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L’unica Cosa che Non ci Appartiene

L’unica Cosa che Non ci Appartiene

Passiamo l’infanzia a voler crescere in fretta. L’adolescenza a voler essere finalmente adulti. Poi gli anni migliori della vita a contare i giorni che mancano al venerdì.

Aspettiamo le ferie. Aspettiamo l’estate. Aspettiamo Natale. Aspettiamo lo stipendio. Aspettiamo che finisca quella cazzo di giornata che sembra così pesante da non essere sopportata.

Siamo sempre lì, a chiedere al tempo di correre, come se gli stessimo facendo un favore, come se meritassimo una corsia preferenziale solo perché ci stiamo annoiando.

Poi succede qualcosa che ci fa cambiare completamente idea.

Ti innamori. Nasce un’amicizia che sa già di eternità dal primo giorno.

Parti per un viaggio che non dimenticherai mai.
Ridi fino ad avere male alla pancia.
Abbracci qualcuno che non vorresti lasciare andare.

E all’improvviso cambi idea.

“Fermati.”

“Solo cinque minuti ancora.”

“Non andare via così in fretta.”

Ma il tempo se ne fotte. Non ascolta nessuno. Non gli importa un cazzo se stai vivendo il giorno più bello della tua vita o quello più miserabile.

Forse è proprio questa la sua forma più crudele.

Non distingue le lacrime dalle risate. Non rallenta per un bacio o per la scopata più bella della tua vita. Non accelera per un funerale.

Scorre e basta. Con la stessa identica, fottuta indifferenza, qualunque cosa tu gli stia chiedendo.

Noi, invece, passiamo la vita a rincorrerlo come degli idioti.


Ci lamentiamo che le giornate non finiscono mai, salvo poi guardarci allo specchio un mattino e chiederci quando siano comparsi quei capelli bianchi, quelle rughe, quella faccia che assomiglia sempre di più a quella di nostro padre o di nostra madre.

Nessuno ti dice che un giorno guarderai una vecchia fotografia e ti sembrerà di osservare la vita di uno sconosciuto.

Che certi luoghi esistono ormai solo nella memoria che alcune persone continueranno a vivere soltanto dentro un’immagine sbiadita.

Il tempo non porta via soltanto gli anni.

Porta via le occasioni.

Le parole che non hai detto.

Le telefonate rimandate.

Gli abbracci dati per scontati.

Le persone convinte che ci sarebbero state “anche domani”.

La verità è che continuiamo a comportarci come se fossimo immortali.

Rimandiamo un viaggio.

Un sogno.

Un “ti voglio bene”.

Una follia.

Una fotografia.

Come se avessimo firmato un contratto con l’universo.

Spoiler: quel contratto non esiste.

Poi incontri il volto di un uomo anziano.

E capisci una cosa.

Non stai guardando la vecchiaia.

Stai guardando il tempo.

Lo vedi inciso nella pelle, negli occhi, nelle mani.

Ogni ruga è un giorno che ha vinto.

Ogni capello bianco è una pagina voltata senza chiedere il permesso.

Ed è lì che realizzi il più grande scherzo di questa storia.

Il tempo non ci sta portando via la vita.

È la vita.

Noi siamo soltanto abbastanza ingenui da accorgercene quando ormai ne abbiamo consumata una buona parte.

Forse dovremmo smetterla di chiedere al tempo di correre.

E smetterla anche di implorarlo di fermarsi.

Forse dovremmo avere il coraggio di fare una cosa infinitamente più difficile.

Abitare il momento.

Perché un giorno, senza nemmeno rendercene conto, qualcuno prenderà una nostra vecchia fotografia, la guarderà per qualche secondo e penserà:

“Guarda com’era giovane.”

E la parte più assurda è che, mentre quella foto veniva scattata, probabilmente stavamo già dicendo:

“Che palle… quando passa questa giornata?”

 

 

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