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L’unica mossa possibile

L’unica mossa possibile

C’è qualcosa di profondamente rassicurante negli scacchi.

Ogni pezzo conosce il proprio ruolo. Il re deve sopravvivere, la regina può fare quasi tutto, i cavalli aggirano le regole e i pedoni vengono mandati avanti per primi a prendersi le botte.

In pratica, la società con una scacchiera più elegante.

Almeno nel gioco nessuno si prende la briga di raccontare ai pedoni la stronzata che, lavorando abbastanza duramente e mantenendo un atteggiamento positivo, un giorno potrebbero diventare tutti re. Nessun pezzo pubblica frasi motivazionali. Nessun alfiere organizza seminari sulla leadership. Nessuna torre sostiene che la sconfitta sia soltanto un’opportunità travestita.

Gli scacchi hanno la decenza di dichiarare subito che non partiamo tutti dalla stessa posizione.

Davanti c’è un pedone solo.

Dall’altra parte, un’intera formazione che sembra aver già deciso come andrà a finire. Alle loro spalle il cielo si apre in una tempesta, come se perfino l’universo avesse dato un’occhiata alla partita e avesse pensato che mancasse soltanto un po’ di fottuto dramma.

Le probabilità non sono dalla sua parte.

Ma le probabilità sono sempre state un’invenzione di chi sta già vincendo, utile a convincere tutti gli altri che opporsi sia poco realistico, sconveniente e possibilmente anche maleducato.

Il pedone non ha prestigio, potere o una strategia particolarmente sofisticata.

Ha soltanto una direzione.

Il pedone avanza e basta.

Un passo.

Uno soltanto.

Poco glorioso.
Poco instagrammabile.
Alle volte un celeberrimo coglione ma resta l’unico pezzo sulla scacchiera che abbia ancora un briciolo di dignità.

E qualche volta, quando tutto il resto è stato costruito per tenerti fermo, avere ancora una direzione è già una forma di ribellione.

Da una parte ci sono i pezzi grandi.

Quelli che pesano.
Quelli che decidono.
Quelli che parlano di libertà mentre ti vendono gabbie con una buona illuminazione.
Quelli che chiamano “opportunità” la precarietà, “merito” il privilegio e “normalità” una forma di schiavitù talmente ben confezionata che milioni di persone la difendono pure.

Dall’altra parte c’è un pedone.

Uno solo.

Rosso come il sangue, come la rabbia, come il semaforo che ti dice di fermarti proprio mentre vorresti cominciare a vivere davvero.

Ed è qui che, più o meno, entro in scena io.

Non come eroe.
Non come salvatore.
Non come uno di quei luminari da social network che hanno una frase motivazionale pronta per ogni tragedia e il corso online in sconto per curarti l’anima.

No.

Entro in scena come entra in scena un pedone: piccolo, vulnerabile, con addosso più dubbi che certezze e con una sola fottutissima possibilità — muovermi.

Perché questo blog nasce da qui.

Nasce dal sospetto, diventato poi convinzione, che stare zitti sia comodo ma sia anche il primo modo in cui si comincia a perdere. Nasce dal fatto che il mondo, così com’è, spesso fa schifo. Fa schifo nei suoi ricatti eleganti, nelle sue ipocrisie ben vestite, nella sua pornografia del successo, nel suo modo di spremerti e poi chiederti pure di sorridere mentre lo fai.

Ci insegnano a lavorare, a produrre, a incassare, a stare al nostro posto.
Ci insegnano a desiderare cose che non ci servono, a rincorrere vite che non ci appartengono, a misurare il nostro valore con numeri inventati da qualcun altro.
Ci insegnano ad avere paura.
Paura di fallire.
Paura di essere poveri.
Paura di non essere abbastanza.
Paura di dire la verità quando la verità potrebbe mettere a disagio quelli seduti nei posti comodi.

E intanto, sopra di noi, i pezzi grossi continuano a muoversi.

Politici, padroni, santoni, finti maestri, venditori di fumo, imprenditori dell’anima, mercanti dell’attenzione. Cambiano faccia, cravatta, slogan. Ma il gioco è sempre lo stesso: pochi decidono, molti eseguono, quasi tutti fingono di non essersene accorti.

Io me ne sono accorto.

Non abbastanza da cambiare il mondo, sia chiaro. Non ho quel tipo di ego. E nemmeno quel tipo di capitale.
Non sono un potente.
Non sono un leader.
Non sono uno di quelli che “fanno sistema”.
A essere sinceri, nel grande schema delle cose, potrei tranquillamente essere nessuno.

Ma anche nessuno, ogni tanto, ha una voce.

La mia passa da una macchina fotografica e da qualche parola messa in fila.

È poco?
Probabilmente sì.

Ma anche un pedone, sulla carta, vale poco. Finché non decide di attraversare tutta la scacchiera.

Questo spazio esiste per quello.

Per rubare attimi alla realtà prima che la realtà venga truccata, venduta, corretta, filtrata, annacquata e rispedita al pubblico come se fosse verità. Esiste per fermare facce, strade, notti, silenzi, crepe, paure, bellezza e schifo. Esiste per dire: guarda bene. Non distogliere lo sguardo. Non addolcire tutto. Non raccontarti la favola che “va tutto bene” solo perché è più semplice.

Perché no, non va tutto bene.

Ma ogni tanto qualcosa di vero esiste ancora.

Esiste in uno sguardo colto al volo.
In una ragazza che si prepara davanti a uno specchio.
In un padre che tiene la mano a un figlio.
In un animale che vive meglio di noi senza aver mai letto un libro di crescita personale.
In un locale pieno di gente che si stordisce per sentirsi viva.
In un viaggio che ti salva il culo proprio quando avevi smesso di credere ai miracoli.
In una persona sola in mezzo alla folla.
In un fulmine lontano.
In un singolo pedone che decide di non indietreggiare.

Non so se queste parole cambieranno qualcosa.

Probabilmente no.
Probabilmente verranno lette da pochi.
Probabilmente verranno fraintese da molti.
Probabilmente qualcuno alzerà gli occhi al cielo e penserà che è solo l’ennesimo stronzo che si lamenta del mondo invece di fare qualcosa di utile.

Ma vedi, il punto è proprio questo: questo è il mio modo di fare qualcosa.

Guardare.
Fotografare.
Scrivere.
Mettere insieme i pezzi.
Provare a chiamare le cose col loro nome in un’epoca che preferisce slogan, scorciatoie e anestesia.

Questa è la mia piccola battaglia.

Non contro una persona sola.
Non contro un nemico perfetto.
Ma contro il torpore.
Contro l’indifferenza.
Contro la finzione.
Contro quel veleno lento che ti convince che tanto non serva a niente provarci.

Forse perderò.

Anzi, diciamolo: statisticamente è molto probabile.

Il pedone rosso contro tutti i pezzi neri, sotto un cielo in tempesta, non ha esattamente le quote dalla sua parte.

Ma c’è una cosa che i pezzi grossi dimenticano sempre.

Che i piccoli, quando capiscono davvero il gioco, smettono di avere paura della propria misura.

E allora avanzano.

Un passo.

Uno soltanto.

Ma nella direzione giusta.

 

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