Messico, capitolo I — Playa del Carmen, Chichén Itzá, Valladolid
Ci sono viaggi che finiscono quando chiudi la valigia, consegni le chiavi e sali sull’aereo con la vaga sensazione di avere dimenticato qualcosa nel comodino dell’albergo.
E poi ci sono quelli che non se ne vanno più.
Il Messico, per me, appartiene alla seconda categoria.
Fu un viaggio lungo, durato qualche mese. Abbastanza da smettere di considerarlo una semplice parentesi e da permettergli di diventare un pezzo della mia vita. Uno di quei periodi che continuano a riaffiorare anni dopo attraverso un colore, un odore, il rumore del mare o una fotografia che credevi di conoscere e che, invece, ha ancora qualcosa da raccontarti.
Per questo ho deciso di dividerlo in tre capitoli.
Non per trasformare queste pagine in una lezione di geografia con le diapositive, il puntatore laser e qualcuno in fondo alla sala che lotta per rimanere sveglio. Semplicemente perché certi viaggi hanno bisogno di spazio. Devono essere raccontati con pause, deviazioni e respiri diversi, esattamente come sono stati vissuti.
Il primo capitolo comincia dalle strade di Playa del Carmen, attraversa la pietra e il tempo di Chichén Itzá e torna tra i colori, i volti e la vita urbana di Valladolid. Il secondo prenderà il mare verso Isla Mujeres. Il terzo seguirà la strada fino a Tulum, alle sue rovine e a quel punto indefinito in cui la terra sembra stancarsi di opporre resistenza all’oceano.
Non sarà il racconto completo del Messico. Sarebbe una pretesa ridicola, oltre che una discreta rottura di coglioni per chi legge. Sarà il mio Messico: quello che ha attraversato i miei occhi, si è fermato dentro la macchina fotografica e, senza chiedere il permesso, mi è rimasto nel cuore.
Questa è la prima parte.
L’arrivo, le strade e la pietra.
Il Messico non mi accolse.
Mi prese per il colletto — con la stessa delicatezza con cui un buttafuori prende uno che ha esagerato con i tequila sunrise — e cominciò a parlarmi tutto insieme, senza chiedermi il permesso, senza aspettare che finissi una frase prima di iniziarne un’altra: muri dipinti, cavi elettrici sospesi come ragnatele sopra le strade, nuvole gonfie come cattivi pensieri, automobili scassate che sembravano tenersi in piedi per pura cocciutaggine, barche, facce, polvere, palme, e un mare talmente azzurro da sembrare il risultato di una post-produzione fatta da Dio durante una serata particolarmente ispirata — magari dopo un paio di bicchieri anche Lui.
E io, in mezzo a tutto questo, con il cuore che mi batteva in un punto strano, tra lo sterno e la gola, che di solito riservo soltanto a due categorie di eventi: le cose che mi spaventano e le cose che mi salveranno. Non sapevo ancora in quale delle due sarebbe finito questo viaggio. Forse in nessuna delle due. Forse in entrambe, che poi è quasi sempre la risposta più onesta.
Ci rimasi qualche mese.
Le prime settimane mangiai da solo più volte di quante ne ammetterei a un amico sobrio. C’è una solitudine specifica, quasi chimica, che si prova seduti a un tavolo per due mentre il cameriere sposta via, con discrezione fintamente distratta, la sedia che nessuno userà. L’ho sentita addosso come un vestito bagnato. Poi, pian piano, senza che me ne accorgessi in un giorno preciso, quella solitudine ha smesso di pesare e ha iniziato a somigliare a qualcos’altro. Non a compagnia. Piuttosto a spazio. Il tipo di spazio che ti serve per sentire meglio i tuoi stessi pensieri, una volta tanto senza nessuno pronto a interromperli con una domanda educata.
Abbastanza tempo da smettere di sentirmi soltanto uno appena arrivato, troppo poco per poter dire di averlo davvero capito.
