ti toglie perfino il privilegio di ricordare quanto sei stato coglione.
È un servizio completo.
Una piccola agenzia di demolizioni emotive aperta fino a tardi.
Fuori dalla capanna entra la luce.
È giorno, o almeno non è ancora notte.
Questo rende la fotografia più sincera.
La notte offre sempre un alibi. Di notte si beve perché è sabato, perché c’è musica, perché tutti lo fanno, perché la settimana è stata pesante e perché la civiltà occidentale ha stabilito che dopo una certa ora avvelenarsi lentamente diventi un’attività sociale perfettamente accettabile.
Bere quando fuori c’è ancora il sole possiede un’onestà differente.
Non puoi nasconderti completamente dietro la festa.
Stai chiedendo una pausa mentre il giorno è ancora in corso.
Forse quelle persone erano soltanto clienti qualunque.
Forse ridevano.
Forse avevano ordinato una birra e sarebbero tornate serenamente alle proprie vite.
Ma quella mano nei capelli apre una crepa.
La conoscete anche voi, quella mano.
È il gesto di chi vorrebbe infilare le dita dentro la testa e spegnere qualcosa.
Un ricordo.
Una voce.
Una preoccupazione.
Il volto di qualcuno.
Quella frase che continuate a ripetervi alle tre del mattino, quando il resto del mondo dorme e voi vi trovate davanti al tribunale privato della vostra coscienza senza avvocato e senza possibilità di patteggiamento.
Che cosa vorreste spegnere voi?
Non ditemi niente.
Rispondetevi.
Quale pensiero diventa più rumoroso quando la stanza tace?
Quale parte della vostra vita preferite non guardare direttamente?
E soprattutto: che cosa utilizzate per voltare la testa?
Perché non deve essere alcol.
Possiamo smetterla con quella comoda stronzata secondo cui i dipendenti sarebbero soltanto quelli che tremano davanti a una bottiglia alle otto del mattino.
A volte la sostanza ha un nome di battesimo.
Un modo particolare di ridere che ti eri promesso di dimenticare e non hai dimenticato.
Un profumo che, sentito per caso su un’estranea in un corridoio, ti taglia le gambe per un secondo intero, prima che il cervello riesca a intervenire e dirti: no, non è lei, non lo è mai.
Ho conosciuto donne più forti di qualunque liquore da scaffale alto.
Educate, senza nemmeno volerlo, all’arte sottile di darti sempre abbastanza da farti restare e mai abbastanza da farti stare bene.
Non cattive.
Semplicemente altrove.
Sempre, in un modo o nell’altro, altrove: con la testa, con l’agenda, con quella parte di sé che avrebbe dovuto scegliere te e ha scelto invece di restare gentilmente disponibile per il resto del mondo.
E tu resti lì.
Fedele come un idiota, convinto che la volta successiva basterà essere più bravo, più paziente, più qualcosa, perché quella distanza smetta finalmente di sembrarti una sfida e cominci ad assomigliare a quello che è sempre stata: una sentenza già scritta, che continuavi a rileggere sperando in un finale diverso.
Possiamo drogarci di una persona con la stessa facilità con cui ci si droga di qualsiasi altra cosa che promette e non mantiene.
La cocaina, almeno, ha la decenza di finire.
Lei no.
Lei si ricarica da sola, ogni volta che risponde a un messaggio dopo tre giorni di silenzio con una faccina e due parole — e tu interpreti quella faccina come un trattato di pace, quando era soltanto educazione, o noia, o il bisogno di sapere di essere ancora amata da qualcuno a cui non costa niente.
Aspettiamo un messaggio.
Controlliamo l’ultimo accesso.
Interpretiamo una visualizzazione come un cardiologo interpreta un elettrocardiogramma.
Ci promettiamo che non scriveremo più.
Poi arrivano le undici di sera, il silenzio diventa troppo grande e ricominciamo a elemosinare una dose di attenzione da qualcuno che ci ha già mostrato con notevole chiarezza di non volerci salvare.
Non ci serve sempre una sostanza.
Ci serve un’interruzione.
Qualcosa che per qualche minuto ci impedisca di essere completamente presenti dentro la nostra stessa vita.
È lì che comincia il terreno pericoloso.
Non quando provi piacere.
Il piacere non è il nemico.
Il piacere è una delle poche ragioni decenti per sopportare questa assurda faccenda dell’essere vivi.
