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Sessantasette Ragioni per non Odiarla del Tutto

Sessantasette Ragioni per non Odiarla del Tutto

Non vi dirò dove siamo.

Non perché sia un segreto militare o perché temo un’invasione di turisti armati di sandali, reflex e improvvisa passione per l’aglio. Semplicemente, dare un nome a questo posto lo renderebbe troppo preciso. Troppo piccolo. Una coordinata sulla mappa, quando invece potrebbe essere qualunque provincia dimenticata abbastanza lontano dalle grandi occasioni e abbastanza vicina alla terra da sentirne l’odore dopo la pioggia.

Qui il verde cresce ovunque.

Cresce nei campi, lungo i fossi, sopra i muri, intorno alle case. Cresce con una tale ostinazione da far sembrare questa terra generosa.

E forse lo è.

Ma il colore non è la stessa cosa della possibilità.

Puoi avere ettari di grano davanti agli occhi e nessuna strada chiara davanti alla vita. Puoi essere circondato da frutti, animali, tramonti e silenzio, e continuare ad avere fame di qualcosa che qui non ha ancora imparato a nascere.

Queste fotografie parlano di questo.

Di un luogo capace di darmi radici abbastanza profonde da trattenermi e un orizzonte abbastanza vuoto da farmi desiderare continuamente altrove.

Un luogo che ho amato nei dettagli perché, preso tutto insieme, qualche volta era semplicemente troppo.

 

Non vi dirò dove sono state scattate queste fotografie.

Potreste scoprirlo, certo.

Un campanile, una targa, il profilo lontano di qualche colle, una cappella all’incrocio di due strade abbastanza strette da far litigare due automobili e abbastanza larghe da lasciar passare un trattore come se fosse il presidente della Repubblica.

Ma non è importante.

I nomi servono ai navigatori, ai postini e alle persone che vogliono sapere con precisione da quale posto dovranno poi andarsene.

A me interessa un’altra geografia.

Quella che rimane addosso.

Il paesaggio che continua a vivere dentro di te anche quando non lo stai guardando. Quello che non appare sui documenti, ma decide il tuo modo di osservare la luce, di sopportare il silenzio e di desiderare tutto ciò che non hai mai avuto.

Questo luogo, comunque vogliate chiamarlo, è il posto in cui sono nato e cresciuto.

Una distesa di terra piatta dove l’orizzonte sembra essere stato tirato con una riga e lasciato lì da qualcuno privo di fantasia o dotato di un senso dell’umorismo particolarmente crudele.

Campi.

Fossi.

Filari.

Alberi.

Case appoggiate in mezzo al nulla come dadi lanciati male.

Un campanile ogni tanto, giusto per ricordarti che Dio potrebbe essere nei paraggi, anche se evidentemente preferisce non immischiarsi troppo.

Poi altre strade.

Altri campi.

Altro silenzio.

Da bambino non lo chiamavo paesaggio.

Era semplicemente il mondo.

Non sapevo che altrove le case potessero continuare per chilometri, che le strade potessero riempirsi di gente a qualsiasi ora e che un artista potesse trovare opportunità senza doverle inseguire fino a un’altra provincia, un’altra regione o un altro cazzo di continente.

Credevo che il mondo fosse quella cosa lì.

Una distesa verde d’estate, marrone d’inverno, coperta di nebbia quando il cielo decideva di scendere a terra per farsi i fatti nostri.

Le prime immagini di questa serie guardano la campagna attraverso alberi e rami.

Non la mostrano subito.

La spiano.

 

Come si osserva una persona con la quale si ha una relazione complicata: da una certa distanza, possibilmente con qualcosa in mezzo e una via di fuga alle spalle.

Il campo appare dentro un’apertura nel fogliame. La luce si infila tra i tronchi. Una striscia di terra emerge dall’ombra e per qualche secondo sembra quasi la promessa di qualcosa.

È così che ho imparato a voler bene a questi posti.

Non tutti insieme.

