Ci sono relazioni che iniziano con una cena, un numero di telefono, qualche promessa pronunciata troppo presto e una quantità discutibile di vino.
E poi ci sono quelle in cui un essere di quattro chili entra nella tua vita, ti guarda come se fossi chiaramente inferiore a lui, occupa metà della casa senza contribuire alle spese e decide unilateralmente che da quel momento vivrai al suo servizio.
Benvenuti nell’amore.
Quello felino, almeno.
Nelle prima fotografia era ancora piccolo. Quell’età in cui i gatti sembrano avere una testa troppo grande per il corpo, due occhi enormi e la convinzione assoluta che ogni cosa esistente sia stata messa lì per essere annusata, rovesciata, graffiata oppure conquistata.
Lo fotografavo e lui mi guardava.
Probabilmente pensando:
Questo coglione con quella roba nera davanti alla faccia cosa cazzo vuole da me?
Una domanda legittima.
Poi è cresciuto.
La faccia è diventata più seria. Lo sguardo più consapevole. Ha imparato i punti strategici della casa, le ore corrette per chiedere da mangiare e quella sofisticata forma di terrorismo psicologico che permette a un gatto di ottenere qualunque cosa semplicemente fissandoti abbastanza a lungo.
E io ho continuato a fotografarlo.
Non perché fosse un progetto.
Non perché dovessi costruire una serie.
Non perché qualcuno mi avrebbe pagato.
Semplicemente perché era lì.
E perché, senza accorgermene, fotografarlo era diventato un modo per passare del tempo insieme.
Io con la macchina fotografica.
Lui impegnato nei suoi cazzi.
Una relazione adulta, insomma.
I gatti hanno una pessima reputazione in materia di affetto.
Si dice che siano opportunisti.
Ed è vero.
Ti amano molto di più quando hai appena aperto una scatoletta. Ti seguono con commovente devozione quando percepiscono la possibilità concreta che qualcosa cada dal tavolo. Possono ignorarti per quattro ore e poi comparire improvvisamente appena ti siedi nel punto esatto in cui avevano deciso di dormire.
Non sono cani.
Non ti aspettano sulla porta con l’entusiasmo di qualcuno che ha appena scoperto che sei sopravvissuto a una guerra.
Il gatto spesso ti vede entrare, apre mezzo occhio e sembra pensare:
Ah. Sei tornato.
Poi riprende a dormire.
Eppure c’è qualcosa di profondamente onesto in questo.
Il gatto non recita.
Non fa pubbliche relazioni.
Non costruisce una versione migliore di sé per convincerti a volerlo nella tua vita.
Non gli interessa essere simpatico.
Non si preoccupa di piacerti.
Non ha una strategia.
È quello che è.
Se vuole stare con te, viene.
Se vuole stare da solo, sparisce.
Se vuole una carezza, te lo fa capire.
Se ne ha abbastanza, potresti scoprirlo attraverso una serie piuttosto convincente di artigli.
Terribilmente semplice.
Terribilmente sano.
Noi esseri umani, invece, abbiamo trasformato l’affetto in una disciplina olimpica.
Diciamo una cosa pensando l’altra.
Vogliamo qualcuno e facciamo finta di non volerlo.
Ci manca una persona e aspettiamo che scriva per prima.
Misuriamo i messaggi.
Interpretiamo i silenzi.
Facciamo strategie sentimentali come generali di un esercito composto esclusivamente da idioti emotivamente traumatizzati.
Il gatto no.
Il gatto, quando gli va, sale vicino a te.
Fine.
Nessuna riunione preliminare.
Nessun “dobbiamo capire cosa siamo”.
Nessuna analisi dell’ultimo accesso su WhatsApp.
Viene.
Si sistema.
Magari ti gira pure il culo in faccia, perché la poesia ha comunque dei limiti.
Ma resta.
E alla fine è questo che conta.
Restare.
Non necessariamente sempre.
Non soffocandosi.
Non trasformandosi in quelle coppie che condividono perfino l’ossigeno e dopo sei mesi non ricordano più quale dei due avesse una personalità.
Restare sapendo anche allontanarsi.
I gatti questa cosa la capiscono molto meglio di noi.
Passano ore lontani.
Esplorano.
Dormono dove gli pare.