Il problema comincia quando non cerchi più qualcosa perché ti piace.
Lo cerchi perché, senza, non riesci a stare con te stesso.
Quando il divertimento diventa rifugio.
Quando il rifugio diventa indirizzo.
Quando l’indirizzo diventa una prigione e tu continui a chiamarla casa perché ormai hai perso le chiavi di tutte le altre porte.
Ci sono mille teorie sulle dipendenze.
E le ho sentite quasi tutte — di solito da persone sobrie che non hanno mai dovuto scegliere tra il proprio orgoglio e una notte di compagnia.
Il cervello. La genetica. Il trauma. Bei nomi, buoni per i libri.
La mia teoria è meno elegante di quelle, e non la trovate scritta in nessun manuale.
Certe persone non sanno stare ferme dentro la propria vita, e allora se ne inventano una parallela, fatta di persone che non le vogliono abbastanza e di bicchieri che non chiedono niente in cambio — pur di avere qualcosa da rincorrere che non sia il vuoto tremendo di non sapere, a una certa età, che cosa diavolo fare di se stessi.
Non ho mai deciso granché, a essere onesto.
Ho lasciato che le cose mi succedessero addosso. Le donne, i bicchieri, i lavori, gli anni.
E quando qualcuno mi chiede dove sto andando, rispondo con una battuta, perché la verità — non lo so, non l’ho mai saputo, sto solo cercando di arrivare vivo alla prossima cosa capace di farmi sentire qualcosa — suona molto peggio detta ad alta voce in un bar alle due del pomeriggio.
Non ogni dipendenza nasce nello stesso modo.
Non ogni persona che beve è infelice.
E non basta possedere una bella vita per essere magicamente immuni.
Il corpo sa costruire catene anche dentro case apparentemente felici.
Ma sotto molte dipendenze esiste una domanda che continua a marcire.
Perché essere sobri dentro la propria vita è diventato così insopportabile?
Non sobri soltanto dall’alcol.
Sobri da tutto.
Dallo schermo.
Dal rumore.
Dal lavoro.
Dal sesso.
Dalla compulsione di riempire ogni minuto pur di non ascoltare che cosa sta succedendo nel silenzio.
Quanto riuscite a rimanere seduti senza prendere in mano qualcosa?
Quanto tempo passa prima che cerchiate il telefono?
Quanto prima di accendere la televisione, aprire il frigorifero, versarvi da bere o scrivere alla persona sbagliata?
Un minuto?
Cinque?
Che cosa accadrebbe se non lo faceste?
Chi arriverebbe a sedersi accanto a voi?
La tristezza?
La paura?
La noia?
La consapevolezza che la vita che state vivendo non assomiglia minimamente a quella che avevate immaginato?
Forse non dipendiamo davvero dalla sostanza.
Dipendiamo dal sollievo.
Da quel breve momento in cui la sostanza mantiene la promessa.
Il petto si allenta.
Il pensiero rallenta.
La vergogna smette di mordere.
L’ansia si siede.
Il mondo perde un po’ della propria capacità di ferirci.
E per alcuni minuti pensiamo: ecco, così riesco a respirare.
È una sensazione potente.
Non perché il veleno sia buono.
Perché il dolore era diventato troppo.
La dipendenza arriva spesso con modi gentili.
Non sfonda la porta.
Suona.
Ti trova in una serata di merda e dice che vuole soltanto aiutarti a dormire.
Ti trova dopo una relazione finita e promette di non farti pensare.
Ti trova quando ti senti inadeguato e ti sussurra che, dopo un bicchiere, sarai più interessante, più coraggioso, più divertente e finalmente abbastanza.
All’inizio mantiene la parola.
È questo il trucco.
Se facesse subito schifo, nessuno tornerebbe.
Ti aiuta.
Poi comincia a presentarsi più spesso.
Si mette comoda.
Lascia uno spazzolino nel tuo bagno.
Occupa un cassetto.
Non sto più parlando soltanto della bottiglia, se non ve ne siete accorti.
Sto parlando di lei — cambia il nome, resta identico il cassetto che continuo a tenerle libero senza che nessuna me lo abbia mai chiesto.
Un giorno ti svegli e scopri che quella cosa alla quale ti appoggiavi per sopportare la tua vita è diventata la cosa che sta rendendo la tua vita insopportabile.
Una relazione abusiva perfetta.
Ti picchia.
Ti consola.
