Se esiste un Dio dei gatti, quel giorno doveva essersi svegliato con uno strano senso dell’umorismo.
Aveva preso quel piccolo bastardo affamato e lo aveva piazzato davanti alla porta di un supermercato.
Non vicino a un cassonetto.
Non in un vicolo.
Non dietro una pescheria gestita da un vecchio mezzo cieco e abbastanza rincoglionito da lasciarsi fregare una sardina.
Davanti a un supermercato.
Il fottuto paradiso del cibo.
Dietro il vetro c’erano scaffali pieni di carne, tonno, biscotti, pollo, salumi, formaggi e una quantità di merda colorata sufficiente a sfamare un esercito durante un inverno nucleare.
Davanti al vetro c’era lui.
Seduto.
Con niente.
Soltanto pochi centimetri lo separavano da tutta quell’abbondanza. Una porta, due lastre di vetro e una di quelle regole invisibili inventate dagli uomini per stabilire chi possa entrare e chi debba rimanere fuori.
Il gatto non aveva soldi.
Non aveva una carta fedeltà.
Non aveva scaricato l’app per accumulare punti del cazzo.
Quindi aspettava.
Non sembrava disperato.
La disperazione è una cosa che gli esseri umani amano vedere soltanto quando è abbastanza teatrale da farli sentire buoni. Vogliono le costole sporgenti, gli occhi moribondi e magari un po’ di pioggia sullo sfondo. Se proprio devi soffrire, cerca almeno di farlo in maniera fotogenica.
Lui, invece, era soltanto un gatto con fame.
E la fame non ha bisogno di sostenere un provino.
Stava dritto davanti all’ingresso, con la coda raccolta accanto alle zampe e l’aria dignitosa di un portiere licenziato dal palazzo che continua comunque a sorvegliare.
Guardava le persone entrare.
Poi le guardava uscire.
Aveva scelto bene il posto.
I reparti marketing spendono milioni per studiare le abitudini dei consumatori. Lui aveva capito tutto senza una laurea e senza partecipare a una singola riunione aziendale:
non chiedere a chi entra a mani vuote.
Aspetta chi esce con le borse piene.
I volti possono mentire.
I sacchetti no.
La porta si apriva e, per qualche secondo, dal negozio usciva l’odore del cibo.
Poi si richiudeva.
Si apriva.
Si richiudeva.
Ogni volta il paradiso gli mostrava cosa conteneva e subito dopo gli sbatteva il vetro in faccia.
Una tortura progettata con illuminazione al neon e offerte speciali.
Dentro, la gente sceglieva tra quindici tipi di biscotti, confrontava il prezzo dello yogurt, comprava porzioni familiari per famiglie che probabilmente non si parlavano più da anni.
Fuori, lui chiedeva una cosa sola.
Qualcosa da mangiare.
Niente gusti particolari.
Nessuna allergia inventata dopo aver letto tre articoli su internet.
Nessuna recensione da lasciare.
Cibo.
Una necessità così semplice da risultare quasi volgare in un mondo che ha bisogno di complicare tutto prima di attribuirgli un prezzo.
Le persone gli passavano accanto.
Alcune lo guardavano.
Altre facevano quel piccolo movimento laterale con il piede, il gesto elegante con cui gli esseri umani evitano ciò che non vogliono vedere senza dover ammettere di averlo visto.
Non erano necessariamente cattive.
Quasi nessuno si considera cattivo.
Erano di fretta.
Avevano telefonate da fare, cene da preparare, messaggi a cui non rispondere e vite importantissime da trascinare fino al parcheggio.
L’indifferenza raramente ha la faccia di un mostro.
Di solito indossa vestiti puliti, guarda il telefono e dice di non avere tempo.
Il gatto, però, non sembrava intenzionato ad accettare la parte dell’arredamento.
Aspettò.
Osservò.
Scelse un passante.
Uno che aveva appena superato la porta e probabilmente pensava di aver concluso la propria giornata di acquisti senza ulteriori rotture di coglioni.
Il gatto sollevò la testa.
Aprì la bocca.
E lo chiamò.
«Ehi.»
Il passante continuò a camminare.
«Ehi, stronzo. Sì, dico a te.»
Naturalmente non posso sapere cosa disse davvero.
Gli uomini sostengono che gli animali non parlino. È una delle nostre bugie preferite, insieme a “sto bene”, “ti richiamo” e “ho letto e accettato i termini del servizio”.
Gli animali parlano eccome.
Siamo noi a pretendere i sottotitoli perché capire ci costringerebbe a fare qualcosa.