Ma forse i luoghi non vanno capiti. Forse è la solita mania occidentale di voler catalogare tutto, assegnare un nome, un voto, e possibilmente cinque stelle su qualche applicazione del cazzo scritta da gente che non è mai stata costretta a sentire il peso di un pomeriggio senza contenuti da consumare.
A volte un luogo dovrebbe semplicemente succederti.
Come un incidente. Come un amore che non hai cercato e che ti travolge lo stesso, con tutta la sua sporcizia e la sua grazia.
Questo viaggio mi successe.
Non c’era nessuna commissione dietro queste fotografie. Nessun cliente, nessuna agenzia, nessun direttore creativo con la camicia troppo bianca e la pretesa di spiegarmi cosa avrei dovuto vedere, cosa avrebbe funzionato “sui social”, quale luce fosse più “on brand”. Il cliente ero io. O, più precisamente, quella parte di me che continua a indicare cose apparentemente insignificanti e a dire: guarda lì, coglione, c’è qualcosa. Un cliente esigente, senza budget e con una quantità esasperante di revisioni interiori, di quelle che ti tengono sveglio a chiederti se hai inquadrato bene non la foto, ma la tua stessa vita.
Fotografavo per me stesso, come faccio quasi sempre quando le immagini riescono ancora a significare qualcosa, quando non sono ancora diventate un lavoro, una scusa, un modo elegante per stare da soli senza doverlo ammettere a nessuno — nemmeno a me stesso.
Perché quando nessuno ti paga, nessuno può dirti dove puntare l’obiettivo. Sei libero di sbagliare, di perdere tempo, di fermarti davanti a una lavanderia verde per sette minuti buoni senza una ragione razionale, a un vicolo coperto di graffiti che parlava una lingua che riconoscevo anche senza capirla, a una barca intravista attraverso corde, reti e ferraglia, che mi si è piantata in petto in un modo che ancora oggi fatico a spiegare a chi mi chiede “ma perché hai fotografato proprio quella?”
Non lo so perché.
So solo che certe cose ti scelgono, prima ancora che tu scelga loro. E l’unica cosa intelligente da fare, in quei momenti, è alzare la macchina fotografica e stare zitto.
Ed è proprio lì che cominciò il Messico che ricordo.
Non sulla spiaggia perfetta, preparata apposta per vendere pacchetti vacanza a persone che vogliono sentirsi libere per sette giorni prima di tornare volontariamente nella propria gabbia con l’abbronzatura come prova d’acquisto. Cominciò nei bordi. Nei negozi affacciati sulla strada, nelle insegne scolorite dal sole fino a diventare quasi illeggibili, nei muri che sembravano aver litigato col tempo e aver deciso di portarne fieramente i lividi, invece di truccarli.
Playa del Carmen aveva il mare, certo.
Era impossibile ignorarlo. Arrivava alla fine delle strade come una promessa indecente — quella che sai benissimo di non dover ascoltare, ma che seguirai comunque, con le infradito ancora ai piedi e la dignità già lasciata in albergo. La prima volta che l’ho visto mi si è fermato il respiro per un secondo intero, uno di quei secondi che il corpo ricorda anche quando la mente ha già smesso di contarli. Quel colore — non riesco ancora a chiamarlo semplicemente “azzurro” senza sentirmi un truffatore.
C’erano corpi sulla sabbia, famiglie, turisti, gente intenta a vivere e altra impegnata soprattutto a dimostrare di essere stata lì — quaranta scatti per un tramonto che dura sei minuti, e nemmeno uno sguardo dato al tramonto vero, quello che nel frattempo si stava consumando senza chiedere il permesso a nessun obiettivo. C’erano le barche, le nuvole enormi, e quel vento caldo che sembrava conoscere già tutte le storie che io stavo ancora cercando — e che, con la crudeltà tipica di certi venti, non aveva nessuna intenzione di condividerle.
Ma il mare non era tutto.
