Oggi riflettevo su una cosa:
La cosa stupida dei cuori disegnati sulla sabbia è che hanno già una data di scadenza incorporata.
Un’onda.
Un po’ di vento.
Qualche bambino distratto.
Un cane con scarsa sensibilità artistica.
Fine della storia.
Ed è probabilmente per questo che, anni fa, decisi di disegnarne uno apposta per fotografarlo.
Per una volta non avevo trovato qualcosa nel mondo. L’avevo messo lì io.
Di solito preferisco aspettare che la realtà faccia il suo numero: una persona che ride senza sapere di essere osservata, una luce che cade nel posto giusto, una strada, un’espressione, un dettaglio che dura mezzo secondo e poi sparisce. Io arrivo, alzo la macchina fotografica e provo a rubare qualcosa prima che la vita cambi idea.
Quella volta no.
Quella volta presi la sabbia e ci disegnai dentro un cuore.
Sì, lo so.
Un cuore sulla sabbia.
Originalità da adolescente innamorato durante una gita scolastica.
Mancavano soltanto due iniziali, una freccia e Bryan Adams in sottofondo per completare il crimine.
Eppure avevo bisogno proprio di quello.
Perché certe volte i simboli più banali continuano a funzionare semplicemente perché, sotto tutta la retorica che ci abbiamo buttato sopra, raccontano ancora qualcosa di vero.
E l’amore è probabilmente la cosa più sputtanata e contemporaneamente più necessaria che abbiamo inventato.
Sempre ammesso che l’abbiamo inventata noi.
Forse era qui prima.
Prima delle poesie.
Prima dei matrimoni.
Prima di Tinder.
Prima dei consulenti sentimentali, dei podcast sulle relazioni tossiche e delle persone che mettono “emotivamente disponibile” nella bio per poi sparire tre giorni dopo perché hai scritto “buongiorno” con un entusiasmo giudicato eccessivo.
Forse l’amore è molto più antico di tutto questo.
Forse è il motivo per cui la vita continua a produrre altra vita.
Una cellula che cerca un’altra cellula. Un animale che protegge i propri piccoli. Due esseri umani che, contro ogni buon senso e una quantità piuttosto impressionante di precedenti fallimentari, decidono ancora di avvicinarsi.
L’universo potrebbe essere nato dall’amore.
O da una gigantesca esplosione.
Che, conoscendo le mie relazioni, probabilmente sono la stessa cosa.
Il punto è che continuiamo a tornarci.
Sempre.
Possiamo raccontarci quanto siamo indipendenti, cinici, evoluti, autosufficienti. Possiamo fare quelli che hanno capito tutto e che ormai non si aspettano più niente da nessuno.
Poi arriva una persona.
Uno sguardo.
Una voce.
Una cazzo di coincidenza.
E improvvisamente eccoci di nuovo lì, con il cervello di un primate sotto anfetamine e il cuore che ha deciso unilateralmente di mandare a fanculo qualsiasi esperienza precedente.
Magnifico.
L’essere umano.
La creatura capace di costruire acceleratori di particelle e ancora completamente incapace di gestire un messaggio visualizzato senza risposta.
Io con l’amore ho sempre avuto un rapporto curioso.
Non credo di aver mai conosciuto quell’amore da romanzo familiare, quello che attraversa decenni, traslochi, bollette, funerali, domeniche pomeriggio, rughe, lavatrici rotte e la lenta trasformazione dell’altro in una persona che conosce ogni tua peggiore abitudine e decide comunque di non soffocarti durante il sonno.
Quello no.
Non ancora, almeno.
Non ho quella grande storia da raccontare con un “trent’anni insieme” alla fine.
Ho avuto altro.
Molto altro.
Una collezione abbastanza interessante di incontri, desideri, entusiasmi, errori, notti, promesse più o meno credibili, partenze, ritorni, porte chiuse e quel genere di conversazioni che cominciano con “dobbiamo parlare” e raramente finiscono con una buona notizia.
Ho avuto passioni.
Alcune magnifiche.
Alcune decisamente meno.
E parecchie volte ho avuto la sensazione di affogare in un oceano di passioni insipide, che è già un’impresa quasi artistica: riuscire a morire annegati in qualcosa che non sa di niente o, nelle occasioni più fortunate, ha appena quel vago retrogusto salato che almeno ti ricorda che sei ancora vivo.
Ma questo non significa che non abbia amato.
Anzi.
Forse il paradosso è proprio lì.
Non ho avuto un amore durato una vita.
