Messico, capitolo II — Isla Mujeres
Il secondo capitolo di questo viaggio comincia in un letto che non era il mio.
Se vi aspettavate un traghetto, una cartina geografica o il rassicurante profilo di qualche monumento, mi dispiace deludervi. I viaggi veri raramente rispettano l’ordine previsto dalle guide. Si sporcano con la vita, prendono deviazioni, perdono coincidenze e, qualche volta, cominciano con i vestiti sul pavimento e due persone che fino a poco tempo prima non sapevano quasi nulla l’una dell’altra.
L’avevo conosciuta lì da poco.
Mi aveva ospitato a casa sua e quella notte avevamo fatto quello che fanno due adulti quando l’attrazione è più veloce della prudenza e nessuno sente il bisogno di sottoporla al giudizio di una commissione morale.
Fu una gran bella scopata.
Non c’è una maniera particolarmente raffinata per dirlo e, se ci fosse, probabilmente rovinerebbe il ricordo. Ci furono corpi, risate, lenzuola costrette a sopportare decisioni discutibili e quella spensieratezza assoluta che si prova soltanto quando nessuno sta cercando di trasformare un incontro in un contratto per il futuro.
Lei parlò di orgasmi multipli.
Testuali parole sue.
Non avevo un notaio presente né un comitato scientifico incaricato della certificazione, quindi dovrete fidarvi della testimonianza diretta. Io, per quanto mi riguarda, non trovai nessuna ragione per contestare la recensione.
Non fu una conquista e lei non era una tappa da aggiungere all’itinerario. Fu semplicemente una donna con cui condivisi una notte bella, libera e adulta. Nessuna promessa pronunciata nel momento sbagliato, nessun patetico tentativo di trasformare il piacere in destino. Soltanto due persone che, per qualche ora, si fecero stare bene.
A volte dovrebbe bastare.
La brezza entrava dalla finestra e muoveva le tende. Fuori c’erano le palme, la strada e il mare. Dentro rimanevano il calore dei corpi, il disordine delle lenzuola e quella stanchezza piacevole che non assomiglia affatto alla fatica. È il corpo che ti dice che, almeno per una notte, hai smesso di pensare troppo e hai fatto qualcosa di meravigliosamente semplice: hai vissuto.
La mattina mi svegliai davanti a quella vista.
Il letto occupava ancora il margine inferiore della fotografia. Era sfatto, naturalmente. Un letto perfettamente ordinato dopo una notte simile sarebbe stato un insulto alla sincerità. Oltre le lenzuola, la finestra incorniciava una palma e, ancora più lontano, il mare.
L’orizzonte era lì.
Una linea quasi innocente che divideva il cielo dall’acqua e sembrava chiedermi che cosa avessi intenzione di fare adesso.
Vi è mai capitato di svegliarvi in una stanza che non era la vostra e sentirvi, per qualche ragione, esattamente nel posto giusto?
Non per sempre.
Il “per sempre” è un concetto sopravvalutato, spesso utilizzato per rovinare cose che stavano funzionando benissimo senza. Parlo di quel preciso momento. Quella finestra, quel letto, quella donna e quella luce. Per una manciata di minuti non mancava niente.
Poi guardai oltre il vetro.
Oltre la palma.
Oltre la notte appena trascorsa.
Là fuori c’era il mare e, da qualche parte oltre quell’orizzonte, Isla Mujeres.
Mi alzai, recuperai i vestiti e la macchina fotografica. Mi portavo addosso ancora la notte, il profumo della pelle e quel genere di buonumore che nessun caffè è mai riuscito a produrre legalmente.
La giornata cominciò così.
Con una bella scopata alle spalle e un’isola davanti.
Onestamente, esistono programmi peggiori.
Il porto arrivò poco dopo. Barche colorate, funi, moli, ferraglia e nuvole enormi sopra l’acqua. Il mare aveva perso la calma ordinata della fotografia scattata dalla stanza e aveva cominciato a muoversi, a sbattere contro le imbarcazioni e a riempire l’aria di sale.
Salii a bordo.
La terra si allontanò e, per qualche tempo, non appartenni a nessun luogo. Non ero più nella camera della notte precedente e non ero ancora sull’isola. Ero nel mezzo, che è forse la condizione più onesta in cui possa trovarsi un essere umano.
Passiamo buona parte della vita fingendo di essere arrivati da qualche parte. In realtà siamo quasi sempre su un traghetto metaforico, con le gambe leggermente instabili, un passato che si allontana e nessuna garanzia che il porto davanti a noi sia quello giusto.
Ma quella mattina non avevo bisogno di garanzie.
Avevo il vento in faccia, una macchina fotografica e una quantità più che rispettabile di endorfine ancora in circolo.
Isla Mujeres apparve lentamente.
