D’estate, dalle mie parti, la libertà ha un orario preciso.
Comincia più o meno quando la sveglia non suona per andare al lavoro e finisce nel tardo pomeriggio, quando migliaia di persone raccolgono asciugamani, bambini, borse frigo, ombrelloni e quel poco di dignità rimasto dopo otto ore passate a sudare accanto a perfetti sconosciuti.
Poi tutti di nuovo in macchina.
Tutti nella stessa direzione.
Tutti fermi.
È il grande esodo della domenica, solo con meno profeti e molte più rotonde.
Durante la settimana ci chiudiamo negli uffici, nelle fabbriche, nei negozi, nei capannoni e in tutte quelle altre eleganti varianti moderne della gabbia. Produciamo. Rispondiamo. Consegniamo. Fingiamo interesse durante conversazioni che non ricorderemo nemmeno il tempo di arrivare al parcheggio.
Poi arriva il fine settimana e qualcuno, da qualche parte, dà il segnale.
*Mare.*
E noi partiamo.
Non importa che esista una sola strada decente per arrivarci, progettata probabilmente quando la popolazione locale era composta da centocinquanta persone, tre biciclette e una vacca particolarmente ambiziosa. Ci infiliamo tutti lì dentro, incolonnati, con i finestrini chiusi e l’aria condizionata puntata in faccia, pronti a trascorrere due ore nel traffico per conquistare il privilegio di sdraiarci a quaranta centimetri da una famiglia che ascolta musica dal telefono.
La libertà, evidentemente, ha bisogno di prenotazione.
E sia chiaro: io al mare ci vado.
Lo adoro.
È vicino, costa relativamente poco e ha quella magnifica capacità di farti credere che la tua vita sia più grande del parcheggio in cui hai lasciato l’auto. Ci vado con gli amici. Bevo qualcosa. Rido. Entro in acqua. Guardo le donne, perché sono ancora vivo e non vedo ragioni convincenti per fingere il contrario.
Sto bene.
Ed è proprio questo il problema.
Perché il meccanismo funziona.
Il mare ti accoglie anche quando arrivi incazzato dopo una coda interminabile. Non ti chiede il curriculum, non vuole sapere quanto guadagni e non gli interessa se lunedì mattina dovrai tornare in un posto che detesti. Fa quello che ha sempre fatto: si muove avanti e indietro con una calma quasi offensiva, mentre noi ci agitiamo sulla riva come formiche convinte che il mondo dipenda dalle loro email.
Sulla spiaggia siamo tutti lì.
Corpi cotti dal sole.
Bambini che urlano.
Coppie che non hanno più niente da dirsi ma possiedono ancora due lettini vicini.
Ragazzi che si fotografano mentre si divertono, perché divertirsi senza prove ormai sembra quasi un’attività clandestina.
Uomini di mezza età con lo sguardo perso verso l’orizzonte e la pancia finalmente libera da cinture, riunioni e buone maniere.
Per qualche ora sembriamo vivi.
O perlomeno facciamo un’imitazione piuttosto convincente.
La cosa curiosa è che chiamiamo tutto questo “evasione”.
La parola è perfetta.
Perché si evade sempre da qualcosa.
Da una prigione.
Da una responsabilità.
Da una vita che ci siamo costruiti con tale cura da sentire il bisogno di scapparne appena ci concedono quarantotto ore di permesso.
E allora viene spontanea una domanda poco elegante: se ogni settimana aspettiamo disperatamente di fuggire dalla nostra vita, forse il problema non è il lunedì.
Forse è la vita.
Ma questo genere di pensieri rovina l’abbronzatura, quindi è meglio ordinare un altro spritz e parlare del meteo.
Il pomeriggio intanto scivola via.
La folla occupa ogni metro di sabbia come un esercito disorganizzato. Si cammina evitando palloni, passeggini, ciabatte, cani, venditori ambulanti e anziani che avanzano verso il mare con la determinazione di chi ha già sconfitto problemi peggiori.
Da lontano sembra quasi una città costruita in poche ore.
Una città senza muri, però.
O forse con muri invisibili.
Ombrellone numero diciannove. Lettino numero ventidue. Parcheggio a pagamento. Pranzo alle tredici. Rientro prima che il traffico diventi ingestibile, cioè esattamente nello stesso momento in cui altre cinquantamila persone hanno avuto la medesima brillante intuizione.
Siamo liberi, certo.
Liberi di scegliere in quale punto dell’imbuto metterci in coda.
Poi arriva il crepuscolo.
Ed è lì che il mare diventa davvero bello.
Quando la gente comincia ad andarsene, le voci si abbassano e la spiaggia lentamente restituisce tutto ciò che aveva inghiottito durante il giorno. Restano impronte, castelli crollati, buche abbandonate, bottiglie dimenticate e qualche coppia che cammina sul bagnasciuga fingendo di non sapere che anche quel momento finirà.
I chioschi chiudono.
Le bandiere continuano a muoversi.
L’acqua si prende nuovamente lo spazio che le avevamo concesso in prestito.
E quel luogo, fino a pochi minuti prima soffocato da corpi, rumore e crema solare, torna improvvisamente immenso.
Quasi vuoto.
Quasi sincero.
È una trasformazione brutale.
Di giorno la spiaggia sembra una fiera della specie umana. Al tramonto ricorda che di tutta quella confusione non resterà un cazzo.
Il mare era lì prima di noi.
Sarà lì dopo.
Noi siamo solo la folla del turno pomeridiano.
E mentre gli ultimi raccolgono le loro cose e si avviano verso le automobili, comincia il rituale del ritorno.
Le code.
I clacson.
Il bambino addormentato sul sedile posteriore.
La sabbia ovunque.
La radio che parla già della settimana in arrivo, perché perfino la domenica sera qualcuno sente il bisogno di ricordarti che la licenza è quasi scaduta.
Lunedì torneremo ai nostri posti.
Rimetteremo le scarpe chiuse.
Accenderemo i computer.
Chiederemo ai colleghi com’è andato il weekend, e loro risponderanno “bene” con quella rassegnazione educata di chi sa che la domanda non richiede una risposta vera.
Poi aspetteremo di nuovo.
Il prossimo venerdì.
La prossima estate.
La prossima fuga.
Forse non c’è nulla di male.
Forse la vita è anche questo: sopportare certe gabbie grazie alla promessa di qualche ora davanti al mare. Non tutti possono mollare tutto, comprare una barca e diventare misteriosi quarantenni abbronzati con un passato che nessuno osa chiedere.
Io per primo continuerò ad andarci.
Continuerò a bestemmiare nel traffico e, appena vedrò l’acqua, dimenticherò quasi tutto.
Perché il mare è un meraviglioso figlio di puttana.
Sa perfettamente che torneremo.
Non importa quanto sia piena la spiaggia, quanto sia lunga la strada o quanto sia assurdo comprimere l’idea di libertà tra un casello e un parcheggio.
Torneremo perché, anche stipati gli uni accanto agli altri, davanti a quella distesa azzurra riusciamo ancora a sentire qualcosa che assomiglia allo spazio.
E magari è poco.
Magari è solo una pausa ben confezionata prima di tornare alla normalità.
Ma quando il sole scende, la folla sparisce e restano soltanto il vento, le onde e qualche ultima figura sulla riva, per un momento viene da pensare che una via d’uscita esista davvero.
Il problema è che lunedì mattina non sappiamo più dove cazzo l’abbiamo vista.