Ma ho avuto tanti amori che, mentre esistevano, erano tutta la vita.
Ed è una distinzione importante.
Perché abbiamo questo strano bisogno di misurare l’autenticità attraverso la durata.
Se dura trent’anni, allora era vero.
Se dura sei mesi, evidentemente era una cazzata.
Non ne sono così sicuro.
Una cosa può finire ed essere stata autentica.
Una canzone dura quattro minuti e nessuno accusa Beethoven di scarso impegno emotivo.
Un tramonto dura poco.
Un orgasmo, nella migliore delle ipotesi, anche meno.
Eppure nessuno propone di abolirli perché non offrono sufficienti garanzie a lungo termine.
Il tempo certifica la resistenza.
Non necessariamente la verità.
Ho incontrato persone alle quali, in quel momento preciso della mia vita, ho dato tutto quello che avevo.
Presenza.
Rispetto.
Desiderio.
Cura.
La parte migliore di me e, inevitabilmente, anche qualche pezzo della peggiore perché purtroppo l’amore non funziona come Airbnb: non puoi affittare soltanto le stanze appena ristrutturate.
Arrivi tutto intero.
Con le crepe.
Le paranoie.
Le ferite.
Il passato.
Le aspettative assurde.
Le magnifiche qualità che metti in vetrina e quei difetti che tieni in magazzino sperando che l’altro li scopra quando sarà ormai troppo coinvolto per chiedere il rimborso.
Ho amato nel presente.
Quello sì.
Molte volte.
E forse è per questo che alcune storie, pur finite, non riesco a considerarle fallimenti.
Sono finite.
Che non è la stessa cosa.
Abbiamo questa fissazione secondo cui tutto ciò che termina debba necessariamente essere andato storto.
Una relazione finisce: fallita.
Un’amicizia si perde: fallita.
Un progetto cambia: fallito.
Una vita, seguendo questa logica, sarebbe il fallimento definitivo visto che statisticamente finisce nel cento per cento dei casi.
Forse dovremmo rivedere il parametro.
Forse certe persone entrano nella nostra vita non per restarci per sempre, ma per esserci esattamente durante il tratto di strada in cui avevamo bisogno l’uno dell’altra.
E poi basta.
È crudele?
Sì.
È romantico?
Dipende da quanto avete bevuto.
È possibile?
Assolutamente.
Il cuore nella sabbia raccontava anche questo senza che allora avessi necessariamente le parole per dirlo.
Io lo avevo disegnato.
Era lì.
Esisteva.
Era reale.
Ma sarebbe scomparso.
E il fatto che sarebbe scomparso non rendeva meno vero il momento in cui l’avevo tracciato.
Anzi, forse lo rendeva più importante.
Perché la sabbia non promette niente.
Non è marmo.
Non è cemento.
Non è un anello di diamanti accompagnato da un finanziamento a sessanta mesi.
È temporanea.
Fragile.
Vulnerabile.
Esattamente come noi.
Qualcuno potrebbe chiedermi:
— Ma dopo tutte le storie finite credi ancora nell’amore?
Sì.
— Sei serio?
Purtroppo.
— Non hai imparato un cazzo?
Questa è una possibilità che considero quotidianamente.
Ma continuo a crederci.
Non necessariamente nella versione industriale dell’amore, quella confezionata con anniversari obbligatori, fotografie coordinate e didascalie in cui due persone si definiscono “la mia roccia” mentre magari non si sopportano dal 2019.
Credo nell’altra cosa.
Nel momento in cui qualcuno riesce a diventare importante.
Nel preoccuparsi davvero.
Nel guardare una persona e desiderare sinceramente che stia bene, anche quando quella felicità non produce alcun vantaggio diretto per te.
Nel voler condividere qualcosa.
Una giornata.
Un viaggio.
Un letto.
Una paura.
Un tramonto.
Una porzione di futuro, per quanto lunga sarà.
Questa roba qui.
Quella che non puoi contabilizzare.
Perché alla fine siamo circondati da rapporti commerciali travestiti da relazioni.
Io ti do questo.
Tu mi dai quello.
Io faccio un passo.
Adesso tocca a te.
Io ti ho scritto ieri.
Oggi devi scrivermi tu.
Contabilità sentimentale.
E quando cominciamo a tenere i registri probabilmente qualcosa è già morto.
L’amore migliore che conosco non è perfettamente equilibrato ogni singolo giorno.
A volte dai di più.
A volte ricevi di più.
A volte sei quello forte.