A frammenti.

Un buco tra le foglie.

Un riflesso sopra un fosso.

La luce bassa che incendia le spighe.

Il modo in cui il sole attraversa la peluria di un’erba selvatica facendola sembrare una creatura molto più importante di quanto la botanica sia disposta ad ammettere.

Ho imparato ad amare questa terra a un duecentesimo di secondo alla volta.

La vita intera, forse, era troppo.

L’inquadratura mi permetteva di scegliere.

Fuori dal fotogramma potevano rimanere la noia, le occasioni mancate, le strade percorse cento volte, le serrande abbassate, le domande sul futuro e quella sensazione di essere nato nel posto giusto per imparare la solitudine e in quello sbagliato per farne una professione.

Dentro conservavo soltanto la luce.

Qualcuno potrebbe chiamarla falsificazione.

Io la chiamo fotografia.

Ogni immagine è una scelta. Anche il più onesto dei fotografi mente ogni volta che decide dove terminano i bordi.

Io non ho fotografato tutto ciò che esiste qui.

Ho fotografato ciò che, nonostante tutto, mi impediva di odiare questo posto completamente.

Il problema della campagna è che sa essere bellissima senza avere la minima intenzione di renderti felice.

Ti offre un tramonto da spezzarti il fiato e poi, la mattina seguente, ti ricorda che per trovare un certo lavoro devi guidare due ore.

Ti regala ettari di spazio, ma pochissimi luoghi in cui incontrare qualcuno capace di capire ciò che vuoi diventare.

Ti lascia tutto il silenzio necessario per ascoltare te stesso, salvo poi scoprire che dentro di te vive un tizio logorroico, irrisolto e con una discreta collezione di decisioni discutibili.

Generosa, dunque.

Ma con riserva.

Qui cresce quasi tutto.

Il grano, il mais, la vite, i fichi, le mele, l’aglio, il rosmarino. Crescono le margherite lungo le strade e quei piccoli fiori gialli ai quali nessuno dà importanza finché una fotografia non li separa dal resto del mondo.

Crescono le erbacce, soprattutto.

Quelle sono le vere padrone della pianura. Non chiedono permesso, non hanno bisogno di finanziamenti e sembrano possedere un piano industriale migliore di molti esseri umani.

Cresce tutto.

Tranne, qualche volta, la sensazione di poter diventare davvero ciò che desideri.

Ci sono ettari sufficienti per il mais, ma non sempre un metro quadrato per certe ambizioni.

E allora inizi a guardare altrove.

Alle città.

Ai viaggi.

Ai posti in cui la gente sembra fare davvero le cose invece di limitarsi a parlarne davanti a un caffè, controllando che nel frattempo nessun vicino abbia parcheggiato male.

Immagini che altrove il talento venga riconosciuto più facilmente, che le possibilità si trovino agli angoli delle strade e che basti presentarsi con una macchina fotografica, qualche buona idea e la faccia tosta necessaria.

Naturalmente è un’altra bella stronzata.

Le città possiedono più porte, certo.

Possiedono anche più persone pronte a chiudertele in faccia.

Il punto è che almeno esistono porte.

Qui, certe volte, devi prima costruire il muro.

Poi la porta.

Poi convincere qualcuno che non sei completamente impazzito per averne bisogno.

Per anni ho imputato a questa terra molte delle cose che non sono riuscito a fare.

Forse alcune colpe le appartengono davvero.

La distanza.

La scarsità di occasioni.

La mancanza di un ambiente creativo, di contatti, di quella frizione costante tra idee diverse che costringe un artista a crescere invece di continuare a raccontarsi quanto sarebbe bravo se soltanto qualcuno gli desse una possibilità.

Ma accusare il proprio luogo d’origine è anche terribilmente comodo.

Un luogo non si difende.

Non ti interrompe.