C’erano la Quinta Avenida, le vie laterali, i ristoranti, i cortili talmente pieni di colore da far sembrare il buon gusto europeo una lunga depressione dipinta di beige — e lo dico da uomo che viene da un continente dove ci vantiamo del “minimalismo” come se fosse una virtù morale e non, più semplicemente, paura di sbagliare colore. C’erano automobili improbabili, fuoristrada parcheggiati come animali stanchi dopo una giornata di caccia, e fontane incastrate in piccoli paradisi artificiali che sputavano acqua con l’entusiasmo di chi non ha ancora imparato la parola “moderazione”.
E c’era un uomo che si lasciava baciare da un pappagallo con più trasporto, più abbandono, più fottuta sincerità di quanto molte coppie riescano a dimostrarsi dopo dieci anni di matrimonio e due mutui. L’ho fotografato ridendo da solo come un idiota, e in quella risata solitaria — che nessuno ha sentito, che nessuno ha condiviso — c’era comunque qualcosa di pieno. Certe gioie non hanno bisogno di testimoni per essere vere. Anzi, forse sono le uniche vere.
E poi c’erano i muri.
In Messico i muri non sembravano voler stare zitti. Avevano colori, scritte, animali, divinità, facce — cicatrici trasformate in dichiarazioni. Anche quando cadevano a pezzi avevano ancora qualcosa da dire, e lo dicevano forte, senza chiedere scusa per l’intonaco scrostato. Da noi li avremmo ridipinti di grigio, installato una telecamera, e appeso un cartello con scritto “proprietà privata” — come se il silenzio fosse decoro, e non semplicemente paura travestita da buone maniere.
Lì diventavano pelle. Memoria. Sfogo.
E io, guardandoli, ho sentito qualcosa che assomigliava a un riconoscimento — come guardare una cicatrice su un corpo che non è il tuo, e sentirla comunque, per un secondo, sulla tua stessa pelle.
Forse fotografare significa proprio questo: prestare attenzione alle cose che non hanno nessuna intenzione di mettersi in posa. E lasciare che quelle cose, per una frazione di secondo, ti guardino a loro volta.
Mi chiedevo che cosa stessi cercando.
Una risposta? Una storia? Una scusa abbastanza elegante per continuare a camminare con una macchina fotografica in mano e fingere che la mia confusione fosse ricerca artistica, invece che semplice, banalissima paura di fermarmi e sentire cosa c’era sotto?
Probabilmente tutte e tre. Con un margine generoso per la terza.
Poi arrivò la pietra.
Chichén Itzá non aveva bisogno di presentazioni. Se ne stava lì da secoli, con la serenità arrogante di ciò che ci sopravvivrà comunque, che tu la fotografi bene o male, che tu ci creda o no. Il cielo si accumulava sopra El Castillo, e le nuvole sembravano essersi riunite apposta per assistere a qualcosa che noi esseri umani avevamo dimenticato da troppo tempo — e che, in fondo, forse abbiamo smesso di meritarci.
La guida — un uomo con la pelle cotta dal sole e gli occhiali spinti sulla fronte — a un certo punto abbassò la voce, come si fa per raccontare un segreto, anche se probabilmente lo ripeteva venti volte al giorno a venti gruppi diversi di turisti col naso all’insù. Mi disse che c’è chi, da queste parti, non crede che sia stata soltanto gente come noi a costruire tutto questo. Mi parlò di allineamenti troppo precisi per essere casuali, di conoscenze astronomiche arrivate — a sentir lui — da un altrove, di storie tramandate su visitatori scesi dal cielo molto prima che qualcuno inventasse la parola “alieno” per definirli.
Non so se ci credo.
Probabilmente si, se devo essere onesto e abbassare per un secondo la macchina fotografica dalla faccia. Gli archeologi hanno le loro risposte, i libri hanno le loro date, e la storia dei Maya non ha bisogno di navicelle spaziali per essere la storia più incredibile mai scritta su questo pezzo di terra.
Ma per un secondo, lassù, con quel cielo che sembrava tenersi pronto a dire qualcosa, ho lasciato che il dubbio restasse aperto. Perché forse il punto non è se sia arrivato qualcuno dalle stelle a insegnarci come impilare pietre fino a graffiare il cielo.
