Ci sono giorni in cui esci di casa perché devi andare da qualche parte.
Un appuntamento.
Un lavoro.
Una donna che probabilmente complicherà ulteriormente una vita già abbastanza incasinata.
E poi ci sono giorni in cui esci soltanto perché non vuoi più rimanere dove sei.
Quello era uno di quei giorni.
Non avevo programmi, orari o persone da raggiungere. Nessuna rivelazione mistica appuntata sull’agenda. Soltanto una macchina fotografica, un paio di scarpe comode e la vaga speranza che il mondo, per qualche ora, potesse smettere di farmi domande.
A volte portarsi dietro una macchina fotografica è soltanto un alibi.
Un uomo che cammina da solo senza una destinazione sembra perso.
Mettigli una macchina fotografica in mano e improvvisamente diventa un artista.
È incredibile ciò che può fare un pezzo di plastica nera per la reputazione di un essere umano.
Così camminavo.
Senza cercare niente in particolare.
Il lago se ne stava lì, enorme e immobile, con quell’aria da vecchio saggio che conosce tutte le risposte ma si diverte troppo a guardarti sbagliare per rivelartene anche soltanto una.
Quel giorno, però, l’acqua si era ritirata.
Aveva lasciato scoperto ciò che normalmente teneva nascosto: pietre, spaccature, lastre bianche consumate dal tempo, piccole pozze rimaste intrappolate tra le rocce.
Sembrava che persino il lago si fosse rotto il cazzo di stare al proprio posto.
Si era fatto da parte.
Aveva tirato indietro il suo corpo e ci aveva lasciato camminare sopra le sue cicatrici.
La gente avanzava lentamente su quella terra provvisoria. Coppie, famiglie, bambini, cani, uomini con le mani in tasca e donne che cercavano il punto migliore da cui fotografare qualcosa che, fino al giorno prima, non esisteva.
Camminavamo dove normalmente nuotavano i pesci.
Ed era sufficiente questo per renderci tutti un po’ più leggeri.
Gli esseri umani hanno un debole per i luoghi in cui non dovrebbero trovarsi. Entriamo negli edifici abbandonati, ci innamoriamo delle persone sbagliate e, quando un lago si ritira, corriamo a passeggiare sul suo fondo.
Forse la libertà è anche questo.
Mettere i piedi, almeno una volta, dove il mondo aveva previsto soltanto acqua.
Non c’era fretta.
Nessuno sembrava avere qualcosa di davvero urgente da fare. E se ce l’aveva, aveva avuto il buon senso di dimenticarsene per un pomeriggio.
Una coppia camminava in lontananza, abbastanza vicina da condividere il silenzio e abbastanza distante da non inciampare l’una nei pensieri dell’altro.
Un uomo seguiva il proprio cane.
Alcuni bambini saltavano tra le rocce come se quel paesaggio fosse stato preparato apposta per loro durante la notte.
Più in là, un cigno scivolava nell’acqua trasparente con l’eleganza irritante di chi non ha mai dovuto spiegare a nessuno cosa intende fare della propria vita.
Io fotografavo.
Non perché avessi qualcosa da raccontare.
Non ancora.
Fotografavo perché la luce cadeva bene. Perché il fondale sembrava la pelle rugosa di un animale addormentato. Perché certe giornate non chiedono di essere capite: chiedono soltanto che qualcuno si accorga di loro.
E io, quel giorno, mi ero accorto.
Tutto qui.
In lontananza c’erano mura, torri e vecchie pietre sopravvissute a guerre, amori, tradimenti, turisti e probabilmente anche a qualche amministrazione comunale particolarmente creativa.
Ma non avevo voglia di pensare alla storia.
La storia pesa.
È piena di morti illustri, date da ricordare e uomini convinti che costruire una torre fosse un ottimo sistema per diventare immortali.
Io volevo soltanto il presente.
Quel piccolo, insignificante presente fatto di acqua bassa, pietre chiare e persone che passeggiavano senza sapere di essere finite dentro le fotografie di uno sconosciuto.
Per una volta non avevo bisogno che il paesaggio significasse qualcosa.
Non doveva rappresentare la solitudine.
Non doveva parlare delle persone che se ne vanno, delle occasioni perdute o di tutta quella raffinata collezione di disastri che chiamiamo esperienza.
Era bello.
Ed essere bello era già abbastanza.
Abbiamo questa pessima abitudine di chiedere alla bellezza di salvarci.
