Sud della Sardegna, 2018.
Ve la ricordate l’ultima volta in cui siete partiti senza sapere esattamente quale versione di voi sarebbe tornata?
Non parlo di un fine settimana organizzato con l’itinerario sul telefono, le recensioni dei ristoranti e la rassicurante certezza di avere già deciso dove mangiare alle otto e mezza. Parlo di una partenza vera. Di quelle che vi spostano abbastanza lontano da far perdere alle vostre vecchie abitudini il vostro indirizzo.
E voi, quando è stata l’ultima volta che vi sono bastati un paio di gambe, qualche amico e nessuna risposta?
Quando è stata l’ultima volta che non avevate idea di dove steste andando, ma non ve ne fregava assolutamente niente perché accanto avevate le persone giuste?
Forse la direzione non è sempre un luogo.
Forse, qualche volta, è semplicemente la gente con cui scegliamo di perderci.
Noi non avevamo sempre una mappa. Avevamo braccia per arrampicarci, fiato per continuare, curiosità sufficiente per infilarci dove probabilmente non avremmo dovuto e quella meravigliosa incoscienza che trasforma una giornata qualunque in un ricordo capace di restare vivo per anni.
Avevamo soprattutto quella sensazione, oggi quasi mitologica, che il tempo non ci stesse inseguendo.
L’avete mai provata?
Quel breve, rarissimo intervallo in cui il futuro smette di bussare alla porta, il passato si leva finalmente dai coglioni e il presente diventa abbastanza grande da contenere tutto: il mare, una grotta, una strada sconosciuta, una risata, la luna sull’acqua e quattro amici stanchi che non vogliono ancora tornare.
Queste immagini raccontano la prima stagione in cui uscii davvero dalla mia gabbia.
Non soltanto da quella geografica. Uscii dalla casa, dalle abitudini e da quella versione di me che continuava ad aspettare di capire la vita prima di concedersi il permesso di viverla.
Magari anche voi avete avuto una gabbia così. Magari ci siete ancora dentro e avete cominciato a chiamarla casa soltanto perché ormai conoscete bene la posizione delle sbarre.
Io, quell’estate, trovai una porta aperta.
Non sapevo ancora dove mi avrebbe portato. A dire il vero, forse non lo so nemmeno oggi. Ma per qualche mese smisi di cercare risposte e cominciai finalmente a muovermi.
C’erano sentieri, mare, amici e fotografie.
Il futuro, per una volta, ebbe la decenza di non presentarsi.
Nel 2018 partii per lavorare.
Già così sembra l’inizio di una storia scritta da un commercialista depresso.
Fortunatamente è soltanto la versione da mettere sui documenti. La verità è che il lavoro mi portò nel sud della Sardegna, mi mise una macchina fotografica tra le mani e poi, quasi senza volerlo, mi consegnò una delle stagioni più libere, luminose e fottutamente spensierate della mia vita.
All’epoca lavoravo nei villaggi turistici come fotografo. Ma queste immagini non raccontano le giornate di lavoro, i clienti, le fotografie vendute o il meraviglioso universo professionale fatto di orari, richieste e persone convinte che un fotografo possa cancellare vent’anni dal loro volto premendo un pulsante.
Quella è un’altra storia.
Questa comincia quando il lavoro smetteva di essere il centro della giornata e noi tornavamo a essere ragazzi con macchine fotografiche, scarpe non sempre adatte, una discreta voglia di esplorare e un rapporto piuttosto approssimativo con il concetto di pericolo.
Eravamo colleghi.
Poi siamo diventati compagni di viaggio.
Infine amici.
Il passaggio non avvenne durante una riunione o davanti a qualche solenne dichiarazione di reciproca stima. Avvenne camminando, sudando, perdendoci, aiutandoci a salire su una roccia e aspettando quello che si era fermato cento metri più indietro perché aveva visto una luce interessante.
Eravamo tutti fotografi.
Una categoria umana incapace di attraversare normalmente un paesaggio.
Una persona sana vede una bella costa e pensa: che meraviglia.
Un fotografo vede la stessa costa e pensa: meravigliosa, ma da quell’altra roccia, rischiando una frattura multipla, probabilmente viene meglio.
Le prime immagini raccontano proprio questo.
Un amico si muove sopra una parete di pietra, minuscolo davanti a una distesa di vegetazione. In un altro fotogramma compare dietro i rami, quasi fosse una creatura osservata nel proprio habitat naturale. Poi emerge da una fenditura nella roccia stringendo la macchina fotografica, cappello in testa, occhiali e quell’espressione di chi ha appena raggiunto un punto improbabile e ha già deciso che non è ancora abbastanza.
