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Il Rumore che mette a Tacere tutto il Resto

Il Rumore che mette a Tacere tutto il Resto

Eccoci a parlare di una delle poche invenzioni umane che riescono ancora a trasformare benzina, metallo e una quantità discutibile di buon senso in qualcosa che somiglia terribilmente alla felicità.

Ci sono giorni in cui il cervello sembra una stanza piena di televisori lasciati accesi.

Uno trasmette i problemi.

Uno il lavoro.

Uno tutte le cose che avresti dovuto fare e che, naturalmente, hai rimandato fino a trasformarle in piccoli disastri amministrativi.

In un angolo c’è quello dedicato alle donne, che non prende mai bene il segnale ma continua comunque a mandare in onda repliche di vecchie tragedie. Poco più in là, il canale esistenziale si domanda quale sia il senso di tutto questo, possibilmente proprio mentre stai cercando di addormentarti.

Un gran bel palinsesto di merda.

Poi un motore sale di giri.

E tutto tace.

Non gradualmente.

Non con la respirazione consapevole, le campane tibetane o qualche professionista del benessere che ti invita a immaginare una spiaggia mentre ti fattura ottanta euro.

Tace di colpo.

Il contagiri sale, la gomma comincia a girare, il fumo si allarga sull’asfalto e per qualche secondo non esistono il passato, il futuro, le aspettative degli altri o quella sensazione persistente di essere arrivato alla festa sbagliata chiamata vita.

Esiste soltanto adesso.

E, a essere sinceri, l’adesso non è affatto male quando puzza di benzina, gomma bruciata e decisioni che un’assicurazione probabilmente sconsiglierebbe.

Le automobili fanno questo.

O almeno lo fanno con me.

Non tutte, naturalmente.

Un’utilitaria grigia nel traffico del lunedì mattina raramente produce illuminazioni spirituali, a meno che rimanere bloccati dietro un trattore per quaranta minuti non venga considerato una forma particolarmente avanzata di meditazione.

Parlo delle auto che possiedono ancora qualcosa da dire.

Vecchie, nuove, perfette, rovinate, elaborate fino all’indecenza o tenute insieme da fascette, bestemmie e una quantità di affetto che nessun manuale d’officina riuscirà mai a quantificare.

Auto che arrivano facendo rumore.

Auto che scivolano di lato.

Auto che sputano fuoco dallo scarico come se avessero appena ricordato di essere discendenti dei draghi.

Auto che non chiedono di essere capite.

Ti passano davanti, riempiono l’aria e, per un momento, pretendono tutta la tua attenzione.

È una qualità rara.

Oggi quasi niente riesce più a ottenere la nostra attenzione senza prima inviarci una notifica.

Un motore sì.

Non ha bisogno del tuo consenso.

Ti entra nello sterno.

Fa vibrare i vetri.

Ti costringe a voltarti anche se avevi solennemente dichiarato di essere ormai una persona adulta, responsabile e immune da certe stronzate.

Poi vedi una moto ferma sopra la propria nuvola di fumo, il pilota che controlla la ruota posteriore come se tra lui e quella macchina esistesse una conversazione privata.

Vedi un’auto da drifting entrare di traverso, con le ruote anteriori puntate nella direzione opposta a quella in cui il buon senso suggerirebbe di andare.

La coda scappa.

Il pilota la riprende.

Il fumo inghiotte metà del mondo.

E tu sorridi.

Non perché sia utile.

Non perché risolva il problema della fame, della guerra o del vicino che usa il trapano la domenica mattina.

Sorridi perché è bello.

E abbiamo sviluppato uno strano senso di colpa verso le cose semplicemente belle.

Tutto deve essere produttivo, sostenibile, educativo, monetizzabile o almeno abbastanza fotogenico da far crescere il profilo social.

Non possiamo limitarci a provare piacere.

Dobbiamo giustificarlo.

Spiegarlo.

Trasformarlo in un percorso di crescita personale con cinque punti chiave e un codice sconto valido fino a mezzanotte.

A volte, invece, una cosa è bella perché ti fa stare bene.

Fine.

Un’automobile attraversa una curva di traverso.

Il motore urla.

Le gomme disegnano cerchi neri sull’asfalto.

Tu sei lì con la macchina fotografica, cerchi il punto giusto, aspetti che la luce tocchi la carrozzeria e premi il pulsante un istante prima che la scena scompaia dentro il fumo.

Non hai raggiunto l’illuminazione.

Non hai cambiato il mondo.

Ma per qualche secondo eri interamente presente.

