Egitto, capitolo I — Il Mar Rosso e tutte le cose che avevo chiesto al mondo
Si parte sempre con un bagaglio e una bugia.
Il bagaglio contiene vestiti, obiettivi, caricabatterie e una quantità di mutande calcolata secondo quel curioso principio matematico per cui, appena attraversi un confine, potresti improvvisamente cagarti addosso tre volte al giorno.
La bugia, invece, è che stiamo andando a vedere un posto.
Io non ero andato in Egitto soltanto per vedere l’Egitto.
Ero andato per farmi vedere.
Da Dio.
Dagli dèi.
Dal destino.
Dal mare.
Da qualunque ufficio invisibile si occupasse di uomini confusi, desideri arretrati e adulti rimasti emotivamente parcheggiati davanti all’ingresso dell’adolescenza.
Avevo delle richieste.
Naturalmente.
Gli esseri umani riescono a trasformare anche la spiritualità in un servizio clienti.
Buongiorno, vorrei scoprire la mia missione nella vita.
Possibilmente senza attendere troppo.
Vorrei guadagnare abbastanza attraverso ciò che creo da non dover più considerare la mia passione un hobby economicamente sospetto.
Vorrei incontrare qualcuno capace di camminare nella mia stessa direzione, non dietro di me a raccogliere i pezzi e nemmeno davanti trascinandomi per il guinzaglio.
Vorrei diventare un uomo migliore.
Più maturo.
Più stabile.
Meno simile a quel bambino troppo cresciuto che continua a pretendere libertà assoluta e poi si stupisce quando la libertà gli presenta il conto.
Richieste modeste.
Praticamente avevo attraversato il Mediterraneo per ordinare una nuova vita con vista mare.
L’Egitto mi sembrava il posto adatto.
Una terra abbastanza antica da aver già ascoltato ogni domanda possibile. Un paese nel quale gli uomini avevano costruito monumenti per sopravvivere alla morte, interrogato il cielo, venerato il sole e affidato all’eternità i propri corpi, i propri nomi e probabilmente anche qualche rancore familiare.
Si racconta che lì i desideri possano trovare una strada.
Che esistano luoghi capaci di raccoglierli.
Di portarli più in alto.
O più lontano.
Le leggende sono generose.
Non devono pagare le conseguenze delle aspettative che producono.
Io, comunque, arrivai pieno di speranza.
Il viaggio era recente, questa volta.
Non una vecchia storia riesumata da un disco rigido, coperta dalla polvere e migliorata dall’amnesia. Le immagini erano ancora vicine. I colori non avevano avuto il tempo di sbiadire e io non avevo ancora inventato una versione più saggia dell’uomo che le aveva scattate.
Ricordavo il freddo dal quale provenivo.
Le giornate corte.
Il cielo grigio.
Quel genere di inverno che non entra soltanto dalle finestre, ma anche nelle conversazioni, nei pensieri e nel modo in cui guardi il futuro. Tutto sembra più difficile quando alle cinque del pomeriggio il mondo ha già spento le luci e tu devi ancora fingere entusiasmo per il resto della giornata.
Poi arrivò il caldo.
Non quello violento dell’estate, capace di trasformare ogni essere umano in un pezzo di carne irritabile immerso nel proprio sudore.
Era un calore giusto.
Il tipo di temperatura che convince il corpo a perdonarti per averlo trascinato fino a lì.
L’aria sulla pelle.
Il sole.
Le palme.
E dietro, il mare.
Il Mar Rosso comparve tra i rami senza alcun effetto speciale.
Una distesa calma.
Un pontile lontano.
Una barca.
Colori che sembravano avere risolto da tempo qualunque conflitto tra il blu e il verde.
Rimasi a guardarlo.
Mi aspettavo qualcosa.
Un segno, forse.
Una voce.
Un’improvvisa chiarezza.
La sensazione netta che ogni scelta sbagliata mi avesse comunque condotto nel posto giusto.
Il mare, con notevole professionalità, non fece un cazzo.
Continuò a muoversi.
Era la prima lezione.
Avevo attraversato migliaia di chilometri con una lista di desideri e lui non sembrava minimamente impressionato.
D’altra parte, quanti uomini arrivano davanti al mare convinti che la propria confusione sia speciale?
