Egitto, capitolo II — Marsa Alam di giorno e il privilegio di poter sbagliare
La notte precedente avevo lasciato i miei desideri al mare.
Il mare non me li aveva restituiti.
La mattina dopo, Marsa Alam mi presentò il conto.
Non arrivò dentro una busta.
Non aveva carta intestata, coordinate bancarie o una scadenza stampata in rosso sotto qualche minaccia scritta in caratteri abbastanza piccoli da sembrare legale.
Aveva il volto di uomini appesi a un’impalcatura.
Le mani sporche di vernice.
I piedi sopra assi di legno.
La schiena piegata.
E, cosa ancora più difficile da sopportare, il sorriso.
Il primo capitolo era stato una preghiera.
Il secondo fu una fattura.
La città cominciò lontano dalla città.
Terra.
Pietre.
Antenne.
Una linea di mare appena visibile dietro un paesaggio che sembrava essere stato raschiato fino all’osso.
Non c’erano alberi abbastanza grandi da nascondere qualcosa. Nessun bosco, nessuna nebbia, nessuna vegetazione disposta a rendere più morbido il confine tra ciò che esisteva e ciò che mancava.
Il deserto non possiede diplomazia.
Mostra tutto.
Il vuoto.
Le strade.
Le costruzioni isolate.
Le torri che permettono ai telefoni di funzionare anche nel mezzo del nulla, perché evidentemente l’umanità può rinunciare all’acqua, all’ombra e talvolta alla dignità, ma non a controllare chi abbia visualizzato una storia su Instagram.
In lontananza c’era il mare.
Il giorno prima lo avevo osservato come una divinità.
Da lì sembrava soltanto una striscia blu dietro un parcheggio incompleto.
Anche gli dèi, se guardati dal retro, perdono parecchio fascino.
Due cammelli camminavano lungo l’asfalto.
Portavano selle colorate e quella consueta espressione da impiegati pubblici ai quali sia stato chiesto di fare qualcosa cinque minuti prima della pausa pranzo.
Dietro di loro c’erano costruzioni bianche, cupole, il mare.
Accanto passavano veicoli.
Secoli differenti costretti a condividere la stessa carreggiata.
L’Egitto aveva attraversato faraoni, imperi, religioni, guerre e invasioni per arrivare finalmente al momento storico in cui un cammello può essere sorpassato da un pulmino pieno di turisti che fotografano il cammello attraverso un vetro sporco.
Il progresso è una faccenda complicata.
Poco più avanti, un quad percorreva una strada sterrata.
Piccolo dentro una distesa enorme.
All’inizio sembrava un giocattolo dimenticato nel paesaggio da un bambino gigantesco. Poi vidi che sopra c’era davvero qualcuno, inghiottito dalle dimensioni della terra.
Le strade non conducevano sempre verso qualcosa.
Alcune sembravano tracciate soltanto per impedire al deserto di avere l’ultima parola.
Una curva.
Un’altra.
Asfalto che compariva, scompariva e ricominciava più avanti.
Noi costruiamo strade perché il vuoto ci mette a disagio.
Abbiamo bisogno di linee.
Frecce.
Cartelli.
Qualcuno che ci dica dove girare.
Il deserto, invece, non suggerisce niente.
Puoi andare in ogni direzione.
È precisamente questo il problema.
La libertà assoluta suona magnificamente finché non ti accorgi che nessuno verrà a spiegarti che cazzo farne.
Salii sopra un mezzo.
Da quel momento Marsa Alam cominciò ad apparire attraverso i finestrini.
Camion.
Pulmini.
Motociclette.
Strade.
Uomini che parlavano ai conducenti appoggiandosi alle portiere, come se ogni viaggio dovesse cominciare con una trattativa, un’informazione scambiata o almeno una conversazione abbastanza lunga da far dimenticare perché ci si fosse fermati.
Un uomo attraversava il parcheggio tenendo una bottiglia in mano.
Dietro di lui aspettavano veicoli bianchi, carichi sopra il tetto, portiere aperte e conducenti che sembravano sapere esattamente dove andare.
Io continuavo a cercare una missione nella vita.
Loro riuscivano almeno a trovare la strada per il prossimo villaggio.
Mi sembrò già un vantaggio considerevole.