Non mostra le prove contrarie e non ricorda pubblicamente tutte le volte in cui la possibilità c’era, ma tu avevi paura, eri stanco o preferivi aspettare il momento perfetto, quella magnifica creatura mitologica che vive nello stesso bosco degli unicorni e delle relazioni sentimentali prive di complicazioni.

La verità, probabilmente, sta nel mezzo.

Questa terra mi ha tolto alcune strade.

Io ne ho evitate altre.

Bel lavoro di squadra.

Eppure, proprio quel vuoto che tante volte ho detestato ha educato il mio sguardo.

Quando non succede niente, impari a osservare meglio.

Quando il paesaggio non ti serve spettacoli continui, cominci ad accorgerti delle variazioni minime.

Il vento che attraversa il grano.

Le nuvole enormi sopra una linea di terra che non tenta nemmeno di competere con loro.

La luce sulla pelliccia di un cane sdraiato nella paglia.

Le piume sporche di un tacchino.

Il muso stanco di un asino dietro una recinzione.

Un gatto appoggiato al muro con l’espressione di chi possiede la casa, la strada e probabilmente anche buona parte del comune.

Le mucche che guardano l’obiettivo con quella calma sospettosa tipica di chi non capisce perché gli esseri umani complichino tanto una vita che potrebbe essere dedicata quasi interamente a mangiare e fissare il vuoto.

I dettagli diventano eventi.

Una mela non è soltanto una mela.

È un colore dentro una cassetta, il segno dell’autunno, il rumore dei frutti che si urtano, una bambina che la tiene tra le mani e la osserva come se avesse appena scoperto qualcosa che gli adulti hanno dimenticato da anni.

L’aglio non è un ingrediente.

È terra rimasta attaccata alle radici. È l’odore che ti segue in cucina, sulle mani, dentro certe case. Un profumo capace di riportarti indietro più velocemente di qualsiasi automobile.

Il rosmarino, i fichi, i gigli, le spighe e i soffioni non sono un catalogo botanico.

Sono il vocabolario visivo con cui ho imparato a leggere il posto in cui vivevo.

Prima ancora di conoscere la fotografia, stavo già guardando.

Non lo sapevo.

Un bambino non pensa: questa luce laterale sulle foglie possiede una qualità cinematografica straordinaria.

Un bambino si ferma.

Tutto qui.

Si abbassa.

Tocca.

Osserva un insetto, un filo d’erba, una lumaca che impiega mezza giornata per attraversare una mano e sembra comunque molto meno in ritardo di noi.

Sono proprio le lumache, in una di queste immagini, a raccontare forse meglio il tempo di questi luoghi.

Una mano adulta le raccoglie.

Un bambino le guarda.

Nessuno ha fretta.

La lumaca, immagino, meno di tutti.

Qui il tempo ha sempre avuto un altro peso.

C’è una fotografia in cui una mano segnata, con le unghie sporche di terra, regge un vecchio orologio da tasca.

È un’immagine quasi troppo perfetta nella sua sfacciataggine.

Il tempo dentro la mano di chi ha lavorato.

Le ore misurate da dita che non hanno bisogno di un’applicazione per sapere quando il giorno è cominciato e quando è arrivato il momento di smettere.

Naturalmente non voglio trasformare tutto questo nella solita leggenda della vita contadina pura, saggia e incontaminata.

Risparmiamoci la cartolina.

La campagna non è mai stata un centro benessere spirituale con trattori vintage.

La terra è fatica.

È freddo, caldo, fango, schiena piegata, raccolti sbagliati, animali che si ammalano e giornate che non rispettano sabati, domeniche o crisi esistenziali.

La semplicità, vista da lontano, è molto poetica.

Vista alle cinque del mattino, con le mani spaccate e una giornata identica a quella precedente, perde un po’ del proprio fascino editoriale.

Non voglio raccontare la storia dell’agricoltura.

Queste fotografie non lo fanno.

Non sono un reportage sulla fatica nei campi né un documento su un mondo scomparso.

Sono ricordi visivi.

Piccole cose sulle quali il mio sguardo si è fermato perché contenevano qualcosa che riconoscevo.