Il punto è che, alieni o no, qualcuno ci ha creduto abbastanza da provarci. Ha alzato la testa, ha guardato in alto, e ha deciso che valeva la pena passare una vita — o dieci generazioni di vite — a costruire una scala che quasi nessuno di loro avrebbe mai percorso fino in cima.
E se un gruppo di uomini a mani nude, senza metallo, senza ruote, con solo la fede, la matematica e una cazzo di ostinazione feroce, è riuscito a fare questo — allora qual è la mia scusa per la cosa piccola, piccolissima, che sto rimandando ormai da mesi?
La fotografai da più angolazioni.
Non perché la piramide cambiasse, ma perché cambiavo io mentre le giravo intorno, col sudore che mi colava lungo la schiena e le gambe che protestavano per la salita, e qualcosa dentro il petto che si stava lentamente riorganizzando, spostando mobili che stavano lì da anni senza che io ci facessi più caso.
È questo che fanno certi luoghi: rimangono immobili e lasciano a te tutto il lavoro. Ti costringono a spostarti, ad abbassarti, ad avvicinarti, a cercare un punto di vista diverso — esattamente come la vita, soltanto con meno cazzate motivazionali stampate sopra una tazza da colazione.
A ogni nuova inquadratura la pietra sembrava ripetere la stessa cosa, senza pietà e senza rancore, con la calma di chi non ha nessun bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare:
Tu passerai. Io resterò.
Almeno per un altro po’, naturalmente. Perché anche gli dèi finiscono a fare i conti con l’umidità, le radici, il turismo organizzato e la stupidità umana in infradito.
Le scalinate salivano verso il cielo come se qualcuno, molto tempo prima, avesse davvero creduto che bastasse costruire abbastanza in alto per avvicinarsi al divino. Noi continuiamo a farlo ancora oggi. Soltanto che abbiamo sostituito i templi con grattacieli, conti correnti e profili social ottimizzati per sembrare più felici di quanto siamo. Gli antichi sacrificavano qualcuno agli dèi; noi sacrifichiamo noi stessi a un algoritmo, e ci consideriamo pure evoluti per averlo fatto volontariamente.
Le colonne spuntavano dalla vegetazione come denti consumati da un sorriso troppo lungo. Le radici avanzavano tra le rovine con la pazienza di chi sa già come andrà a finire e non ha nessuna fretta di arrivarci. Un’iguana si prendeva il sole proprio davanti alla piramide, senza mostrare la minima soggezione per tremila anni di storia ammassati a due metri da lei.
Probabilmente aveva capito tutto, quella lucertola. Molto più di me, di certo.
Noi ci affanniamo per lasciare un segno. Costruiamo, conquistiamo, accumuliamo, incidiamo il nostro nome ovunque possibile perché l’idea di scomparire ci terrorizza fino alle ossa. Poi arriva una lucertola, si mette placidamente davanti a ciò che resta di un’intera civiltà, e ci ricorda — senza nemmeno guardarci — che alla natura non frega assolutamente niente del nostro curriculum, dei nostri follower, del nostro conto in banca.
In mezzo a quelle pietre ho sentito il peso del tempo addosso, fisicamente, come una mano ferma sulla nuca. Ma non l’ho sentito come qualcosa di triste.
Era quasi liberatorio. Mi tremavano un po’ le mani, e non era per la salita.
Se tutto è destinato a diventare rovina — anche questo, anche noi, anche le foto che sto scattando in questo preciso istante — allora possiamo anche smetterla di pretendere che ogni scelta debba essere perfetta. Possiamo concederci di vivere, sbagliare, desiderare cose sbagliate al momento sbagliato, cambiare direzione senza doverci una spiegazione a nessuno. Prima o poi saremo tutti archeologia, polvere sotto le scarpe di qualcun altro, e nessuno — vi prometto nessuno — troverà tra le nostre ossa la mail alla quale non abbiamo risposto in tempo.