Quanti gli consegnano amori finiti, lavori insopportabili, promesse non mantenute e sogni che hanno cominciato a puzzare dentro un cassetto?
Il mare riceve tutto.
Non perché sia buono.
Perché non può impedirci di parlargli.
Poco dopo osservai il paesaggio attraverso un’apertura quadrata.
Terra chiara.
Costruzioni basse.
Palme.
Cielo.
Il mondo appariva incorniciato, come se qualcuno avesse ritagliato una finestra dentro il muro per concedermi un’anteprima dell’Egitto senza permettermi ancora di entrarci davvero.
Mi sembrò appropriato.
Avevo trascorso buona parte della vita così.
Guardando l’esistenza attraverso una cornice.
La macchina fotografica.
Uno schermo.
Un progetto futuro.
Una relazione immaginata.
La versione di me che sarei diventato non appena avessi avuto abbastanza denaro, abbastanza coraggio, abbastanza amore o una quantità sufficientemente ridotta di problemi psicologici.
Sempre vicino.
Mai completamente dentro.
Forse ero andato lì proprio per attraversare quella finestra.
O almeno per smettere di fotografarla come se bastasse una buona composizione a risolvere il fatto di trovarsi dalla parte sbagliata.
Tra le strutture del luogo incontrai un uomo.
Il blu intenso delle travi gli costruiva intorno una geometria quasi perfetta. Portava una mano vicino alla bocca. Forse fumava. Forse pensava. Forse stava soltanto aspettando che terminasse il turno o che quello strano fotografo smettesse di puntargli addosso l’obiettivo.
Non conoscevo la sua vita.
Non avevo il diritto di trasformarlo nel custode mistico del mio viaggio soltanto perché il colore dietro di lui era fotogenico.
Lui aveva probabilmente problemi concreti.
Ore da lavorare.
Persone da mantenere.
Cose da comprare.
Io arrivavo con domande sulla missione dell’anima.
È facile diventare spirituali quando qualcun altro si occupa di rifare il letto, portare le valigie e mantenere funzionante il luogo nel quale hai deciso di ritrovare te stesso.
Quell’uomo rimase dentro il blu.
Io scattai.
Per un istante ci guardammo.
Non accadde nessuna rivelazione.
Ma qualcosa cominciò a incrinarsi.
Forse il viaggio non sarebbe stato il racconto di un luogo disposto a esaudire i miei desideri.
Forse sarebbe stato il racconto della mia pretesa che lo facesse.
Il pontile entrava nel mare come una frase troppo lunga.
Sotto, pali e travi dividevano l’acqua in porzioni di luce e ombra. Le linee erano precise. Il mare no.
Ogni pontile è un compromesso.
Vuoi andare verso l’acqua, ma non sei ancora disposto a bagnarti.
Vuoi lasciare la terra, però pretendi che qualcuno costruisca un pavimento sotto i tuoi piedi.
È una forma di coraggio assistito.
E mi somigliava.
Anch’io volevo cambiare, purché il cambiamento fosse provvisto di corrimano, istruzioni chiare e garanzia di rimborso.
Volevo scoprire la mia missione senza attraversare il lungo periodo durante il quale una missione assomiglia soltanto a una serie di tentativi falliti.
Volevo vivere delle mie creazioni senza affrontare la possibilità che nessuno fosse disposto a pagarle.
Volevo qualcuno accanto, ma possibilmente senza dover rinunciare alle abitudini egoiste costruite durante anni trascorsi a decidere da solo.
Volevo maturare senza smettere di essere libero.
In pratica volevo imparare a nuotare senza togliere i piedi dal pontile.
L’acqua sotto di me era trasparente.
Si vedevano la sabbia, le increspature sul fondo e ogni variazione della luce. Niente sembrava avere bisogno di nascondersi.
Provai una certa invidia.
La trasparenza è facile quando sei acqua.
Molto meno quando sei un uomo che ha trascorso anni a raccontarsi versioni convenienti delle proprie scelte.
Dicevo di voler essere libero.
A volte avevo soltanto paura di impegnarmi.
Dicevo di voler seguire la creatività.
A volte avevo soltanto paura di essere giudicato dentro un lavoro ordinario.
Dicevo di aspettare la persona giusta.