Ed è già più di quanto molte persone riescano a dire della propria settimana.

Forse è questo che cerchiamo nella velocità.

Non la morte.

Non necessariamente il rischio.

Nemmeno il bisogno infantile di dimostrare qualcosa, anche se quello ogni tanto si presenta comunque, indossa un paio di occhiali da sole e chiede di prendere il volante.

Cerchiamo la concentrazione assoluta.

Quel punto in cui non puoi permetterti di essere altrove.

Quando un’auto scivola, la strada non si interessa ai tuoi traumi irrisolti.

La curva non vuole sapere come sia andata la tua ultima relazione.

Il motore non ascolta le scuse.

Devi esserci.

Con le mani.

Con gli occhi.

Con il corpo.

Tutto insieme, finalmente nello stesso posto.

Forse è per questo che alcune persone corrono, altre saltano dagli aerei e altre ancora si innamorano di individui emotivamente indisponibili. Abbiamo tutti bisogno di qualcosa che ci costringa a vivere nel presente.

Alcuni metodi, va detto, costano meno in pneumatici.

La cultura dei motori è piena di contraddizioni.

Da una parte ci sono la tecnica, la disciplina, le ore trascorse a regolare dettagli che quasi nessuno noterà. Dall’altra ci sono uomini adulti perfettamente disposti a spendere lo stipendio di un mese per ottenere sette cavalli in più e un suono allo scarico capace di far abbaiare tutti i cani del quartiere.

È difficile non provare affetto per una follia tanto specifica.

Apri un cofano e trovi persone raccolte intorno al motore con l’attenzione di medici durante un’operazione delicata. Guardano tubi, cavi, collettori. Discutono di temperature, pressione, aspirazione. Uno indica qualcosa. Un altro scuote la testa. Un terzo propone una soluzione che include quasi sempre lo smontaggio di metà automobile e l’acquisto di un componente che costa più del valore residuo del mezzo.

Non è razionale.

Le passioni serie raramente lo sono.

Se fossero razionali si chiamerebbero piani pensionistici.

Poi ci sono i dettagli.

Il volante consumato.

Il contagiri enorme, messo lì perché in certi momenti il numero dei giri conta più dell’ora del giorno.

Gli interruttori.

Le saldature.

I tessuti avvolti attorno alle leve.

Le carrozzerie segnate.

Le livree assurde.

I paraurti graffiati e le ruote sporche.

Ogni dettaglio racconta che quell’auto non è stata acquistata soltanto per essere posseduta.

È stata usata.

Spinta.

Modificata.

A volte maltrattata con amore, che è una delle forme d’affetto più sincere e meno raccomandabili.

Poi il sole scende.

Le officine, i piazzali e i parcheggi cambiano faccia.

Arrivano i fari.

Le ombre.

Il fumo illuminato dal basso.

Una vecchia auto entra nella notte con un fascio di luce davanti, seguita dagli sguardi di persone raccolte ai lati come fedeli davanti a un’apparizione meccanica.

Altre aspettano il proprio turno.

Motori accesi.

Scarichi irregolari.

L’aria ha quel sapore elettrico delle cose che stanno per accadere.

È lì che le automobili smettono di essere mezzi di trasporto.

Diventano personaggi.

Alcune entrano in scena con eleganza.

Altre con la discrezione di un pugno contro una porta.

Una moderna berlina si avvolge in una nuvola di fumo e sembra quasi voler dimostrare che, nonostante gli schermi, i sensori e tutta l’elettronica del mondo, sotto esiste ancora una bestia capace di perdere le buone maniere.

Una vecchia coupé colorata attraversa il piazzale portandosi addosso anni di modifiche, storie, gare e proprietari che probabilmente le hanno parlato più di quanto abbiano mai parlato alle proprie compagne.

Un’altra sputa una fiamma.

Per un istante la notte diventa giorno.

Qualcuno urla.

Qualcuno ride.

Qualcuno tira fuori il telefono troppo tardi e ottiene soltanto un video tremolante della gente che reagisce.

Io provo a fotografare il momento prima.

Il punto in cui l’energia sta ancora salendo.

La ruota che comincia a girare.

La gomma che si deforma.

Lo sguardo di chi guida.

La luce che si appoggia sul cofano.

Il primo filo di fumo.

Perché dopo è spettacolo.

Prima è tensione.

Ed è spesso lì che vive la fotografia.

Mi sono trovato in questi ambienti per piacere e per lavoro.