Già il nome sembrava possedere un certo senso dell’umorismo. Dopo la maniera in cui era iniziata la giornata, dirigermi verso un luogo chiamato “Isola delle Donne” aveva qualcosa di troppo perfetto per essere completamente casuale. L’universo, evidentemente, quando vuole sa essere uno sceneggiatore piuttosto sfacciato.
L’isola era pittoresca senza sforzarsi di sembrarlo.
Non aveva bisogno di ripulire ogni angolo o di nascondere le proprie contraddizioni. La bellezza e il decadimento vivevano fianco a fianco, qualche volta sulla stessa parete. C’erano edifici consumati dal sale, strade irregolari, automobili che sembravano sopravvissute a più vite e porte dipinte con colori capaci di far sembrare l’abbandono una scelta estetica.
Un vecchio Maggiolino Volkswagen se ne stava parcheggiato lungo la strada con la carrozzeria corrosa e il tetto disfatto. Avrebbe dovuto apparire triste. Invece possedeva una dignità quasi insolente. Sembrava dire: sono ancora qui, stronzi. Non sono bella secondo i vostri criteri, non valgo abbastanza per essere restaurata e probabilmente non partirò mai più. Ma sono ancora qui.
Forse l’isola parlava proprio questa lingua.
Quella delle cose rimaste in piedi senza che nessuno si fosse preso la briga di renderle perfette.
I muri erano coperti di figure, teschi, animali e divinità. Le facciate diventavano tele. Le porte azzurre interrompevano il bianco delle pareti e i cactus crescevano accanto agli ingressi come guardiani silenziosi. Anche il degrado sembrava rifiutarsi di diventare completamente grigio.
Non voglio romanticizzare la povertà.
L’ho già detto e continuerò a dirlo: essere poveri fa schifo. Non rende automaticamente buoni, puri, saggi o felici. La mancanza di denaro non è un percorso spirituale; è una limitazione concreta che decide dove puoi vivere, come puoi curarti e quanta libertà ti è permesso comprare.
Ma in certi luoghi ho visto persone con poco circondarsi comunque di colore, di invenzione e di gesti umani.
Da noi possediamo molto di più e riusciamo ugualmente a vivere in appartamenti color tortora, parlare soltanto con il corriere e considerare una cena insieme un impegno da pianificare con tre settimane di anticipo.
Sull’isola, invece, la vita restava esposta.
Una donna vendeva oggetti costruiti con conchiglie e frammenti di mare. Il sole colpiva il suo viso e attraversava le piccole forme appese intorno a lei, trasformando il banchetto in una specie di costellazione artigianale.
Poco più avanti, un cartello prometteva qualcosa per trenta pesos. Non ricordo nemmeno che cosa. Forse non aveva importanza. Ricordo le mani, le strade, le persone sedute fuori dai locali e quella sensazione che ogni oggetto avesse ancora alle spalle qualcuno che lo aveva toccato.
Non era la perfezione sterile dei negozi occidentali, dove tutto arriva imballato, illuminato e privato di qualsiasi traccia umana. Lì le cose sembravano ancora appartenere a chi le aveva costruite.
Persino le conchiglie, appese una accanto all’altra, continuavano a trattenere qualcosa del mare.
Poi incontrai un coati appollaiato su un ramo.
Mi guardò con l’espressione di chi aveva già visto abbastanza turisti per aver sviluppato un’opinione piuttosto severa sulla nostra specie. Rimase lì, agile e perfettamente inserito nel proprio mondo, mentre io cercavo l’inquadratura.
Non sembrava particolarmente impressionato dalla mia macchina fotografica.
Aveva ragione lui.
L’isola era piena di presenze che non avevano bisogno di noi: animali, piante, rocce, onde e uccelli sospesi sopra la costa. Noi arrivavamo, fotografavamo, compravamo un ricordo e ripartivamo convinti di aver scoperto qualcosa. Loro continuavano a vivere esattamente come prima.
Mi spostai verso la parte più estrema dell’isola.
Il faro, le statue e i sentieri si affacciavano su un mare che sembrava non finire mai. La terra diventava sottile, quasi stanca di opporre resistenza all’acqua. Le onde colpivano la roccia con una violenza metodica, lo stesso gesto ripetuto da migliaia di anni senza che nessuna delle due parti riuscisse a dichiararsi vincitrice.
C’era qualcosa di magnifico in quella lotta inutile.
Il mare non voleva davvero distruggere la pietra. La pietra non pretendeva realmente di fermare il mare. Stavano semplicemente facendo ciò che erano nate per fare.
Noi, al contrario, passiamo metà della vita cercando di diventare qualcosa di diverso e l’altra metà lamentandoci perché non sappiamo più chi siamo.
A Chichén Itzá la pietra era stata innalzata verso il cielo per sfidare il tempo. Qui, sull’isola, tornava a essere piccola. Qualcuno aveva raccolto sassi e li aveva impilati uno sopra l’altro, costruendo minuscoli monumenti esposti al vento e alla prima onda abbastanza incazzata.