Forse aspettavo qualcuno abbastanza paziente da accettare tutte le parti di me che non avevo ancora avuto il coraggio di cambiare.
Il mare mostrava il fondo.
Io no.
Sul pontile c’era una panchina vuota.
Aspettava davanti all’orizzonte.
Non so perché le sedute vuote riescano sempre a sembrare malinconiche. Sono oggetti. Non soffrono. Non controllano il telefono. Non ricordano chi ci era seduto l’ultima volta.
Siamo noi a riempirle.
Io ci vidi il posto di qualcuno.
Non una donna precisa.
Non un volto già conosciuto.
Una presenza.
Qualcuno capace di sedersi accanto a me senza sentire il bisogno di riempire ogni silenzio. Qualcuno che potesse guardare nella stessa direzione e, quando necessario, ricordarmi che una direzione comune non significa possedersi a vicenda.
Avevo desiderato compagnia molte volte.
Ma desiderare qualcuno e saper condividere il cammino sono due cose differenti.
Il bambino troppo cresciuto vuole essere amato senza condizioni.
L’uomo dovrebbe imparare che l’amore non è una madre sostitutiva, una clinica di riabilitazione o una squadra di soccorso specializzata nel recupero di maschi emotivamente dispersi.
Vuole qualcuno accanto.
Ma deve anche diventare qualcuno accanto al quale valga la pena restare.
La panchina rimase vuota.
Il mare non fece promesse.
Una corda era avvolta intorno a un palo.
Grossa.
Consumata.
Serviva a trattenere qualcosa.
Barche, strutture, pezzi di mondo che l’acqua avrebbe altrimenti trascinato via.
Pensai a tutte le cose alle quali mi ero legato.
Persone.
Luoghi.
Paure.
Vecchie versioni di me.
Ci convinciamo che ogni legame ci salvi dalla deriva. Qualche volta è vero. Altre volte stiamo soltanto marcendo nello stesso porto e chiamiamo stabilità il fatto di non avere più il coraggio di partire.
Io non sapevo se avessi bisogno di una corda o di un coltello.
Probabilmente di entrambi.
Nel giusto ordine.
Sotto la superficie passò un banco di piccoli pesci.
Centinaia di corpi azzurri e argentati si muovevano insieme. Cambiavano direzione senza scontrarsi, senza discutere
Nessun pesce sembrava soffrire di una crisi vocazionale.
Nessuno si staccava dal gruppo per aprire un podcast sulla leadership marina.
Nuotavano.
Sapevano dove andare oppure, più semplicemente, sapevano come stare dentro il movimento.
Io avevo sempre cercato una destinazione capace di giustificare il viaggio.
Loro sembravano suggerire che forse bastava partecipare alla corrente.
Era una teoria affascinante.
Peccato che fossi un uomo e non una sardina.
Gli uomini hanno bisogno di significati.
Li cercano nei lavori, negli amori, nelle fotografie e persino nei pesci che non hanno mai chiesto di diventare metafore.
Raggiunsi una zona riparata.
Dall’ombra si vedeva il mare acceso dal sole. Tavoli, strutture, banconi e aperture trasformavano l’orizzonte in un arredamento.
Era la parte più turistica.
Quella nella quale la bellezza viene organizzata, resa accessibile e possibilmente accompagnata da ghiaccio, limone e un conto finale.
C’era un locale chiamato Sandy Bar.
Conchiglie appese.
Decorazioni marine.
Bottiglie riempite di piccoli resti del mare, allineate sopra un bancone come se l’infinito potesse essere imbottigliato, etichettato e venduto insieme a una birra.
Non giudicavo.
Probabilmente avrei bevuto qualcosa anch’io.
La spiritualità possiede una sete sorprendente.
E poi gli esseri umani fanno questo da sempre.
Raccolgono frammenti di ciò che li supera.
Una conchiglia.
Una pietra.
Una fotografia.
Una frase.
Li portano a casa e fingono che contengano ancora il luogo dal quale provengono.
Forse anche le mie immagini erano bottiglie.
Piccoli contenitori dentro i quali cercavo di conservare il mare, la luce e l’uomo che ero stato davanti a loro.
Il problema è che l’esperienza evapora.
Rimane l’oggetto.
Rimane la fotografia.
Rimane una conchiglia sopra una mensola a prendere polvere accanto alle bollette.