Qualche volta qualcuno mi ha chiamato per raccontare un evento. Altre volte sono andato perché ne avevo voglia, che resta una delle ragioni migliori per trovarsi da qualche parte con una macchina fotografica.

Ma la differenza, alla fine, è minima.

Quando qualcosa ti appassiona davvero, anche il lavoro conserva una parte di gioco. Continui a cercare l’inquadratura non perché devi consegnarla, ma perché vuoi vedere se riesci a prendere quella sensazione e chiuderla dentro un rettangolo.

È una pretesa ridicola.

Come fotografare il vento.

La velocità non vuole essere fermata.

L’adrenalina non si lascia archiviare.

Il rumore non entra in un file.

Eppure ci provi.

Scatti il fumo che si apre.

L’auto che piega.

Il pilota che corregge.

La folla che guarda.

 

Poi riguardi l’immagine e, se hai avuto fortuna, dentro c’è ancora un frammento di quella scarica.

Non il suono.

Non l’odore.

Ma abbastanza da ricordarteli.

L’essere umano ha inventato parecchie cose discutibili.

Le riunioni motivazionali.

Le tasse sulle tasse.

I social network.

I programmi televisivi in cui sconosciuti litigano in una villa mentre il resto del Paese cerca di capire come pagare il riscaldamento.

Ma ha inventato anche il motore.

Ha preso metallo, aria e combustibile e li ha convinti a produrre movimento.

Poi, non soddisfatto, ha deciso che quel movimento dovesse essere più veloce, più rumoroso e possibilmente capace di andare di traverso.

Bisogna concederglielo.

Ogni tanto perfino noi azzecchiamo qualcosa.

Naturalmente non è tutto.

Non credo che la felicità viva dentro un cilindro o che basti un pieno di benzina per risolvere la vita. Sarebbe comodo, soprattutto considerando che molte persone riescono a essere infelici anche dentro automobili che costano quanto un appartamento.

Le passioni non ci salvano.

Ci ricordano perché potrebbe valere la pena salvarci.

Sono interruzioni.

Finestre aperte.

Piccoli territori in cui torniamo a riconoscerci.

Per qualcuno è la musica.

Per qualcuno il mare.

Per qualcuno una tela, una montagna, una cucina o il corpo di una donna amata abbastanza da farti dimenticare il tuo nome e ricordare tutto il resto.

Per me, tra le altre cose, ci sono anche le automobili.

Le linee.

I motori.

La tecnica.

La cultura che cresce attorno.

La gente che si ritrova in un piazzale e parla una lingua fatta di modelli, assetti, cavalli, ricambi impossibili da trovare e progetti che non saranno mai davvero finiti.

E poi c’è la velocità.

Non quella stupida delle strade pubbliche usate come pista da persone convinte che il proprio ego possieda sistemi di sicurezza migliori dell’automobile.

Parlo della velocità cercata nel posto giusto.

Dove il rischio viene conosciuto, preparato, rispettato.

Dove sbagliare ha un prezzo e proprio per questo ogni gesto assume valore.

La velocità come disciplina.

Come presenza.

Come quel raro momento in cui il corpo precede il pensiero e tutto ciò che conta avviene in pochi metri.

Non c’è spazio per fingere.

O controlli la macchina oppure è lei a controllare te.

Un rapporto più onesto di molti matrimoni.

Alla fine il fumo si dirada.

Le auto si fermano.

Le gomme calde crepitano.

I motori vengono spenti uno alla volta e il silenzio torna nel piazzale con l’aria risentita di chi era stato cacciato senza preavviso.

Restano le tracce nere sull’asfalto.

Qualche pezzo da controllare.

Vestiti impregnati di odore.

Le fotografie.

E quella leggerezza difficile da spiegare a chi non ha mai avuto una passione abbastanza forte da fargli dimenticare l’orologio.

I problemi sono ancora lì.

Naturalmente.

Sono bastardi pazienti.

Ti aspettano a casa, seduti sul divano, e magari si sono pure serviti da bere.

Ma per qualche ora non hanno comandato loro.

Per qualche ora hai scelto tu dove guardare, cosa ascoltare, cosa inseguire.

E forse la libertà non è quel concetto enorme che vendono nei discorsi solenni.

Forse è qualcosa di molto più breve.

Il momento in cui il motore sale di giri.

Il fumo invade la scena.

Il presente ti afferra per il colletto e ti dice:

Adesso sei qui.

Non domani.

Non nella vita che avresti voluto.

Non dentro tutte le cose andate male.

Qui.

Adesso.

Vivo.

E per una volta il cervello, quel bastardo instancabile, non ha niente da aggiungere.

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