Un uomo anziano seduto all’aperto, elegante, gli occhiali scuri e una mano appoggiata con la calma di chi non ha nessuna intenzione di alzarsi soltanto perché il mondo moderno è diventato impaziente.

Un vecchio trattore che trascina persone lungo una strada di campagna.

Un volante consumato.

Una macchina agricola parcheggiata sotto un arco, perfettamente al centro, come una divinità meccanica alla quale qualcuno abbia finalmente costruito un tempio appropriato.

Un altro trattore tra i filari, divorato dalla luce del pomeriggio.

Queste macchine hanno qualcosa di animale.

Sbuffano, tremano, lasciano odore di gasolio e possiedono una bruttezza funzionale che finisce per diventare bellissima.

Non cercano di piacere.

Servono.

Forse è anche questo che questi luoghi mi hanno insegnato: una certa diffidenza verso ciò che esiste soltanto per apparire.

Qui le cose devono fare qualcosa.

Un albero deve dare ombra o frutti.

Un cane deve fare la guardia, anche se molti sembrano aver negoziato condizioni contrattuali decisamente più comode.

Un trattore deve lavorare.

Una sedia deve sostenere qualcuno.

E una persona, nel bene e nel male, viene giudicata più facilmente per quello che fa che per ciò che sostiene di essere.

È un principio onesto.

Può anche diventare una gabbia.

Perché un artista, prima di produrre qualcosa che gli altri possano comprendere, passa molto tempo a osservare, sbagliare, perdersi, ricominciare e fare cose che dall’esterno sembrano perfettamente inutili.

Provate a spiegare l’introspezione a qualcuno che deve irrigare un campo prima che cambi il vento.

«Sto cercando me stesso.»

«Molto bene. Quando hai finito, porta qui quelle cassette.»

Non posso nemmeno dargli torto.

L’artista, però, ha bisogno di quel tempo apparentemente inutile.

Ha bisogno di annoiarsi abbastanza da sentire ciò che normalmente viene coperto dal rumore.

Ha bisogno di restare solo fino a quando la solitudine smette di essere un’assenza e diventa uno specchio.

Ed è qui che questa terra, dopo avermi negato certe possibilità, me ne ha concessa una fondamentale.

Il silenzio.

Non quello romantico delle pubblicità in cui una persona bellissima medita davanti a un lago mentre il proprio commercialista gestisce altrove i problemi reali.

Parlo del silenzio vero.

Quello che all’inizio ti mette a disagio.

Quello in cui senti il frigorifero, il vento, un trattore lontano e ogni pensiero che avevi cercato di evitare.

Non puoi nasconderti a lungo in un luogo dove non succede niente.

Prima o poi devi incontrarti.

Non sempre è una bella conoscenza.

Scopri le tue paure, le ossessioni, l’invidia, le ambizioni e tutto ciò che avresti preferito attribuire alle cattive influenze della società.

Scopri anche ciò che ami.

Il modo in cui guardi.

Le cose che continuano a chiamare la tua attenzione quando nessuno ti sta dicendo che cosa dovrebbe piacerti.

È lì che nasce una voce.

Non necessariamente buona.

Ma tua.

L’autenticità artistica non arriva dal tentativo di essere originali a ogni costo. Quella è soltanto un’altra forma di ansia da prestazione, con un cappello più interessante.

Arriva dalla vita vissuta.

Dalle cose che hai visto abbastanza a lungo da non aver più bisogno di copiarle da qualcun altro.

Puoi studiare i grandi fotografi, rubare con eleganza la loro luce, imparare composizione, colore, ritmo e tutte quelle nobili discipline che ci permettono di giustificare l’acquisto di attrezzature assurdamente costose.

Ma prima o poi devi mettere dentro l’immagine qualcosa che appartiene soltanto a te.

Non un effetto.

Un’esperienza.

Puoi inseguire Los Angeles finché vuoi.