Piccole piramidi senza sacerdoti.
Altari senza dèi.
Tentativi provvisori di dire: sono passato di qui.
È buffo. Prima costruiamo templi giganteschi per diventare immortali, poi ci basta mettere cinque pietre in equilibrio davanti al mare per provare la stessa identica sensazione.
Forse tutta l’arte nasce da questo bisogno un po’ patetico e meraviglioso: lasciare qualcosa dietro di noi prima che la marea cancelli le impronte.
Anch’io stavo facendo la stessa cosa.
Le mie pietre erano fotografie.
Continuai a camminare.
C’erano moli spinti dentro l’acqua, barche tirate in secca e piccole costruzioni esposte al vento. C’erano strade bagnate, insegne, murales e locali aperti. L’isola cambiava volto a ogni curva. Poteva diventare rumorosa, povera, colorata, decadente e subito dopo spalancarsi su un tratto di costa talmente bello da farti dimenticare qualsiasi definizione.
Poi arrivarono i bambini.
Due piccole figure giocavano vicino all’acqua. Nessun telefono, nessun programma, nessuna posa. Soltanto il mare che avanzava, loro che lo aspettavano e quella distanza minima tra paura e curiosità che da bambini attraversiamo continuamente.
Forse crescere significa imparare a stare più lontani dalle onde.
Cominciamo ad avere paura di bagnarci, di cadere, di sembrare ridicoli. Ci convinciamo che la prudenza sia sempre una forma di intelligenza, mentre qualche volta è soltanto il nome elegante che abbiamo dato alla rinuncia.
I bambini, invece, entravano e uscivano dall’acqua.
Il mare li respingeva e loro tornavano.
Nessuno aveva ancora spiegato loro che, secondo le regole del mondo adulto, dopo un certo numero di sconfitte dovremmo smettere di provarci.
Il pomeriggio cominciò a inclinarsi.
La luce diventò più bassa, più calda e quasi indecente. Le palme si trasformarono in silhouettes, la sabbia assorbì il colore del cielo e le persone sulla spiaggia smisero lentamente di essere individui per diventare piccole presenze dentro qualcosa di più grande.
Il sole scendeva e nessuno sembrava avere fretta di mandargli una mail.
C’erano persone che camminavano, altre ferme a guardare e qualcuno che continuava a giocare sulla riva. Il tramonto non apparteneva a nessuno, ed era proprio questo a renderlo magnifico. Non potevi prenotarlo, comprarlo o chiuderlo dentro una proprietà privata.
Potevi soltanto esserci.
In Occidente abbiamo trasformato quasi tutto in merce. Il tempo, l’attenzione, il corpo, la solitudine, il viaggio e perfino il silenzio. Ma davanti a un tramonto il denaro torna, per qualche minuto, a essere ciò che è sempre stato: carta convenzionale incapace di convincere il sole a restare un po’ di più.
La giornata era cominciata con una donna, un letto sfatto e una finestra aperta sull’orizzonte.
Finì con il mio corpo disteso su un’amaca davanti allo stesso mare.
Le gambe sollevate, il tessuto che oscillava lentamente e la luce ormai stanca sopra le rocce. Non avevo trovato nessuna risposta particolare. Non avevo scoperto il significato dell’esistenza e Isla Mujeres non mi aveva consegnato un’antica verità da incidere nella biografia.
Ero soltanto stato bene.
Che sembra poco soltanto a chi non ricorda più quanto sia raro.
Ripensai alla notte precedente, alla brezza entrata dalla finestra, alle parole di quella ragazza e alla libertà con cui ci eravamo incontrati senza chiederci di diventare altro. Poi ripensai al traghetto, alle strade, ai muri dipinti, alla donna tra le conchiglie, ai bambini e alle piccole torri di pietra davanti al mare.
Tutto sembrava legato dalla stessa fragile idea.
Niente di ciò che avevo vissuto era destinato a durare.
La notte era finita.
Il tramonto stava finendo.
Le pietre sarebbero cadute.
Io avrei lasciato l’isola.
Eppure era stato tutto vero.
Forse la felicità non è quella condizione permanente che ci vendono nei libri, nelle pubblicità e nei profili di persone che sorridono troppo. Forse è soltanto un allineamento momentaneo di circostanze: una persona incontrata al momento giusto, una finestra aperta, il vento sulla pelle, una barca pronta a partire e la possibilità di guardare l’orizzonte senza che nessuno ti chieda dove sarai tra cinque anni.
Quella mattina non lo sapevo.
A dire il vero, non lo so nemmeno oggi.
Ma per una notte e per un’intera giornata non ebbi bisogno di saperlo.
Avevo un’isola davanti, il mare sotto di me e abbastanza luce per continuare a fotografare.
La strada verso Tulum poteva aspettare.