Il resto torna dove appartiene.
In un tempo che non possiamo riaprire.
Dal resort il mare appariva perfetto.
Piscine.
Vetrate.
Pontili.
Lettini.
Aperture costruite apposta per fare entrare il blu nella giornata senza permettere alla sabbia di sporcare troppo il pavimento.
Anche il paradiso, quando viene gestito professionalmente, possiede orari, manutenzione e personale sottopagato.
Vicino all’acqua restava una vecchia struttura meccanica.
Una carrucola, un argano, qualcosa progettato per sollevare pesi e sopravvissuto abbastanza a lungo da diventare quasi decorativo.
Il metallo portava i segni del sale.
Mi piacque più di molte cose nuove.
Non cercava di nascondere la fatica.
Aveva fatto un lavoro.
Era invecchiato.
Continuava a stare lì.
Io desideravo vivere delle mie creazioni, ma forse avevo romanticizzato anche quello.
Creare non significa passare le giornate in estasi davanti a una pagina mentre l’universo accredita denaro sul conto corrente in segno di gratitudine.
Creare è un argano.
Tiri.
Sollevi.
Ripeti.
Il sale entra negli ingranaggi.
Qualcosa si spezza.
Lo ripari.
La maggior parte dei giorni non arriva nessuna fottuta troieggiante musa. Arriva soltanto il lavoro e quella parte di te abbastanza testarda da presentarsi comunque.
Forse le risorse che cercavo non sarebbero cadute dal cielo.
Forse avrei dovuto costruirle.
Pensiero irritante.
Avevo sempre sperato in una soluzione più cinematografica.
Poco più avanti trovai un’amaca.
Vuota.
Tesa tra corde e legno davanti al mare.
Sembrava l’invito perfetto a non fare niente.
Mi sdraiai almeno con lo sguardo.
Il problema è che riposare il corpo non significa necessariamente spegnere la testa.
Puoi trovarti davanti a uno dei mari più belli del mondo e continuare a discutere mentalmente con una persona che non è lì.
Puoi avere il sole sulla pelle e pensare al freddo da dove arrivavi.
Puoi ascoltare le onde e domandarti se stai sprecando la vita.
La pace esterna non possiede accesso automatico al sistema nervoso.
Serve una password.
Io l’avevo dimenticata da anni.
L’amaca oscillava appena.
Forse la maturità cominciava anche da quello.
Imparare a restare.
Non produrre.
Non fotografare.
Non cercare risposte.
Non trasformare ogni momento in materiale per qualcosa che verrà dopo.
Naturalmente fotografai l’amaca.
Nessuno guarisce tutto in un pomeriggio.
Sulla spiaggia camminavano due persone.
Più avanti una donna procedeva portando una borsa con scritto “Egypt”.
Il nome del paese oscillava lungo il suo fianco.
Mi fece sorridere.
Andiamo in un luogo e compriamo un oggetto con il suo nome per poter dimostrare, una volta tornati, di esserci stati.
Come se il deserto potesse entrare in una borsa.
Come se il mare potesse essere stampato sul cotone.
Come se bastasse indossare il nome di una terra per averla davvero attraversata.
Io non volevo soltanto portare l’Egitto a casa.
Volevo che l’Egitto portasse via qualcosa di me.
La confusione.
La paura di non avere abbastanza.
La convinzione di essere in ritardo.
Quell’eterna sensazione che la vita vera stesse per cominciare appena dietro la prossima decisione.
Non sapevo ancora che i luoghi raramente ci alleggeriscono.
Più spesso aggiungono nuove domande al bagaglio.
Un venditore sedeva sulla sabbia con alcuni oggetti davanti.
Il piccolo commercio disposto vicino alle gambe dei turisti, al mare e al passaggio di chi poteva fermarsi oppure ignorarlo.
Non sapevo quanto avesse venduto.
Non conoscevo il suo nome.
E non volevo trasformarlo nell’ennesima lezione sulla semplicità impartita da un uomo che, probabilmente, avrebbe preferito incassare denaro invece di diventare una metafora per un occidentale in crisi.
Per me quella spiaggia era introspezione.
Per lui poteva essere lavoro.
Lo stesso sole.
Due necessità diverse.
È facile parlare di missione di vita quando hai già pagato il viaggio.
