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La Città non Aveva Bisogno di Me

La Città non Aveva Bisogno di Me

Passiamo buona parte della vita convinti di essere il protagonista.

Ci svegliamo la mattina e immaginiamo che il mondo stia aspettando la nostra prossima mossa. Che i semafori cambino colore per noi, che le canzoni alla radio parlino della nostra ultima storia finita male e che la gente per strada sia poco più di una massa di comparse assunta per rendere credibile la scenografia.

Poi esci con una macchina fotografica.

Ti infili in mezzo alla folla.

E scopri che a nessuno importa un cazzo di te.

È liberatorio.

La città era già sveglia quando arrivai.

Naturalmente.

Le città non dormono davvero. Si limitano a cambiare turno, come vecchie puttane professioniste che hanno visto abbastanza uomini da non ricordarne più nessuno.

La gente riempiva i marciapiedi, entrava nei negozi, usciva dai bar e si accumulava davanti alle vetrine. Corpi vicini, vite lontanissime. Tutti impegnati a raggiungere qualcosa o a fingere di sapere dove stessero andando.

Una donna guardava il telefono con le cuffie nelle orecchie.

Accanto a lei qualcuno indossava una maglietta dei Rolling Stones.

Mi piaceva pensare che stesse ascoltando proprio loro, anche se probabilmente era un messaggio vocale di nove minuti mandato da un’amica incapace di riassumere una relazione tossica.

Mick Jagger avrebbe capito.

Continuai a camminare.

C’era un mercato di libri.

Libri ammucchiati sui tavoli, libri appoggiati contro le colonne, libri che avevano attraversato più case e più mani di parecchie persone.

Una donna ne teneva uno aperto.

Lo studiava con attenzione, come se tra quelle pagine potesse esserci la risposta a una domanda che non aveva ancora trovato il coraggio di formulare.

È per questo che compriamo libri.

Diciamo di voler leggere storie.

In realtà speriamo sempre di trovare la nostra, scritta da qualcuno abbastanza intelligente da spiegarcela.

La città, intanto, continuava a muoversi.

Un tram comparve in fondo alla strada, scivolando tra vecchi palazzi e automobili con l’espressione seria di chi conosce esattamente la propria destinazione.

I mezzi pubblici hanno questa qualità rassicurante.

Sanno da dove partono.

Sanno dove devono arrivare.

Ripetono lo stesso percorso ogni giorno e nessuno li accusa di non avere ambizioni.

Se lo fa un uomo, invece, gli dicono che si è bloccato.

Che dovrebbe crescere.

Cambiare lavoro.

Trovare una donna.

Lasciare quella donna.

Fare un figlio.

Comprare una casa.

Vendere la casa.

Andare in terapia per capire perché tutto ciò non lo abbia reso felice.

Il tram se ne fotteva.

Seguiva i binari.

Forse la libertà non è avere infinite possibilità.

Forse è trovare due strisce di metallo che ti portino dove devi andare e smettere di discutere con ogni maledetto incrocio.

Sotto un portico, un uomo se ne stava appoggiato a un muro.

Aveva un telefono in una mano e una sigaretta nell’altra.

Una dipendenza per parte.

La perfetta simmetria dell’uomo moderno.

Guardava lo schermo e fumava come se entrambe le cose potessero consegnargli qualcosa che stava aspettando.

Una notizia.

Una donna.

Un pagamento.

O semplicemente la conferma di esistere ancora da qualche parte fuori dal proprio corpo.

Gli passò accanto una figura scura.

Non si guardarono.

Le città sono piene di persone che arrivano a pochi centimetri l’una dall’altra senza incontrarsi mai.

Poi arrivò quella macchina.

Rossa.

Bassa.

Lucida abbastanza da riflettere tutti i palazzi che non avrebbe mai potuto permettersi di parcheggiarla davanti.

Al volante c’era un uomo coi capelli bianchi e gli occhiali scuri.

Sembrava uscito da un’epoca in cui le automobili venivano disegnate da uomini innamorati delle curve e non da comitati preoccupati per lo spazio nel bagagliaio.

Passò davanti a me senza fretta.

Non so chi fosse.

Forse aveva comprato quell’auto da giovane e trascorso il resto della vita a mantenerla viva.

Forse l’aveva comprata da vecchio per recuperare qualcosa che il tempo gli aveva portato via.

Forse non stava cercando di recuperare proprio niente.

Forse gli piaceva semplicemente guidare una macchina fottutamente bella.

Non tutto deve nascondere un trauma.