Si costruiscono universi privati di cui non saprai mai nulla.
Poi, a un certo punto, tornano.
E quando tornano non hai bisogno di chiedere dove siano stati.
Non devi interrogarli.
Non devi pretendere dimostrazioni.
Sono tornati.
Basta.
Forse l’amore dovrebbe assomigliare un po’ di più a questo.
Presenza senza possesso.
Affetto senza prigionia.
La libertà di essere altrove senza smettere di appartenersi in qualche strano modo.
Naturalmente sto prendendo lezioni sentimentali da un animale che alle quattro del mattino potrebbe decidere di correre attraverso il corridoio come se fosse inseguito dall’anticristo, quindi prendete tutto con la dovuta prudenza.
Ma qualcosa da insegnarci ce l’hanno.
Perché un animale non ti ama per ciò che possiedi.
Non gli interessa quanto guadagni.
Non sa che lavoro fai.
Non conosce il tuo curriculum.
Non gliene frega niente se hai fallito qualcosa, se hai fatto una figura di merda, se qualcuno ti considera interessante oppure se l’algoritmo ha deciso che oggi il tuo lavoro non merita di essere mostrato a nessuno.
Per lui sei tu.
Quello che apre la porta.
Quello che riempie la ciotola, certo.
Ma anche quello la cui presenza è diventata parte del suo mondo.
L’odore.
La voce.
I rumori.
Le abitudini.
Il posto sul divano.
La mano che conosce esattamente il punto dietro l’orecchio.
Sembra poco.
In realtà è quasi tutto.
C’è una fotografia in cui sta sul muretto, ancora giovane, concentrato su qualcosa che probabilmente io non riesco nemmeno a vedere.
In un’altra è lì, composto, zampe davanti, faccia da vecchio professore universitario deluso dalla mediocrità dei propri studenti.
E poi ce n’è una più recente, disteso tra le piante, perfettamente a suo agio nel mondo.
Tre momenti.
Stesso gatto.
Tempo diverso.
Ed è qui che le fotografie fanno il loro solito sporco lavoro.
Ti ricordano che tutto cambia mentre tu sei impegnato a non accorgertene.
Gli animali crescono.
Invecchiano.
Cambiano.
Noi con loro.
Un giorno sono piccoli abbastanza da stare quasi in una mano e quello dopo li guardi dormire nel loro angolo preferito chiedendoti quando cazzo siano passati tutti quegli anni.
Il tempo è un ladro educato.
Non entra sfondando la porta.
Prende un giorno alla volta.
Così non te ne accorgi.
Poi apri una vecchia fotografia e scopri cosa si è portato via.
Forse è anche per questo che continuo a fotografare.
Perché gli esseri viventi che amiamo hanno questa fastidiosa caratteristica di non essere eterni.
E noi nemmeno.
Non possiamo conservarli.
Possiamo soltanto conservarne delle prove.
Un’espressione.
Uno sguardo.
Una posizione assurda.
Una giornata insignificante che molti anni dopo potrebbe diventare tutto tranne che insignificante.
La fotografia è piena di questa crudele magia.
Congela qualcosa sapendo perfettamente che fuori dall’immagine continuerà a cambiare.
E con un animale questo diventa ancora più evidente.
Perché lui non sa cosa stai facendo.
Non sa che quella foto un giorno potrebbe diventare memoria.
Non sa che stai cercando di trattenere un istante.
È semplicemente vivo.
Forse è proprio questa la lezione migliore.
Essere vivi senza preoccuparsi continuamente di dimostrarlo.
Noi abbiamo trasformato la vita in una documentazione permanente della vita.
Fotografiamo il pranzo.
La palestra.
Il viaggio.
La relazione.
Il tramonto.
La felicità.
A volte sembriamo più preoccupati di produrre prove del fatto che stiamo vivendo che di vivere davvero.
Il gatto dorme.
Mangia.
Esce.
Guarda un insetto per venti minuti come se fosse la cosa più importante dell’universo.
Si sdraia al sole.
Non sente il bisogno di trasformarlo in contenuto.
Magnifico bastardo.
Forse l’amore stesso nasce da qualcosa del genere.
Da una presenza.
Una vita che incontra un’altra vita e, per qualche ragione che la biologia può provare a spiegare fino a diventare noiosa, decide che quella presenza conta.