Prima della missione vengono il cibo, la casa, la salute e tutte quelle cose terribilmente poco poetiche che permettono alla poesia di continuare.
Io chiedevo abbastanza risorse per vivere creando.
Quell’uomo mi ricordava, senza sapere di farlo, che ogni sogno deve prima o poi incontrare un prezzo.
E possibilmente qualcuno disposto a pagarlo.
Poi arrivarono i cammelli.
Procedevano lungo la riva con i loro passi lenti, i corpi alti e quell’espressione vagamente offesa che sembra appartenere a ogni cammello del pianeta.
Dietro c’erano il mare, i turisti e le strutture del resort.
Davanti, la spiaggia.
La scena conteneva tutto ciò che un visitatore si aspetta dall’Egitto: animali antichi, sabbia, uomini che li conducevano e un paesaggio abbastanza esotico da produrre una quantità industriale di fotografie.
Eppure non sembrava finta.
Era una collisione.
Il deserto che arrivava fino all’acqua.
Una storia millenaria costretta a passare davanti a un villaggio vacanze con connessione Wi-Fi.
I cammelli avanzavano.
Non avevano alcuna fretta di rappresentare l’Egitto.
Portavano persone.
Facevano il proprio lavoro.
Anche loro, come il mare, ignoravano la mia ricerca spirituale.
Cominciai a capire che il mondo non è pieno di segni.
È pieno di cose che accadono.
Siamo noi, disperati e creativi, a trasformarle in messaggi.
Il pontile continuava ad apparire.
Visto dall’alto.
Dal basso.
Da lontano.
Pieno di persone.
Quasi vuoto.
Era diventato la spina dorsale del primo giorno.
La strada che entrava nel mare senza raggiungere davvero un’altra riva.
Forse la missione di una vita assomiglia più a quello di quanto vorremmo ammettere.
Non sempre conduce a una destinazione.
A volte serve soltanto a portarti abbastanza lontano dalla terraferma da permetterti di guardarla diversamente.
Più avanti la spiaggia cambiò.
Le strutture ordinate si diradarono.
Comparvero ombrelloni vuoti, scheletri di legno, tratti di sabbia che sembravano abbandonati a metà di un progetto. Costruzioni isolate occupavano il confine tra la costa e il deserto.
Non era più il mare preparato per gli ospiti.
Era il retro della promessa.
Ogni luogo turistico possiede un davanti e un dietro.
Davanti ci sono i cocktail, gli asciugamani piegati e l’idea che il mondo sia stato costruito per il tuo riposo.
Dietro ci sono strade sterrate, materiali accatastati, edifici incompleti, turni di lavoro e tutto ciò che deve rimanere fuori dall’inquadratura affinché la vacanza possa continuare a sembrare spontanea.
Quella parte mi attirava.
Forse perché anch’io ero incompleto.
Una struttura iniziata con entusiasmo e poi lasciata esposta al vento mentre qualcuno cercava di capire dove avesse messo il progetto originale.
Volevo diventare più maturo.
Ma non volevo uccidere il bambino.
Il bambino aveva immaginazione, stupore, incoscienza e una straordinaria capacità di credere che tutto fosse ancora possibile.
Il problema era che gli avevo lasciato guidare troppo a lungo.
Un bambino può scegliere la musica.
Può suggerire deviazioni.
Può ricordarti che il mondo non è soltanto lavoro e responsabilità.
Ma forse non dovrebbe amministrare il conto corrente, scegliere tutte le relazioni o prendere decisioni definitive alle tre del mattino dopo una bottiglia di vino.
Maturare non significava seppellirlo.
Significava togliergli le chiavi della macchina.
Sotto il pontile comparve un airone bianco.
Camminava nell’acqua bassa con una lentezza assoluta.
Ogni passo sembrava calcolato.
Nessun movimento inutile.
Nessuna ansia visibile.
Nessun bisogno di dimostrare di essere produttivo.
Poco distante un altro airone, più scuro, osservava l’acqua.
Rimase fermo.
Aspettò.
Poi il bianco colpì.
Un gesto preciso.
Un pesce stretto nel becco.
Fine.
Nessuna visualizzazione creativa.
Nessuna lista di obiettivi.
Nessun seminario su come attrarre l’abbondanza.