Ogni tanto un sigaro è un sigaro e una decappottabile rossa è un ottimo modo per ricordare alla morte che deve ancora aspettare il proprio turno.

I tavolini di un bar erano vuoti.

Le sedie perfettamente allineate.

Sembravano aspettare conversazioni, appuntamenti, bugie raccontate con il ghiaccio dentro un bicchiere.

Poco più avanti, altri tavolini erano pieni.

Alcune donne mangiavano e parlavano tra loro. Una, col cappello calato sugli occhi, controllava il telefono. Sotto il tavolo un piccione pattugliava la zona con l’efficienza di un cameriere pagato in briciole.

I piccioni hanno capito tutto della civiltà.

Non lavorano.

Non pagano l’affitto.

Non fingono di apprezzare l’architettura.

Aspettano che qualcuno faccia cadere qualcosa e poi gli cagano sulla macchina.

Difficile non rispettarli.

Una famiglia attraversò la strada su una bicicletta abbastanza grande da sembrare un piccolo trasloco.

I bambini stavano seduti davanti.

Un uomo alzò una mano.

Forse salutava qualcuno.

Forse stava chiedendo strada.

Forse aveva semplicemente visto un amico.

Non potevo saperlo.

La fotografia avrebbe conservato quel gesto senza spiegazione, condannandolo a essere per sempre un saluto rivolto a nessuno.

È questo che succede quando fotografi gli sconosciuti.

Prendi un frammento della loro vita e gli togli tutto ciò che potrebbe chiarirlo.

Il prima.

Il dopo.

Le parole.

Rimane un gesto.

E improvvisamente può significare qualunque cosa.

Al mercato vendevano vestiti appesi sopra le teste delle persone.

Pantaloni a cinque euro.

Magliette.

Giacche.

Identità temporanee ammucchiate sui banchi.

La gente passava in rassegna i tessuti cercando qualcosa della propria misura, come se bastasse trovare il paio di pantaloni giusto per sentirsi finalmente comoda dentro se stessa.

In mezzo a quel casino comparve un uomo vestito di nero.

Occhiali scuri.

Una chitarra sulla schiena.

Un piccolo trolley arancione in mano.

Lui sì che sembrava un protagonista.

O almeno aveva avuto la decenza di vestirsi come tale.


Camminava tra la folla con l’aria di chi fosse appena arrivato da un’altra storia e non avesse intenzione di spiegare niente a nessuno.

Forse doveva suonare a un matrimonio.

Forse a un funerale.

Magari erano lo stesso evento.

Forse aveva trascorso la notte sul divano di una donna che gli aveva detto di andarsene prima che rientrasse il marito. Aveva rimesso il completo, raccolto la chitarra e trascinato la valigia fino alla stazione conservando quella forma di dignità che soltanto gli uomini vestiti bene riescono a mantenere mentre la loro vita va a puttane.

Oppure era semplicemente un musicista in viaggio per lavoro.

Ma sarebbe stata una storia deludente.

Gli sconosciuti non possono difendersi dalle storie che inventiamo su di loro.

È il privilegio e la vigliaccheria di chi osserva.

Una donna parlava al telefono appoggiata a un muro.

Aveva lunghi capelli grigi, un cappello scuro, una sciarpa leopardata e una borsa che sembrava appartenere a un rettile molto costoso.

Gesticolava.

Qualcuno, dall’altra parte, stava probabilmente ricevendo una spiegazione che non aveva chiesto o una verità che aveva cercato di evitare abbastanza a lungo.

La osservai per qualche secondo.

Non sentivo le parole.

Non serviva.

Ci sono conversazioni che riconosci dal movimento delle mani. Telefonate in cui una persona cerca di infilare dentro un piccolo apparecchio tutta la rabbia che non è riuscita a pronunciare di persona.

Poco distante, un uomo anziano sedeva contro la pietra.

Una mano sul bastone.

Lo sguardo abbassato.

La folla gli passava davanti senza rallentare.

Sembrava stanco.

O forse stava soltanto aspettando.

Quando sei giovane, se resti fermo pensano che tu sia pigro.

Quando diventi vecchio, finalmente ti concedono il diritto di essere stanco.

Aveva l’aria di uno che aveva già visto abbastanza città, abbastanza gente e abbastanza giornate per sapere che nessuna fretta avrebbe cambiato il finale.

Gli altri camminavano.

Lui rimaneva lì.

Per qualche strano motivo era l’unico che non mi sembrava perso.

Entrai in un edificio pieno di colonne.