Sul cruscotto del mezzo c’erano un piccolo astronauta con la bandiera egiziana e una specie di animale di peluche che emergeva appena dietro il sedile.
Un universo tascabile.
Il deserto fuori.
Lo spazio dentro.
Mi colpì quell’astronauta.
Portava casco, tuta e protezioni.
Era alto forse dieci centimetri e probabilmente fu la persona meglio equipaggiata che vidi durante l’intera giornata.
Gli esseri umani personalizzano tutto.
Un camion.
Un cruscotto.
Una parete.
Un secchio.
Se il mondo insiste nel trattarti come una comparsa, tu appendi qualcosa, dipingi un nome, incolli un’immagine e dici: questo pezzo di caos è mio.
Non serve che sia elegante.
L’eleganza è una preoccupazione di chi possiede già abbastanza spazio da potersi permettere il minimalismo.
Quando hai poco, riempi.
Colori.
Portafortuna.
Fotografie.
Frange.
Animali di plastica.
Un astronauta egiziano che oscilla sopra una strada piena di buche.
Non è cattivo gusto.
È una dichiarazione di proprietà.
Forse non possiedo il mondo, ma questo cruscotto sì.
L’autista guidava.
Ogni tanto parlava.
Ogni tanto prendeva il telefono.
Fuori, la strada attraversava montagne nude e distese di ghiaia. Un camion arrivava dalla direzione opposta. Una motocicletta procedeva davanti a noi. I pali dell’elettricità marciavano attraverso il deserto con la disciplina di un esercito molto magro.
Il telefono rimaneva nella mano del conducente.
Guardava la strada.
Guardava lo schermo.
Tornava alla strada.
Il codice della sicurezza stradale, nel frattempo, aveva probabilmente chiesto asilo politico in Europa.
Eppure il mezzo avanzava.
Io fotografavo.
Non so quale dei due stesse compiendo l’attività più idiota.
Lui almeno doveva portarci da qualche parte.
Io rischiavo un frontale per ottenere una buona composizione del parabrezza.
Sul ciglio trovai un enorme pneumatico abbandonato.
Era appoggiato nella sabbia come il resto di una creatura meccanica estinta. Dietro passava un camion.
Qualcosa aveva continuato il viaggio senza di lui.
Mi domandai quante cose lasciamo lungo la strada perché non servono più alla versione di noi che sta proseguendo.
Amicizie.
Promesse.
Ideali.
Pezzi di carattere.
Qualche volta perfino persone.
Continuiamo a muoverci e chiamiamo crescita tutto ciò che abbiamo dovuto abbandonare per non fermarci.
Il pneumatico rimase lì.
Non aveva una storia triste.
Era gomma.
Sono io quello che non riesce a incontrare un rifiuto nel deserto senza attribuirgli problemi di abbandono.
Più avanti c’erano scarti, legno, metallo e resti di qualcosa che forse era stato smontato, costruito o semplicemente dimenticato.
Una persona camminava in mezzo a quel materiale.
Non sapevo che cosa cercasse.
Non sapevo se stesse lavorando.
Il deserto possiede una particolare capacità di far sembrare ogni oggetto definitivo.
Una bottiglia vuota in città è spazzatura.
Una bottiglia vuota nel deserto sembra la prova di un crimine.
Un edificio portava ancora l’insegna di una farmacia.
*Grand Apotheke.*
Parole importanti sopra una struttura chiusa, scolorita e circondata dalla polvere.
Sembrava la promessa di una cura formulata da qualcuno che se n’era andato prima dell’arrivo dei pazienti.
Mi fece sorridere.
C’era qualcosa di perfettamente umano in quella presunzione: costruire una farmacia nel mezzo del nulla e chiamarla pure *Grand*.
Non una farmacia qualunque.
Una grande farmacia.
La civiltà può anche crollare, ma il marketing deve mantenere un certo standard.
Poco dopo incontrai gli uomini sull’impalcatura.
Uno era arrampicato lungo la parete.
Nessun casco.
Nessuna cintura.
Nessuna imbracatura.
Nessuna scarpa progettata da un’azienda tedesca dopo diciassette anni di ricerca sulla stabilità della caviglia.
C’erano tubi di metallo.
Assi di legno.
Una corda.
E il suo corpo.
Tutto il sistema di sicurezza consisteva nel fatto che lui cercasse di non cadere.