Quella fotografia potrebbe essere lo stemma ufficiale di tutta la stagione.
Un fotografo che sbuca tra le pietre.
Dietro di lui il mare.
Davanti, un’altra immagine da inseguire.
Non importava quanto fosse complicato arrivare. Se vedevamo una caletta, una grotta o una porzione di costa che sembrava promettere qualcosa, partivamo.
La Sardegna non aveva installato ringhiere, scale mobili o cartelli con scritto “punto fotografico consigliato”. Pessima gestione turistica, eccellente selezione naturale.
Bisognava camminare.
Arrampicarsi.
Scendere lungo sentieri che spesso possedevano del sentiero soltanto una vaga intenzione.
Infilarsi tra cespugli, pietre e vegetazione abbastanza aggressiva da considerare le nostre gambe una forma di intrattenimento.
Avevamo acqua, macchine fotografiche e la convinzione tipica di chi è giovane che gli incidenti gravi capitino prevalentemente agli altri.
Non era coraggio puro.
Una parte era entusiasmo.
Una parte amicizia.
Una parte, bisogna ammetterlo, era una discutibile valutazione del rischio.
Ma ogni salita restituiva qualcosa.
La costa si apriva sotto di noi. Le rocce cadevano dentro un’acqua così trasparente da sembrare una provocazione. Il verde arrivava quasi fino al mare e le insenature comparivano fra le pietre come luoghi dimenticati da qualcuno che aveva progettato il mondo e poi si era tenuto per sé le indicazioni.
Ci fermavamo.
Respiravamo.
Fotografavamo.
E in quel momento la fatica smetteva di esistere.
La natura possiede questa meravigliosa capacità di farti sudare durante il percorso e perdonarle tutto appena raggiungi la destinazione.
Una grotta si apriva sul mare creando una cornice perfetta. Le rocce in primo piano restavano nell’ombra, mentre oltre la fenditura l’acqua esplodeva nell’azzurro.
Avrei potuto studiare per ore quella composizione.
La pietra l’aveva preparata qualche migliaio di anni prima del mio arrivo.
Una stronza molto più paziente di me.
Guardando quelle fotografie, oggi, non ricordo soltanto i posti. Ricordo il modo in cui ci arrivavamo. Le battute durante le camminate, chi accelerava, chi rimaneva indietro, chi sosteneva di conoscere la strada e chi aveva già capito che non la conosceva affatto.
Ricordo il rumore delle macchine fotografiche tirate fuori dagli zaini.
Ricordo il silenzio improvviso quando il paesaggio diventava abbastanza grande da zittirci.
Le immagini mostrano baie, promontori, spiagge, sentieri e imbarcazioni al largo. Ma la parte più importante rimane fuori dall’inquadratura: eravamo insieme.
Un paesaggio può essere straordinario.
Con le persone sbagliate diventa soltanto uno sfondo costoso.
Con quelle giuste, anche una strada sterrata riesce a trasformarsi in una storia che continuerai a raccontare otto anni dopo.
Su una spiaggia trovammo due castelli di sabbia.
Niente di monumentale. Due costruzioni semplici, lasciate lì da qualche bambino ormai tornato sotto l’ombrellone, richiamato dai genitori o impegnato a edificare qualcos’altro.
Li fotografai.
Forse perché mi piacevano.
Forse perché dentro quei castelli c’era già tutto ciò che stavamo vivendo.
Qualcuno aveva costruito qualcosa sapendo che non sarebbe durato.
Il vento, il mare o un piede distratto lo avrebbero cancellato. Eppure quel bambino aveva lavorato lo stesso. Aveva raccolto sabbia, riempito secchielli, rovesciato forme e decorato torri senza preoccuparsi della permanenza dell’opera.
Da adulti pretendiamo che tutto conduca da qualche parte.
Il lavoro deve costruire una carriera.
Una relazione deve avere un progetto.
Un viaggio deve cambiarci la vita.
Una fotografia deve diventare contenuto, portfolio, vendita o prova pubblica che siamo stati felici.
Quel bambino aveva costruito un castello perché costruire un castello era bello.
Fine della fottuta strategia aziendale.
Forse la spensieratezza che ricordo di quella stagione aveva proprio questo segreto: non chiedevamo continuamente al presente di giustificare la propria esistenza.
Eravamo lì.
Era sufficiente.
Fotografai il mare da vicino, le conchiglie, i piccoli resti portati dalle onde e le ciabatte abbandonate sulla riva. Non so chi le avesse lasciate. Sembravano due viaggiatrici esauste, arrivate fino all’acqua e poi decise a proseguire scalze.
