Messico, capitolo III — Tulum e il confine
Il secondo capitolo era finito su un’amaca, con le gambe sollevate, il mare davanti e la piacevole sensazione che il mondo potesse tranquillamente continuare a girare senza la mia supervisione.
Poi, come sempre, arrivò il momento di rimettersi le scarpe.
Anche il paradiso, prima o poi, ti presenta il conto e ti ricorda che non puoi trascorrere il resto dell’esistenza sospeso tra due pali con una birra nelle vicinanze e nessuna responsabilità immediata. O meglio, potresti. Ma servirebbero un talento particolare, pochissima dignità e probabilmente una rendita migliore della mia.
Lasciai Isla Mujeres e tornai sulla strada.
Il terzo capitolo cominciò davanti a un cartello.
Tulum.
Una freccia indicava il centro, altre puntavano verso direzioni differenti e il cielo, sopra, possedeva quell’azzurro indecente che in Messico riusciva a trasformare anche la segnaletica stradale in una dichiarazione d’intenti.
Avevo finalmente una direzione.
Almeno geograficamente.
Per tutto il resto continuavo a possedere la stessa confusione di sempre, soltanto un po’ più abbronzata.
È curioso quanto ci tranquillizzino i cartelli. Una parola, una freccia e improvvisamente crediamo di sapere dove stiamo andando. Seguiamo indicazioni per tutta la vita: scuola, lavoro, matrimonio, casa, pensione, morte. Un percorso ben segnalato, con qualche area di servizio e una quantità crescente di rate da pagare.
Ma che cosa succede quando la strada indicata non è la vostra?
Quanti cartelli avete seguito soltanto perché non sapevate dove altro andare?
Io, quel giorno, seguii quello per Tulum.
Non perché pensassi che lì avrei trovato una risposta. Avevo già capito che i luoghi non risolvono la vita. Al massimo cambiano lo sfondo alle nostre domande e, se siamo fortunati, le rendono abbastanza belle da volerle fotografare.
Prima delle rovine arrivò la città.
Non la Tulum levigata delle fotografie pubblicitarie, quella con le capanne di lusso, i cocktail serviti dentro un ananas e persone vestite di lino bianco che fingono di avere raggiunto l’illuminazione spirituale dopo aver pagato quattrocento dollari a notte.
La città vera.
Strade impolverate, case basse, automobili parcheggiate davanti a facciate rosa e verdi, cavi elettrici, cemento, piccoli negozi e quella combinazione di precarietà e colore che continuava a seguirmi lungo tutto il viaggio.
Tulum non aveva ancora indossato completamente il costume che il turismo avrebbe preteso da lei. Dietro l’immagine del paradiso rimaneva un luogo abitato da persone che lavoravano, aspettavano, sudavano, si spostavano e cercavano di arrivare alla fine della giornata senza preoccuparsi di risultare autentiche per la macchina fotografica di qualche visitatore.
La vita non aveva bisogno di dimostrare niente.
Io camminavo e osservavo.
Una casa colorata. Un’automobile coperta di polvere. Una strada che sembrava finire contro il cielo. Piccoli elementi privi di qualsiasi importanza turistica ma capaci, messi insieme, di raccontare un luogo molto meglio dell’ennesima fotografia perfetta scattata all’ora del tramonto.
Poi vidi un vecchio telefono pubblico.
Se ne stava in piedi accanto alla strada, schiacciato tra le automobili e il movimento della città. Un oggetto nato per mettere in comunicazione persone lontane e ormai diventato quasi un reperto archeologico prima ancora di raggiungere le rovine.
Qualcuno, anni prima, doveva aver aspettato davanti a quel telefono.
Avrà infilato le monete, composto un numero imparato a memoria e sperato che dall’altra parte rispondesse la voce giusta. Forse avrà chiamato casa. Forse una donna. Forse qualcuno a cui chiedere perdono o dire una bugia.
Oggi abbiamo il mondo intero dentro una tasca e riusciamo comunque a non dirci un cazzo.
Siamo raggiungibili in ogni momento, localizzabili, connessi, aggiornati. Possiamo vedere se qualcuno ha letto il messaggio, a che ora si è collegato e perfino se sta cominciando a scrivere una risposta che poi decide di cancellare.