Quel miagolio, tradotto dal linguaggio universale di chi ha fame, doveva suonare più o meno così:
«Hai appena comprato abbastanza roba da riempire il bagagliaio di una macchina. Dentro quella borsa ci saranno almeno tre cose che dimenticherai in frigorifero finché non cominceranno a sviluppare una propria civiltà.
A me basterebbe una scatoletta.
Un pezzo di pollo.
Qualcosa che non hai ancora mezzo masticato e buttato a terra.
Non ti sto chiedendo di adottarmi, di amarmi per sempre o di farmi dormire sul tuo cuscino mentre distruggo lentamente il tuo divano.
Ti sto chiedendo di ricordarti che esisto.»
Il passante forse lo sentì.
Forse no.
La fotografia non lo racconta.
Mostra soltanto il gatto con la testa sollevata, la bocca aperta e quel riflesso nel vetro che sembra restituirgli il proprio grido.
Come se nemmeno il supermercato volesse rispondere e si limitasse a rimandargli indietro la voce.
Io ero lì con la macchina fotografica.
E fotografavo.
Anche questa è una cosa strana.
Vedi qualcosa che ti colpisce, alzi la macchina e metti un obiettivo tra te e la merda del mondo. Regoli il tempo, il diaframma, la messa a fuoco. Trasformi un bisogno in una composizione e per qualche secondo puoi fingere che il tuo compito sia soltanto osservare.
La fotografia è anche questo.
Una maniera elegante di restare immobili.
Ma quelle due immagini raccontavano già tutto.
Nella prima il gatto aspettava.
Nella seconda aveva smesso di aspettare in silenzio.
Tra uno scatto e l’altro c’era l’intera biografia della fame.
Prima conservi la dignità.
Poi speri che qualcuno si accorga di te.
Infine apri la bocca e chiami un perfetto sconosciuto, perché la dignità è una gran bella cosa finché non comincia a brontolarti lo stomaco.
La fame rende tutti onesti.
Non le importa del tuo orgoglio, della tua storia o di quanto avresti preferito cavartela da solo.
La fame arriva e dice:
«Adesso chiedi.»
E tu chiedi.
Una volta.
Due volte.
Dieci volte.
Finché qualcuno si ferma o finché non hai più voce.
Non so chi abbia ascoltato quel gatto.
Forse il passante tornò indietro.
Forse uscì una donna con una confezione di cibo e gliela aprì accanto alla porta.
Forse il gatto rimase lì fino a sera, affidandosi alla statistica e alla debolezza di qualche essere umano meno impegnato degli altri.
Le fotografie non danno risposte.
Fermano la domanda.
E così lui resterà per sempre davanti a quella porta, mentre chiunque guardi queste immagini potrà decidere da quale parte del vetro riconoscersi.
Dentro c’era tutto.
Fuori c’era una creatura che chiedeva quasi niente.
È questa la parte che fotte.
Non la povertà.
Non la fame.
La distanza ridicola tra chi possiede più di quanto possa consumare e chi deve gridare per ottenere una briciola.
Pochi centimetri.
Una porta automatica.
Un passo che quasi nessuno aveva voglia di fare.
Quel gatto, però, aveva capito come funziona il mondo meglio di molti di noi.
Non chiedeva giustizia.
La giustizia è un lusso inventato da chi ha già cenato.
Chiedeva cibo.
Aveva scelto il posto.
Aveva studiato le persone.
E quando ne individuava una con le borse abbastanza piene, alzava la testa e lanciava il suo piccolo richiamo contro il rumore della città.
«Ehi, stronzo.»
«Non fingere di non avermi visto.»
Dietro di lui, migliaia di confezioni portavano un nome, un prezzo e un codice a barre.
Fuori, la fame aveva bisogno di una sola parola.
Miao.
E nessuno poteva davvero dire di non averla capita.
Alla fine abbassai la macchina fotografica.
Entrai in quel supermercato senza avere bisogno di comprare un cazzo per me. Presi una scatoletta, la pagai e tornai fuori.
Gliela aprii davanti.
Lui non mi ringraziò, naturalmente. I gatti hanno abbastanza dignità da non recitare gratitudine per rassicurare gli esseri umani. Abbassò la testa e cominciò a mangiare.
Non avevo sconfitto la fame nel mondo.
Non avevo salvato nessuno.
Avevo soltanto dato da mangiare a un gatto per una sera.
Poca cosa.
Ma in quel momento, per lui, era tutto ciò che contava.