Passavamo il tempo a osservarci mentre osservavamo il mondo. Ognuno cercava il proprio taglio, la propria luce e quel frammento capace di dire: io questo posto l’ho visto così.
Non esisteva competizione.
O, se esisteva, era quella sana e leggermente idiota che nasce fra fotografi quando tutti fingono di non aver notato che l’altro ha trovato un’inquadratura migliore.
Poi c’è una ragazza che solleva un grande telo colorato mentre il vento lo gonfia sopra la sua testa.
Non ricordo quanto di quella fotografia fosse stato previsto.
Probabilmente poco.
Il vento prese il comando della scena, diresse la stoffa, sistemò la luce e non chiese nemmeno di essere citato nei crediti.
Lei ride.
Il tessuto si apre.
Il mare continua dietro.
È un’immagine che non ha bisogno di spiegazioni. Contiene quella leggerezza che inseguo in tutto il racconto: non l’assenza assoluta di pensieri, ma il momento in cui i pensieri smettono di avere abbastanza peso da tenerti a terra.
La spensieratezza non significa che nella tua vita vada tutto bene.
Significa che, per qualche ora, il mondo può aspettare.
Quell’estate aspettò spesso.
Noi camminavamo, esploravamo e ci sedevamo davanti all’acqua. Ci fotografavamo a vicenda. Costruivamo giornate senza renderci conto che, anni dopo, avremmo desiderato tornare dentro proprio a quelle.
Ci sono volti che oggi mi riportano immediatamente a quel periodo.
Persone alle quali sono ancora legato.
Amici che non sono rimasti soltanto dentro un archivio fotografico, ma dentro la parte buona della mia memoria.
L’amicizia nata in viaggio ha qualcosa di diverso. Salta le presentazioni inutili. Non ti conosce soltanto mentre bevi qualcosa in un locale o racconti la versione meglio montata della tua vita.
Ti vede stanco.
Sudato.
Affamato.
Perso.
Ti vede quando il sentiero si complica, quando l’acqua sta finendo, quando devi aspettare qualcuno o ammettere che la direzione scelta era completamente sbagliata.
Se dopo tutto questo continuate a volervi bene, probabilmente c’è qualcosa di autentico.
La notte arrivava senza chiudere la giornata.
Una delle fotografie mostra la luna sopra il mare. La sua luce cade sull’acqua creando una strada d’argento che attraversa il buio. Le rocce emergono come animali addormentati, mentre in lontananza le luci dei paesi si aggrappano alla costa.
Non serviva fare molto.
A volte bastava uscire, raggiungere la spiaggia e restare lì.
Il mare di notte possiede una voce diversa. Di giorno si offre allo sguardo, mostra il colore, invita a entrare. Di notte diventa più grande. Non sai dove finisca, non sai che cosa contenga e per un attimo capisci quanto sia ridicola la nostra pretesa di avere tutto sotto controllo.
Eravamo pochi amici davanti a qualcosa di immenso.
E non ci sentivamo piccoli.
Ci sentivamo vivi.
Ci sono periodi in cui la vita sembra richiedere continuamente risposte: dove stai andando, che cosa vuoi diventare, quanto guadagni, quali progetti hai, quando pensi di sistemarti.
Quella luna non ci domandava un cazzo.
Illuminava l’acqua.
Noi la guardavamo.
Una conversazione perfettamente riuscita.
Dalle coste passammo ai paesi. Porte colorate incastonate nella pietra, muri consumati, vicoli, chiese e costruzioni che sembravano aver assorbito il sole per decenni. Ogni luogo possedeva una consistenza diversa da quella a cui ero abituato.
Non era necessario fotografare tutto.
Non volevo redigere un censimento edilizio.
Mi fermavo su ciò che mi chiamava: una porta azzurra, una parete scrostata, qualcuno davanti a un ingresso enorme, un passaggio in cui la luce arrivava di traverso.
Le città e i paesi, quando li visiti davvero, non si consegnano attraverso i monumenti. Si infilano negli interstizi.
Un cane osservava attraverso una recinzione di legno.
Il muso passava fra due assi, gli occhi rivolti fuori. Sembrava voler partecipare al viaggio e qualcuno, per ragioni evidentemente burocratiche, aveva respinto la richiesta.
Quella fotografia oggi mi appare quasi troppo precisa.
Lui era dentro.
Io, per la prima volta, ero uscito.
Avevo lasciato la casa, le abitudini e tutto ciò che conoscevo per affrontare una stagione di mesi lontano dalla mia zona di comfort. Non sapevo esattamente che cosa avrei trovato. Sapevo soltanto che restare dietro la recinzione aveva cominciato a sembrarmi più pericoloso che attraversarla.