Eppure continuiamo a non capirci.
Quel telefono almeno pretendeva un gesto. Dovevi fermarti, cercare una moneta, ricordare un numero e accettare la possibilità che nessuno rispondesse. La comunicazione aveva ancora un peso fisico.
Oggi basta un pollice.
Forse è per questo che molte parole non pesano più niente.
Continuai verso le rovine.
A Chichén Itzá la pietra si alzava dalla terra e sfidava il cielo. Tulum, invece, sembrava costruita per guardare il mare. Le sue mura non proteggevano soltanto una città: delimitavano un confine tra la giungla, l’uomo e quell’enorme distesa d’acqua che continuava a reclamare l’orizzonte.
Il cielo era pieno di nuvole sottili. Le costruzioni emergevano tra gli alberi e il mare appariva dietro di loro come una presenza troppo vasta per essere ignorata.
Qualcuno, secoli prima, aveva scelto quel luogo per vivere, commerciare, pregare e osservare il sole nascere dall’acqua.
Aveva avuto buon gusto.
Anche le civiltà destinate a scomparire, evidentemente, sapevano riconoscere una vista della madonna.
Camminai tra i muri consumati, le aperture, i sentieri e le costruzioni sopravvissute abbastanza a lungo da diventare patrimonio, mistero e sfondo per fotografie di persone con cappelli improbabili.
Le pietre conservavano ancora la forma di ciò che erano state, ma avevano perso la funzione. Una stanza senza tetto. Una porta che non proteggeva più niente. Una finestra aperta su un mondo completamente diverso da quello per il quale era stata costruita.
Quanto tempo deve passare prima che una rovina smetta di essere una sconfitta e diventi bellezza?
Quando una casa crolla è una tragedia. Quando crolla un’intera civiltà aspettiamo qualche secolo, costruiamo una biglietteria e cominciamo a venderne le cartoline.
Forse la distanza rende poetico perfino il disastro.
Tra le pietre si muovevano le iguane.
Avevano l’espressione tranquilla di chi sa perfettamente che, alla fine, la proprietà tornerà sempre alla natura. Gli uomini avevano costruito città, celebrato divinità, combattuto guerre e stabilito gerarchie. Loro si prendevano il sole sui resti di tutto quanto.
Era difficile non provare una certa ammirazione.
Nessuna ansia da prestazione, nessun bisogno di lasciare un’eredità e nessuna riunione del lunedì mattina. Soltanto pietra calda, insetti e la certezza che gli esseri umani, prima o poi, se ne sarebbero andati.
Le fotografai.
In mezzo a quelle rovine l’iguana non sembrava un dettaglio naturalistico. Sembrava la firma finale della storia.
Noi costruiamo.
La natura aspetta.
E la natura, quella stronza paziente, vince quasi sempre.
Continuai a cercare cornici dentro le cornici. Muri attraverso i quali guardare altri muri, pietre che nascondevano costruzioni, scale che conducevano verso il mare. Non volevo soltanto mostrare il luogo. Volevo trovare il modo in cui quel luogo mi stava guardando.
A un certo punto incontrai un passaggio buio.
La pietra formava una specie di tunnel. All’altra estremità la luce esplodeva, cancellando quasi ogni dettaglio del mondo esterno.
Dentro quell’oscurità camminavano due figure.
Un adulto e un bambino.
Non so chi fossero. Non so da dove venissero, che rapporto ci fosse tra loro o dove sarebbero andati una volta usciti. Erano soltanto due silhouettes, una più grande e una più piccola, unite da una mano.
L’adulto procedeva verso la luce.
Il bambino lo seguiva.
O forse era il contrario.
Forse era il bambino a trascinarlo fuori.
Le fotografie migliori non rispondono. Ti lasciano dentro una domanda e chiudono la porta.
Quell’immagine avrà una storia tutta sua, perché alcune fotografie smettono di appartenere al viaggio nel quale sono nate e cominciano a parlare di qualcosa di molto più grande. Qui mi basta lasciarla nel punto esatto in cui accadde.