Lo fotografai dal basso.
Si affacciò.
Mi vide.
E sollevò il pollice.
Sorrideva.
Il gesto universale per dire che andava tutto bene.
Oppure che aveva visto la macchina fotografica.
Oppure che, per quei cinque secondi, aveva deciso di concedermi un’immagine diversa dalla fatica.
Non lo sapevo.
Una fotografia registra un centesimo di secondo e poi pretende di testimoniare una vita intera.
È una piccola arrogante figlia di puttana.
Un altro uomo lavorava poco distante.
Vestiti coperti di polvere.
Un secchio.
La vernice.
Le mani.
Sotto di lui, il vuoto.
Anche lui mi guardò.
Anche lui sorrise.
Poi si sedette sopra un’asse larga quanto la pazienza rimasta a Dio dopo aver creato l’umanità.
Aveva una postura tranquilla.
Un piede appoggiato.
Il corpo abituato a stare dove io avrei richiesto una piattaforma certificata, tre parapetti, un’assicurazione sulla vita e forse anche mia madre sotto a pregare.
Scattai ancora.
La luce era perfetta.
Il cielo blu.
Le pareti chiare.
La polvere sui vestiti.
Il volto aperto.
Fotograficamente era bellissimo.
Ed era proprio questo a mettermi a disagio.
La bellezza sa rendere accettabile quasi tutto.
Una guerra con la luce giusta diventa una fotografia premiata.
La povertà dentro una buona composizione diventa autenticità.
Un uomo sopra un’impalcatura pericolosa, se sorride, diventa immediatamente la prova che si possa essere felici con poco.
È una delle nostre frasi preferite.
“Non hanno niente, ma sorridono.”
La pronunciamo con una specie di sollievo spirituale, come se la felicità degli altri potesse assolverci dalle condizioni nelle quali sono costretti a cercarla.
Non hanno niente, ma sorridono.
Perfetto.
Allora forse non serve che abbiano di più.
Non hanno protezioni, ma sorridono.
Magnifico.
Allora la sicurezza diventa un capriccio occidentale.
Sono poveri, ma sembrano felici.
Che culo.
Possiamo continuare a fotografarli senza sentirci troppo in colpa.
No.
Un sorriso non è un certificato di benessere.
Non misura la serenità di una persona, la qualità della sua casa o la paura con cui sua moglie lo aspetta quando lavora a diversi metri da terra sopra un pezzo di legno.
La felicità non si diagnostica dai denti.
Forse quegli uomini erano felici.
Forse avevano famiglie che amavano.
Forse ridevano continuamente.
Forse quella giornata era persino piacevole.
Ma il loro sorriso non rendeva sicura l’impalcatura.
Non trasformava la necessità in una scelta.
Non cancellava la differenza tra il loro corpo e il mio.
Io possedevo una macchina fotografica che costava probabilmente più di quanto loro avrebbero guadagnato in più di un anno di lavoro.
Avevo obiettivi.
Batterie di riserva.
Schede di memoria duplicate.
Una volta tornato, avrei archiviato quelle immagini sopra diversi dischi.
Forse due.
Forse tre.
Perché un fotografo serio deve sempre avere un backup.
Loro, invece, avevano una sola schiena.
Una sola testa.
Due gambe senza copie di sicurezza.
Io avrei potuto perdere una fotografia e recuperarla dal NAS.
Se uno di loro fosse caduto, nessun tecnico avrebbe ricostruito il file originale.
Fu lì che capii qualcosa che non avevo mai formulato con chiarezza.
La povertà non è soltanto possedere meno.
È avere meno margine d’errore.
Un ricco può fare una scelta sbagliata e chiamarla esperienza.
Può perdere denaro e ricominciare.
Può interrompere un lavoro, cambiare città, pagare un avvocato, curarsi in una clinica, restare qualche mese senza produrre niente e annunciare di essersi preso un periodo per ritrovare sé stesso.
Un povero sbaglia un passo e può perdere la gamba con cui guadagnava da mangiare.
La differenza non è soltanto ciò che abbiamo.
È quante volte possiamo permetterci di cadere.
Io avevo avuto seconde possibilità.
Anche terze.
Probabilmente qualcuna l’avevo sprecata proprio perché sapevo, in qualche parte nascosta di me, che ne sarebbe arrivata un’altra.