Potremmo ridurre tutto a ormoni, istinto, sopravvivenza della specie.
Probabilmente avremmo anche ragione.
Ma sarebbe una spiegazione terribilmente povera per qualcosa che ha costruito praticamente tutto ciò che vale la pena ricordare.
Facciamo figli per amore.
Restiamo accanto a qualcuno per amore.
Partiamo per amore.
Torniamo per amore.
Scriviamo canzoni, libri, lettere imbarazzanti e messaggi inviati alle due del mattino che il giorno dopo vorremmo cancellare dalla storia dell’umanità.
Ci prendiamo cura di qualcuno.
Di un animale.
Di una persona.
Di un luogo.
Persino di un oggetto che apparteneva a qualcuno che non c’è più.
Chiamiamo amore un’enorme quantità di cose diverse perché probabilmente nessuna parola riesce davvero a contenerle tutte.
E magari è proprio l’amore il trucco con cui la vita riesce a convincerci a sopportare tutto il resto.
Le delusioni.
Il lavoro.
La perdita.
Le giornate inutili.
La paura.
L’idea abbastanza terrificante che prima o poi finirà tutto.
A cosa servirebbe passare attraverso questo casino se non ci fosse qualcosa, qualcuno, capace ogni tanto di rendere il viaggio meno assurdo?
A volte quel qualcuno è una persona.
A volte è un gatto grigio e bianco che passa più della metà della giornata ignorandoti.
Non è importante.
L’amore non ha mai avuto un gran rispetto per le gerarchie.
E forse è meglio così.
Mi piace pensare che ogni volta che lo fotografo ci sia una piccola conversazione tra noi.
Io lo guardo attraverso l’obiettivo.
Lui guarda me.
Io penso alla luce, alla profondità di campo, alla posizione degli occhi.
Lui probabilmente pensa:
Hai finito, stronzo?
Poi magari viene vicino.
Si fa accarezzare.
Rimane qualche minuto.
E in quei momenti ti rendi conto che la maggior parte delle cose a cui attribuiamo enorme importanza sono, per usare un termine tecnico, cazzate.
Un animale ti riporta alle proporzioni corrette.
Ha fame.
Mangia.
È stanco.
Dorme.
Ha voglia di compagnia.
Ti cerca.
Ha bisogno di stare solo.
Se ne va.
Nessuna filosofia.
Eppure, paradossalmente, sembra aver capito qualcosa che noi continuiamo a complicare.
La vita non deve sempre essere conquistata.
A volte deve essere semplicemente abitata.
Con qualcuno accanto.
Anche se quel qualcuno fa parecchio i cazzi suoi.
Anzi, forse soprattutto allora.
Perché amare qualcuno non significa necessariamente averlo continuamente vicino.
Significa sapere che esiste.
Riconoscere il posto che ha preso dentro le tue giornate.
Accorgerti che la casa cambia quando non lo senti muovere.
Che certe abitudini non appartengono più soltanto a te.
Che una parte della tua vita, silenziosamente, ha quattro zampe, due occhi gialli e nessuna intenzione di ringraziarti per avergli comprato la marca più costosa di crocchette.
E va bene così.
Perché le forme più belle d’amore spesso non tengono la contabilità.
Non registrano chi ha dato di più.
Non chiedono ricevute.
Non presentano il conto.
Succedono.
Restano.
E qualche volta ti fissano da sopra un muretto come se sapessero perfettamente qualcosa che tu, povero essere umano sovraevoluto, stai ancora cercando di capire.
Forse non sapremo mai davvero perché siamo qui.
Forse tutte le nostre filosofie, religioni e grandi teorie sono soltanto tentativi particolarmente sofisticati di rendere sopportabile il mistero.
Ma se devo scegliere una spiegazione abbastanza buona, mi piace questa:
forse la vita crea altra vita perché vuole continuare ad avere qualcosa da amare.
E forse noi siamo qui, almeno in parte, per fare lo stesso.
Amare qualcuno.
Prendercene cura.
Lasciarlo libero.
Lasciarci amare nel modo in cui sa farlo.
E conservare qualche fotografia lungo la strada, perché un giorno potremmo aver bisogno di ricordarci quanto fosse bello avere accanto quel piccolo bastardo.