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Anche Dio ha un Prezzo

Anche Dio ha un Prezzo

Guarda bene la prima foto.

Il Buddha riposa la testa su una mano — la stessa posa che fai tu alle due del pomeriggio, quando il caffè non basta più e la giornata ti è già scivolata addosso senza permesso. Occhi chiusi. La pace stampata in faccia da qualche migliaio di anni di iconografia.

E dal collo, insieme al rosario di legno arancione che gli avvolge il polso e scende fino al piede dorato, penzola un cartellino bianco.

Il prezzo dell’illuminazione, gente.

Scritto a penna, appeso con lo spago, come su qualsiasi altra cosa in quel negozio pieno zeppo di dei in miniatura, tende rosse, cornici d’oro finto che luccicano più della fede di chiunque ci abbia mai creduto sul serio.

La cosa divertente è che non mi ha scandalizzato nemmeno per un secondo.

Mi sono messo a ridere.

Non del Buddha.

Di noi.

Perché continuiamo a comprare cose convinti che possano riempire spazi che non hanno niente a che vedere con gli oggetti.

Compriamo libri sperando di diventare più intelligenti.

Vestiti sperando di essere più desiderabili.

Orologi come se bastasse indossare il tempo per imparare a usarlo.

E poi compriamo spiritualità.

Non fraintendermi. Non sono qui a fare il moralista sulla spiritualità in vendita — sarebbe ipocrita persino per i miei standard, e i miei standard sono già piuttosto bassi. Dico solo che c’è qualcosa di stranamente onesto in un Buddha illuminato con l’etichetta del prezzo attaccata alla mano che medita. Almeno lì la transazione è dichiarata. Almeno lì nessuno finge che la pace sia gratis.

Cristalli.

Incenso.

Piccole statue.

Ciondoli.

Promesse.

Qualsiasi cosa abbia l’odore rassicurante di una risposta.

In fondo siamo consumatori anche quando cerchiamo di smettere di esserlo.

La parte buffa è che non credo nemmeno sia una truffa.

Credo semplicemente che tutti stiano cercando la stessa identica cosa.

Un motivo per respirare un po’ meglio.

Un motivo per fare meno paura a sé stessi.

Poco più in là una donna osservava una lampada colorata.

La guardava come fanno i bambini davanti ai fuochi d’artificio.

Come fanno gli innamorati quando ancora non sanno che andrà tutto a puttane.

Era un bello sguardo.

Pulito.

Sincero.

Quella lampada non ha niente di magico. Fatta in serie, probabilmente in una fabbrica a due ore da dove è stata fotografata, venduta a un prezzo gonfiato apposta per chi vuole portarsi a casa un pezzo d’Oriente insieme al senso di colpa per il volo aereo che ce l’ha portato.

Ma lo sguardo di quella donna — quello è vero. Quello nessuna fabbrica lo produce in serie.

È lo stesso sguardo che facciamo tutti, prima o poi, davanti a qualcosa che per un secondo ci fa dimenticare quanto siamo diventati bravi a non stupirci più di niente.

Ed è stato in quel momento che ho capito una cosa.

Non era la lampada a essere speciale.

Era lei.

Perché la meraviglia non abita mai negli oggetti.

Abita negli occhi di chi è ancora disposto a lasciarsi sorprendere.

Ed è una qualità che perdiamo in fretta.

Diventiamo grandi.

Poi diventiamo cinici.

Poi chiamiamo “maturità” il fatto che non ci emoziona più un cazzo.

È una fregatura.

Una di quelle vendute così bene da sembrare perfino normali.

Io continuo a pensare che il mondo appartenga ancora a chi si ferma davanti a una luce, a una faccia, a un tramonto o a un vecchio Buddha con il cartellino del prezzo.

Non perché creda davvero che una statua possa illuminare la vita.

Ma perché credo che il modo in cui guardiamo le cose dica molto più di quello che le cose sono davvero.

Sono uscito dal negozio senza comprare niente.

O almeno così mi sono raccontato.

Perché in realtà qualcosa me lo sono portato via.

La speranza, minuscola e un po’ ridicola, che da qualche parte dentro di noi esista ancora quella parte capace di meravigliarsi.

E forse è proprio quella l’unica cosa che nessuno riuscirà mai a mettere in vendita.

O almeno spero.

Perché se un giorno troverò anche lei con un cartellino del prezzo…

probabilmente la comprerò.

Abbiamo smesso di credere abbastanza in fretta da diventare cinici, ma non abbastanza sul serio da smettere di comprare piccoli pezzi di magia da portarci a casa. Stiamo nel mezzo, tra il Buddha col cartellino e la donna che guarda la lampada come se fosse la prima cosa bella vista da mesi.

Ed è forse proprio lì, in quella terra di nessuno tra il cinismo e la voglia disperata di credere ancora in qualcosa, che passiamo la maggior parte della nostra vita.

Io, di solito, sto sulla porta del negozio. Fumo una sigaretta, guardo tutti quelli che entrano a comprare un po’ di pace confezionata, e faccio la faccia di chi la sa lunga.

Poi, quando nessuno guarda, entro anch’io.

 

 

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