Quando il mondo attutisce abbastanza spesso le conseguenze, continui a saltare dal divano convinto che qualcuno abbia sistemato dei cuscini sul pavimento.
Quegli uomini non avevano cuscini.
Avevano imparato a non cadere.
Non era una superiorità morale.
Non erano più saggi perché rischiavano di spezzarsi il collo.
La necessità non rende migliori.
Rende necessari.
È una differenza che noi viaggiatori dimentichiamo quando trasformiamo la sopravvivenza altrui in un corso intensivo sulla gratitudine.
Mi accorsi di essere combattuto.
Una parte di me voleva denunciare ciò che vedeva.
Un’altra era attratta dalla forza delle immagini.
È il problema della fotografia documentaria.
Ti trovi davanti a qualcosa di ingiusto e, nello stesso momento in cui provi disagio, una voce professionale dentro la testa sussurra:
Bella luce.
Ottima geometria.
Aspetta che si giri.
Perfetto.
Scatta.
È una voce utile.
È anche una stronza.
Il fotografo può preoccuparsi sinceramente per una persona e continuare a cercare l’inquadratura migliore del suo rischio.
La compassione non spegne automaticamente l’esposimetro.
E allora che cosa stavo facendo?
Testimoniavo?
Rubavo?
Rendevo visibili quegli uomini oppure li trasformavo in materiale per il mio racconto?
Probabilmente tutte queste cose insieme.
Le intenzioni pure appartengono ai santi, ai bugiardi e alle biografie autorizzate.
Io non ero nessuno dei tre.
Non potevo salvarli.
La macchina fotografica non era un’ambulanza.
Non poteva costruire un parapetto.
Non poteva offrire un contratto migliore.
Non poteva afferrare un uomo durante una caduta.
Poteva soltanto dire: questo è esistito.
Questi uomini erano qui.
Queste erano le condizioni.
Questi erano i loro volti.
E sorridevano, sì.
Ma il sorriso apparteneva a loro.
Non era la nostra assoluzione.
Ho sempre sopportato male l’impotenza.
Vedere qualcosa che non va risveglia immediatamente quella parte maschile, stupida e ben intenzionata che vuole intervenire, proteggere, aggiustare, trovare una soluzione entro la fine dell’episodio.
Vorremmo essere l’uomo che arriva.
Quello che sa cosa fare.
Quello abbastanza forte da spostare il problema, abbastanza ricco da pagarlo o abbastanza importante da telefonare alla persona giusta.
Poi la vita ci mette davanti a situazioni nelle quali non abbiamo potere.
Non siamo eroi.
Siamo testimoni.
E testimoniare sembra troppo poco.
Quasi una forma elegante di codardia.
Ma forse non tutto ciò che non possiamo salvare deve essere abbandonato al silenzio.
Forse esiste una responsabilità più piccola e meno cinematografica.
Guardare senza mentire.
Non trasformare la sofferenza in folklore.
Non utilizzare la dignità degli altri per sentirci spiritualmente più evoluti.
E soprattutto non scambiare un sorriso per il permesso di voltare la testa.
Un camion cisterna era parcheggiato vicino a un muro.
Blu.
Rosso.
Bianco.
Decorato con scritte, disegni e perfino il nome Mercedes-Benz, perché anche un mezzo da lavoro coperto di polvere conserva il diritto di avere ambizioni estetiche superiori alle proprie condizioni meccaniche.
Un uomo era seduto sopra la cisterna.
Sorrideva.
Il camion sembrava vestito per una festa alla quale nessuno aveva invitato il buon gusto.
Era meraviglioso.
Noi immaginiamo la povertà priva di bellezza.
Come se il colore arrivasse soltanto dopo aver soddisfatto tutti i bisogni primari e ottenuto l’approvazione del commercialista.
Ma gli uomini decorano prima ancora di essere al sicuro.
Disegnano sopra i camion.
Appendono oggetti ai cruscotti.
Dipingono le portiere.
Ricamano vestiti.
Non perché la bellezza risolva la fame o impedisca una caduta.
Perché un’esistenza ridotta soltanto alle necessità diventa una prigione.
L’inutile è una forma di resistenza.
Un colore in più.
Una scritta.
Un motivo dipinto sopra una cisterna.
Qualcosa che dica: non sono soltanto il lavoro che faccio.