Poi ti convince che nessun altro potrebbe volerti nelle condizioni in cui ti ha ridotto.
E tu torni.
Non perché sei stupido.
Non perché sei debole.
Torni perché il tuo cervello ha imparato che quella porta conduce al sollievo, anche quando ormai dietro la porta c’è soprattutto altra sofferenza.
Chi giudica da fuori vede il bicchiere.
Non vede ciò che viene prima.
Non vede la mattina in cui alzarsi dal letto sembra una trattativa diplomatica.
Non vede il matrimonio diventato una stanza piena di silenzi ostili.
Non vede la stanza tenuta identica per mesi dopo che se n’è andata, il suo lato del letto ancora rifatto come se dovesse tornarci a dormire.
Non vede il numero imparato a memoria e mai davvero cancellato, nonostante i giuramenti fatti in ordine sparso — di non comporlo più, di dimenticarlo come si dimentica l’indirizzo di una città dove non abita più nessuno da amare.
Non vede quante volte lo stesso messaggio sia stato riscritto e mai inviato, un aggettivo alla volta, come se la parola giusta potesse farla tornare — e restituire, insieme a lei, la persona che si era prima di imparare quanto ci si possa sentire soli dentro una stanza piena di gente.
Non vede la vergogna.
La solitudine.
La sensazione di essere sbagliati perfino quando nessuno sta guardando.
Vede un ubriaco.
Un tossico.
Un ludopatico.
Un debole senza autocontrollo.
È comodo.
Dare un nome brutto a una persona ci permette di non domandarci quanto dolore sia necessario per desiderare di smettere continuamente di essere presenti.
Il giudizio è la droga preferita di chi vuole sentirsi sano.
Avete mai guardato qualcuno distruggersi e pensato: io non lo farei mai?
Sicuri?
Oppure non avete ancora incontrato il dolore giusto?
O la donna giusta — quella capace di farvi barattare la dignità per un’ultima possibilità?
Non sto dicendo che tutti siamo destinati a cadere.
Sto dicendo che l’arroganza è una protezione fragile.
La distanza tra una persona che beve per divertirsi e una che beve per sopravvivere non si misura soltanto in bicchieri.
Si misura in ciò che sta cercando di non sentire.
La persona al centro dell’immagine porta la mano tra i capelli.
Potrebbe avere caldo.
Potrebbe essere stanca.
Potrebbe ridere di qualcosa.
Io, però, ci vedo il momento in cui l’anestesia comincia a perdere effetto.
Il corpo è ancora al bar.
La mente sta già tornando dove non voleva essere.
Forse una donna che non risponde da tre giorni, eppure resta la prima cosa a tornare in mente ogni volta che il rumore del locale si abbassa di un tono.
Una camera che conserva ancora un profumo che nessun detersivo è mai riuscito a portare via del tutto.
Una telefonata mai fatta, che si ripete nella testa in venti versioni diverse — tutte con un finale migliore di quello vero.
Forse niente di tanto drammatico. Potrebbe essere quella sofferenza ordinaria che non merita un nome importante ma riesce comunque a divorarti: svegliarti ogni mattina dentro una vita che non odi abbastanza da abbandonare e non ami abbastanza da voler continuare.
È una delle prigioni peggiori.
Non fa abbastanza male da costringerti a uscire.
Fa soltanto abbastanza male da farti bere.
Quante persone vivono così?
Non distrutte.
Non disperate.
Semplicemente insoddisfatte a bassa intensità.
Ogni giorno.
Una relazione tollerabile.
Un lavoro tollerabile.
Una casa tollerabile.
Conversazioni tollerabili.
Sesso tollerabile.
Una vita intera costruita con cose che non fanno abbastanza schifo da essere cambiate.
Nessuna delle quali assomiglia anche solo vagamente a quella immaginata da ragazzini, quando «diventare grandi» sembrava ancora un progetto, e non semplicemente qualcosa che capita mentre si guarda altrove.
Poi arriva la sera.
Versano qualcosa.
Accendono qualcosa.
Ingeriscono qualcosa.
Scorrono qualcosa.
E per qualche minuto la tollerabilità somiglia vagamente alla felicità.
Non basterebbe forse una vita davvero piacevole a rendere tutto questo meno necessario?
Non perfetta.
La perfezione è una truffa per idioti e pubblicitari.
Ma una vita nella quale esista qualcosa che non desideriamo continuamente interrompere.