Puoi amare le sue strade, i suoi tramonti, i motel, le automobili, le notti e quella magnifica capacità americana di rendere cinematografico persino un distributore di benzina.

Ma la prima luce che ti ha educato continuerà ad arrivare da qualche parte.

La mia arrivava sopra un campo.

Entrava tra i rami.

Rimbalzava sui fossi.

Si fermava sulle spighe, sulle mele, sul dorso degli animali e sui muri di case che avevano visto più stagioni di quante io fossi in grado di immaginare.

Quella luce è rimasta.

È dentro il modo in cui espongo una fotografia, scelgo un volto o aspetto che il sole scenda abbastanza da trasformare qualcosa di ordinario in una confessione.

Forse, se fossi cresciuto altrove, avrei avuto più occasioni.

Forse avrei incontrato prima le persone giuste, lavorato di più, visto di più.

Oppure sarei diventato il clone ben vestito di qualcun altro, troppo impegnato a rincorrere ciò che era già di moda per scoprire cosa avevo davvero da dire.

Non lo saprò mai.

La vita non fornisce versioni alternative per il confronto.

Ti consegna una sola biografia, spesso senza istruzioni, e poi pretende pure che tu ne faccia qualcosa di sensato.

Questa è la mia.

Campi, nebbia, animali, silenzio e la costante sensazione che altrove stesse succedendo qualcosa di più importante.

Così ho cominciato a fotografare.

Forse la macchina fotografica è stata il mio primo visto d’uscita, anche quando rimanevo esattamente nello stesso posto.

Attraverso l’obiettivo potevo trasformare ciò che mi circondava.

Non alterandolo.

Guardandolo abbastanza a lungo da trovare il punto in cui smetteva di essere ordinario.

Un campo diventava geometria.

Una fila di alberi diventava ritmo.

Una margherita diventava un piccolo universo bianco e giallo.

Il profilo di una casa lontana diventava solitudine.

Una strada vuota diventava la domanda che continuavo a farmi: restare o andare?

La fotografia mi permetteva di partire senza muovermi.

E più tardi mi avrebbe permesso di muovermi davvero.

Ci sono bambini in queste immagini.

Corrono nei campi, salgono sui mezzi agricoli, porgono fieno alle mucche, accarezzano cani, osservano animali e tengono mele tra le mani.

In loro il luogo non è ancora diventato un limite.

È un territorio.

Non sanno che un giorno potrebbero desiderare di andarsene. Non conoscono ancora la differenza tra un orizzonte e una frontiera.

Vedono soltanto spazio.

Corrono.

E guardandoli mi domando quando abbiamo smesso di farlo.

Quando il campo è diventato distanza.

Quando il silenzio si è trasformato in isolamento.

Quando la semplicità ha cominciato ad assomigliare a una mancanza.

Forse crescere significa proprio assistere alla lenta trasformazione dei luoghi.

Prima sono il mondo.

Poi diventano troppo piccoli.

Infine, quando sei abbastanza lontano o abbastanza stanco, diventano casa.

 

Non necessariamente il posto in cui vuoi tornare a vivere.

Casa è una parola più complicata.

Può indicare ciò da cui provieni, ciò che hai cercato di lasciare e l’unica cosa capace di farti sentire improvvisamente nostalgia mentre annusi dell’erba tagliata a centinaia di chilometri di distanza.

Anche le persone appartengono a questo paesaggio.

Non come comparse folcloristiche messe lì per dare credibilità alla scena.

Sono parte del ritmo.

Il vecchio sul trattore.

I bambini che corrono.

Una ragazza che ascolta qualcuno suonare la chitarra con i campi dietro le spalle.

Una donna chinata verso un cane.

Un padre con un bambino al volante di un piccolo mezzo, nell’antico rito di far credere ai figli che stiano guidando mentre un adulto continua discretamente a evitare il disastro.

La vita qui non è sempre grande.

Spesso è fatta di gesti minimi.

Feste locali.

Animali da avvicinare.