Tra la pietra e il mare.
Tra il passato e ciò che veniva dopo.
Tra il buio e una luce così forte da non permettere di vedere dove avrebbero messo i piedi.
Forse crescere significa proprio questo: scoprire che gli adulti che ci tenevano per mano non conoscevano davvero la strada. Cercavano soltanto di camminare abbastanza sicuri da non trasmetterci tutta la loro paura.
E forse amare qualcuno significa fare la stessa cosa.
Non promettergli che non esistano buio, rovine o strade sbagliate. Soltanto dirgli: non so dove cazzo stiamo andando, ma per adesso dammi la mano.
Subito dopo arrivò la spiaggia.
Prima la vidi attraverso una struttura che divideva il paesaggio in piccoli rettangoli. La sabbia, le persone e il mare apparivano frammentati, come se stessi guardando la libertà attraverso una grata.
Fuori, minuscole figure camminavano vicino all’acqua.
Da una parte le rovine, le mura e tutto ciò che gli uomini avevano costruito per resistere. Dall’altra corpi quasi nudi che entravano nel mare senza lasciare dietro di sé niente più di qualche impronta.
Secoli di storia terminavano sulla stessa sabbia nella quale qualcuno stava stendendo un asciugamano.
C’è qualcosa di profondamente democratico nel mare.
Non gli interessa chi eravate, quanto guadagnate, quale divinità adorate o quante persone vi seguono. Vi entra nelle scarpe, vi rovina il telefono e vi ricorda che siete composti quasi interamente della stessa acqua che state contemplando.
Scesi verso la costa.
Il sentiero attraversava rocce, vegetazione e scalinate. Dall’alto la spiaggia sembrava piccola, ritagliata tra le pareti e il mare. Poi, avvicinandomi, il paesaggio cominciò a inghiottire ogni altra cosa.
Le rovine rimasero alle spalle.
Davanti c’erano le onde.
Il sole scendeva inclinato sull’acqua, la schiuma si rompeva contro la riva e le persone diventavano ombre dentro una luce dorata. Un uomo camminava vicino alle rocce. Una coppia attraversava la sabbia. Altri corpi entravano e uscivano dal mare.
Nessuno sembrava sapere di essere parte della conclusione del mio racconto.
Per loro era soltanto un pomeriggio.
Ed è questo che ho sempre amato della fotografia di viaggio: le persone continuano a vivere mentre tu attribuisci significati enormi ai loro gesti più normali. Qualcuno passeggia e tu ci vedi la solitudine. Qualcuno guarda il mare e tu ci costruisci sopra un’intera teoria sulla libertà.
Magari stava soltanto pensando a che cosa mangiare per cena.
Ma l’arte è anche questa forma elegante di appropriazione emotiva. Prendiamo il mondo, lo facciamo passare attraverso quello che abbiamo dentro e poi fingiamo di averlo semplicemente documentato.
Non documentiamo mai soltanto ciò che vediamo.
Documentiamo ciò che siamo nel momento in cui lo guardiamo.
Il viaggio continuò lungo la costa.
Le grandi rovine lasciarono lentamente spazio alle piccole cose. Un pesce dipinto sopra una parete. Le foglie appuntite di una pianta. Frammenti di corallo ammassati sulla terra. Un’iguana mimetizzata tra le rocce. La superficie dell’acqua sotto un cielo diventato improvvisamente grigio.
Il paesaggio non cercava più di impressionarmi.
Mi chiedeva di avvicinarmi.
È facile fotografare una piramide, una scogliera o un tramonto. Sono soggetti che fanno buona parte del lavoro al posto tuo. Più difficile è fermarsi davanti a una pietra, a un ramo morto o a una pianta cresciuta controvento e accorgersi che anche lì esiste una storia.
Un uccello era posato sopra il tronco spezzato di un albero.
Sotto di lui le palme continuavano a muoversi nel vento e il cielo si era coperto di nuvole. Il tronco non aveva più foglie, ma serviva ancora a qualcosa. Non era vivo nel modo in cui lo era stato, eppure continuava a offrire un punto dal quale guardare il mondo.