Vicino alle case c’erano animali.
Un piccolo gatto giocava con una mano.
Si rovesciava nella polvere, afferrava le dita e mostrava i denti minuscoli con la serietà di una bestia feroce che non aveva ancora ricevuto il memorandum relativo alle proprie dimensioni.
La mano che accarezzava il gatto poteva essere la stessa che poche ore dopo avrebbe sollevato un secchio, guidato un camion o sistemato una parete.
Mi ricordò che nessuno è soltanto la propria fatica.
Lavoratore.
Povero.
Muratore.
Autista.
Sono parole utili per ordinare le persone dentro un testo.
Ma una persona non vive dentro una categoria.
Accarezza un gatto.
Racconta una battuta.
Si innamora della persona sbagliata.
Ha paura di qualcosa che non dice.
Conosce una canzone.
Torna a casa.
Perde tempo.
Desidera.
La fotografia rischia continuamente di ridurre una vita al gesto che ha avuto la fortuna di incontrare.
Un muratore rimane muratore per sempre.
Un venditore continua a vendere anche quando la fotografia è appesa sopra una parete dall’altra parte del mondo.
Ma fuori dall’immagine lui si lava.
Mangia.
Dorme.
Forse abbraccia qualcuno.
Forse bestemmia.
Forse sogna un lavoro completamente diverso.
Lo scatto conserva il ruolo.
La persona continua.
Nelle strade passavano vecchi pick-up.
Uomini salivano sul cassone, caricavano recipienti, parlavano dal finestrino e si spostavano da un edificio all’altro.
Le automobili avevano colori scoloriti dal sole, ammaccature e riparazioni che raccontavano una lunga negoziazione con la morte meccanica.
Non erano automobili da collezione.
Nessuno le aveva invecchiate artificialmente per conferire loro carattere.
Avevano semplicemente continuato a servire.
Nel primo capitolo avevo cercato segni nel mare.
Lì i segni erano sopra le carrozzerie.
Graffi.
Ruggine.
Vernice differente.
Ogni riparazione diceva che sostituire non era la prima possibilità.
Forse nemmeno la seconda.
Ma non volevo costruire un’altra teoria romantica sulla virtù degli oggetti vecchi.
Un’automobile scassata non è più autentica.
È soltanto più vicina al momento in cui smetterà di funzionare.
Chi la guida non ha necessariamente rifiutato il consumismo.
Potrebbe semplicemente non potersi permettere niente di meglio.
Anche la necessità può sembrare una filosofia quando la osserviamo dalla distanza giusta.
La strada tornava continuamente.
Asfalto in mezzo alla terra.
Automobili isolate.
Un uccello che attraversava l’inquadratura.
Una freccia enorme indicava una curva, come se l’unica cosa davvero importante fosse impedire agli uomini di proseguire dritti dentro il deserto.
Vidi un piccolo mezzo a tre ruote attraversare la carreggiata carico di qualcosa.
Procedeva lentamente.
Sembrava un incrocio illegale tra una motocicletta, un camion e una decisione presa dopo aver finito i pezzi di ricambio.
Passò lo stesso.
Quasi tutto, lì, sembrava funzionare per ostinazione.
Non con efficienza.
Non con eleganza.
Con ostinazione.
Anche gli esseri umani spesso funzionano così.
Continuiamo non perché siamo guariti, motivati o finalmente in pace con noi stessi.
Continuiamo perché è mattina.
Perché qualcuno ci aspetta.
Perché bisogna comprare il pane.
Perché fermarsi richiederebbe una quantità di energia che non possediamo.
L’ostinazione è la sorella meno fotogenica della speranza.
Non parla di sogni.
Non pubblica frasi motivazionali.
Si alza e mette in moto il catorcio.
Nella sabbia trovai una bottiglia di plastica.
Sopra portava il simbolo della disabilità.
Rimasi a guardarla.
Un simbolo di accessibilità gettato lungo una strada in un luogo nel quale gli uomini lavoravano a piedi nudi sopra assi sospese.
L’ironia, quando vuole, sa essere una bastarda di grande talento.
Avevamo imparato a stampare il simbolo giusto.
Restava da costruire il mondo corrispondente.
Poco più avanti vidi il quad.
Questa volta era vicino alle case.
Un bambino guidava.