Bambini bagnati da un getto d’acqua accanto a un trattore.

Musica suonata all’aperto.

Una brocca sopra un tavolo mentre il sole scende.

Quella brocca, attraversata dalla luce, sembra quasi un oggetto sacro.

Probabilmente contiene qualcosa di molto meno spirituale.

Ma il tramonto possiede questo talento: per pochi minuti perdona la volgarità del mondo.

Trasforma il vetro in oro, l’acqua o la birra in ambra e un tavolo qualunque nell’ultimo posto sulla Terra in cui varrebbe la pena sedersi.

Non risolve niente.

Il giorno dopo le distanze rimangono le stesse.

Le opportunità non si moltiplicano e il paese non diventa improvvisamente Los Angeles perché abbiamo bevuto abbastanza.

Ma in quell’istante non importa.

Qualcuno ride.

I bambini sono stanchi.

Gli animali tornano quieti.

Il sole si abbassa dietro i campi e il mondo sembra completo nella propria modestia.

È questa la seduzione del posto.

Ti convince che forse non hai bisogno di altro.

A volte è saggezza.

A volte è resa.

Il confine tra le due cose è molto più sottile di quanto ci piaccia ammettere.

La semplicità può salvarti dalla nevrosi di volere sempre di più.

Può insegnarti a riconoscere il valore del tempo, del silenzio, di una tavola condivisa, di un animale che si fida e di un tramonto che non pretende un biglietto d’ingresso.

Ma può anche diventare una scusa.

«Qui siamo sempre vissuti così.»

«Che bisogno c’è?»

«Perché vuoi andare via?»

«Perché non ti accontenti?»

Accontentarsi è una parola pericolosa.

Pronunciata dalla persona giusta nel momento giusto può significare gratitudine.

Pronunciata da chi ha paura del cambiamento significa: riduci la tua vita finché smette di mettere in discussione la mia.

Io non volevo ridurla.

Volevo altro.

Non sempre sapevo cosa.

Questo, bisogna ammetterlo, complicava leggermente la ricerca.

Sapevo soltanto che non poteva finire tutto tra la stessa strada, lo stesso bar, le stesse facce e la convinzione che il massimo dell’avventura fosse scoprire chi si era lasciato con chi durante il fine settimana.

Eppure ogni volta che ho cercato di raccontarmi attraverso le immagini, questa terra è tornata.

Non invitata.

Tenace come un’erbaccia.

Un campo sullo sfondo.

Un animale.

Un controluce.

Un vecchio oggetto.

Un volto scavato.

La nostalgia per qualcosa che, mentre lo vivevo, trovavo spesso insopportabilmente noioso.

La memoria è una montatrice disonesta.

Taglia le attese, riduce le giornate inutili, aumenta la saturazione dei tramonti e mette musica sulle scene in cui non accadeva assolutamente nulla.

Per questo l’infanzia sembra sempre avere una luce migliore.

Non era necessariamente più felice.

Aveva meno confronti.

Il mondo non era ancora entrato tutto dentro un telefono per mostrarci, ventiquattr’ore al giorno, dove avremmo potuto essere, chi avremmo potuto conoscere e quale vita avremmo potuto vivere se soltanto fossimo nati altrove, più belli, più ricchi o con genitori capaci di presentarci la persona giusta al momento giusto.

C’erano il cortile, gli alberi, gli animali, la strada e i campi.

Abbastanza per costruire universi.

Questi luoghi stanno cambiando.

Le vecchie persone se ne vanno.

Le case vengono chiuse o ristrutturate fino a perdere il proprio volto. Le macchine sostituiscono gesti che un tempo richiedevano braccia. Le tradizioni diventano eventi organizzati, con orari, parcheggi e qualcuno incaricato di pubblicare le fotografie sui social.

Non è necessariamente male.

Il passato non era migliore soltanto perché era passato.

Aveva la sua dose di miseria, fatica, ignoranza, giudizio e vite costrette dentro ruoli dai quali non era facile uscire.