Guardiamo un tramonto e pretendiamo una risposta. Partiamo per un viaggio sperando di tornare diversi. Fotografiamo il mare, le montagne e le città lontane come se da qualche parte, nascosto dietro l’orizzonte, ci fosse un impiegato dell’universo pronto a consegnarci il libretto d’istruzioni che avevamo smarrito alla nascita.
Ma la bellezza non salva nessuno.
Non paga i conti.
Non aggiusta i rapporti.
Non telefona al posto nostro quando siamo troppo orgogliosi o troppo spaventati per farlo.
La bellezza fa una cosa molto più semplice.
Per qualche minuto ci fa stare zitti.
E forse ne avevo bisogno.
Avevo bisogno di smettere di discutere con la mia testa. Di non analizzare ogni cosa come se da qualche parte ci fosse un colpevole da trovare. Di lasciare che i pensieri se la cavassero da soli, quei piccoli bastardi viziati.
Io avevo altro da fare.
Dovevo camminare.
Dovevo guardare.
Dovevo respirare senza trasformare anche quello in un progetto a lungo termine.
Il pomeriggio scivolò via con la discrezione delle cose riuscite bene.
La luce cambiò lentamente. Il bianco delle rocce diventò dorato, le persone si ridussero a sagome e il lago cominciò a riprendersi la scena.
Una barca attraversò l’acqua.
Una ragazza sollevò il telefono davanti al tramonto, cercando il proprio viso dentro quella luce.
Forse avrebbe mandato la fotografia a qualcuno.
Forse l’avrebbe pubblicata per dimostrare al mondo che stava vivendo una vita magnifica.
O forse voleva soltanto ricordarsi che, almeno quel giorno, era stata lì.
Non c’era molta differenza.
In fondo stavamo facendo tutti la stessa cosa.
Lei con il telefono.
Io con la macchina fotografica.
Gli altri immobili davanti al sole.
Tentavamo di raccogliere una prova.
Non che fossimo stati felici.
La felicità è una parola troppo grossa per un pomeriggio.
Una prova che, per qualche ora, eravamo riusciti a non essere infelici.
Che forse è la versione più onesta della spensieratezza.
Non significa non avere problemi.
Significa lasciare che aspettino.
Metterli seduti da qualche parte, senza acqua e senza biscotti, e dirgli: «Adesso state buoni. Torno più tardi».
E loro torneranno a bussare, naturalmente.
I problemi hanno una costanza che gli amanti si sognano.
Ma intanto il sole scendeva.
Le bandiere si muovevano nel vento.
Gli uccelli attraversavano il cielo senza preoccuparsi di rendere memorabile il momento.
E per una volta nemmeno io sentivo il bisogno di migliorarlo.
Era già tutto lì.
La luce.
L’acqua.
La gente.
Il rumore discreto del mondo che continuava a esistere senza chiedermi alcun contributo.
Quando il sole toccò l’orizzonte, nessuno ricevette una risposta.
Nessuna vita cambiò improvvisamente direzione.
Nessun dio scese dal cielo per spiegarci dove avevamo sbagliato.
Il sole tramontò e basta.
Con la professionalità di chi svolge quel lavoro da miliardi di anni e non ha bisogno degli applausi di una folla di stronzi armati di smartphone.
Io tornai a casa più o meno uguale a come ero partito.
Ed era questa la parte migliore.
Non ero rinato.
Non avevo sconfitto i miei demoni.
Non avevo trovato il senso della vita nascosto sotto una pietra vicino alla riva.
Avevo soltanto le scarpe sporche, la scheda piena di fotografie e un po’ più di silenzio dentro la testa.
A volte basta.
Forse la spensieratezza non è una condizione permanente.
Forse non è nemmeno felicità.
È una tregua.
Un pomeriggio in cui smetti di pretendere qualcosa dalla vita e la vita, sorpresa dalla tua improvvisa educazione, smette per un po’ di pretendere qualcosa da te.
Il lago prima o poi avrebbe ripreso il proprio spazio.
L’acqua sarebbe tornata sopra quelle pietre.
Le impronte sarebbero scomparse e nessuno avrebbe più saputo dove avevamo camminato.
Ma le fotografie sarebbero rimaste.
Non per dimostrare che avevo scoperto un luogo straordinario.
Non per raccontare una grande avventura.
Soltanto per ricordarmi che un giorno ero uscito di casa senza sapere dove andare e, per qualche ora, non avevo avuto bisogno di arrivare da nessuna parte.
Il mondo si era fatto i cazzi suoi.
E io, finalmente, avevo fatto lo stesso.