Il cane guarda fuori.
Io avevo finalmente smesso di farlo.
Non fu un gesto eroico. Nessuna colonna sonora partì al momento della decisione. Nessuno si voltò verso di me dicendo: da oggi la tua vita cambierà.
Preparai le cose.
Partii.
Come quasi tutte le trasformazioni importanti, cominciò con azioni molto meno spettacolari del loro risultato.
A Cagliari realizzai soltanto alcune fotografie.
La città non viene raccontata interamente, e va bene così. Non mi interessava collezionare prove della sua esistenza. Cercavo ancora una volta le aperture, i passaggi e ciò che suggeriva movimento.
Un uomo cammina lungo una strada, diretto verso qualcosa che non conosciamo. Non vediamo l’arrivo e forse proprio per questo l’immagine funziona. È dentro il passo, non nella destinazione.
La città appare dall’alto fra pietre, tende, muri e vegetazione. Non si offre completamente. Bisogna cercarla attraverso una cornice, come se anche lei volesse conservare una parte di mistero.
In un’altra fotografia alzo l’obiettivo verso il cielo. I palazzi si chiudono attorno all’inquadratura, lasciando al centro soltanto un’apertura azzurra.
Per anni avevo vissuto guardando soprattutto ciò che mi circondava.
In quel periodo stavo finalmente imparando a guardare anche oltre.
Due amici sono fermi in un vicolo, piegati sopra una mappa sul telefono. Hanno l’espressione solenne di due cartografi rinascimentali, anche se probabilmente stanno soltanto aspettando che il puntino blu decida di collaborare.
La scena mi fa sorridere.
Non soltanto perché racconta il viaggio com’era davvero — pieno di deviazioni, dubbi e telefoni ruotati nella speranza che la strada cambiasse per pietà — ma perché oggi la sento vicina.
Anch’io cercavo una direzione.
Forse la sto ancora cercando.
Possiedo sistemi satellitari capaci di indicarmi con precisione la seconda uscita alla rotonda, ma quando chiedo dove cazzo dovrei dirigere la mia vita, Google Maps perde improvvisamente il segnale.
La cosa più difficile da accettare è che forse non esiste una direzione unica.
Esistono sentieri.
Persone.
Deviazioni.
Periodi in cui corri e altri in cui rimani fermo davanti alla mappa fingendo di avere la situazione sotto controllo.
Quella volta non conoscevamo sempre la strada.
Ma sapevamo con chi ci stavamo perdendo.
Ed era abbastanza.
In un vicolo compare un piccolo cuore rosso con una parola scritta sopra: “Sogni”.
Accanto ci sono fiori colorati. Davanti, la strada si allontana sfocata.
Una metafora tanto perfetta da sembrare quasi indecente.
Segui il cuore.
Segui i sogni.
La strada non è a fuoco e non hai la minima idea di dove conduca.
Molto bene, grazie, universo. Sempre sottile come un cartellone pubblicitario.
Eppure l’immagine dice esattamente ciò che doveva dire.
La strada della vita quasi mai appare nitida in anticipo. Se aspetti di comprenderla completamente prima di muoverti, rischi di trascorrere l’esistenza sul marciapiede studiando una profondità di campo che non cambierà da sola.
A volte devi seguire qualcosa di meno affidabile.
Un desiderio.
Una curiosità.
Una chiamata che non sai spiegare.
Un cuore rosso attaccato accanto a dei fiori.
Una moto è parcheggiata alla fine di una via, con il mare oltre i palazzi. Non sta andando da nessuna parte, eppure contiene già l’idea del movimento.
Le moto hanno questo talento. Anche da ferme sembrano sul punto di abbandonarti.
Strada, bagaglio minimo e una destinazione che può essere decisa più avanti.
È il viaggio ridotto alla propria forma più istintiva.
Poco dopo compare una maglietta con una frase sull’espressione creativa: ciò che produciamo nasce dal nostro passato, dalle nostre caratteristiche e dal modo in cui trasformiamo le esperienze in storie differenti.
Probabilmente era soltanto una maglietta in vendita.
Ma il mondo, quando è sufficientemente ubriaco, riesce a infilare manifesti artistici perfino sopra un capo d’abbigliamento.
Quelle parole riassumono anche questo archivio.
Queste fotografie non sono soltanto il sud della Sardegna. Sono il modo in cui quel ragazzo del 2018 guardava il sud della Sardegna.
Un altro fotografo avrebbe visto altro.
Avrebbe scelto altre rocce, altri volti, altri vicoli. Avrebbe ignorato il cane, il cuore rosso, le ciabatte e i castelli di sabbia.