La nostalgia tende a mettere fiori sui davanzali e a nascondere i cadaveri in cantina.

Ma qualcosa si perde comunque.

Un certo rapporto con il tempo.

La capacità di conoscere la stagione senza consultare il calendario.

Il valore attribuito alle cose perché ripararle era più naturale che sostituirle.

La familiarità con gli animali, con il raccolto, con il cibo prima che diventasse confezione.

Quel modo poco elegante ma concreto di esserci.

Non sempre le persone di qui sanno parlare bene delle emozioni.

A volte non ne parlano affatto.

Le sotterrano.

D’altra parte hanno molta terra a disposizione.

Eppure sanno presentarsi con una cassetta di frutta, aggiustare qualcosa senza chiedere denaro, accompagnarti da qualche parte o rimanere in silenzio accanto a te senza trasformare ogni dolore in un seminario di crescita personale.

È un affetto pratico.

Poco cinematografico.

Quindi, naturalmente, perfetto da fotografare.

Poi ci sono gli animali.

Cani nella paglia, asini dietro le recinzioni, mucche nelle stalle, galline che fissano l’obiettivo come se avessero appena scoperto qualcosa di compromettente sul fotografo, oche impegnate in discussioni alle quali nessun essere umano è stato invitato.

Loro appartengono al posto senza tormentarsi troppo.

Non sognano metropoli.

Non confrontano la propria vita con quella di un labrador di Beverly Hills.

Almeno credo.

Il gatto, forse, sì. I gatti possiedono aspettative immobiliari piuttosto alte.

Gli animali rendono evidente ciò che noi complichiamo: esistere è già un’occupazione a tempo pieno.

Mangiare.

Dormire.

Cercare il sole.

Proteggere ciò che ami.

Allontanarti da chi ti infastidisce.

Una filosofia sorprendentemente solida, soprattutto considerando il livello medio delle alternative umane.

Ma noi abbiamo l’ambizione.

La maledizione e il motore.

Vogliamo diventare.

Vogliamo lasciare un segno.

Vogliamo che la nostra vita significhi qualcosa oltre il semplice fatto biologico di averla attraversata.

Ed è qui che nasce il mio conflitto con questa terra.

Mi ha insegnato l’essenziale e contemporaneamente mi ha fatto desiderare il superfluo.

Mi ha mostrato quanto poco serva per vivere e quanto possa essere doloroso non avere abbastanza per sentirsi vivi.

Mi ha dato il silenzio necessario per conoscermi, ma non sempre le persone con cui condividere ciò che avevo scoperto.

Mi ha dato tempo.

Non sempre occasioni.

Mi ha dato radici.

Per le ali, evidentemente, dovevo arrangiarmi.

Così ho usato una macchina fotografica.

Ho iniziato a raccogliere prove.

Non prove che questo posto fosse meraviglioso.

Non lo è.

Nessun posto lo è quando devi viverci abbastanza a lungo.

Ho raccolto prove che non fosse soltanto il vuoto che qualche volta vedevo.

Le margherite.

Le mele.

I cani.

Le persone.

Le nuvole sopra i campi.

I filari che scompaiono all’orizzonte.

Una piccola cappella con scritto “Ave Maria” vicino a uno stop, perfetta sintesi teologica della provincia: fermati, affidati a qualcuno più in alto e poi riparti sulla stessa strada di prima.

I soffioni pronti a disperdersi.

Quelli forse sono l’immagine più sincera di tutte.

Restano attaccati alla terra finché arriva il vento.

Poi partono.

Senza sensi di colpa.

Senza assemblee familiari.

Senza dover spiegare che non odiano il prato, che hanno soltanto bisogno di vedere dove li porterà l’aria.

Noi esseri umani rendiamo tutto più drammatico.

Chi parte teme di tradire.

Chi resta interpreta la partenza come un giudizio.

E invece si può voler bene a un luogo senza permettergli di diventare il confine della propria esistenza.