Dietro di lui sedeva un altro bambino, aggrappato con una naturalezza che avrebbe provocato un collasso nervoso a qualunque genitore occidentale munito di casco omologato, assicurazione e gruppo WhatsApp della scuola.
Il quad avanzava sulla terra.
Nessuno sembrava particolarmente allarmato.
Per noi un mezzo simile è divertimento.
Un fine settimana.
Un’attività venduta con liberatoria firmata e fotografia finale.
Lì poteva essere anche trasporto.
Abitudine.
Apprendimento.
Non sapevo quale fosse la storia di quei bambini e non volevo dichiararli più liberi soltanto perché disponevano di maggiori possibilità di rompersi un braccio.
La libertà non si misura dalla quantità di pericoli che gli adulti hanno dimenticato di eliminare.
Ma nei loro corpi c’era una competenza precoce.
Il modo di stare sopra il mezzo.
Di guardare avanti.
Di condividere lo spazio.
Forse avevano imparato presto che gli strumenti degli adulti non rimangono giocattoli molto a lungo.
Guardai quel bambino e pensai a me.
Io ero ancora impegnato a capire come diventare adulto senza sentirmi tradito dall’operazione.
Lui guidava già qualcuno.
Era un confronto ingiusto.
L’età non racconta tutto.
Ci sono bambini ai quali la vita concede anni per giocare e adulti ai quali continua a perdonare l’irresponsabilità.
Altri ricevono presto un veicolo, un compito, un fratello da portare e una strada sulla quale non devono sbagliare.
Non significa che siano migliori.
Significa che il margine d’errore è stato distribuito in modo diverso.
Le seconde possibilità non cadono dal cielo in quantità uguali.
Alcuni nascono circondati da reti.
Altri imparano l’equilibrio.
Entrammo in una zona di costruzioni.
Archi di pietra.
Muri incompleti.
Colonne ripetute.
Finestre prive di vetro attraverso le quali apparivano ruspe, pulmini, montagne e altra polvere.
Gli edifici sembravano già antichi prima ancora di essere terminati.
L’Egitto possiede questo talento.
Può costruire qualcosa martedì e farlo sembrare sopravvissuto a tre dinastie entro venerdì.
Gli uomini spingevano carriole.
Trasportavano piastrelle, secchi, blocchi e assi.
Camminavano dentro il cantiere con vestiti macchiati e scarpe coperte di polvere.
Qualcuno portava un giubbotto ad alta visibilità.
Almeno il pericolo avrebbe potuto individuarlo con maggiore facilità.
Li fotografai dall’alto.
Tre uomini attorno a una carriola.
Uno spingeva.
Gli altri aiutavano.
Il loro lavoro possedeva una coreografia.
Non quella perfetta delle aziende che realizzano video promozionali con caschi puliti, uniformi coordinate e un dirigente che finge di conoscere il nome dell’operaio.
Era una coreografia imparata ripetendo.
Uno prende.
Uno alza.
Uno passa.
Il corpo sa quando spostarsi.
Le braccia conoscono il peso.
La fatica diventa un linguaggio condiviso.
Io avrei avuto bisogno di chiedere istruzioni.
Loro si capivano attraverso il gesto.
Un uomo portava secchi di vernice e materiali lungo il passaggio.
Dietro di lui venivano gli altri.
Le pareti conservavano strati differenti di colore, stucco e lavoro ancora da completare.
Quando l’edificio fosse stato terminato, nessuno avrebbe visto quelle giornate.
Gli ospiti avrebbero camminato lungo il corridoio.
Avrebbero giudicato la stanza.
Troppo piccola.
Troppo calda.
Troppo lontana dalla piscina.
Qualcuno si sarebbe lamentato per una macchia sulla parete senza immaginare il volto dell’uomo che quella parete aveva dipinto.
È questa la magia del lavoro ben riuscito.
Fa scomparire chi lo ha compiuto.
Vediamo il muro.
Non il muratore.
Il pavimento.
Non la schiena.
La stanza pulita.
Non le mani che l’hanno resa tale.
La comodità è un delitto senza cadavere visibile.
Tutto funziona e quindi nessuno domanda chi abbia pagato il funzionamento con il proprio corpo.
Tra le colonne comparve un ragazzo.
In una fotografia era lontano, incastrato dentro la ripetizione degli archi.