Io mi fermai proprio lì.
L’autore non racconta soltanto ciò che ha davanti.
Rivela ciò che è capace di vedere.
In un’immagine un amico punta l’obiettivo direttamente verso di me. Il volto scompare dietro la lente. Un fotografo fotografato mentre fotografa.
Una specie di duello western per persone che preferiscono sparare a un duecentesimo di secondo.
Era questo il nostro linguaggio.
Ci scambiavamo fotografie, prospettive, idee e modi differenti di attraversare gli stessi posti. Non eravamo soltanto soggetti gli uni per gli altri. Eravamo testimoni reciproci di quella stagione.
Ognuno poteva dire agli altri: sì, eri davvero lì. Eri davvero così felice. Non te lo sei inventato dopo.
Il viaggio prosegue verso l’interno. Pietre impilate in equilibrio sopra un corso d’acqua, piccole torri costruite da mani sconosciute. Il fiume continua a scorrere attorno senza farle cadere.
Anche noi cercavamo una specie di equilibrio.
Non quello definitivo e un po’ mortuario di chi sostiene di avere ormai capito tutto. Un equilibrio provvisorio, fatto di lavoro, amicizia, esplorazioni, stanchezza e giornate in cui bastava decidere una direzione e partire.
Le pietre non avevano bisogno di sapere quanto sarebbero rimaste in piedi.
In quel momento reggevano.
Anche noi.
Poi arrivano le strade.
Curve fotografate dal finestrino, paesaggi che si muovono, guardrail, montagne, vegetazione e asfalto che scompare dietro una piega. L’automobile ferma al sole, i tornanti osservati dall’alto e la costa che ricompare alla fine del percorso.
Il viaggio non è soltanto ciò che trovi quando arrivi.
È il movimento fra due luoghi, le conversazioni dentro l’auto, la musica, le soste improvvise e il momento in cui qualcuno urla di fermarsi perché ha visto una fotografia.
È avere una meta e cambiarla.
È sbagliare strada e trovare qualcosa di meglio.
È guardare fuori dal finestrino e sentire che, almeno per quella giornata, nessun luogo ti sta trattenendo.
Le immagini finali tornano al paesaggio. La costa vista dall’alto, il mare diviso in tonalità impossibili, la strada che attraversa il verde e le case raccolte sotto le colline.
C’è una distanza sufficiente per vedere l’insieme, ma non abbastanza da sentirsi estranei.
Forse è questo che mi ha lasciato quella stagione.
La possibilità di allontanarmi senza scomparire.
Di uscire dalla mia vita abituale e scoprire che oltre la recinzione non c’era necessariamente il disastro. C’erano persone, luoghi e versioni di me che non avrei mai incontrato restando fermo.
Quando ripenso al 2018, non penso al lavoro.
Penso agli amici.
Penso alle macchine fotografiche che spuntavano dagli zaini.
Alle rocce, alle grotte, alle gambe graffiate e alla sensazione di meritarsi il paesaggio dopo aver faticato per raggiungerlo.
Penso alle sere davanti al mare, alla luna, alle strade senza indicazioni e ai paesi attraversati senza fretta.
Penso al periodo probabilmente più spensierato della mia vita.
Non perché ogni cosa fosse perfetta.
La perfezione è una noiosa invenzione pubblicitaria.
Ero spensierato perché il presente occupava abbastanza spazio da impedire al futuro di venire a rompermi i coglioni.
Quello che stavo vivendo bastava.
Le persone con me bastavano.
Il posto in cui eravamo bastava.
Poi la stagione finì, come finiscono tutte le cose che vorremmo conservare.
Tornai a casa.
Il tempo riprese a fare il proprio lavoro sporco. Arrivarono altre esperienze, altre persone, altri viaggi, problemi, amori, dubbi e direzioni che credevo giuste finché non smisero di esserlo.
Alcuni di quegli amici sono rimasti.
E ogni volta che guardo queste fotografie, anche quella versione di me ricompare.
Non sa ancora esattamente cosa vuole dalla vita.
A dire il vero, neppure io oggi possiedo una risposta particolarmente convincente.
Ma lui ha appena imparato qualcosa che continuo a ritenere vero: non devi conoscere tutta la strada per avere il diritto di partire.
Devi soltanto trovare il coraggio di aprire la gabbia.
Portare con te le persone giuste.
E cominciare a camminare.
Nel 2018 partii per una stagione di lavoro.
Tornai con degli amici, migliaia di immagini e la prova che la vita poteva essere leggera.
Tutto il resto era soltanto bagaglio.