A volte sei il disastro umano sul divano e l’altra persona deve semplicemente assicurarsi che tu non prenda decisioni importanti fino a domani mattina.
Funziona così.
E forse ciò che ho sempre cercato, attraverso tutte quelle storie che non sono rimaste, è proprio qualcosa del genere.
Qualcuno con cui smettere di fare il turista.
Perché magari il problema delle passioni è questo: sono viaggi bellissimi.
Ma prima o poi, da qualche parte dentro di te, nasce il desiderio di avere una casa.
Non necessariamente una casa con la staccionata bianca, due bambini biondi, un Labrador e la domenica all’IKEA. Dio ce ne scampi.
Una casa umana.
Una persona davanti alla quale non devi continuamente presentarti.
Uno spazio in cui essere.
Restare.
Tornare.
Quella parte di me esiste.
Nonostante tutto.
Nonostante il cinismo.
Nonostante abbia accumulato abbastanza materiale sentimentale da poter tranquillamente aprire una piccola discarica autorizzata.
Una parte di me continua a desiderare qualcosa che duri.
E magari il destino ha un senso dell’umorismo particolarmente stronzo e continua a mandarmi storie magnifiche con la stessa permanenza di un tatuaggio all’henné.
Oppure non è destino.
Magari siamo noi.
Magari sono io.
Magari la vita non ci deve nessuna spiegazione e la parola “predestinato” è semplicemente il modo elegante che utilizziamo quando siamo stanchi di analizzare i nostri casini.
Non lo so.
E questa volta non ho nemmeno intenzione di fingere di saperlo.
So soltanto che ho amato.
A modo mio.
In tempi diversi.
Persone diverse.
Con intensità diverse.
E ogni volta, quando ero lì dentro, non stavo fingendo.
Questo mi basta.
La seconda fotografia non ha nemmeno bisogno del cuore.
C’è solo sabbia.
Linee scolpite dal vento.
Curve che si incontrano, si separano, ritornano.
E forse è persino più interessante della prima.
Perché assomiglia molto di più alla vita reale.
Nessun simbolo perfetto.
Nessuna forma riconoscibile.
Soltanto traiettorie.
Il vento passa e disegna.
Poi passa di nuovo e cancella.
E la sabbia non protesta.
Cambia forma.
Forse dovremmo imparare qualcosa anche da lì.
Non smettere di amare soltanto perché qualcosa potrebbe finire.
Non fingere che ciò che è finito non abbia contato.
Non trasformare ogni addio in una prova che avremmo dovuto evitare l’incontro.
Le onde arriveranno comunque.
Il vento pure.
Le persone cambieranno.
Noi cambieremo.
Qualcuno resterà.
Qualcuno no.
E qualche cuore che avevamo disegnato con tutta la cura possibile verrà cancellato senza neanche avere la decenza di aspettare che fossimo pronti.
Fa schifo.
Ma questa è la clausola scritta in piccolo sotto al contratto della vita.
Tutto ciò che ami può essere perso.
Ed è proprio questo che rende l’amore un atto così fottutamente coraggioso.
Perché sai che potrebbe finire.
E lo fai comunque.
Tracci il cuore.
Ti sporchi le dita di sabbia.
Ti innamori.
Dici cose che un giorno potrebbero farti male.
Dai a qualcuno il potere di lasciarti un vuoto.
E speri.
Che è probabilmente la cosa meno razionale e più umana che sappiamo fare.
Forse un giorno avrò quella grande storia lunga abbastanza da diventare noiosa nei punti giusti.
Forse no.
Forse continuerò a incontrare persone destinate a restare un capitolo invece di diventare tutto il libro.
Ma non voglio arrivare alla fine orgoglioso di non essermi mai fatto male.
Sarebbe una vittoria miserabile.
Preferisco qualche cicatrice.
Qualche ricordo.
Qualche nome che ogni tanto ritorna senza permesso.
Preferisco sapere di aver dato tutto quando sentivo che valeva la pena farlo.
Il cuore sulla sabbia prima o poi scompare.
Certo. E’ già scomparso inghiottito da un’onda o spazzato via dal vento.
Ma per un momento è esistito.
Qualcuno l’ha disegnato.
Qualcuno ci ha creduto abbastanza da inginocchiarsi e tracciare quella forma ridicola con un dito.
E forse l’amore, alla fine, non è molto diverso.
Non puoi costringerlo a restare.
Puoi soltanto essere sincero mentre c’è.
Poi arriverà la marea.
Oppure, una volta nella vita, magari no.