Nella successiva era più vicino.
Guardava verso il basso.
Lavorava.
La geometria dell’edificio lo circondava.
Linee.
Rettangoli.
Aperture.
Sembrava già assorbito dalla struttura che stava contribuendo a costruire.
Pensai a quante persone trascorrono la vita edificando luoghi nei quali non potranno mai permettersi di soggiornare.
Hotel.
Case.
Resort.
Ville.
Le mani entrano prima dei proprietari.
Posano ogni superficie.
Toccano ogni parete.
Poi se ne vanno attraverso l’ingresso di servizio.
Non è necessario un complotto.
Basta un contratto.
Un altro uomo lavorava sopra una tavola.
La fotografia mostrava soltanto i piedi.
Nudi.
La pelle appoggiata al legno.
Accanto, un secchio di pittura.
Nessun volto.
Nessun sorriso capace di rendere più rassicurante la scena.
Soltanto piedi e vuoto.
Quell’immagine mi colpì più delle altre.
Il volto ci distrae.
Cerchiamo l’emozione.
La simpatia.
La dignità.
Il piede, invece, raccontava il fatto.
Se avesse perso aderenza, la poesia sarebbe finita molto rapidamente.
Pensai alle mie assicurazioni.
Alle custodie imbottite.
Ai filtri davanti agli obiettivi.
Alle borse progettate per proteggere una macchina fotografica da una caduta di pochi centimetri.
La mia attrezzatura viaggiava più sicura di quell’uomo.
Un obiettivo aveva il paraluce.
Lui non aveva un casco.
Non era colpa mia.
Ma sarebbe stato disonesto fingere che la cosa non mi riguardasse.
Il privilegio non è sempre ciò che abbiamo rubato direttamente.
A volte è ciò di cui beneficiamo senza dover sapere chi abbia pagato.
Una stanza pronta.
Una strada asfaltata.
Un edificio dipinto.
Un autobus pulito.
Qualcuno si è chinato.
Qualcuno ha sollevato.
Qualcuno ha respirato polvere.
Qualcuno ha rischiato di cadere.
Noi arriviamo dopo, quando il pericolo è stato rimosso insieme agli operai.
Forse il debito comincia proprio lì.
Non nel senso inutile della colpa.
La colpa, da sola, è spesso soltanto il privilegio che continua a guardarsi allo specchio.
Ti senti male.
Parli di quanto ti senti male.
Poi ordini un altro drink.
Il debito è diverso.
Il debito pretende memoria.
Chiede di smettere di considerare la comodità un fenomeno naturale.
Chiede di guardare una parete e sapere che non è cresciuta dal terreno.
Qualcuno l’ha costruita.
Un trattore attraversò la strada.
Poi ne vidi altri due fermi vicino alle cupole bianche.
Ruote enormi.
Vernice consumata.
Macchine nate per spostare terra in un luogo che sembrava possederne una quantità illimitata.
Poco dopo apparve una carrozza.
Un cammello.
Ruote sottili.
Un altro modo di muoversi attraverso lo stesso paesaggio.
Trattore.
Pick-up.
Motocicletta.
Quad.
Cammello.
Pulmino.
Marsa Alam non aveva scelto un’epoca.
Le utilizzava tutte.
La modernità lì non aveva sostituito ciò che veniva prima.
Ci si era seduta accanto, occupando spazio e facendo rumore.
Due uomini parlavano vicino a un autobus.
Uno portava una divisa scura.
L’altro un gilet riflettente.
Le mani si incontravano davanti al parabrezza.
Forse discutevano di un problema meccanico.
Forse di un tragitto.
Forse si stavano semplicemente salutando.
Io li osservavo attraverso un altro vetro.
Ancora una volta separato.
Protetto.
La street photography consiste spesso in questo: essere abbastanza vicino da vedere e abbastanza lontano da non appartenere.
Entri nelle giornate degli altri per una frazione di secondo.
Prendi un gesto.
Un volto.
Una relazione.
Poi continui.
Il fotografo è un ladro che, nelle giornate migliori, lascia almeno una testimonianza al posto di ciò che ha preso.
Ma non volevo limitarmi a collezionare uomini al lavoro.
Volevo capire perché continuassi a cercarli.
Perché, davanti a un paesaggio, il mio sguardo finisse quasi sempre sopra una persona.