Aveva fame.
Aveva aspettato.
Aveva agito.
Aveva mangiato.
La natura sa essere brutalmente efficace quando non deve costruire un’identità intorno a ogni gesto.
Io, invece, riuscivo a trasformare persino una scelta per la cena in una riflessione sul fallimento personale.
Guardai l’airone e pensai che forse la missione non fosse una rivelazione.
Forse era attenzione.
Restare abbastanza fermi da vedere ciò che passa.
E abbastanza pronti da muoversi quando finalmente passa qualcosa che conta.
Sulla riva una formazione di roccia e corallo costruiva un piccolo arco.
Il mare passava oltre.
Le cose fragili avevano assunto forme resistenti. Il tempo, il sale e l’acqua avevano lavorato senza fretta.
Nessuno aveva chiesto al paesaggio di completarsi entro i trent’anni.
Nessuno gli aveva spiegato che alla sua età avrebbe già dovuto possedere una direzione chiara, una casa, una relazione stabile, un reddito crescente e fotografie abbastanza felici da convincere gli altri che ogni cosa stesse procedendo secondo programma.
Forse ero in ritardo soltanto rispetto a una tabella inventata da persone che avevano paura quanto me.
Sul pontile sedeva una donna.
Intorno passavano turisti, corpi esposti al sole, asciugamani, conversazioni e quel rumore particolare delle persone impegnate a divertirsi.
Lei sembrava sola.
Forse non lo era.
Forse aspettava qualcuno.
Forse si stava riposando.
Ma io ci vidi una distanza.
Il modo in cui si può essere separati dal mondo anche quando il mondo ti passa a pochi centimetri.
La solitudine non dipende dal numero di persone presenti.
Puoi dormire accanto a qualcuno per anni e non essere mai raggiunto.
Puoi sederti da solo davanti al mare e sentirti, per la prima volta, in compagnia.
Io chiedevo una persona con la quale condividere il cammino.
Non qualcuno che cancellasse la solitudine.
Quella sarebbe stata una responsabilità troppo grande e, francamente, una truffa.
Volevo qualcuno capace di attraversarla con me.
Due solitudini che scelgono di tenersi vicine senza fingere di diventare una cosa sola.
Le conchiglie appese si muovevano nel vento.
Resti di vite marine trasformati in decorazione.
Qualcosa aveva abitato quelle forme.
Poi se n’era andato.
Noi avevamo raccolto ciò che rimaneva e lo avevamo chiamato bellezza.
Forse creare significava anche questo.
Prendere i gusci vuoti.
Le perdite.
Gli errori.
Gli anni sprecati.
Le persone che non erano rimaste.
Dare loro una forma che potesse suonare quando passava il vento.
Non cancellare il dolore.
Usarlo senza permettergli di usare te.
Alle spalle della costa la terra diventava dura.
Strade sterrate.
Torri.
Cavi.
Edifici bassi.
Cupole chiare appoggiate sopra un paesaggio arido.
Il mare sembrava quasi impossibile da lì.
Bastavano pochi metri perché il blu scomparisse e restassero polvere, infrastrutture e costruzioni sparse tra il nulla e una promessa immobiliare.
Era quello il confine che mi interessava.
Acqua e deserto.
Abbondanza e mancanza.
Il luogo nel quale due estremi si toccavano senza annullarsi.
Anche dentro di me convivevano cose opposte.
La speranza e il cinismo.
Il bisogno d’amore e la paura di dipendere.
La voglia di essere visto e quella di nascondermi.
Il desiderio di maturare e la nostalgia per tutte le irresponsabilità che mi avevano fatto sentire vivo.
Forse diventare una persona migliore non significava eliminare le contraddizioni.
Significava smettere di usarle come scusa.
Alcuni uccelli riposavano tra i rami.
Le onde, invece, avevano cambiato voce.
Prima il mare era stato una superficie calma, quasi educata. Ora correva lungo la costa, sollevava schiuma, colpiva la riva e tornava indietro.
Mi piacque quella trasformazione.
La serenità permanente è sospetta.
Sembra una pubblicità di farmaci o il profilo social di una coppia prossima al divorzio.
Le cose vive cambiano umore.
Il mare poteva essere limpido, gentile, violento, scuro e luminoso nello stesso giorno.