Forse non diventiamo inutili quando perdiamo la forma che avevamo.
Forse cambiamo semplicemente funzione.
Le rocce proseguivano fino al mare. In alcuni punti l’acqua era limpida e quasi immobile; in altri arrivava agitata, sporca di schiuma, sotto un cielo pesante. C’erano vecchi resti di strutture, legno consumato, piccoli moli e sedute di cemento rivolte verso l’orizzonte.
Qualcuno aveva costruito due posti per guardare il mare.
Erano rovinati, segnati e circondati dalla vegetazione. Nessun cuscino, nessun cocktail, nessuna musica studiata per creare atmosfera. Soltanto due blocchi di cemento davanti all’acqua.
Mi sembrarono perfetti.
Viviamo spendendo una quantità assurda di denaro per riprodurre sensazioni che esistono gratuitamente da prima di noi. Paghiamo camere con vista, terrazze panoramiche, esperienze esclusive e pacchetti benessere per ottenere qualche minuto di silenzio davanti al mare.
Quei due sedili non promettevano niente.
Forse per questo sembravano ancora onesti.
Mi fermai sui dettagli: le venature delle pietre, il profilo della costa, un pezzo di legno trascinato sulla sabbia e le onde che continuavano a ripetere la stessa frase senza mai stancarsi.
Il mare aveva accompagnato tutto il viaggio.
All’inizio era apparso alla fine delle strade di Playa del Carmen. Poi era diventato il confine da attraversare per raggiungere Isla Mujeres. Adesso si riprendeva lo spazio, cancellava le costruzioni dal paesaggio e lasciava soltanto roccia, vento e distanza.
Dove finisce la strada?
Forse non finisce quando manca l’asfalto.
Finisce quando non puoi più proseguire mantenendo la stessa forma.
Davanti al mare devi fermarti, tornare indietro oppure trovare il coraggio di attraversarlo. Non esiste una quarta possibilità, per quanto possiamo restare sulla riva a elaborare teorie complicatissime pur di rimandare la decisione.
Alla fine incontrai un altro cartello.
Il capitolo era cominciato con una freccia verso Tulum e terminava davanti a un palo carico di indicazioni: Cuba, Miami, Cozumel, Città del Messico e altri luoghi sparsi in direzioni diverse.
Sembrava una battuta preparata dall’universo.
Dopo mesi di viaggio, strade, donne, rovine, traghetti, fotografie e domande, mi trovavo nuovamente davanti a qualcuno che pretendeva di dirmi dove andare.
Tutte le direzioni erano corrette.
Nessuna rispondeva alla domanda.
Perché il problema non era mai stato scegliere un luogo sulla cartina. Il problema era capire quale persona sarei diventato una volta arrivato.
Le mappe possono dirti quanti chilometri mancano, dove devi svoltare e quale strada evitare. Non possono spiegarti che cosa stai cercando. Non possono dirti perché alcuni luoghi ti rimarranno dentro mentre altri spariranno appena chiusa la valigia.
E soprattutto non possono avvertirti che, qualche volta, parti per vedere il mondo e finisci per incontrare parti di te che avevi lasciato a casa senza nemmeno accorgertene.
Questo viaggio durò qualche mese.
Tre racconti, decine di fotografie e migliaia di chilometri non bastano a raccontarlo davvero. Mancano le ore vuote, le conversazioni, le attese, gli odori, le persone che non ho fotografato e tutte quelle piccole cose che non sembravano importanti mentre accadevano.
Manca la vita tra un’immagine e l’altra.
Ma forse è giusto così.
Una fotografia non dovrebbe sostituire il ricordo. Dovrebbe soltanto aprirgli una porta.
Il primo capitolo mi aveva insegnato che la pietra può sopravvivere agli uomini.
Il secondo che la felicità non deve necessariamente durare per essere vera.
Il terzo non mi diede una direzione.
Mi mostrò che ne esistevano molte.
Alla fine del viaggio non ero diventato più saggio, più risolto o particolarmente illuminato. Continuavo a non sapere dove cazzo stessi andando.
Ma avevo più mondo dentro.
E, qualche volta, è già una direzione sufficiente.