Le persone guardavano verso l’alto.

Leggevano targhe, osservavano soffitti, fotografavano pietre sopravvissute a uomini che si credevano immortali.

Amiamo i monumenti perché ci rassicurano.

Ci fanno credere che qualcosa possa davvero restare.

Sappiamo che noi non lo faremo, naturalmente, ma preferiamo non rovinare la visita guidata con dettagli sgradevoli.

In fondo al porticato la luce entrava da un’apertura e trasformava tutti in sagome.

La città sembrava inghiottirli da una parte e risputarli fuori dall’altra.

Uno alla volta.

Senza nomi.

Senza curriculum.

Senza distinguere i giusti dagli stronzi.

Poi un altro tram si fermò.

Le porte si aprirono.

Alcune persone salirono, altre rimasero sulla banchina, indecise per un istante davanti a quella piccola bocca meccanica.

Ogni partenza possiede un momento preciso in cui potrebbe ancora essere evitata.

Poi le porte si chiudono.

Il tram parte.

E qualunque cosa tu non abbia deciso diventa improvvisamente una decisione.

Più avanti, una coppia attraversava la strada tenendosi per mano.

Davanti a loro il semaforo pedonale era rosso.

Continuarono.

Forse non lo avevano visto.

Forse non gliene fregava niente.

Mi piacque pensare che, almeno per qualche metro, avessero scelto di fidarsi l’uno dell’altra più che della segnaletica urbana.

Non sapevo da quanto tempo stessero insieme.

Non sapevo se si amassero.

Non sapevo se quella sera avrebbero cenato allo stesso tavolo o litigato per una stronzata lasciata marcire abbastanza da diventare enorme.

Sapevo soltanto che in quel preciso istante si tenevano per mano.

La fotografia non aveva bisogno di sapere altro.

Una bicicletta rimase ferma sotto il portico.

Accanto, due gambe attraversarono l’inquadratura.

Una ruota.

Un paio di scarpe.

Il pavimento consumato.

Nessun volto.

Eppure la città era tutta lì.

Nelle cose che si muovono e in quelle che vengono lasciate ad aspettare.

Alla fine tornai sulla strada.

La luce tagliava i palazzi e divideva il marciapiede in due.

Sole e ombra.

Le persone continuavano a passare, fermarsi, parlare e sparire dietro le colonne. Una donna teneva un ombrello aperto contro la luce. Un’altra sembrava raccontare qualcosa con le mani. Qualcuno aspettava sulla soglia.

Niente di straordinario.

Ed era proprio questo il punto.

Avevo diciannove fotografie.

Diciannove frammenti di vite che non mi appartenevano.

Non conoscevo il nome di nessuna di quelle persone. Non sapevo da dove venissero, dove fossero dirette o cosa le aspettasse una volta uscite dall’inquadratura.

Forse la donna comprò il libro.

Forse l’uomo ricevette il messaggio che aspettava.

Forse il musicista perse il tram.

Forse la coppia continuò a tenersi per mano.

Forse il vecchio si alzò e tornò a casa.

La fotografia non concede finali.

Ruba un istante e lascia che tutto il resto continui senza di lei.

 

Per questo fotografare la strada assomiglia tanto a scrivere.

Osservi persone che non conosci.

Inventi ciò che manca.

Dai un significato a gesti che forse non ne avevano nessuno e costruisci un’intera vita attorno a un’espressione durata meno di un secondo.

Probabilmente sbagli tutto.

Ma non importa.

La verità appartiene a loro.

La storia appartiene a chi guarda.

Quel giorno la città non mi consegnò nessuna grande rivelazione. Nessun incontro destinato a cambiarmi la vita. Nessun evento abbastanza importante da meritare una targa.

Mi ricordò soltanto che il mondo è pieno di esistenze che continuano anche quando io non le sto osservando.

Che ogni sconosciuto è il centro di qualcosa che non vedrò mai.

E che io, per loro, ero soltanto un uomo con una macchina fotografica.

Una figura sullo sfondo.

Una comparsa.

Per una volta non essere il protagonista mi sembrò una splendida notizia.

La città non aveva bisogno di me.

Andava avanti lo stesso.

I tram seguivano i binari.

Le persone attraversavano la strada.

Le porte si aprivano e si richiudevano.

Ognuno portava con sé una storia che nessun altro avrebbe conosciuto fino in fondo.

Io ne raccolsi soltanto qualche secondo.

Loro continuarono a vivere.

Mi sembrò uno scambio onesto.

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