Ci ho pensato scendendo, un gradino alla volta, con quel misto di gambe molli e testa leggera che di solito arriva solo dopo il terzo bicchiere, o dopo aver pianto per una ragione che fatichi a spiegare anche a te stesso.
Dopo la pietra tornarono le strade.
Valladolid aveva il passo più lento, le facciate colorate e le ombre lunghe sotto i portici, di quelle ombre che a una certa ora del pomeriggio sembrano allungarsi apposta per prenderti per mano. La chiesa si alzava sopra la città con quella severità da vecchio parente cattolico che sa benissimo che hai peccato, anche se non possiede ancora le prove — e che comunque ti guarda come se le prove, prima o poi, gliele porterai tu stesso, per stanchezza.
C’erano Calle 42, le arcate, le fontane, i balconi e i selciati consumati da chissà quanti passi prima del mio. C’era un vecchio Maggiolino Volkswagen che attraversava una strada come se non fossero passati decenni, come se il tempo in certi posti non avanzasse in linea retta ma preferisse fare qualche giro dell’isolato, fumando una sigaretta, prima di decidere se valesse la pena continuare.
C’erano donne sedute contro i muri con i loro abiti tradizionali, che parlavano piano tra loro senza fretta di essere ascoltate da nessun altro. Uomini che aspettavano — non so cosa, forse nemmeno loro lo sapevano più con precisione. Persone che parlavano sotto i portici, ridevano, si scambiavano notizie che non mi riguardavano e che per questo mi sembravano ancora più preziose.
Nessuno sembrava particolarmente interessato a diventare il protagonista della mia fotografia, e proprio per questo finiva sempre per esserlo.
La vita urbana non era uno spettacolo preparato per me.
Io ero soltanto quello che passava. E in quell’anonimato, per la prima volta da settimane, non mi sono sentito invisibile. Mi sono sentito, semplicemente, al sicuro. Come si sente al sicuro un sasso in mezzo a un fiume: non al centro di niente, ma nemmeno portato via.
Poi vidi quella scena.
Un uomo anziano era seduto all’ombra di un portico, con un bicchiere in mano e tutta la stanchezza del mondo distribuita sulle spalle. Davanti a lui si era fermata una donna. Portava con sé una grossa busta trasparente e non aveva certamente l’aria di qualcuno a cui la vita avesse consegnato una carta di credito senza limite.
Non so esattamente che cosa si siano detti.
Non so se gli abbia lasciato una moneta, del cibo, un oggetto o soltanto qualche parola. La fotografia non possiede l’audio e, per fortuna, non ha sempre il dovere di fornire prove. Ma il gesto era lì: una persona che non sembrava avere molto si era fermata davanti a un’altra che aveva ancora meno.
Nel frattempo, alle loro spalle, le automobili continuavano a passare.
Il mondo correva e loro restavano fermi.
Non voglio santificare la povertà. La povertà fa schifo. Toglie libertà, possibilità, dignità e futuro. Non c’è niente di romantico nel non sapere come arrivare a domani, e qualsiasi poeta tenti di farvene una bella metafora probabilmente scrive da una casa riscaldata con il frigorifero pieno.
Ma quella scena diceva qualcosa che noi, nel nostro Occidente profumato di sicurezza e solitudine, abbiamo dimenticato.
La solidarietà non è sempre il ricco che concede una briciola del proprio superfluo. A volte è qualcuno che conosce la mancanza e proprio per questo riconosce quella degli altri. È una persona precaria che si ferma davanti a un’altra persona precaria e, per un istante, decide che la miseria non deve necessariamente trasformarsi in indifferenza.
Noi abbiamo videocitofoni, tre serrature, sistemi d’allarme e corsi online che ci insegnano l’empatia in dodici comode lezioni.
Loro, in quella fotografia, avevano un portico, un bicchiere e un gesto.
E forse avevano capito qualcosa che a noi continua a sfuggire.