Nessuno lo accusava di incoerenza.
A noi uomini, invece, viene chiesto di definirci.
Chi sei?
Che cosa vuoi?
Dove ti vedi tra cinque anni?
Come se una persona fosse un contratto da compilare.
Io non sapevo dove mi vedevo.
Era esattamente il motivo per cui mi trovavo lì.
Un uomo con una maglietta gialla camminava nell’acqua bassa vicino al pontile.
Il colore lo separava dal blu.
Sembrava appartenere a entrambi i mondi: quello costruito sopra il mare e quello che il mare continuava a cancellare sotto.
Forse lavorava.
Forse controllava qualcosa.
Non lo sapevo.
Ma il suo corpo dentro l’acqua rendeva evidente la scala del paesaggio.
Il mare era enorme.
Noi piccoli.
Le nostre ambizioni ancora più piccole, per quanto riuscissero a occupare l’intera testa.
Tornai a incontrare l’uomo tra le strutture blu.
Questa volta sorrideva.
Il volto si era aperto.
Il colore intorno non sembrava più una gabbia geometrica, ma una cornice.
Non so se mi avesse riconosciuto.
Forse sorrideva a qualcun altro.
Forse ero io ad avere bisogno che quel sorriso fosse destinato a me.
Le fotografie permettono questo genere di piccola appropriazione emotiva.
Prendiamo un istante che apparteneva a qualcuno e lo inseriamo nella nostra storia.
Ma quel sorriso mi regalò qualcosa.
Non una risposta.
Un alleggerimento.
Forse avevo chiesto troppo all’Egitto.
Missione.
Denaro.
Amore.
Maturità.
Una nuova versione di me stesso consegnata possibilmente prima del volo di ritorno.
Il luogo, invece, cominciava a offrirmi cose minuscole.
Una temperatura gentile.
Un’acqua trasparente.
Un uomo che sorrideva.
Un airone che aspettava.
Una panchina vuota.
Forse la speranza non arriva sempre come una porta spalancata.
A volte è soltanto una fessura attraverso la quale entra abbastanza luce da permetterti di non inciampare nel passo successivo.
Il pomeriggio cominciò a piegarsi.
Una persona sedeva da sola.
Altre camminavano sul pontile.
Il sole si abbassava dietro le strutture e trasformava i corpi in sagome.
Con la luce alle spalle, tutti perdevano i dettagli.
Non c’erano più età, nazionalità, bellezza, imperfezioni o ruoli sociali.
Soltanto figure che avanzavano sopra una passerella sospesa tra cielo e acqua.
Guardai quelle persone e pensai a chi avrei voluto accanto.
Non una salvatrice.
Non una spettatrice.
Non qualcuno da impressionare con grandi discorsi sulla creatività mentre lasciavo a lei il compito di gestire le parti meno poetiche dell’esistenza.
Una compagna di strada.
Qualcuno capace di dirmi la verità anche quando la verità avesse avuto l’eleganza di un posacenere lanciato contro la fronte.
Qualcuno con desideri propri.
Una direzione propria.
La libertà di camminare accanto a me senza diventare la mia ombra.
Ma prima dovevo imparare a camminare.
Non trascinarmi.
Non correre soltanto quando avevo paura.
Non fermarmi ogni volta che l’entusiasmo iniziale lasciava spazio alla disciplina.
Camminare.
Quel verbo semplice che avevo complicato per tutta la vita.
Il sole diventò rosso.
Non il rosso romantico dei cataloghi.
Un rosso pieno, quasi feroce, sospeso sopra la terra arida. Sembrava un occhio antico che avesse osservato abbastanza generazioni da non provare più alcuna sorpresa davanti alle nostre tragedie private.
Gli avevo affidato i desideri.
Non con un rito preciso.
Non servivano candele, sacerdoti o formule pronunciate nella lingua giusta.
Li avevo portati fino a lì dentro il corpo.
Erano in ogni fotografia.
Nella panchina vuota c’era il desiderio di qualcuno.
Nel pontile quello di una direzione.
Nell’acqua trasparente la volontà di conoscermi senza continuare a mentire.
Nel venditore e nelle strutture consumate c’era il bisogno di trasformare la creazione in una vita concreta.