Forse perché la bellezza naturale non ha bisogno di essere capita.
Il mare è bello.
Il deserto è immenso.
Il cielo cambia colore.
Fine.
Gli esseri umani, invece, sono contraddizioni ambulanti.
Rischiano e ridono.
Soffrono e accarezzano un gatto.
Non possiedono quasi niente e decorano un camion come se dovesse accompagnare il faraone all’ultimo rave della storia.
Costruiscono alberghi che non abiteranno.
Guidano bambini sopra mezzi troppo grandi.
Attraversano strade vuote.
Si salutano.
Si prendono per il culo.
Continuano.
Io fotografavo loro perché stavo ancora cercando di capire me stesso.
Non la mia missione.
Non questa volta.
Qualcosa di più scomodo.
Quanto della persona che credevo di essere dipendeva semplicemente dal margine d’errore che avevo ricevuto?
Mi consideravo libero.
Ma quanta della mia libertà era stata finanziata dalla possibilità di non precipitare dopo ogni decisione sbagliata?
Mi consideravo creativo.
Ma quanta creatività richiede tempo, spazio e la certezza di poter mangiare anche quando l’ispirazione decide di andare a scoparsi qualcun altro?
Mi consideravo sensibile perché fotografavo gli uomini sulle impalcature.
Ma la sensibilità che cosa vale, se non modifica nemmeno il modo in cui raccontiamo ciò che abbiamo visto?
Non trovai risposte.
Trovai un limite.
Non avrei scritto che erano felici perché sorridevano.
Non avrei chiamato libertà l’assenza di protezioni.
Non avrei trasformato il bisogno in purezza.
E non avrei finto che la mia macchina fotografica mi rendesse innocente.
Era poco.
Ma almeno era qualcosa che potevo fare senza mentire.
Il sole cominciò a scendere.
La città si fece gialla.
Le cupole, le palme, i veicoli e i muri assorbirono una luce sporca, attraversata dalla polvere.
Per qualche minuto ogni cosa sembrò preziosa.
Perfino le superfici incompiute.
Perfino i camion.
Perfino la terra scavata.
La luce non distingue.
Illumina la villa e la baracca.
Il turista e il muratore.
Il vetro del resort e il piede sopra l’asse.
Siamo noi a stabilire quali parti fotografare e quali lasciare fuori.
Poco prima che il giorno scomparisse vidi un contenitore pieno di polvere gialla.
Forse una spezia.
Dentro era rimasto un cucchiaio di metallo.
Una leva semplice.
Qualcosa progettato per prendere, pesare e vendere.
Dopo una giornata trascorsa davanti a strade, uomini, mezzi e cantieri, l’ultima immagine era un gesto che non stava accadendo.
Il cucchiaio aspettava.
Ogni cosa, prima o poi, viene misurata.
La benzina.
La vernice.
Il cemento.
Il cibo.
Le ore di lavoro.
Una corsa in taxi.
Una stanza con vista.
Perfino una fotografia può ricevere un prezzo, essere venduta e finire sopra una parete elegante abbastanza lontana dal luogo nel quale è stata scattata.
Ma non esisteva una bilancia per ciò che avevo visto.
Nessuna unità di misura per la distanza tra un casco e una testa nuda.
Per la quantità di futuro contenuta dentro una schiena.
Per il valore di un errore quando non puoi permettertene un altro.
Per la gentilezza di una mano che, dopo aver sollevato secchi, trova ancora la delicatezza necessaria ad accarezzare un gatto.
E nemmeno per quel sorriso.
Quel sorriso non dimostrava che quegli uomini avessero bisogno di poco.
Non diceva che la povertà fosse dignitosa.
La dignità non era un premio concesso loro perché affrontavano bene la fatica.
Non dovevano guadagnarsela apparendo felici dentro le mie fotografie.
Era già loro.
Il sorriso diceva soltanto che, in quel preciso istante, avevano deciso che la fatica non avrebbe posseduto tutto il loro volto.
Era una cosa piccola.
Ma era loro.
E il mondo non aveva alcun diritto di utilizzarla come alibi.
Il giorno finì.
Il cucchiaio rimase immerso nella polvere.
Pronto a pesare quasi tutto.
Il debito no.
Quello non aveva una misura.
Ma ormai viaggiava con me.