Qualcuno da amare senza doverci perdere.
Un lavoro che non ci faccia sentire morti prima della pensione.
Amici davanti ai quali non sia necessario recitare.
Un corpo nel quale riuscire ad abitare.
Un motivo abbastanza onesto per voler rimanere lucidi.
Forse è questa una parte della cura.
Non soltanto togliere il bicchiere.
Costruire una vita dalla quale non si senta continuamente il bisogno di fuggire.
Perché se strappi a una persona il suo unico anestetico e la lasci esattamente dentro lo stesso inferno, non l’hai salvata.
Le hai soltanto restituito tutto il dolore contemporaneamente.
Certo, il bicchiere non è la soluzione.
Lo sappiamo.
Lo sa anche chi beve.
Non serve un genio per capire che una sostanza capace di devastarti il fegato, i rapporti, il conto in banca e una quantità considerevole di mattine non rappresenti una strategia terapeutica particolarmente brillante.
Ma la dipendenza non è una discussione razionale.
È il punto in cui il sollievo immediato vince continuamente contro la salvezza futura.
La salvezza è astratta.
Lontana.
Richiede mesi, anni, ricadute, aiuto e una quantità oscena di coraggio.
Il bicchiere è qui.
Adesso.
Ti aspetta sopra il bancone.
Non pretende che tu cambi.
Non ti chiede di affrontare tuo padre, chiudere per sempre con lei, perdonarti, chiedere aiuto o ammettere che hai passato metà della vita a rincorrere qualcosa che aveva già deciso di non farsi raggiungere.
Chiede soltanto di essere sollevato.
È per questo che vince così spesso.
Guardate i bicchieri nella fotografia.
Sono allineati, puliti, rovesciati.
Aspettano.
Non conoscono ancora le bocche che li useranno, le bugie che ascolteranno o le promesse pronunciate subito dopo l’ultimo giro.
Domani verranno lavati.
Asciugati.
Rimessi nello stesso punto.
I bicchieri ricominceranno da zero.
Le persone no.
Le persone si porteranno a casa ciò che hanno cercato di lasciare lì.
Il corpo pesante.
La bocca secca.
Qualche ricordo mancante.
Forse un messaggio del quale vergognarsi.
E soprattutto il problema.
Quello sarà ancora presente.
Seduto sul bordo del letto.
Fresco.
Riposato.
Pronto a domandare se la serata sia stata piacevole.
L’alcol dimentica per qualche ora.
Il dolore no.
Quello stronzo possiede una memoria eccellente.
E voi?
Che cosa ordinate quando non volete più sentirvi?
Come chiamate la vostra fuga per farla sembrare rispettabile?
Passione?
Ambizione?
Divertimento?
Amore?
Una serata tra amici?
Quante volte deve ripetersi un gesto prima che smetta di essere una scelta?
E quando avete cominciato ad avere bisogno di qualcosa per tollerare la persona che siete rimasti soli con voi stessi?
Non dovete rispondere a me.
Ma prima o poi dovrete rispondere a qualcuno.
Anche soltanto allo specchio, in una di quelle mattine bastarde in cui il viso restituito dal vetro sembra sapere tutto ciò che avete cercato di dimenticare.
La fotografia rimane ferma.
La luce entra dalle pareti.
Il legno riflette i bicchieri.
Le bottiglie aspettano sopra le teste come divinità pazienti.
Le persone continuano a muoversi e, muovendosi, perdono forma.
Forse è questo che stavano cercando.
Non essere più nitide.
Non dover più riconoscere il proprio profilo.
Diventare una presenza sfocata dentro una stanza calda, abbastanza lontana da sé stessa da riuscire finalmente a respirare.
Per una sera può funzionare.
Per qualche ora il dolore abbassa la voce.
Poi il locale chiude.
Le bottiglie vengono riposte.
Il bancone viene pulito.
Le luci si spengono.
E ognuno torna alla propria vita portandosi dietro esattamente ciò da cui era entrato per scappare.
Al bar tutti pagano il proprio giro.
Il dolore no.
Naturalmente, queste righe le ho scritte tra un bicchiere di rum e l’altro.
Non per fuggire, sia chiaro.
Per rigore giornalistico.
La coerenza è una virtù sopravvalutata e l’ipocrisia, con abbastanza ghiaccio, scende che è una meraviglia.
Il dolore beve gratis.
Io, da gentiluomo, gli ho offerto il secondo giro.