Si può essere grati e arrabbiati.

Nostalgici e soffocati.

Orgogliosi delle radici e affamati di distanza.

L’amore vero contiene contraddizioni.

Quello privo di contraddizioni di solito è pubblicità.

Non so se amo questa terra.

A volte sì.

A volte la guardo e vedo soltanto chilometri da attraversare per arrivare da qualche parte.

A volte mi basta l’odore di un campo dopo la pioggia per sentirmi nuovamente bambino, prima che il futuro diventasse una domanda insistente e il talento qualcosa da dimostrare.

Quando rimango troppo a lungo, voglio andarmene.

Quando sono lontano, riconosco improvvisamente un colore, un odore o una luce e una parte di me torna qui senza chiedere il permesso.

Questo è il problema dei luoghi in cui siamo cresciuti.

Non devono convincerci a restare.

Sono già venuti via con noi.

Queste sessantasette fotografie non sono una guida.

Non vi dicono dove mangiare, cosa visitare o quale strada percorrere per trovare il tramonto migliore.

Non sono nemmeno un’assoluzione.

Non perdono questo posto per tutto ciò che non mi ha dato.

Sono qualcosa di più simile a una lettera scritta dopo una relazione lunga, complicata e mai completamente conclusa.

Dentro ci sono accuse, riconoscenza, desiderio, rancore e qualche ricordo che il tempo ha avuto la cortesia di rendere più bello.

Sono ciò che ho scelto di salvare.

Il colore.

Gli animali.

Le mani.

I bambini.

Le cose nate dalla terra e quelle costruite per lavorarla.

Le persone che vivono ancora con un ritmo diverso.

La luce che trasforma il fottuto niente in qualcosa che, per pochi minuti, sembra contenere tutto.

Forse è questo il vero potere della fotografia.

Non dimostrare che la vita sia stata bella.

Dimostrare che, anche nei posti che abbiamo accusato di averci tolto qualcosa, esistevano istanti degni di essere conservati.

L’artista non racconta il mondo com’è.

Racconta il punto esatto in cui quel mondo gli è entrato dentro.

A qualcuno piacerà.

Qualcun altro troverà queste immagini troppo semplici, troppo colorate, troppo nostalgiche o insufficientemente interessanti.

Pazienza.

Non ho fotografato per convincere tutti.

Ho fotografato perché questo è ciò che ho visto.

Questa è la luce che mi ha formato.

Questi sono gli odori che la fotografia non può registrare ma che io continuo a sentire dietro ogni immagine: erba tagliata, terra umida, paglia, mele, aglio, animali, gasolio e aria calda alla fine di una giornata.

Questa è la parte di me che non posso prendere in prestito da nessun altro.

Potete apprezzarla oppure no.

Che cazzo vi devo dire?

L’autenticità non è una garanzia di successo.

È soltanto la condizione necessaria per poter fallire con la propria voce.

E se proprio devo fallire, preferisco farlo così.

Con le mie immagini.

La mia terra.

Il mio silenzio.

E quell’orizzonte piatto che per anni mi è sembrato non portare da nessuna parte, ma che forse, senza che me ne accorgessi, mi stava insegnando a guardare più lontano.

Alla fine non so stabilire se questo posto mi abbia dato o tolto di più.

Forse è una domanda sbagliata.

So che mi ha costretto a cercare il bello invece di consegnarmelo già confezionato.

Mi ha obbligato a fermarmi sui dettagli.

A riconoscere una storia dentro una mano sporca, una stagione dentro una mela, il tempo dentro un vecchio orologio e la libertà dentro un soffione che aspetta il vento.

Non mi ha dato la vita che immaginavo.

Mi ha dato gli occhi con cui avrei cercato di costruirla.

E ogni volta che provo a raccontare chi sono, non importa quanto lontano porti la storia, da qualche parte in fondo al fotogramma ricompare sempre un campo.

Questo, dannazione, deve pur significare qualcosa.

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