Abbiamo imparato a difendere tutto: la proprietà, il tempo, lo spazio personale, il posto in fila, il parcheggio e perfino il diritto di non essere disturbati dalla sofferenza altrui. Abbiamo trasformato il “non è un problema mio” in una filosofia di vita. Poi ci chiediamo perché ci sentiamo soli mentre ordiniamo l’ennesimo oggetto inutile consegnato in giornata.
Col cazzo che ci fermiamo.
Abbassiamo gli occhi, acceleriamo il passo e ci raccontiamo che non possiamo salvare tutti. Che è vero, naturalmente. Non possiamo salvare tutti.
Ma potremmo almeno vederli.
Qualche fotografia più tardi, la città ricominciò a correre.
Un carro attrezzi passò davanti a me mentre le altre automobili si scioglievano in strisce di movimento. Seguii il mezzo con la macchina fotografica, cercando di trattenerlo nel fotogramma mentre tutto il resto diventava rumore.
Dentro la cabina, l’autista si voltò.
Mi guardò.
Io stavo fotografando lui e lui, in qualche modo, stava fotografando me con gli occhi.
Durò una frazione di secondo. Nessun saluto, nessuna presentazione, nessun bisogno di conoscere i rispettivi nomi. Lui continuò lungo la sua strada e io lungo la mia. Ma in quell’istante la frenesia si fermò.
Non realmente, certo.
Le automobili continuarono a muoversi, la gente ad attraversare, i motori a bruciare benzina e il tempo a fare il suo sporco mestiere. Eppure, in mezzo a tutto quello, due sconosciuti si erano accorti l’uno dell’altro.
Vi ricordate l’ultima volta in cui avete davvero guardato uno sconosciuto?
Non per giudicarlo, desiderarlo, temerlo o capire se avrebbe liberato il parcheggio. Guardarlo e basta. Riconoscere per un istante che dentro quel corpo in movimento c’era una vita intera, con problemi, amori, bollette, paure e qualche sogno probabilmente lasciato troppo a lungo nel cassetto.
Nel nostro mondo abbiamo confuso la velocità con l’importanza.
Corriamo perché fermarci potrebbe costringerci a sentire qualcosa. Attraversiamo le città con gli auricolari, lo sguardo sul telefono e l’espressione di chi ha una missione fondamentale, anche quando stiamo soltanto andando a comprare il detersivo.
Quell’uomo invece mi vide.
Nonostante il traffico. Nonostante il lavoro. Nonostante tutto si stesse muovendo.
E io vidi lui.
Forse l’attenzione è l’ultima forma di intimità possibile tra due sconosciuti.
Forse fotografare non significa prendere qualcosa a qualcuno, come spesso si dice. Forse, quando viene fatto con onestà, significa restituirgli per un istante il diritto di esistere. Dirgli: ti ho visto. Eri qui. Per una frazione di secondo il mondo non è riuscito a cancellarti.
Fu questo il Messico del mio arrivo.
Non soltanto il mare di Playa del Carmen, non soltanto la pietra di Chichén Itzá, non soltanto le facciate colorate e le chiese di Valladolid. Fu il modo in cui tutte queste cose riuscivano a vivere contemporaneamente: la bellezza e la povertà, le rovine e il traffico, gli dèi morti e gli uomini ancora ostinatamente vivi.
Il colore non serviva a nascondere le crepe.
Le rendeva parte del disegno.
La pietra non raccontava soltanto il passato.
Mi ricordava quanto fossi provvisorio.
E le persone non erano comparse dentro il mio viaggio.
Erano il viaggio.
Io ero arrivato con una macchina fotografica e la presunzione silenziosa di voler osservare quel mondo. Poi quel mondo si voltò, dalla cabina di un camion in movimento, e osservò me.
Credo che il viaggio sia cominciato davvero in quel momento.
Quando smisi di domandarmi che cosa avrei portato via dal Messico e cominciai a chiedermi che cosa il Messico avrebbe lasciato dentro di me.
La risposta non arrivò subito.
Arrivarono altre strade, altre fotografie e il mare.
Ma quello appartiene al prossimo capitolo.