Ci sono due fotografie, scattate a distanza di anni.
Nella prima, uno steccato di legno — il tipo di recinzione che separa un luogo da un altro senza pretendere di essere un muro. Nella seconda, una ringhiera antica, a Venezia, il genere di barriera che le città costruiscono più per abitudine che per necessità.
Cambia il materiale, cambia la luce, probabilmente cambia anche l’uomo che ha scattato — perché in mezzo ci sono anni, e gli anni non passano mai senza lasciare qualcosa addosso, anche quando sembra che tutto sia rimasto uguale.
Ma la scena, guardata bene, è sempre la stessa.
Da una parte, la gente. Che si muove, occupa lo spazio, ride con la naturalezza di chi non si è mai fermato a chiedersi se avesse il diritto di stare lì. Dall’altra parte — sempre dall’altra parte — io. Con una macchina fotografica al posto di un ruolo nella scena.
Non è timidezza. Non è nemmeno paura, anche se per anni mi sono raccontato così, perché è più comodo avere una spiegazione semplice per qualcosa che in realtà è molto più antico di un disagio sociale.
È una posizione. Qualcosa che ho scoperto di avere, non scelto di indossare — come si scopre di essere mancini, o di avere un timbro di voce riconoscibile anche al telefono. Una specie di distanza di fabbrica, incorporata, che uno steccato o una ringhiera non fanno che rendere visibile: due centimetri di legno o di muratura che raccontano un’intera visione del mondo.
Perché quella barriera non mi tiene fuori.
Sono io che ho scelto di restarci, dietro. Anche quando nessuno controllava. Anche quando avrei potuto scavalcarla senza che nessuno se ne accorgesse.
Loro vivono la scena. Io la inquadro.
Loro decidono cosa fare del pomeriggio. Io decido quale istante di quel pomeriggio merita di sopravvivere al pomeriggio stesso.
C’è chi passa la vita cercando il centro esatto del palco, e chi si accorge presto — spesso troppo presto, prima ancora di avere gli strumenti per capire cosa significhi — di avere occhi fatti apposta per stare ai bordi. Non per esclusione. Per una specie di vocazione che non ho mai firmato ma che mi ritrovo comunque a esercitare, ogni qual volta che qualcuno ride più forte, balla meglio, ama più liberamente di quanto io riesca a fare da questa posizione.
E sì, a volte fa male.
Fa male mentre gli altri vivono le loro estati, i loro amori sbagliati al momento giusto, i loro piccoli disastri raccontabili solo il giorno dopo — e io sto lì, con un dito sull’otturatore, a decidere quale frammento di quella vita merita di essere fermato. Come se qualcuno mi avesse affidato un incarico che nessuno mi ha mai davvero assegnato, ma che ormai è l’unico linguaggio che conosco per restare nel mondo senza affogarci dentro.
Forse è una condanna.
O forse è solo un modo diverso di partecipare — non con il corpo, che resta fuori dal recinto, ma con lo sguardo, che invece ci entra fino in fondo, più di quanto entrerebbe restando comodamente dentro la scena a recitare la propria parte senza guardarla mai da fuori.
Perché tutti quei volti dall’altra parte dello steccato — o della ringhiera, non importa — un giorno smetteranno di ridere in quel modo esatto. Smetteranno di stare in quel punto preciso, sotto quella luce che non tornerà più identica. E se nessuno li avesse guardati — guardati davvero, con l’attenzione ostinata di chi sa che ogni istante è già in procinto di sparire mentre lo sta ancora vivendo — non ne resterebbe traccia. Solo il ricordo sbiadito di chi c’era, che con gli anni diventa sempre meno affidabile.
Due fotografie. Anni di distanza. Una spiaggia in un posto, l’inconfondibile panorama di Venezia in un altro.
Stesso steccato, in fondo. Stessa ringhiera.
Stesso uomo, dall’altra parte del mondo rispetto a chi vive, a fare l’unica cosa che ha sempre saputo fare bene:
restare fuori dalla scena, per poterla raccontare a chi non c’era — e forse, un giorno, anche a chi c’era ma non ha guardato abbastanza.