Nel bambino troppo cresciuto che fotografava tutto c’era la speranza che diventare adulto non significasse diventare morto.
Il sole scese.
Non accadde niente.
Nessuna voce pronunciò il mio nome.
Nessun dio mi consegnò un piano operativo.
Il conto corrente rimase identico.
L’amore della mia vita non apparve in fondo al pontile con i capelli mossi dal vento e una particolare predisposizione per gli uomini complicati.
La maturità non mi colpì come un fulmine.
Francamente, sarebbe stato sospetto.
Le vere trasformazioni raramente concedono una scena madre.
Cominciano in silenzio e poi pretendono anni di manutenzione.
Arrivò la luna.
La sua luce cadeva sul mare e costruiva una strada bianca sopra l’acqua scura.
Le palme diventavano ombre.
Una figura rimase sulla spiaggia.
Il pontile lontano accese poche luci.
Di notte il luogo perdeva la parte turistica.
Scomparivano i colori dei lettini, le insegne, le decorazioni e tutto ciò che cercava di suggerire come avremmo dovuto sentirci.
Restavano l’acqua.
Il cielo.
La distanza.
E io.
Di fronte al mare notturno, le domande sembravano più sincere.
Non sapevo se avrei trovato la mia missione.
Non sapevo se le mie creazioni sarebbero diventate abbastanza forti da sostenermi.
Non sapevo se qualcuno avrebbe scelto di percorrere la strada con me.
Non sapevo nemmeno se sarei riuscito davvero a diventare un uomo migliore o se avrei continuato a essere quel bambino troppo cresciuto, soltanto con nuove fotografie e qualche ruga in più.
Non lo so ancora.
È questa la parte che le storie ben costruite tendono a nascondere.
Ci piacciono i viaggi con una trasformazione chiara.
L’uomo parte confuso.
Attraversa una terra magica.
Riceve una rivelazione.
Torna cambiato.
Titoli di coda.
La vita vera possiede una sceneggiatura più disordinata e un budget decisamente inferiore.
A volte torni ancora confuso.
Ma con domande migliori.
A volte il desiderio non viene esaudito.
Continua semplicemente a lavorarti dentro.
Ti costringe a scegliere.
A rinunciare.
A diventare, giorno dopo giorno, la persona capace di sostenerne il peso.
Forse un desiderio non è qualcosa che affidi al mondo perché il mondo lo realizzi.
Forse è una responsabilità.
Quando chiedi di vivere della tua arte, stai promettendo di creare anche quando nessuno applaude.
Quando chiedi qualcuno accanto, stai promettendo di imparare a non distruggere ciò che ami.
Quando chiedi di diventare migliore, stai accettando che la vecchia versione di te protesterà, mentirà e tenterà continuamente di riprendersi le chiavi.
Quando chiedi una missione, devi essere pronto alla possibilità che nessuno te la comunichi.
Dovrai costruirla.
La luna continuava a riflettersi sull’acqua.
La strada luminosa sembrava arrivare fino a me, ma sapevo che era un’illusione. Sarebbe bastato spostarmi perché cambiasse con me.
Forse la direzione funziona così.
Non è una linea già disegnata davanti ai nostri piedi.
Appare mentre ci muoviamo.
Quella notte affidai i miei desideri al Mar Rosso.
Tutti.
Quelli nobili.
Quelli egoisti.
Quelli romantici.
Quelli economici, che rimangono poco spirituali ma pagano meravigliosamente l’affitto.
Gli consegnai l’uomo che ero e quello che speravo ancora di diventare.
Il mare li accolse senza entusiasmo.
Non firmò ricevute.
Non promise risultati.
Non mi disse quanto avrei dovuto aspettare.
Continuò soltanto a muoversi sotto la luna, antico e indifferente, mentre le luci del pontile tremavano in lontananza.
Non so se l’Egitto esaudirà ciò che gli ho chiesto.
Forse i luoghi non esaudiscono niente.
Forse ci concedono soltanto abbastanza distanza dalla nostra vita da permetterci di ascoltare finalmente ciò che desideriamo davvero.
Quella notte non ricevetti risposte.
Ma per la prima volta formulai le domande senza mentire.
E forse, per cominciare, poteva bastare.
Lasciai i desideri al mare.
Il mare non mi promise nulla.
Ma non me li restituì.